Democrazia

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS’


Note, schemi, appunti e rapidi schizzi

per una

Conferenza sulla Democrazia.


Con questa Conferenza intendiamo porre un tema al centro dell'attenzione, in cui porremo sul tappeto le questioni teoriche, come momento di riflessione. Non formulano risposte, tendono, invece, a complessificare a problematicizzare le tematiche, che sono al centro del dibattito, con il chiaro intento di lavorare nella direzione di elaborare una risposta sulla base del marxismo, ossia del materialismo dialettico.

Lo scopo innanzitutto è quello di problematicizzare, di agire decisamente da rottura alla piatta linearità culturale, all'aria pesante e grigia dominante.

Questa Conferenza in specifico è parte integrante di quella tenuta sulla Bioetica, e riguarda, inerisce, i problemi nuovi sul piano della democrazia che lo sviluppo delle forze produttive pone ed a cui l'impianto teorico borghese non è in grado di dare risposte, proprio ed esattamente per l'angustia ed asfissia dei rapporti di produzione capitalistici. Letta da altra angolazione noi vediamo qui la lotta che vede opposte le moderne forze produttive all'àncient regime. La necessità di un'altra democrazia a cui l'àncient regime non sa intelligere e non può intelligere, pena il crollo della sua stessa esistenza.

Ci veniamo così ad essere introdotti nel tema in discussione:

la democrazia: il livello e le strutture non è neutrale, non è indipendente dalla società, non è indipendente, neutrale dallo sviluppo delle forze produttive, storicamente date in una determinata fase della storia umana. Non è allora un concetto astratto, eterno, è esattamente il prodotto delle condizioni storiche, ossia in termini marxiani del rapporto tra le forze produttive ed i rapporti di produzione.

Con il crollo di quella formazione sociale si ha il superamento di quella forma di democrazia e conseguenzialmente di quei livelli e strutture.

L'attuale livello raggiunto dalle forze produttive pone l'esigenza di un'altra democrazia ed il superamento dell'attuale forma di democrazia: la democrazia rapppresentativa, che prese forma attorno al XVII secolo e mutuata dalle forme di democrazia rappresentativa feudale e nobiliare-feduale. Ma quella impostazione, uscita fuori attorno al XVII secolo, è decisamente obsoleta. La crisi che attraversa tutti i paesi capitalistici è testimonianza di tale inadeguatezza ed obsolescenza, ma i rapporti di produzione capitalistici agiscono da freno, ostacolo all'ulteriore avanzamento della

democrazia, incatenano gli attuali livelli e li fissano violentemente agli attuali ed asfittici limiti, confini, àmbiti propri di quei rapporti di produzione.

L'avanzamento e l'affermazione delle nuove forze produttive richiede sempre la liquidazione tout court di tutte le precedenti forme, ossia di tutta la precedente sovrastruttura.

La democrazia.

Occorre qui procedere con ordine per la estrema confusione che esiste in merito.

Si confonde la democrazia con le sue forme organizzative e queste con quelle burocratico-amministrative.

Si confonde e/o identifica la democrazia ora con il semplice voto, ora con i partiti politici, ora con la forma organizzativa dei partiti e dello Stato: Parlamento, Commissioni, forme del voto o della rappresentanza. Si passa così da un rifiuto tout court ad un'esaltazione acritica dei valori della Democrazia, che diventano ' i valori', e quindi eterni, che è poi la forma attuale.

La democrazia in quanto processo decisionale non è una cosa in più. Essa costituisce una necessità e quindi un'oggettività.

Essa costituisce una necessità e quindi un'oggettività. Possono esserci forme e modi diversi di esprimersi e concretizzarsi di tale oggettività, ciò non toglie il carattere di oggettività, dato dalla natura sociale, ' politikòn' dell'uomo e dalle condizioni storiche più complessive della società, ossia dallo sviluppo delle forze produttive. I modi diversi di esprimersi ed estrinsecarsi ci dà solo il suo carattere e contenuto storico e perciò stesso relativo.

L'uomo è un animale di tipo particolare, è per sua natura un animale sociale. La sua configurazione e formazione fisica comporta che per la sua esistenza egli deve soddisfare una molteplicità di bisogni, che non sono immediatamente ottenibili dalla natura. A differenza degli altri animali, che si limitano ad usufruire dell'ambiente circostante, l'uomo lo trasforma per ricavarne i prodotti atti a soddisfare i suoi bisogni. L'uomo cioè instaura un rapporto di trasformazione tra sé e la natura o ambiente circostante, attua un ricambio organico tra sé e la natura. Quest'azione di trasformazione è il lavoro.

Il lavoro è l'azione in cui e con cui si materializza, concretizza il ricambio organico uomo-natura.

Ora quest'azione di trasformazione non può essere esperita dal singolo uomo, ma solo da un insieme di uomini organizzati in una comunità, di qui il carattere ' politikòn' dell'uomo. La forma che la ' comunità' viene ad assumere storicamente è il prodotto del livello di sviluppo delle forze produttive: la tribù, la polis, il contado, il comune, lo Stato Nazionale, a cui corrispondono diverse e differenti forme organizzative statuali.

Da questa azione di trasformazione proviene la conoscenza.

La conoscenza è cioè il prodotto della trasformazione del rapporto con l'ambiente esterno, ossia del lavoro.

Lo sviluppo della conoscenza, e quindi della scienza e della tecnica, è il prodotto del processo di ottimizzazione di questa trasformazione. La speculazione teorica altro non è che l'astrazione a vari livelli di questa trasformazione.

La scienza e la tecnica altro non sono, a differenti livelli di astrazione, che lavoro sociale umano astratto, lavoro sociale accumulato. Esse si sviluppano in quanto risposta ai problemi che il ricambio organico pone.

E' dallo sviluppo sempre più intensivo, che svilppano le singole comunità umane sia in senso orizzontale che verticale e che si intensificano sempre più, che sono dati i rapporti tra le varie comunità umane.

La comunità umana è data dalla sintesi di questi rapporti all'interno delle singole comunità umane e dall'insieme dialettico di queste.

Il lavoro, cioè, è il momento fondante del divenire ‘ politikòn’ dell'uomo, attraverso il quale l'uomo rafforza, estende, sviluppa le sue qualità ‘ politikòn’ dominando, frenando o superando aspetti ed elementi del suo essere ‘ zoòn’.

Lavoro è allora categoria fondamentale sotto cui sussumere l'intera attività umana.

Costituisce il momento unitario e perciò stesso non può essere scisso da tutti gli altri momenti e processi della vita umana.

Non si può leggere nessuno di questi momenti staccati, separati tra di loro e questi da 'lavoro'.

La politica è allora l'azione cosciente dell'uomo, atta a dirigere e mediare sia il ricambio organico che il rapporto all'interno delle singole comunità, tra le singole comunità e la comunità-uomo. In prima istanza è ancora una volta il ricambio organico, la necessità, cioè, di soddisfare i complessi e ricchi bisogni umani la base che determina il costituirsi e costruirsi l'intelaiatura dei rapporti tra le singole comunità, stringendole e costituendole nella comunità umana, sempre più complessa e ricca ed articolata, polifunzionale e politecnica, ove lo scambio agisce da tessitura dell'ordito. E questo determina conseguenzialmente il complessificarsi dei rapporti e degli strumenti atti per tale intelaiatura e l'arricchimento dell'uomo in quanto ‘ politikòn’, il suo divenire, cioè, animale sociale e quindi anche delle sue singole capacità-qualità: creatività, sensibilità, umanità, intelligenza, versatilità, ecc.

Karl Marx ha correttamente indicato in ‘Il Capitale’, vol. 1, cap. 5

" il lavoro è un processo che si volge fra l'uomo e la natura, nel quale l'uomo, per mezzo della propria azione media, regola, controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura; contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi dei materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite ed assoggetta il gioco delle loro forze al proprio potere. [ ... ].

Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle di un tessitore, l'ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cere. Ma ciò che fin dal principio distingue il peggiore architetto dall'ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore , che quindi era presente idealmente . Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell'elemento naturale; egli realizza nell'elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo da lui ben conosciuto , che determina come legge il modo del suo operare, ed al quale deve subordinare la sua volontà. E questa subordinazione non è un atto isolato. Oltre gli sforzi degli organi che lavorano, è necessaria, per tutta la durata del lavoro, la volontà conforme allo scopo , che si estrinseca come attenzione: e tanto più è necessaria, quanto meno il lavoro, per il proprio contenuto e per il modo di esecuzione, attrae a sé l'operaio, quindi tanto meno questi gode giuoco delle proprie forze fisiche ed intellettuali.[=alienazione ]"

E Federico Engels in Dialettica della Natura, Il lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia’, (pag. 183)

" Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, [... ]. Ma il lavoro è ancora infinitamente più di ciò; e lo è invero che noi possiamo dire .. : il lavoro ha creato lo stesso uomo. [... ] 'animale si limita ad usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l'uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l'ultima, essenziale differenza tra l'uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza."

La democrazia è allora la forma ed il modo di come viene determinata questa azione cosciente. La democrazia si estrinseca in forme diverse, essendo espressione e prodotto del più complessivo rapporto uomo-natura, ossia del grado di come avviene il ricambio organico, o se si vuole dal grado raggiunto nella riproduzione delle condizioni materiali di esistenza, o se si vuole dal grado di sviluppo delle forze produttive, in una dal grado del lavoro.

Con il complessificarsi di questo rapporto si complessificano le condizioni, le scelte da operare, ampliandosi le scelte operabili e le variabili di ciascuna di questa e perciò stesso si complessifica il grado partecipativo e quindi la più generale partecipazione cosciente degli uomini a queste scelte, e quindi le forme organizzative: sedi dell'organizzazione in quanto sedi del dibattito, della circolazione delle idee e della formazione del pensiero e quindi delle scelte, che poi verranno operate: in una si complessificano le forme della democrazia.

