Le quattro giornate di Napoli

 

 

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

 

Karl Marx - Friedrich Engels

 

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LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

 (Intervento all'Assemblea Pubblica "Le 4 giornate di Napoli Una storia attuale" Napoli 5 Ottobre 2004)

Esse costituiscono un’esperienza, carica di importanti insegnamenti, che rompe con tutta una serie di luoghi comuni sul popolo lavoratore napoletano e meridionale.

E’ stata, ed è, assai poco analizzata e studiata.

La si è voluta liquidare come moto popolare spontaneo, che indubbiamente c’è stato.

Non si è voluto indagare sul suo contenuto, fermandosi alla forma.

Esiste tutta una storia di una Napoli antifascista ed una organizzazione del Partito Comunista e di una CGIL nel periodo fascista con iniziative di lotta forti sia nelle fabbriche come l’Arsenale e sia nei quartieri come Materdei e Sanità, ecc. ecc. ecc

C’è un’evidente contraddizione:

il moto popolare da un lato,

e la tradizione che vuole il popolo lavoratore napoletano e meridionale arretrato, palla al piede, sanfedista: la tradizione crociana, don Benedetto insomma.

E già questo basta di per sé per spingere ad una qualche indagine, che sciogliesse tale contraddizione.

Il moto non fu solo a Napoli.

Lo stesso entroterra, l’Irpinia e la Basilicata, hanno visto importanti situazione insurrezionali, rivoluzionarie, nel settembre 1943, come hanno ben documentato tra l’altro sia Iannino che Speranza in loro lavori sull’Irpinia.

E già qui la cosa comincia ad ingarbugliarsi e la contraddizione esplode, evidenziando delle due l’una:

o le 4 giornate non sono mai esistite

o la tradizione che viene raccontata è falsa.

Anche se non si voleva attaccare la problematica da questa angolazione, l’entità dell’evento:

4 Giornate poneva, ed in maniera tranquilla, la questione delle radici storiche, ossia della tradizione rivoluzionaria di questo popolo, non avendo senso alcuno la visione di un episodio isolato, avulso da tutto.

E’ troppo comodo, o di parte?, liquidare il tutto come esplosione isolata, di cui non se ne comprende il senso, così totalmente al di fuori di quel “ Franza, Alemanna basta che sé magna”, egregiamente teorizzata dal Croce.

Certo anche il più docile e tranquillo animale, cane o pecora che sia, se aizzato, istigato reagisce ed attacca. Ma anche accettando tale spiegazione, del popolo cane o pecora docile, la cosa non si spiega affatto.

La dati più elementari dicono:

essere stata Napoli la prima città dell’intera Europa occidentale, posta sotto la ferocia nazista, ad essersi liberata tramite insurrezione popolare.

E questo avviene nelle condizioni in cui si concentravano su Napoli le truppe naziste in ritirata dal sud, la colonna proveniente dalla Sicilia, che aveva attraversato l’Italia meridionale lungo la dorsale appenninica. Sul piano militare, dopo lo sbarco a Salerno, non era affatto intenzione tedesca di ritirarsi da Napoli, ma quella di fare di Napoli una piazzaforte, per la posizione strategica della città di cui punto forte ne è il porto. Aspettare gli anglo-americani a Napoli e qui sia pure per contrastarli, se non fermarli facendo affluire truppe dal centro, avrebbe significato quantomeno prendere tempo e consentire l’intera riorganizzazione delle truppe dislocate al di là del Volturno, una difesa più efficiente alle porte di Roma e poi sulle line di difesa della Gustav e della linea gotica.

L’attacco quindi dalla città di Napoli, che avviene nella fase della riorganizzazione delle linee tedesche, si trasforma in disarticolazione e getta confusione e scompiglio nello Stato Maggiore germanico, che sono costretti a retrocede, abbandonare la piazza di Napoli.

La città non è più sicura.

L’intera provincia non è più sicura. I fatti in Irpinia evidenziano che l’intera area non è sicura.

Le truppe naziste rischiavano di essere insaccate con una grave divisione dell’intero fronte in Italia.

La ritirata era obbligata.

En passant. Facciamo qui notare la irritante e colpevole, criminale?, lentezza degli “ alleati” nell’avanzata, che sarà caratteristica assoluta di tutta l’azione militare alleata in Italia ed in Europa. Ma questo è un aspetto a cui dedicheremo una prossima e più puntuale attenzione.

Qui fermiamo come nonostante il ruolo strategico della città di Napoli gli “ alleati non accelerano l’avanzata, ma ne esasperano la lentezza.

La cacciata da Napoli, la resa delle truppe del III Reich al popolo lavoratore napoletano costituiva un colpo mortale che veniva inferto alle truppe germaniche, all’intero corpo di ufficiali e sottufficiali, nonché all’intero Stato Maggiore germanico ed apriva nel contempo la via alla liberazione di tutte le altre città d’Europa, che troveranno ancora in Napoli momento di stimolo ed appoggio.