Analizzando storicamente:

Si passa dalla democrazia delle comunità primitive: l'assemblea di tutti i membri della comunità nell' ‘ agorà’, o piazza, tipico esempio è quello della democrazia della città-stato Atene, o al consiglio del ‘ basileus’, re, che era composto da tutti i capi tribù, gens, che nominavano al loro interno un capo, il ' basileus' appunto - rimandiamo qui a quanto Federico Engels in ‘ Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato’ ha scritto -; al Senato romano, la democrazia latina che con il Senato, i consoli, i tribuni è già una forma superiore all'assemblea ateniese, in cui si va a profilare una forma primitiva di democrazia rappresentativa; da un sistema di elezione ed una primitiva forma di votazione con diritto di veto, che costituiva la forma primitiva, la più elementare e più immediatamente intellegibile - quella che più immediatamente cadeva sotto i loro occhi - atta a garantire le minoranze genericamente intese. Si passa poi alla forma feudale della Dieta, che è una mutuazione del Senato romano, ove vi prendevano parte alti dignitari feudali che con l'imperatore, convocati dall'imperatore, prendevano decisioni inerenti l'intera comunità loro afferente. Nelle singole realtà il principe, o il re, era coadivato da un consiglio di nobili, o notabili. E' questo il risultato di un lungo e lento processo che mutua dal Senato romano e dalle istituzioni barbariche. Caduta la forma dell'imperatore - capitolato di Kiers - resta quella del consiglio del re, che con lo sviluppo delle realtà nazionali, XVI-XVIII secolo, verrà ad acquisire la forma principale fino a configurarsi con l'Assemblea Generale dei tre stati: nobiliare, clericale, borghese. Questa forma di Assemblea Generale degli Stati nella forma del Parlamento oggi conosciuta, ove ai rappresentanti dei vari stati: nobiliare, clericale e borghese si è sostituito il rappresentante di una massa elettorale organizzata su base territoriale. Questa forma passa da una struttura decisamente elittaria, per censo, per istruzione, per sesso fino a configurarsi come Democrazia generale: mantenendo unicamente un limite per età, anch'esso andatosi a modificare. Le forme della democrazia sono quindi necessariamente cambiate nel corso dei millenni, fin dai primi germi dell'antichità con il succedersi di una classe dominante all'altra. Nelle antiche repubbliche greche, nel contado medioevale, nelle città comunali, nei paesi capitalistici la democrazia ha assunto forme diverse ed un diverso grado di applicazione. Nonostante tutto ciò noi possiamo fissare un f i l o r o s s o che unisce l'intera forma evolutiva della democrazia. In definitiva noi possiamo dire che esse sono tutte g i à in germe dentro la forma ‘ pòlis’ greca del VII-VI secolo e che tutti gli sviluppi successivi, pur ricchi e possenti, in definitiva non escono da quell'àmbito. Assistiamo cioè a ricche e varie e multiforme modificazioni quantitative, ma non costituiscono modificazione alcuna sul piano qualitativo. Non muta, cioè, il modo di esprimersi, estrinsecarsi e concretizzarsi di quell'antica forma di democrazia rappresentata dalla ‘pòlis’ e poi perfezionata dal Senato romano. Si estende, senz'altro, il concetto di usufruitore dal membro del ‘ pòlis’, ossia del legame di sangue, alla classe ricca degli ' equites' del Senato romano, al clero assieme ad i nobili, al cittadino della Rivoluzione Francese. Ad una lettura superficiale si potrebbe effettivamente parlare di un'estensione della democrazia, ma per ogni passo concreto in direzione dell'estensione, vi erano dieci passi in direzione opposta: ossia all'estensione formale dei diritti faceva riscontro il restringimento reale della partecipazione dei singoli ed il concentramento di tali decisioni in pochi gruppi e gli altri chiamati a ratificare, ossia il centro decisionale si insedia sempre più in circoli e gruppi ristretti, al di fuori degli organi istituzionali, chiamati a ratificare o a mediare i conflitti all'interno della classe dominante o a legiferare contro la classe dominata e questo sin dal Senato romano con il circolo degli Scipioni, che dirigeva nei fatti l'intera politica e l'intera vita sociale: economica, politica, sociale, culturale, oltreché militare. Ad ogni passo verso l'estensione dei diritti formali si assisteva ad altrettanti passi verso l'impoverimento spirituale, oltreché materiale, dell'uomo in termini assoluti e relativi e questo processo giunge al suo culmine, giunge cioè a capolinea proprio ed esattamente con la Rivoluzione Francese, quando il membro della comunità è ridotto a ‘ cittadino’ e tutti i suoi diritti ridotti alla ‘ fictio iuris ’, ossia ad una finzione giuridica. Alla dichiarazione formale del godimenti di tutti i diritti, corrisponde l'assenza degli strumenti e quindi l'impossibilità reale del godimento e dell'esercizio di tutti i diritti pur formalmente riconosciuti. E' allora il procedere mano nella mano del rapporto proprietario e dell'alienazione, della libertà con l'oppressione e lo sfruttamento, ossia della ‘ libertà’ e delle sue restrizioni, della ‘ democrazia’ con la schiavitù, dell' " uguaglianza" con l'impoverimento e l'immiserimento, che è impoverimento ed immiserimento relativo ed assoluto: relativo sia storicamente che in rapporto alle reali capacità espansive della stessa scienza e tecnica proprietaria di quell'epoca, di quel periodo o fase storica; assoluto giacché con il procedere della storia, l'Uomo si avviluppa nelle sue contraddizioni, nel suo processo di alienazione e mistificazione.

Una disamina attenta dell'esperienza storica della democrazia della ‘ pòlis’ di Atene - antica città greca del VI-V secolo prima dell'era volgare, o a.c.- ci mostra, in germe, non solo tutti i tratti evolutivi delle future forme della democrazia, ma anche e soprattutto tutti i limiti e le forme mistificanti e distorcenti, ossia i limiti ed i tratti essenziali della democrazia in regime di proprietà privata, ossia in regime di lavoro appropriato; in regime di una classe dominante, che vive del lavoro appropriato della classe dominata ed in cui l'esistenza quotidiana della società richiede il perpetuamento di questa condizione di asservimento, senza la quale la classe dominante non potrebbe continuare ad esistere e quindi la necessità degli strumenti più generali e complessivi per il mantenimento di questo status ed in cui la democrazia diviene uno di questi strumenti. La democrazia cessa così di essere per la classe dominata ed oppressa e sfruttata strumento di partecipazione alla direzione dello sviluppo e della forze produttive, ma diviene strumento per il mantenimento del consenso della classe dominante. E così la classe dominata vive la democrazia da questa angolazione distorta e mistificante. Si tratta invece di operare la rottura di questa scomposizione e dare, invece, alla democrazia il suo reale ed oggettivo contenuto. Le contraddizioni e le difficoltà a cui vanno oggi incontro la democrazia stanno proprio nell'aver esaurito fino in fondo qualsiasi ruolo di questo sdoppiamento e nel porre con forza la necessità ed ineluttabilità della democrazia di essere considerata nella sua essenza oggettiva e superata la mistificazione e distorsione operata dalla classe dominante. La democrazia, poi, per la stessa classe dominante non riesce più ad assolvere il ruolo di costruzione del consenso, tanto che essa è costretta sempre più, ed in maniera sempre più massiccia, oppressiva e soffocante, alla mistificazione, all'inganno. E questo è! il sottoscrivere l'incapacità da una parte della classe dominante di mantenere il consenso, ma anche della democrazia di assolvere al ruolo di strumento per la costruzione del consenso.

Veniamo adesso all'esperienza interessante della democrazia nella ‘ pòlis’ Atene.

La ‘ pòlis’ in generale altro non è che la prima forma statuale della proprietà privata, nella forma dell'affermazione della forma della proprietà privata. Essa costituisce, cioè, la forma statuale di transizione dalle comunità alla Stato, mantiene con le comunità primitive tutto il rapporto; tali comunità erano infatti costituite sulla base del vincolo di sangue, che sviluppatesi ed ingrandite nel tempo si sono andate articolando in fratrie, tribù, ‘ polis’. A riguardo Federico Engels in " Origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato" è centrale e ad esso rimandiamo e questo testo è presupposto in tutto il ragionamento che stiamo facendo. Nella fase del VII-VI secolo prima dell'era volgare la democrazia era garantita dalle assemblee dell'intera comunità, che si riuniva nella piazza - ‘ agorà’ - ed in cui prendeva le decisioni di pace, guerra, ecc. ed in cui eleggeva un consiglio di anziani e un capo, per un periodo limitato di tempo, di solito un anno; dopodiché ciascun singolo coltivatore tornava al suo campo, al governo dei suoi animali, ecc. Nel VI secolo l'impero persiano cerca di sottomettere queste singole ‘ pòlis’ della Grecia, che sostanzialmente erano poste sulla costa, ma ad una certa distanza dal mare, come forma di difesa dalla pirateria, allora diffusa e costante.

Il rapporto tra la grande potenza dell'impero persiano e le singole comunità greche erano assolutamente spropositato, per massa di uomini e potenza bellica sia per mare che per terra. L'impero persiano minacciava però non solo Atene e Sparta, ma tutte le singole comunità della Grecia, ed in modo particolare le piccole isole disseminate lungo la costa. L'unità tra tutte queste piccole comunità e la lotta comune contro l'aggressore era naturale. In questo scontro risulteranno vitali le precedenti forme di associazione tra queste singole comunità come la Lega di Delo, che aveva in Atene il suo centro e la Lega di Delfi che aveva in Sparta il suo centro e che aveva sostanzialmente nella Lacedemonia, regione greca, la sua base territoriale e Sparta il suo centro; la Lega di Delo aveva invece una base più ampia e riguardava anche isole. La sconfitta dell'impero persiano vedrà la città di Atene uscirne forte ed egemone, mentre Sparta pur uscendone rafforzata, vede rinchiudersi dentro la Lacedomonia. Da questo momento il rapporto tra Atene ed i suoi alleati della Lega di Delo si capovolge: Atene impone con la forza il suo dominio: le alleate non possono uscire dalla Lega, pena la sottomissione militare e riduzione ad uno stato di totale subalternità ed asservimento ad Atene, devono pagare alla Lega un tributo monetario ed in rifornimenti bellici: navi, uomini, ecc.. Il centro della Lega da Delo, da cui poi il nome, viene trasferito ad Atene e così il tesoro della Lega, che era costituito appunto dai depositi delle singole comunità alleate e confederate tra di loro. In realtà Atene si impadronisce del tesoro per i suoi fini e sottopone le città in precedenza liberamente confederate ad una crescente tassazione e rapina, che passava anche per il controllo del commercio e della produzione di queste singole comunità.

Atene vive così un momento di grande prosperità economica e questo è il periodo che va dalla fine del VI secolo alla metà del V. Questo periodo è caratterizzata dalla massima espansione del sistema democratico, della civiltà e della cultura ateniese, questo periodo vede lo sviluppo cioè della più alta produzione intellettuale ateniese in tutti i campi nella filosofia come nella poesia, nella scultura come nella produzione teatrale; è questo che poi verrà celebrato come il periodo della grande Atene, fino a parlare dell'Illuminismo ateniese, dell'umanesimo della civiltà greca, fino ad identificare tutta la produzione spirituale greca ed ellenica più generale con questo periodo, considerato l'apogeo, il punto massimo che la cultura e la civiltà ellenica abbia mai potuto raggiungere. Ed è questo in verità il periodo dei grandi filosofi, poeti, oratori, politici di tutta la Grecia. Ma è anche il periodo della massima fioritura della democrazia in Atene. Per consentire che tutti possano effettivamente partecipare alle assemblee, e quindi partecipare alla vita democratica veniva riconosciuta una identità giornaliera, a tutti i partecipanti all'assemblea. Per poter garantire che tutti, essi venivano estratti a sorte, potessero prendere parte al Consiglio o alle altre cariche istituzionali, viene riconosciuta la necessità di una indennità, tale da impedire che solo i più ricchi proprietari, avessero la possibilità di sedere nel Consiglio e gli altri, i piccoli contadini, anche se eletti per estrazione a sorte, dovervi rinunciare. Occorre considerare che tutte queste cariche duravano un anno e non erano rieleggibili, lo stesso sistema a sorte impediva la rielezione, e che quindi nel giro di un quinquennio migliaia di singoli venivano a sedere ed a ricoprire le varie cariche istituzionali della ' pòlis' Atene: il solo Consiglio comprendeva 500membri, oltre tutti gli altri. Ancora. Rientrava nelle pratiche della comunità l'ingraziarsi gli dei, ed una di queste forme erano i giochi, o olimpiadi, che vedevano ogni anno gareggiare atleti delle varie ‘ pòlis’, ed in questi giochi rientravano anche il gareggiare delle varie arti, tra cui la poesia ed il teatro, ove, per esempio, ogni autore doveva presentare almeno tre opere teatrali di natura diversa, una giuria, anch'essa eletta a sorte ed anch'essa remunerata, sceglieva il migliore e lo premiava. Per consentire a tutti di poter prendere parte, come spettatori, a tali giochi: le sole rappresentazioni teatrali impegnavano gli spettatori per varie giorni e per l'intera giornata: basti considerare la massa degli autori e delle varie opere e la diversa natura di ciascuna opera per averne un quadro, la ‘ pòlis’ Atene decide di remunerare con un obolo tutti quelli che assistevano a tali giochi, o olimpiadi.

Una massa monetaria enorme per quell'epoca, una partecipazione forte e ricca, che finiva veramente per coinvolgere tutta la ‘ pòlis’ e dunque si può veramente dire che Atene vive un periodo di democrazia vera, effettiva, di reale partecipazione democratica, ove venivano non solo enunciati i diritti di tutti a partecipare alla vita della ‘ pòlis’, ma venivano stabiliti anche gli strumenti e rimossi gli ostacoli, che avrebbero potuto consentire ai membri della comunità più facoltosi di usufruirne. Indubbiamente, pur se esisteva una classe di proprietari che andava sempre più arricchendosi, non si può negare che la restante massa dei membri non partecipasse e godesse dello stato di prosperità della loro comunità, come non si può assolutamente dubitare della natura democratico-partecipativa, pur mantenendosi la natura delegato-rappresentativa, anche se essa per la durata: un anno, il sistema: a sorteggio, e la vastità: numero complessivo degli eletti veniva ad investire ed a coinvolgere in un quinquennio una parte considerevole dell'intera comunità.

Ma da questa partecipazione democratica venivano esclusi gli stranieri, i meteci, quelli cioè che non appartenevano al vincolo di sangue della comunità - ‘ pòlis’; non è chiaro se gli ‘ schiavi per debiti’ godevano dei diritti civili, ma essi erano in numero decisamente ridotti e successivamente eliminati con Solone. Gli schiavi erano in numero assai limitati, per cui possiamo tranquillamente eliminarli dal computo, non costituendo una entità significativa all'epoca. Sarà successivamente con il superamento della ' pòlis', la struttura in Leghe: Beozia, Tessaglia, ecc, l'impero macedone poi, sua dissoluzione e divisione in quattro diarcati che la schiavitù inizierà ad avere consistenza nella produzione della ricchezza sociale fino a trovare la sua forma più alta e compiuta nella società romana, e verrà conseguenzialmente a modificarsi dalla metà del IV secolo la struttura stessa della democrazia, fino a modificarsi decisamente dopo le prime rivolte degli schiavi della metà del IV secolo e questo sarà accompagnato da una teoretica conseguenziale che considerava lo schiavo n o n - u o m o e sarà proprio con Aristotele, che tale sistematizzazione troverà la sua substanzia teoretica e proprio nel trattato sulla ‘ Politica’; in Platone il tema è assai attenuato e sfumato anche se nella sostanzialità è presente, ma ciò è dato dalla diversità teoretica e dagli interessi di classi diversi, e quindi angolazioni diverse di leggere ed intelligere il processo reale, ossia gli strumenti ideologici che essi si davano per intelligere il processo reale, che i due esprimevano. Possiamo quindi dire, per tornare alla ‘ pòlis’, che il processo di partecipazione democratica attraversa tutta la comunità ateniese, l'investe, l'avvolge tutta determinando conseguenzialmente una crescita civile generale dell'intera società ateniese, che troverà sua espressione e concretizzazione in quella produzione intellettuale alta, che farà di questo periodo l'apogeo intellettuale ed umanistico dell'intera società schiavista, come verrà poi ad essere individuato e teorizzato.

Ora, detto questo, se noi scendiamo in profondità nell'analisi, superando lo strato superficiale; se noi abbandoniamo la metafisica ed abbracciamo la dialettica, ossia se cessiamo di guardare dall'angolazione della ‘ pòlis’ Atene, e guardiamo al processo generale, ossia all'unità della società dell'epoca, ossia all'unitarietà dell' Ellenismo, e quindi l'unità del processo e non i singoli momenti, ed i singoli momenti come parti del più generale processo del divenire della vita ed i singoli momenti, base per l'esistenza di tutti i successivi momenti, condizionati e condizionanti i restanti momenti e tutti insieme caratterizzare il processo in generale, ed il cui stesso processo è un costante divenire e modifica di quei singoli momenti, se noi abbracciamo la visione dialettica, scopriremo molte cose.

L'alto livello di partecipazione democratica della città di Atene, ed i suoi prodotti conseguenziali: alta produzione teoretica, alto livello della società civile e sociale: materiale e spirituale, è esattamente, precisamente, il prodotto della rapina delle ricchezze delle comunità della Lega di Delo. E' esattamente, precisamente il prodotto della trasformazione di quella libera confederazione in una struttura coercitivo-militare. La produzione della ricchezza sociale di Atene non cresce in questo periodo, si arricchisce, rapinando quelle libere comunità, dopo averle assoggettate militarmente e ridotte in colonia. La potenza militare Ateniese era all'epoca decisamente temibile, una volta che la minaccia dell'impero persiano era stata allontanata. Ed è questo mostrar di muscoli, questa violenza imposta con la forza delle armi, che consente quella democrazia, quella libertà, quella prosperità e conseguenzialmente quella stessa alta produzione spirituale.

La situazione non è diversa a Sparta, che mantiene un cosiddetto regime sociale: pasti in comune, frugalità, uguaglianza di tutti i membri, che ha fatto parlare di ‘ comunismo spartano’, e che consente a tutti i suoi membri di dedicarsi all'arte della guerra ed a partecipare alla vita democratica, attraverso innanzitutto la resa in schiavitù dell'intero popolo della Messenia e dalla rapina delle città confederate con Sparta, attraverso la Lega di Delfi.

Ancora. Ad un così alto e possente ampliamento delle forme della partecipazione fa riscontro poi un restringimento del circolo, da cui dipendevano le decisioni, che stabiliva cosa e come porre al dibattito nell'Assemblea: in Atene è il circolo pericleo, di Pericle; in Sparta quello che ruotava attorno al re spartano. Erano essi che decidevano la guerra e la pace, che poi veniva posta in discussione nell'Assemblea, che decidevano le tassazioni e le forme di rapina: ossia decidevano l'entità del contributo di ciascuna comunità a loro assoggettata al fondo comune di Delo per Atene, di Delfi per Sparta. Era qui che avvenivano la formazione del gruppo dirigente e stabilita la successione generazionale. La ricchezza accumulata da queste famiglie consentiva loro di mantenere i loro figli presso insegnanti, di elargire doni e magnificenze a tali docenti, o artisti; la direzione che mantenevano nelle loro mani della città consentiva loro di aprire o chiudere le porte della città a intellettuali di altre parti della Grecia e così arricchire il clima culturale ateniese: ma essi decidevano anche la soppressione violenta, fisica, degli oppositori e la distruzione pubblica dei loro scritti e persecuzione presso chiunque ne possedesse copia, o stralci, o semplice memoria: il caso di Protagora è esemplare.

Voi vedete qui tratteggiate davanti a voi le linee fondamentali dell'intero percorso della democrazia, ossia dei suoi limiti e delle condizioni che essa richiede: la rapina, la sottomissione violenta di altri popoli, lo sfruttamento. Vedete qui tratteggiate anche le linee di come, attraverso le briciole la classe dominante corrompe strati della popolazione per renderla a sé legata e cointeressata al dominio ed alla rapina di altri popoli, mentre nel frattempo faceva precipitare gli stessi liberi contadini della ‘ pòlis’ in poveri, che poi nutriva con gli oboli delle presenze ai giochi o alle assemblee. Cadrà Atene in una lotta disperata contro Sparta, ed in questa lotta si indeboliranno entrambe, fino al loro declino, per l'impossibilità di ampliamento della produzione della ricchezza sociale, per l'impossibilità di estendere le zone di rapina e con il loro indebolimento decadrà la forma della ‘pòlis’, per far posto ad altre forme del regime schiavista in formazione.