La liberazione di Napoli è, cioè momento chiave dell’intera storia d’Europa, un momento di svolta e di non ritorno dell’intera lotta dei popoli d’Europa contro l’occupazione nazista.

Dopo Stalingrado --- Napoli.

Napoli, cioè, è stata la Stalingrado dell’Europa occidentale.

A Stalingrado il III Reich perde l’invincibilità.

A Napoli il III Reich perde il controllo delle città occupate da parte della popolazione in armi.

Tra il Febbraio ed il Settembre 1943 il III Reich è stracciato, finito.

A Napoli perde qualsiasi illusione di poter utilizzare le città dell’Europa occidentale come retrovia nella lotta contro l’Urss e viene minacciata dentro le sue più salde retrovie.

Il III Reich da ora passa decisamente sulla difensiva.

Gli eventi delle 4 Giornate peseranno in maniera decisiva su tutti gli sviluppi delle scelte politiche nazionali del governo Badoglio e della monarchia. Gli stessi anglo-americani non avranno vita tranquilla e lotte attraverseranno Napoli sotto la dominazione degli “ alleati”.

La normalizzazione di Napoli e del Meridione sarà ad opera degli “ alleati”, che tracceranno le linee future dei governi De Gasperi e democristiani più in generale: la santa alleanza con la mafia e la camorra. Non bisogna dimenticare che assieme alle truppe “ alleate” sbarcarono noti personaggi della mafia italo-americana, che ristabilirono i contatti tra le truppe “ alleate” e la camorra e la mafia, insediando camorristi e mafiosi come sindaci ed autorità istituzionali.

Si è voluto dipingere l’occupazione militare “ alleata” del Sud con i colori della liberazione e non della dittatura militare e non si è voluto indagare sul ruolo di repressione, di arroganza, di violenza, di furto, di ladrocinio, di stimolo ed incoraggiamento alle organizzazioni criminali, di repressione delle forze democratiche e progressiste, della lotta feroce e della caccia ai comunisti, ai quadri sindacali, nelle zone occupate del Sud. L’aiuto economico, politico e militare dato alla riorganizzazione della mafia e della camorra nella ripresa del controllo sociale e territoriale del sud, che costituirà l’intelaiatura organizzativa e politica sia della mafia e del separatismo siciliano: Giuliano, ecc. e sia della camorra nel napoletano ed in tutto il sud. Uno studio del genere mostrerebbe molte cose e ne spiegherebbe molte altre non da ultimo il voto monarchico, il saldo dei partiti democristiani e di destra con la camorra e la mafia ed il loro consenso politico ad opera di questi raccoglitori di voti con lo scambio di protezione e lavori pubblici.

In questa scellerata e sanguinaria alleanza un punto di sutura centrale viene svolto dalla Chiesa in generale ma in modo specifico dalle parrocchie, dai singoli preti, ove ogni parrocchia di campagna, di paese, ogni prete costituiva la copertura e la legittimazione di questa scellerata alleanza contro il popolo lavoratore. Ma anche questo non è mai stato sottoposto a studio, indagine: tutto viene proiettato in un idillico quadro di fraterno aiuti degli “ alleati” liberatori, ecc. ecc. ecc.

Queste distrazioni consentiranno poi di poter legittimare quella teoria della notte profonda, ecc. ecc.

La lotta del popolo napoletano, per tornare alla trattazione principale, si salda allora, precorrendone eventi e tracciandone linee di sviluppi con la lotta dei popoli d’Europa, ricongiungendosi così con la più possente e ricca e fertile tradizione rivoluzionaria dei popoli d’Europa.

Quindi anche se si vuole leggere l’angolazione dell’entità dell’evento si è portati ad impattarsi su quella contraddizione circa il popolo lavoratore napoletano e meridionale. Quella teoria mostra adesso appieno tutto il suo contenuto ideologico, strumento di costruzione e coartazione del consenso.

Siamo adesso costretti a leggere i processi reali ed a porci la domanda del perché la linea del consenso e dell’egemonia è basata su questa mistificazione della notte fonda e della vampata improvvisa, sulla teoria di un popolo accattone, servo di tutte le controrivoluzioni, jacquerie, che vive di sovvenzioni, clientelismo. E’ su questa base, su questa mentalità di asservimento si costruisce il consenso della borghesia . Già questo fatto dovrebbe spingere a chiedersi il perché; perché la borghesia tende a costruire questa linea di consenso, basata sul servaggio, sulla umiliazione e mortificazione di un popolo intero. Una tale linea si costruisce solo quando si teme l’irrompere di questa forza, che è preferibile tenere asservita, mortificata, umiliata e così tenerla sotto controllo. Ecco che allora si provvede ad addomesticare la storia e quindi adulterare la coscienza e la memoria storica: don Benedetto, insomma – ed è poi tutta qui la “ gloria” e la “ fortuna” di don Benedetto.