La stessa Roma nel periodo imperiale, manteneva nell'urbe una massa di nullatenenti, faccendieri, di gente che viveva di commesse e di elargizioni dell'imperatore: ‘ Pane et circensem’, ossia ' Pane e giochi circensi' era il motto di questa massa di semiproletari, di diseredati che a migliaia accalcavano l'Urbe. E la stessa Roma, il suo splendore, la sua stessa civiltà e la sua stessa produzione teorica è legata alla potenza della ‘ pòlis’ Roma e lo stesso sistema democratico coincide con il periodo di massima prosperità; ed il periodo di massima prosperità coincide con il periodo più feroce e brutale aggressione ai popoli, con le più spudorate e volgari violazioni di trattati e feroci sottomissioni, fino alla distruzione totale di villaggi, città che a Roma si opponevano; imposizioni di ingenti tributi e rapina delle loro produzioni, che affluivano in Roma, oltre al più brutale asservimento, la riduzione in schiavitù di milioni di uomini. E sarà proprio ed esattamente la produzione della ricchezza sociale da essi prodotta e che gli schiavisti arrafferanno, che determinerà quel progresso ed incivilimento della grande civiltà romana. Sono così tratteggiati nella loro essenza tutti i tratti ed i limiti e le condizioni necessarie per l'esistenza e lo sviluppo di questo particolare regime e processo democratico. Esso si caratterizza per essere il sistema democratico delle società basate sulla proprietà privata, basate cioè sull'insufficiente sviluppo delle forze produttive e quindi basate sulla necessità. Federico Engels ha giustamente posto in evidenza: " La divisione della società in una classe che sfrutta ed una classe che è sfruttata, una classe che domina ed una classe che è oppressa, è stata la conseguenza necessaria del precedente angusto sviluppo della produzione. [...] la divisione in classi ha una certa giustificazione storica, ma tale giustificazione essa l'ha soltanto per un determinato intervallo di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si è fondata sull'insufficienza della produzione e sarà eliminata dal pieno sviluppo delle moderne forze produttive. [...]. Questo punto oggi è raggiunto."

La proprietà privata è allora il prodotto necessario, esclusivo, di quel determinato stadio di sviluppo dell'umanità caratterizzato dall'angustia, dalla ristrettezza dello sviluppo delle forze produttive; è quindi caratterizzata dal tratto necessitato di questo àmbito angusto ed asfittico. Conseguenzialmente anche angusti ed asfittici sono gli strumenti e la più generale situazione determinata da questa condizione di base e quindi necessitati, ossia angusti ed asfittici, sono gli stessi processi democratici e gli stessi istituti e le stesse istituzioni e così la stessa ricerca teorica e l'ampiezza ed altezza della stessa speculazione teorica.

L'unitarietà sostanziale del processo, pur nella ricchezza delle forme, che si sono succedute nelle varie società classiste è da ricercare nell'unitarietà in sé del processo di produzione della ricchezza sociale che avviene nelle condizioni dell'asservimento ed appropriazione del lavoro e quindi nelle condizioni sostanziali della dittatura di una classe e l'attrezzare gli strumenti conseguenziali per il mantenimento di tali condizioni di asservimento per la riproduzione delle condizioni materiali di esistenza degli uomini.

L'unitarietà sostanziale del processo sta allora proprio ed esattamente in quegli àmbiti asfittici ed angusti, in quella natura necessitata, in quel basso ed assolutamente insufficiente sviluppo delle forze produttive, incapace di garantire la piena soddisfazione dei bisogni umani, che sono materiali e spirituali. Di qui i limiti non solo della forma in sé della democrazia sin qui avutasi, ma anche le forme mistificate e distorcenti della democrazia ridotta nei migliori casi, ossia nei momenti più alti di partecipazione, alla pura ratifica formale di decisioni, che erano state già prese altrove. Di qui allora il continuo spostarsi in altri luoghi e sedi, sempre più nascosti e clandestini, dei reali centri decisionali a cui corrispondeva per contrappasso un ampliamento formale dei diritti partecipativi, ed il cui tratto decisivo era sempre, ed è questa una costante di tutta la forma di democrazia sin qui avutasi, l'assenza degli strumenti reali e concreti per l'attuazione piena di quei diritti che pur venivano riconosciuti ed un rafforzamento dell'apparato di controllo: ideologico e militare sulla classe dominata. Di qui allora quel processo di scissione di democrazia, e di impoverimento di democrazia fino a ridurlo a partecipazione, in quanto ratifica formale, ma la totale ed assoluta esclusione non solo e non tanto dai reali centri decisionali, ma dall'intero processo di formazione delle idee e della formulazione dei primi progetti e verifica sperimentale e controllo poi fino all'attuazione e controllo e verifica e modifica ed aggiustamento del tiro, o modifica, se risultanti insufficienti, non adatti o erronei. Da tutto questo vi è l'assoluta esclusione della stragrande maggioranza della comunità-uomo, che subisce, che sceglie in quanto ratifica. La democrazia subisce così un processo di immiserimento, di impoverimento, di isterilimento fino ad essere ridotta al suo aspetto meno importante, che viene invece fatto divenire principale, unico, esclusivo e caratterizzante il processo stesso della democrazia e la sua sostanzialità: la ratifica delle decisioni, e le forme di questa ratifica, ma non il processo di partecipazione alla formazione delle idee, ossia la partecipazione del processo a monte, ma solo all'ultimo atto del processo, il voto, alla ratifica formale. E la stessa ratifica formale avviene poi attraverso un meccanismo di democrazia delegato-rappresentativa, ove la massa dei produttori e dei membri della comunità perde qualsiasi controllo e partecipazione e si limita ad indicare chi al suo posto deve attuare quell'azione di ratifica giuridico-formale.

Se questo è conseguenziale con la natura di classe, ed il tratto necessitato delle società divise in classi, esso è stato bene o male la struttura portante del processo decisionale. Ha servito il processo decisionale al livello di quel livello di sviluppo delle forze produttivo, ma oggi mostra tutta la sua insufficienza e la sua reale impossibilità ad assolvere i nuovi compiti che lo sviluppo scientifico e tecnologico pone e che richiede una ben più alta e altra e qualitativamente diversa direzione del processo di ricambio organico uomo-natura, ossia del processo di riproduzione delle condizioni materiali di esistenza, ossia della direzione delle forze produttive. Per la profondità e vastità del livello raggiunto da questa azione di profondità, per il suo incidere e coinvolgere livelli sempre più profondi e corposi dei nessi e delle interconnessioni, che legano i fenomeni tra di loro in un unico rapporto di interdipendenza relazionale, il processo di direzione delle forze produttive richiede un'altra struttura, altra e diversi livelli decisionali, altri e diversi istanze e strumenti.

Federico Engels nell' "Antiduhring " ha giustamente indicato:

" Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente eguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Sino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intendere la natura ed il carattere, ed a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico ed i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici in docili ancelle. E' questa la differenza tra la forza distruttiva della elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco; la differenza tra l'incendio ed il fuoco che agisce al servizio dell'uomo.

Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all'anarchia sociale della produzione subentrerà una regolamentazione sociale pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo. Così il modo di appropriazione capitalistico, in cui il prodotto asserve innanzitutto chi lo produce, ma poi anche di colui che se ne appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione di prodotti, fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione: da una parte da una appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall'altra da una appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento."

Si pone allora in maniera decisamente insopprimibile il problema di prendere atto dell'oggettività delle forze produttive e del loro agire secondo ben precise leggi scientifiche e la necessità di prenderne atto ed agire conseguenzialmente e con esse la necessità di un'altra democrazia e quindi di altre istanze e livelli decisionali; e con esse un altro e diverso processo decisionale, corrispondente al nuovo livello raggiunto dalle forze produttive in grado così di esprimere una corretta direzione di queste.

Problemi nuovi che richiedono nuove soluzioni, che non possono trovare, e non trovano, non solo soluzione alcuna, ma neppure una benché minima intellezione se rimaniamo sul terreno della precedente, sia pur ricca, produzione teoretica; sul terreno, cioè, del passato pensiero, sul terreno del pensiero dell'ancient regime: il vecchio, insomma. Esso non ci consente di cogliere i problemi nuovi che oggi si pongono, ma finisce per farci trovare false strade risolutive, che possono andare dal ripescaggio del passato pensiero: Hume o Kant, Holbach, Hobbes, Montesquie, Toqueville, Aristotele, o ... o giungere ad una acritica funzione della scienza/scienziato a cui affidare i futuri dell'umanità. La questione richiede, invece, tutta un'altra impostazione ed angolazione e taglio della problematica. Solo mantenendoci saldamente sul terreno del materialismo dialettico noi saremo in grado di intelligere in tutta la sua portata la sfida posta dallo sviluppo della scienza e della tecnica, e saremo anche in grado di intelligerne il processo ed il movimento reale e contraddittorio di questo processo della democrazia, dentro il più generale divenire.

Sul piano strettamente metodologico occorre abbandonare la vecchia impostazione, che consisteva nel ricercare nuove soluzione, partendo dal pensiero per giungere al pensiero e finire così per imporre alla viva vita risposte e risoluzioni espressione e prodotto più di esigenze interne al sistema teorico che si è scelto, che delle problematiche reale. Il materialismo dialettico richiede di abbandonare tale terreno e di porsi invece sul terreno dello studio scientifico della società reale, così come essa è, dei suoi movimenti reali contraddittori e quindi dello stato di sviluppo delle forze produttive e delle problematiche che esse pongono, delle sfide che pongono, di come queste si impattano sulla realtà, di come, cioè si impattano con la società civile, gli ostacoli, i limiti, i freni che la società civile pone, per la sua strutturazione, che rispecchia la vecchia e precedente problematica, e di come tali strutture e livelli della società civile agiscono da distorsione e mistificazione nel loro riflettersi nella coscienza degli uomini; giacché il riflesso del reale nella mente, e quindi nella coscienza degli uomini, avviene poi non in maniera diretta, ma attraverso il filtro e le lenti prismatiche della società civile, ossia delle sue strutture, livelli, interessi di classe che fissano violentemente divisioni e specialismi e così facendo agiscono da elementi devianti e mistificanti del processo reale. Ma il processo reale nel suo procedere spazza via tali distorsioni ed impone di riconoscerlo nella sua sostanzialità e non nel loro riflesso ideologico che gli uomini si sono dati, perché richiede risposte adeguate, attente, precise che quel riflesso ideologico non consente di dare. Il procedere allora del processo reale comporta non solo lo spazzare via le falsate soluzioni, ma lo spazzare via le precedenti convinzioni pur radicate e con altrettanta inesorabilità lo spazzar via le precedenti coscienze; lo spazzar via di tutto il precedente elaborato mostrando appieno la sua totale incapacità di contenere sia pur minimamente il nuovo ed il tentativo di far rientrare il nuovo dentro il vecchio vestito, determina unicamente la lacerazione di quello e la sua totale inservibilità ridotto a brandelli inservibili ed a cui alcuna opera del più sapiente sarto è in grado di rimettere insieme, sia pure in parte. L'ostinazione della società civile, dominata dalla classe espressione e prodotto del precedente livello di sviluppo delle forze produttive e che si oppone al nuovo livello che delegittima e spodesta essa e legittima ed insedia un'altra classe, la classe antagonista, comporta dopo una simile trattamento del precedente vestito, una ricerca caotica, confusionaria, imprecisa di soluzioni parziali, contraddittorie, che finiscono per accelerare il processo di decadimento generale di quella precedente concezione teorica e metodologica e spingere sempre più a cercare altrove, ad abbandonare quello precedente al suo destino. A difesa di questo restano solo la classe dominante oramai legata saldamente ad essa ed i suoi sostenitori teorici: ma il risultato è sempre più la più smaccante, e perciò stesso ridicola, mistificazione e manipolazione dei più elementari e semplici dati, nel disperato tentativo di rallentare di poco il crollo, di rinviare per quanto è possibile il crollo, ma intanto sempre maggiori schiere l'abbandonano, perché il procedere del processo reale accelerare in maniera esponenziale la dissoluzione di tutto il precedente impianto e pone sempre più sul tappeto i problemi nuovi, le nuove sfide, che oggi acquisiscono esse stesse una definizione più netta e chiara, avendo perduto in questa battaglia contro il vecchio e con l'ulteriore sviluppo del processo reale, i tratti ed i contorni confusi, poco chiari, che li mantenevano ancora nella loro formulazione formale ancora dentro il precedente impianto, ma che ora si ergono in maniera chiara ed inequivocabile in maniera totalmente antagonista.