Il punto vero però è un altro, non è tanto la linea di consenso che la borghesia costruisce, quanto il fatto che questa linea ha dominato e domina i quadri comunisti e ne ha condizionato, e ne condiziona, l’agire politico: sempre in attesa della rivoluzione che avrà gli occhi del Nord e di un Sud che seguirà, ecc. ecc.

Le 4 giornate non si inquadrano affatto nella tradizione della repubblica napoletana del 1799, non ne costituisce affatto continuità. L’unità salda dell’intero popolo lavoratore, l’assenza della borghesia e delle classi dominanti ne costituisce il principale momento di rottura.

Esse invece si pongono dentro la tradizione della rivoluzione borghese del 1646-48, conosciuta come “ Masaniello”, ma che vide invece l’intero popolo meridionale in armi per circa due anni.

Se assumiamo la rivoluzione borghese del 1646-48 come punto di riferimento allora ci si para dinanzi tutta un’altra storia del popolo napoletano e meridionale, in costante lotta contro i proprietari agrari, contro gli sfruttatori, contro le varie fazioni della borghesia meridionale, sempre pronta ad asservirsi alla potenza straniera più forte: la Spagna, l’Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti.

E’ esattamente a questa borghesia mentecatta ed accattona che ben si attaglia “ Franza, Alemanna basta che se magna”, giacché questo caratterizza appieno la borghesia meridionale.

Nella rivoluzione del 1646-48 si opera una scissione profonda, mai più ricucita, tra la borghesia ed il popolo napoletano e meridionale e che segna l’intera storia del mezzogiorno d’Italia a cui l’operazione culturale di don Benedetto aveva lo scopo di coprire le miserie della borghesia meridionale e di attribuire al sanfedismo del popolo meridionale le sue mascalzonate.

Essa ha giustificato così il suo servaggio con la scusa che a lei sarebbe capitato un popolo meridionale arretrato, reazionario che le impedisce di attuare processi di capitalizzazione, di modernizzazione della società, perché costretta ad essere sempre attenta a non suscitare le jacquerie meridionali.

La scissione operatasi nel periodo 1646-1648 è ben documentata in Vico a cui rimandiamo e per una disamina più puntuale rinviamo al lavoro dell’Istituto sulla rivoluzione borghese del 1646-1648.

Occorre partire da qui per comprendere come da lì si dipartono due filoni uno legato alla borghesia mentecatta ed accattona meridionale sostanzialmente reazionaria, serva, d’accatto con tutta la sua schiera di intellettuali: i Vico, i Croce, i De Sanctis ed un altro filone legato all’ala rivoluzionaria borghese prima ed al popolo lavoratore dopo: i Giannone, i Settembrini, Bruno, Campanella, i Masaniello, i Gennaro Annese, i Pepe, le Pia Bernardina, ecc.

Questo filone troverà una sua prima espressione organica solo nella costruzione del Partito Comunista in modo specifico del 2° dopoguerra: gli Amendola, i Cacciapuoti, i Fasano, Hermann, Olivella, Li Causi, e tutto il gruppo dirigente comunista di partito e sindacale del meridione.

Ma sarà un’espressione organica ancora incompleta, perché non aveva preso coscienza della rottura tra i due filoni e non li distingue bene.

Se si nseriscono le 4 Giornate in questo quadro, esse acquistano una particolare importanza e si stagliano in tutta la loro potenza. Confermano, cioè, il ruolo di svolta delle lotte del popolo lavoratore napoletano e meridionale, che si manifesta e si caratterizza sempre nei periodi di svolta, quando cioè saltate le cappe e le gabbie, possono esprimersi senza condizionamenti, senza le intermediazioni politiche del consenso. Ed in queste fasi produce teoria e quadri d’avanguardia.

E’ questa una caratteristica specifica di questa realtà, prodotto di una specifica storia del Mezzogiorno, che ne fa particolare punto di svolta, particolarissimo e delicatissimo punto di equilibrio europeo, per cui solo quando il più complessivo equilibrio europeo si inceppa si liberano qui forze.

Per una disamina di questo equilibrio rinviamo sempre al lavoro sulla rivoluzione borghese del 1646-1648, “ Masaniello”.

La teoria che è stata costruita ha lo scopo di nascondere le gravi responsabilità, l’assenza assoluta della classe della borghesia meridionale quale classe dirigente, le sue svendite alle varie potenze di volta in volta primeggianti.

Si tratta allora di sviluppare gli studi sulla storia e l’esperienza rivoluzionaria del popolo lavoratore napoletano e meridionale sulla base dello squarcio che le 4 Giornate aprono, sviluppare su tale base una critica attenta e puntuale alla teoria costruita e che pesa nella formazione e nella coscienza degli stessi quadri comunisti.

Solo questo, a nostro parere, significa non tanto commemorare le 4Giornate, di cui non ve ne è alcun bisogno, per come viene fatto, ma imparare dalle 4 Giornate e consentire a tale importante esperienza di vivere nella quotidianità delle lotte del proletariato e del popolo lavoratore napoletano e meridionale e fare così della ricorrenza delle 4 Giornate, momento di bilancio e di riflessione più generale.