Questa fase, qui brevemente schizzata, è una fase estremamente complessa, convulsa, contraddittoria in cui di solito, dal punto di vista più immediatamente visibile la classe dominante appare nella condizione di vincente, in grado di dare risposte a tutto campo e la classe antagonista come o non in grado di reggere o totalmente assente.

In realtà la classe dominante, oppressa e schiacciata dallo sviluppo delle nuove forze produttive, nel tentativo di mantenersi in sella si dà ad una febbrile attività, che le dà la parvenza di essere ben salda in sella, ma se poi si va a vedere in specifico si vede subito l'assoluto scoordinamento tra le varie scelte proposte, il loro porsi in maniera caotica, confusionaria e raffazzonata, che finiscono per urtarsi, ostacolarsi tra di loro, aumentando il grado di confusione e di disordine e questo unito alla più puntuale ripulsa del processo reale, che non ci sta assolutamente dentro quelle risposte, più che mai dentro quel disordinato e convulso e disarticolato agire. Questo non fa che spingere la classe dominante in attività febbrile, in un correre disperatamente in tutte le direzione per parare le falle che di continuano si aprono nel suo sistema ed a cui sempre minori sono i puntelli e sempre maggiori le falle. Per distogliere la classe antagonista ed al fine di chiudere un fronte e potersi con maggiore forza dedicare a questo parare falle, la classe dominante conduce una pesante controffensiva ideologica, oltreché materiale, contro la classe antagonista il cui obiettivo principale è impedirle comunque ed a qualunque costo una sua organizzazione ed una sua presa di coscienza del suo stato disperato. Di qui allora le parate folcloristiche sia di mostrar di muscoli, sia di imbellettamento, di fastosità e possanza, al fine di intimorire la classe antagonista e farla recedere, questo unito alla più attenta e scientifica azione di disgregazione del campo nemico. Ecco allora tutto l'apparato pubblicitario, il porre sotto il massimo e severo controllo degli strumenti del consenso, fino ad esercitare un'autentica dittatura. Essa va non solo dalla propaganda spicciola dei suoi valori, all'occasione sottoposti ad un'accurata azione maquillage, alla diffusione attenta, scientifica, capillare di tutti questi valori con tutti gli strumenti a sua disposizione, sottoposti ormai al suo rigido ed inesorabile controllo; va dalla propaganda del suo essere unica ed insostituibile, per la non esistenza di alternative pratiche e realizzabili al suo sistema e questo assieme alla più pesante propaganda del più deleterio e squallido pragmatismo e ' realismo', del quotidiano realismo. Essa riguarda anche il controllo di cosa e come si ricerca ed il controllo rigido, asfissiante, insopportabile delle notizie che possono filtrare, trapelare dalla ricerca scientifica e la conseguenziale azione di selezione di cosa trapelare ed il come ed il quando, attraverso un'azione concertata di propagandismo spicciolo e di assai basso profilo. Ma intanto nella realtà lo spettacolo che essa dà di se stessa è la sua più totale incapacità di controllare i suoi stessi uomini e istituzioni.

La fase che abbiamo vissuto che caratterizza gli anni '80, è questa fase di transizione in cui assistiamo a questa febbrile attività, miseramente naufragata. Lo sviluppo delle forze produttive, per il suo procedere disordinato, mancando una direzione, procede all'impazzata scompaginando ora questo ora quel lato dell'intero schieramento della classe dominante; ora questo ora quel settore e bloccato su un settore, dopo un breve segnare il passato il letterale sfondamento su tutt'altro settore, con effetti devastanti sul più generale sistema, prostrando le più coraggiose ed animose forze dei rappresentanti più intelligenti ed attivisti della classe dominante, che spossata, sfinita, stanca, sfiduciata non sa trovare soluzione migliore che darsi in braccio alle più insulse teorie idealistiche, finendo così per darsi in braccio alle teorie religiose, le uniche che per organizzazione capillare e controllo delle coscienze possono garantirle una momentanea tregua ed intanto attestare una linea di trincea difensiva ove attendere l'assalto delle forze produttive, ove attendere oramai la marea montante.

E' questa la fase che stiamo vivendo oggi, iniziato sul finire degli anni '80, che vede la classe dominante rinunciare alle sue più radicate convinzioni, alle basi stesse della sua coscienza e memoria storica, negarle e respingere e darsi in braccio alle teorie religiose, prima di tutte quella cristianea.

Questo rapido excursus ci è servito per sbarazzare il campo da falsificazioni ideologiche e porre il problema sul terreno reale, al di là delle mistificazioni ideologiche e per consentire una reale intellezione dei processi reali che oggi attraversano la società. Sbarazzare il campo da queste lenti prismatiche ideologiche e da questa massiccia azione propagandistica di basso profilo ci è funzionale per poterci concentrare sui problemi reali, una volta liberatici dai filtri dogmatici e schematici della classe dominante e del suo propagandismo spicciolo.

Veniamo così alla problematica che dobbiamo affrontare.

Dobbiamo leggere la democrazia non come elemento astratto, ideologico e mitico, ma come il risultato di ben precisi rapporti materiali, ossia come il risultato e prodotto dello sviluppo delle forze produttive e conseguenzialmente i livelli e le forme della democrazia come risposta a quel livello di sviluppo delle forze produttive; di quel livello di trasformazione del rapporto Uomo-Natura, di quel processo di direzione del ricambio organico uomo-natura. La risposta che le classi dominanti attrezzano per gestire a quel livello il processo decisionale di direzione del ricambio organico, il processo di direzione da dare alle forze produttive.

Fino ad ora, ossia fino alla prima metà del 1800, lo sviluppo delle forze produttive si è mosso dentro gli àmbiti ristretti ed angusti della necessità dell'autosufficienza. Decisivi erano i limiti che l'uomo era costretto a subire dalla Natura. Sarà solo con la Chimica e la macchina a vapore che l'uomo compie un salto di qualità portandosi fuori da questi stretti ed asfittici limiti. Con la riproduzione in laboratorio delle più elementari forme di proteine ed il processo industriale, con il sistema di arricchimento della fertilità del terreno e la meccanizzazione attraverso la macchina a vapore, l'uomo si sottrae a tali limiti considerati fin a quel momento insuperati/insuperabili. Da allora molti limiti-tabù si sono letteralmente sbriciolati e l'uomo ha conquistato sempre più nuovi spazi ed àmbiti fino a pochi decenni prima decisamente non solo a lui preclusi, ma ritenuti insuperabili. E questo elemento di insuperabilità, nella coscienza distorta e mistificata, ossia ideologia, veniva letta e teorizzata come limite divino o umano, di qui la base reale, concreta, materiale, dell'ideologia religiosa: che veniva a costituirsi come surrogato di spiegazioni a tali limiti necessitati dell'uomo, di qui il definirle da parte Karl Marx ‘ oppio dei popoli’.

La Chimica ha trascinato con sé gli ulteriori studi del mondo organico ed inorganico, contribuendo ad approfondire gli studi nel campo della Fisica e dalla Fisica ha ricevuto nuovi contributi per i suoi più profondi studi sulla struttura molecolare, atomica e subatomica fino a giungere alla Microbiologia, alla Genetica ed all'intrecciarsi ed innervarsi con essa fino alla fondazione di nuove scienze quali Biofisica, la Biochimica, ecc.

Lo sviluppo oggi raggiunto dalle forze produttive richiede una direzione ben più complessa ricca ed articolata che non nel passato. Viene così ad arricchirsi ed a complessificarsi il processo di direzione e quindi il processo decisionale per dirigere l'alto sviluppo raggiunto dalla scienza e dalla tecnica, ossia dalla forze produttive, che richiedono non solo un'altra direzione per il loro già alto livello, ma soprattutto per il loro sviluppo potenziale ed esponenziale che ben promettono, ma che trovano nella società civile, ossia nella direzione, ostacoli, freni, limiti oltreché economici, ideologici, concettuali, paradigmatici. Pone, cioè, problemi assolutamente nuovi per quanto riguarda il più complessivo rapporto uomo-natura. Non basta più, proprio per l'alto livello raggiunto dalla Scienza e dalla Tecnica considerare gli effetti e le conseguenze di una scoperta o di una innovazione nei ristretti e più immediati e vicini campi collaterali, ma anche tutta una serie di campi, che a prima vista possono sembrare non avere nulla in comune, attinenza alcuna, ma che poi alla fine si scopre che ce l'hanno. E questo intervento coinvolge direttamente non solo la coscienza collettiva ma anche la coscienza dei singoli e la cui gestione non può essere più lasciata agli àmbiti attuali.

In definitiva noi possiamo sintetizzando dire:

l'esperienza ci ripete di continuo come ogni innovazione o scoperta scientifica ci dà in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze.

E questo ci richiama costantemente al fatto che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo come carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato.

Ed, in effetti, comprendiamo ogni giorno più esattamente le sue leggi e conosciamo ogni giorno di più quali sono gli effetti immediati e quelli remoti del nostro intervento nel corso abituale della natura.

In particolare, con i poderosi progressi compiuti dalla scienza in questo secolo, siamo sempre più e meglio in condizione di conoscere, e quindi di imparare a dominare anche gli effetti naturali sempre più remoti, perché sempre più incisivo è l'intervento dell'uomo sulla natura, proprio per il grado di sviluppo scientifico raggiunto. Ma quanto più ciò accada, tanto più gli uomini sentiranno di formare un'unica cosa con la natura. Noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, della nostra attività produttiva. Attraverso una lunga e spesso dura esperienza, ed attraverso la raccolta ed il vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.

Ma per realizzare questa regolamentazione occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il nostro attuale ordinamento sociale nel suo complesso.

Tutti i modi di produzione fino ad oggi esistiti si sono sviluppati avendo di mira i risultati pratici più vicini, più immediati del lavoro, perché poi, ed in verità, il livello di trasformazione del rapporto uomo-natura, il livello del ricambio organico era a quel livello pratico più vicino, più immediatamente accessibile. Di qui, poi, quel carattere angusto e necessitato dello sviluppo delle forze produttive, quel carattere necessitato della produzione, quello stato necessitato dell'uomo e quella necessità dell'esistenza della proprietà privata ed il suo porsi più come necessità. Di qui poi quella sintesi scientifica operata da Federico Engels quando dice - e precedentemente riportata - " La divisione della società in una classe che sfrutta ed una classe che è sfruttata, una classe che domina ed una classe che è oppressa, è stata la conseguenza necessaria del precedente angusto sviluppo della produzione. [...] la divisione in classi ha una certa giustificazione storica, ma tale giustificazione essa l'ha soltanto per un determinato intervallo di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si è fondata sull'insufficienza della produzione e sarà eliminata dal pieno sviluppo delle moderne forze produttive. [...]. Questo punto oggi è raggiunto."

In passato, per il basso livello di sviluppo delle forze produttive le conseguenze si manifestavano solo in un tempo molto successivo, operanti solo per graduale accumulazione e ripetizione, rimanendo del tutto trascurate. L'iniziale proprietà collettiva del suolo corrispondeva da una parte ad uno stadio di sviluppo dell'uomo, che limitava in generale, il suo orizzonte alle cose più vicine, e presupponeva dall'altra parte una certa abbondanza di terreno a disposizione, che consentiva un certo gioco di fronte ad eventuali cattivi risultati di quell'economia primitiva di tipo forestale. Esauritasi questa sovrabbondanza di terreno, si disgregò anche la proprietà collettiva. Ma tutte le forme superiori di produzione hanno portato alla divisione della popolazione in diverse classi e con ciò al contrasto tra classi dominanti e classi oppresse; con ciò però l'interesse della classe dominante diveniva l'elemento che dava impulso alla produzione, nella misura in cui quest'ultima non si limitava alle più indispensabili necessità di vita degli oppressi. Questo processo si è sviluppato, nella maniera più completa nel modo di produzione capitalistico oggi dominante nell'Europa occidentale. I singoli capitalisti, che dominano la produzione e lo scambio, possono preoccuparsi solo degli effetti pratici più immediati della loro attività. Anzi questi stessi effetti - per quel che concerne l'utilità dell'articolo prodotto o commerciato - vengono posti completamente in secondo piano: l'unica molla della produzione diventa il profitto che si può realizzare nella vendita.

La scienza borghese, l'economia politica classica, si occupa soprattutto degli effetti sociali immediatamente visibili dell'attività rivolta alla produzione ed allo scambio. Ciò corrisponde completamente all'organizzazione sociale, di cui essa è l'espressione teorica. In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono essere presi in considerazione soltanto i risultati più vicini, più immediati. Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la sua merce fabbricata o comprata con l'usuale profittarello e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore ed alle più generali condizioni per la riproduzione; ossia a quelle stesse condizioni di riproduzione che consentono a lui stesso di ricavare l'usuale profittarello. Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura.

Letta questa problematica dal lato più complessivo del processo decisionale, ossia dal lato della democrazia, il problema che si pone è allora il superamento delle attuali strutture e condizionamenti e livelli e forme istituzionali, per nuove in grado di rispondere più correttamente a questo più profondo incidere dell'uomo sull'ambiente circostante. Il problema è in sostanza la possibilità di prendere in considerazione non solo i più immediati campi, ma anche quelli più remoti, perché sono maggiormente coinvolti, che non nel passato e con un impatto maggiore e più ravvicinato che non nel passato, oltre i più immediati campi, anche quelli sempre più numerosi, complessi. E dove i più remoti e quelli più immediati si trovano in un rapporto di interconnessione ed interdipendenza più stretto e conseguenziale che non nel passato, per cui l'intelligere i nessi e le interconnessioni, significa, consente, l'intelligere i risultati e le conseguenze presenti e rispetto a quelle future averne una coscienza maggiore.

La conoscenza scientifica oggi raggiunta consente, cioè, di intelligere quali e come ed i tempi di reazione in seconda, terza e quarta del nostro agire e delle innovazioni che apportiamo costantemente, quale risultato dello sviluppo delle forze produttive. Questo determina il superamento in tempo molto più rapidi, che non nel passato, di idee e convinzioni sui limiti e possibilità operative dell'uomo.

Dall'angolazione più generale della democrazia possiamo dire che lo sviluppo delle forze produttive preme in direzione del superamento dell'attuale livello della democrazia, rendendo obsoleti e superati gli attuali livelli e forme ed istituzioni dell'odierna forma della democrazia. Conseguenziamente l'intero apparato teorico e teorico-concettuale della democrazia risulta obsoleto, vecchio, incapace di esprimere e rappresentare il nuovo e la cui obsolescenza non solo agisce da ostacolo alla comprensione del nuovo, per la ostinazione di voler far rientrare in quegli angusti ed asfittici confini ed ambiti il nuovo, ma agisce da opposizione all'ingresso del nuovo. Il vecchio apparato teorico e teorico-concettuale era decisamente insufficiente a contenere la nuova realtà borghese che si veniva profilando con forza e potenza a partire dal XVI secolo e vieppiù affermantesi prepotentemente fino al XVIII secolo; era non solo insufficiente, ma agiva da ostacolo alla comprensione ed agiva da ostacolo al nuovo. E risultavano sterili, inutili ed inani tutti i tentativi di rileggere, di riciclare il passato pensiero, di rivisitare e mettere a soqquadro tutto il precedente pensiero nel tentativo di salvare qualcosa del passato che potesse servire da ingabbiamento, da intellezione. Risultava tutto decisamente inutile, e ogni tentativo pur generoso, possente, ricco andava incontro in poco tempo alla misera fine di venire inesorabilmente spazzato via dall'incedere maestoso delle nuove forme produttive. Sorte non migliore toccava alle forme rappresentative democratiche, i tentativi di allargare ai borghesi la rappresentanza nell'Assemblea degli Stati, di riconoscere la possibilità giuridica del borghese di contrarre matrimonio con il nobile e di fregiarsi il borghese di titoli onorifici nobiliari, alla fine il risultato ottenuto è stato non che il nobiliare ha assorbito il borghese, ma che il borghese ha assorbito il nobiliare, fregiandosi di quei titoli in base ed in forza della sua ricchezza, data dal suo sistema di produzione. Allo stesso modo fallisce il tentativo degli schiavisti romani di assorbire i barbari che devastavano ed affondavano l'Impero di Roma, che affondavano il sistema schiavista, assorbirli ed incivilirli tramite la loro cultura. Alla fine sono stati i barbari che hanno liquidato definitivamente i proprietari di schiavi e la società schiavista ed hanno fatto tutt'altro uso di quella cultura. Ed in entrambi i casi si avranno forme e livelli istituzionali della democrazia ed un diverso sistema teorico e teorico-concettuale. E tutto questo trascina inesorabilmente con sé il Diritto ed il suo impianto teorico e concettuale. E questo stesso che dovrebbe ratificare e legittimare sul piano giuridico-formale il nuovo, si rivela decisamente obsoleto ed incapace di esprimere ed interpretare il nuovo ed agisce da ostacolo all'intellezione del nuovo per la ostinazione di voler far rientrare in quegli angusti ed asfittici confini ed ambiti il nuovo, ma agisce da opposizione all'ingresso del nuovo. Il vecchio apparato teorico e teorico-concettuale era decisamente insufficiente a contenere la nuova realtà borghese che si veniva profilando con forza e potenza a partire dal XVI secolo e vieppiù affermantesi prepotentemente fino al XVIII secolo; era non solo insufficiente, ma agiva da ostacolo alla comprensione ed agiva da ostacolo al nuovo. E risultavano sterili, inutili ed inani tutti i tentativi di rileggere, di riciclare il passato pensiero, di rivisitare e mettere a soqquadro tutto il precedente pensiero nel tentativo di salvare qualcosa del passato che potesse servire da ingabbiamento, da intellezione. Risultava tutto decisamente inutile, e ogni tentativo pur generoso, possente, ricco andava incontro in poco tempo alla misera fine di venire inesorabilmente spazzato via dall'incedere maestoso delle nuove forme produttive. Risultava così impossibile includere nel diritto feudale il concetto del diritto privato borghese; come includere nel diritto pubblico feudale i concetti di uguaglianza, elezioni, così come la formulazione di concetti come abuso di potere, abuso di ufficio, interesse privato in atti di ufficio, garantismo, proporzionalità, seggio elettorale, ecc. ecc.

In realtà la democrazia, il sistema teorico e teorico- concettuale e conseguenzialmente del diritto borghese attuali, così come livelli e forme e istituzioni è quello che uscito dalla lotta contro il regime feudale e sviluppatosi tra il XVII ed il XVIII secolo ( 1600-1700 ).

E' quello, cioè, che è uscito dalla lotta della borghesia contro l'ancient regime feudale e ne costituiva l'espressione dello sviluppo scientifico e tecnologico di q u e l livello del processo di direzione delle forze produttive, che richiedeva q u e l livello di forma istituzionale ed istituzioni ed istanze rappresentative.

L'impianto teorico metodologico e concettuale costituiva la concettualizzazione e legittimazione di quella realtà, rispondente a q u e l l a realtà.

Successivamente con l'ulteriore sviluppo quell'impianto e quei livelli si sono arricchiti, complessificati, fino a configurarsi con gli attuali ordinamenti della democrazia. E questo non senza duri scontri e lotte tra la classe dominante, che dinanzi alla necessità di ampliare quei livelli sceglieva la strada della chiusura, mentre il proletariato, attraverso grandiosi lotte imponendo modifiche, apriva la via per un'altra democrazia; alle risposte autoritarie di alcune borghesie, fino al fascismo, corrispondeva una dura lotta fino all'abbattimento di quei regimi e l'apertura delle nuove vie per una democrazia superiore, ridimensionando così gli intenti e le ambizioni della borghesia. Queste lotte del proletariato nei paesi capitalistici hanno portato al limite estremo le possibilità di modifiche ed ampliamenti dell'impianto di questa forma della democrazia - che ripetiamo è il risultato, in particolare, della lotta della borghesia contro l'ancient regime feudale ed in generale il prodotto del più generale sviluppo della democrazia basata sulla proprietà privata, così come si è venuta a configurare a partire dalla ‘ pòlis’ con tutti i suoi limiti e vincoli e quindi con tutti il suo carattere necessitato: e quindi giunge a capolinea non solo questa forma specifica della democrazia borghese, ma giunge a capolinea la forma della democrazia del regime basato sulla proprietà privata.

E' giunta a capolinea, non è quindi più possibile andare oltre, di qui le difficoltà particolari che si incontrano su questo terreno, proprio perché non si tratta più di chiedere un ampliamento, che non c'è, ma di ragionare in tutt'altra dimensione, che richiede tutta un'altra impostazione, come vedremo. In una parola siamo in presenza di un salto di qualità verso una nuova forma di democrazia con altri livelli e forme ed istituzioni, con un'altra metodologia, un altro e più fecondo Diritto.

In termini marxiani diciamo che i rapporti di produzione agiscono da ostacolo, da freno all'ulteriore avanzamento ed espansione delle forze produttive. Leggendo il rapporto Democrazia ed attuale sviluppo della Scienza e della Tecnica ed i problemi nuovi, che esse pongono, in realtà noi stiamo leggendo la legge scoperta da Marx ed Engels dall'angolazione della democrazia, ossia dal lato del processo decisionale; se leggiamo la disoccupazione la stiamo leggendo dal lato del processo produttivo. Essa attraversa l'intera società e quindi gli stessi intellettuali della classe dominante in particolar modo a partire dalla metà degli anni '70. In questo periodo sono state avanzate analisi e proposte, tutte decisamente deboli, dove il sociologismo e le analisi comparate mostravano tutta la debolezza della ricerca, la pochezza dell'analisi ed indirettamente la incapacità del sistema di trovare nuove vie. Non seguiremo affatto questi teorici, seguiremo invece la nostra strada, perché l'impianto metodologico è totalmente diverso: da tutto questo discutere ed analizzare ricaviamo unicamente che il problema si pone con forza ed urgenza all'interno della stessa classe dominante.

Il nostro metodo consiste, invece, nello studio attento degli sviluppi recenti della Scienza e della Tecnica e del loro più generale divenire e ricavare da queste le problematiche che pongono e le indicazioni che esse stesse, nel porle, indicano, tratteggiano. Solo attraverso questo metodo possiamo correttamente intelligere la problematica, ma intelligere anche il più generale movimento del loro divenire entro quale va posto la comprensione di quelle, che ne costituiscono momento particolare del più generale divenire.

Il nostro metodo inoltre consiste nello studio attento dell’esperienza e delle forme che la democrazia è venuta prendendo negli anni 1950-1980, e che costituisce la risposta, parziale, limitata, occasionale, e per certi tratti primitiva, che il proletariato ha dato nel corso di questo quarantennio ai problemi nuovi che la società è venuta ponendo.

Il problema del momento di sintesi ed in grado di esprimere un momento unitario di direzione non è, come si diceva, astratto, è invece un problema maledettamente concreto ed assolutamente ineludibile. Esso è lì e ci sfida e fintantoché non lo avremo risolto correttamente, ci si rivolta contro, agisce contro di noi. Il problema in realtà è quello delle forze produttive e ritorna qui l'indicazione engelsiana dell' Antiduhring:

" Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente eguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Sino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intendere la natura ed il carattere, ed a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico ed i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici in docili ancelle. E' questa la differenza tra la forza distruttiva della elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco; la differenza tra l'incendio ed il fuoco che agisce al servizio dell'uomo. Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all'anarchia sociale della produzione subentrerà una regolamentazione sociale pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo. Così il modo di appropriazione capitalistico, in cui il prodotto asserve innanzitutto chi lo produce, ma poi anche di colui che se ne appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione die prodotti, fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione: da una parte da una appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall'altra da una appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento.".

Il problema allora di dare una sintesi in grado di esprimere un momento unitario è allora il problema di dare una direzione alle forze produttive. Ma dare una direzione alle forze produttive significa dare una direzione all'azione del ricambio organico uomo-natura, ossia Lavoro. Ma dare una direzione a tale azione significa scegliere tra varie opzioni; e scegliere tra varie opzioni significa d e c i d e r e.

Ci veniamo così introdotti, e ritorniamo spontaneamente, al problema di fondo che stiamo analizzando: la democrazia.

Ora lo sviluppo scientifico e tecnologico moderno ci pone dinanzi ad una massa di scelte e ad una massa di variabili all'interno di ciascuna scelta, proprio per il più alto grado raggiunto di interconnessione ed interrelazione tra i vari campi del sapere e quindi dell'agire dell'uomo.

E questo già di per sé problematizza la scelta, che diviene di per sé difficile che per il passato. Altro aspetto è quello che si pongono scelte nuove, inedite, alle quali l'uomo finora non era abituato; non ne possiede, cioè, sufficiente esperienza, sufficiente pratica, per molti versi e per molti aspetti si trova disarmato.

Ancora. L'altro livello specialistico che singole scelte richiedono comporta un grado di conoscenza superiore, che non nel passato, in grado di poter intelligere la molteplicità del reale e dei suoi nessi. Infine esso pone problemi nuovi, inediti, che richiedono nuovi ed inediti strumenti sia per l'applicazione, sia per la verifica, sia per la loro intellezione. E finisce in linea immediata: dato l'alto livello di specializzazione che richiede, per escludere tout court le masse e per privilegiare gli specialisti.

CONSENSO INFORMATO

Medico di base----*modifica dei piani di studi di Medicina

----*configurarsi del Medico di base come specializzazione al pari della Pediatria, Pneumologia, ecc.;

critica al consenso informato che ha la base la fictio iuris della conoscenza di tutto. Marx nel Capitale dice che il mercato presuppone la fictio iuris che l'acquirente abbia la più ampia conoscenza dell'intera merceologia, vedere meglio e citare, cap. 1, paragrafo 1, nota della seconda pagina del Capitale: elevare questa nota a metodologia per la democrazia.

 



APPENDICE


Vengono qui raccolti interventi di varia natura inerenti la democrazia, che affrontano da angolazioni diverse il problema della democrazia, che riteniamo utili alla più complessiva trattazione, al fine di una migliore riflessione collettiva. Per lo stesso motivo fanno parte di questa appendice annotazioni e glosse a studi fatti per la stesura di questo contributo.

 

 

 DEMOCRAZIA E SINDACATO

03.04. 1996

E' indubbio che all'indomani della stagione dei Consigli, e conseguenzialmente a cavallo tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80, si è aperta in Cgil il dibattito cosiddetto sulla democrazia.

Sono in sostanza più di 15anni che ci portiamo dietro questo problema. Questo congresso, per i compiti che si pone e per le sfide dei tempi, deve iniziare a porre la situazione.

Questi 15anni hanno visto un incancrenirsi della problematica e conseguenzialmente il dibattito ha investito di tutto, confondendo piani e livelli e temi diversi tra di loro, facendone tutto un fascio e buttato così sul dibattito, aumentando la confusione ed allontanandone la comprensione dei problemi reali che stavano sul tappeto.

Si è così assistito a punte di dibattito aspro su burocrate, burocrazia, dirigenti, diretti, formazione dei dirigenti, distacchi, privilegi, base-vertice, ecc. che hanno lacerato la Cgil e spossata in dibattiti interminabili ed estenuanti. Per anni la Cgil è stata inchiodata alla questione se la Cgil era sindacato dei lavoratori o per i lavoratori, così come sul rapporto rappresentanze di base e vertice, mandato, validità del mandato, ecc.

Nonostante tutto il dibattito è proseguito, i contorni sfumati si sono venuti chiarendo e la stessa realtà si apriva consentendoci di iniziare a comprendere carattere e contenuti nuovi. In questi 15anni, anche se in maniera confusa e disorganica, si sono venute a delineare soluzioni, anche se parziali, limitate il cui momento chiave è il Palalido, Milano 6. marzo. 1984 ed i relativi documenti sulla democrazia sindacale.

Negli anni successivi sono venute maturando esperienze interessanti quali il movimento " Associazione dei Lavoratori" di Milano, che agli inizi degli anni '90 ha prodotto interessanti analisi, che iniziavano a delineare i problemi.

Questo è sul piano della ricerca teorica.

Esso cercava di sciogliere problemi e questioni che la vita politica e sindacale quotidiana poneva. Tutti, alla fine, ruotavano attorno alla questione: "La lotta paga?"

Dalla fine degli anni '70 si assistito ad una discesa della lotta come momento per la risoluzione di conflitti sociali - noi stiamo leggendo il processo dal lato sindacale. Si verificava, cioè, dai luoghi di lavoro alle vertenze regionali e nazionali un costante insterilimento della lotta come momento di risoluzione dei conflitti: una sua sterilizzazione.

Si verificava, cioè, che una battaglia, una vertenza, - a qualsiasi livello - correttamente impostata, con sufficiente, ed a volte schiacciante, messa in campo di forze si risolveva o in una secca sconfitta o in una mezza vittoria, stentata, tirata per i capelli e qualche volta decisamente forzata o una diluizione nel tempo degli effetti di quella vittoria tale da vanificarla.

Per quanti sforzi sono stati fatti per comprenderne il perché, non si riusciva a cavarne nulla per quanto rivoltassimo la questione da tutti i lati.

Di qui allora la questione " La lotta paga?"

Di qui ne sono discese alcune linee d'azione:

da una parte la ricerca di nuove ed altre linee d'azione, che puntualmente riproponevano lo stesso problema, di qui il costante spostarsi verso soluzioni di mediazioni, uno spostarsi, diciamo, al centro.

Il frutto più immediato, brutalizzando così il ragionamento, è quello di ‘ utente’, che ha portato all'autoregolamentazione e che la Uil ne fatto poi il suo cavallo di battaglia, fino a configurare il Sindacato degli Utenti.

Dall'altra in Cgil vi è stata una esasperazione della problematica che è poi naufragata nelle storie del burocrate, di quello che si vende le lotte, riducendo così le cose ai buoni, ai cattivi, ai fessi ed ai furbi. Per questa via non si risolvono i problemi, né tantomemo si giunge a comprenderli.

Sul piano un po' più elevato, ma che poi rimandava sempre alla questione dei buoni e dei cattivi, si è teso a sviluppare un dibattito sulle forme della democraticità delle istanze di base della Cgil, costruendo artificiosi steccati tra una base ed un vertice in cui una parte, la base, veniva ad essere investita di tutti i crismi della democrazia e l'altra, il vertice, di tutti quelli della non democrazia. Il problema è diventato allora quello di complicate ingegnerie democratiche sul rapporto di questo e quello, di come questo e di come quello.

La Cgil si è così vista inchiodare in estenuanti trattative all'interno e con Cisl e Uil sul Consiglio dei Delegati prima, il Comitato degli iscritti, che è cosa del 1980, le Rsu infine e suoi rapporti con Cgil; a quota partecipativa della Cgil nei Consigli dei delegati, ecc.

Anche questa via alla fine ha mostrato la corda, per quanti sforzi sono stati fatti per andare a Consigli dei delegati solo da parte della Cgil.

Il problema del rapporto tra base e vertice, del Sindacato con i lavoratori, della democrazia non si smuoveva di un millimetro.

Nel frattempo nella società il Sindacato veniva perdendo immagine, potere contrattuale e credibilità per il forte attacco neocorservatore, il cui momento chiave è stato l'attacco alla scala mobile. Questo si rifletteva sul piano interno, esasperando quei problemi che non si riusciva a risolvere.

Il craxismo, la scala mobile hanno costituito un autentico colpo del grande padronato per spostare a proprio favore i rapporti di forza e su tale base impostare altre relazioni industriali. E questo riproponeva con maggiore forza il problema " La lotta paga?".

Nel paese a partire dagli inizi degli anni '80 si è assistito ad un pesante restringimento della democrazia, della partecipazione della masse e dei lavoratori alle scelte del paese, l'attacco al partito politico ed alle forme di organizzazione delle masse, fino all'attuale momento, ove si assiste ad un pesante attacco istituzionale, il cui obiettivo è di ridurre al silenzio il movimento operaio e sindacale, togliendogli spazi e momenti di intervento.

Riprenderemo alla fine questo rapporto tra attacco al momento sindacale e restringimento della democrazia nel nostro paese: per ora proseguiamo il nostro ragionamento.

La riflessione deve essere fermata sul perché le lotte nonostante le forze messe in campo si risolvevano in una secca sconfitta o in mezze vittorie e perché riusciva alla controparte di diluirne nel tempo gli effetti e così vanificare la lotta e quella vittoria.

Può essere qui iniziata un'analisi con ipotesi di spunti di ricerca e di lavoro su cui il gruppo dirigente che uscirà dal XIII Congresso dovrà investire i nostri centri di ricerca e si studio, e sottoporre in Cgil poi i risultati ed avviare un dibattito.

A ben vedere la cosa non è difficile: è l'uovo di Colombo; ma era difficile vederlo negli anni '80, nonostante che ci sbattessimo contro tutti i giorni.

L'organizzazione sindacale non è indifferente all'organizzazione capitalistica del lavoro. Essa costituisce la risposta che il Movimento dei lavoratori dà per contrastare il piano capitalistico del lavoro.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico e il forte processo di concentrazione capitalistico hanno determinato modifiche profonde nell'organizzazione capitalistica del lavoro, a cui non ha corrisposto una adeguata risposta del Movimento dei lavoratori, ossia l'organizzazione sindacale.

A ben guardare le lotte che abbiamo condotto erano sostanzialmente fuori bersaglio: quei rapporti di forza che mettevamo in campo andavano benissimo fino al giorno prima, ma non tenevano conto che il capitale attraverso processi di concentrazione - integrazioni e controlli di alcune società di molte altre società - aveva modificato la sua composizione ed i suoi interessi e che altre dovevano essere le forze da mettere in campo e più complesse ed articolati i momenti della tattica in grado di dispiegare una forza complessiva che fosse in grado di intaccare gli interessi complessivi del capitale monopolistico.

In concreto è successo che tutta la battaglia per il piano siderurgico condotto dal Sindacato, per esempio negli anni '80, conduceva la battaglia sul piano puramente siderurgico e solo sul piano nazionale: mentre esso era un piano che Bruxelles aveva già! stabilito dalla metà degli anni '70 e le forze interessate erano molteplici e non riguardavano soltanto quelle legate alla siderurgia. Erano interessate società finanziarie, grandi società monopolistiche del turismo: catene di alberghi, ristoranti, campeggi, agenzie di viaggi: tutte controllate da alcune grandi società finanziarie. Una battaglia in queste condizioni non poteva essere che perdente: i rapporti di forza in campo erano, in realtà, assolutamente spropositati ma a favore del grande capitale. Lo stesso sindacato si è mosso rispetto a questa vertenza in maniera timida e subalterna: subendo le impostazioni e l'iniziativa del grande padronato.

In questi condizioni la lotta non poteva pagare e non ha pagato e l'intero movimento dei metalmeccanici e siderurgici si è trovato a subire una pesante sconfitta e conseguenzialmente indebolirsi.

E questo lo stesso per piano della Chimica, delle Assicurazioni, delle Banche, ecc. Migliore sorte non l'hanno ottenute le vertenze per le piccole e medie industrie: nella schiacciante maggioranza dei casi, oltre il 90% queste o sono emanazioni dirette del grande capitale: e fungono solo da prestanome o sono totalmente controllate dal grande capitale, attraverso le commissioni, la fornitura di materie prime e decisamente controllate sul piano bancario. Il grande capitale attraverso il controllo anche delle grandi banche, che attraverso compartecipazioni azionarie controlla molte altre banche minori e settori industriali, turistici, assicurativi, distributivi, è in grado di conoscere all'istante l'intero movimento di capitale e di profitto e di perdita di qualsiasi negozio, impresa artigiana, piccola o media industria che sia, ma poi anche della media e medio-alta impresa.

E questo per quanto riguarda l'integrazione e concentrazione di capitali in ristrette oligarchie.

Il progresso scientifico e tecnologico è intervenuto modificando la composizione della classe operaia e dell'intero movimento dei lavoratori e questo sia sul piano strettamente della fabbrica, che sul piano del territorio. Tutta una serie di processi produttivi prima concentrati in una sola fabbrica sono stati dislocati sul territorio: la stessa grande industria ha visto ridimensionata la sua conformazione.

La computerizzazione di interi processi produttivi ha comportato da una parte un ridimensionamento dell'entità lavorativa, ma anche una modifica culturale ed intellettuale della forza-lavoro.

Vediamo cioè un'organizzazione capitalistica del lavoro che passa dalla concentrazione di grandi masse operaie in un punto ad una dislocazione/ splaffonamento verso il territorio con una crescita forte dell'indotto e della parcellizzazione dei processi produttivi.

Lo sviluppo tecnologico e scientifico ha comportato inoltre un innalzamento forte della produttività dell'ora di lavoro, per cui un processo produttivo che richiedeva un numero di operai oggi ne richiede alcune decine in confronto alle centinaia degli anni '60-70.

Ecco allora che l'incrociarsi per il processo di concentrazione capitalistico di settori e rami produttivi, in passato distinti ma oggi unificati sotto la direzione da ristretti gruppi monopolistici, e le innovazione scientifiche e tecnologiche per il piano capitalistico del lavoro hanno comportato modifiche profonde, a cui non sono corrisposte adeguate e sufficienti modifiche nel piano di organizzazione del lavoro del movimento dei lavoratori.

Di qui il nostro essere assolutamente fuori tiro e quel non pagare delle lotte.

L'organizzazione sindacale dei lavoratori risultava rigida ed assolutamente inadeguata non solo a comprendere il nuovo, ma ad organizzare rispose adeguate e sufficienti: riuscivamo a cogliere qui e là questo o quell'aspetto ma non la complessità, proprio per quella rigidità organizzativa. L'organizzazione sindacale è strutturata per categorie unificate a livello confederale sul piano regionale dalle Camere del Lavoro ed a livello nazionale dalla Confederazione: ma tutte avente al centro il luogo di lavoro strettamente inteso. Le categorie sono distinte e separate tra di loro, ciascuna con una sua linea e strategia: ma per le modifiche intervenute nel processo produttivo complessivo quelle categorie non sono più così rigidamente distinte, esse sono intrecciate tra di loro e poste sotto una unica direzione da parte di ristretti gruppi monopolistici. Questo determina che un settore o categoria in lotta si trova a lottare in condizioni di assoluta disparità, giacché in quel settore intervengono altri e più complessi interessi, che richiedono la messa in campo anche di quegli altri settori collegati a quelli in grado di pareggiare quantomeno i rapporti di forza.

In concreto.

Fino alla fine degli anni '70 il settore della sanità riguardava esclusivamente il governo e la regione: gli interessi del capitale erano limitati alla chimico-farmaceutica. Questo settore anche se ad alto saggi di profitto, si presentava fortemente diviso con molte società in lotta tra di loro per accaparrarsi il mercato ospedaliero: quello che assorbe l'80% dell'intero consumo. Questa divisione consentiva una relativa indifferenza in questo settore del capitale, se non per quanto riguardava i più generali interessi di classe.

Negli anni '80 si è assistito, e negli anni 90-94 in maniera decisamente accentuata, ad una forte concentrazione di capitale con l'assorbimento di intere società sotto alcune grandi: anche se i nomi commerciali restano gli stessi. Nel periodo 1992-1995 si è assistito ad un'assalto brutale dei più forti gruppi monopolistici alle società farmaceutica e loro riduzione ai loro comandi. Questo ha consentito accordi di cartello tra i più forti gruppi monopolistici per la spartizione del mercato.

Il processo di privatizzazione della società e la recente legislazione pensionistica ha determinato il pesante intervento delle società assicurative, e quindi del capitale finanziario in questo settore.

Il progresso scientifico e tecnologico ha determinato un interessamento maggiore di società legate alla ricerca scientifica nel campo medico: strumentistica, diagnostica e terapeutica. Essi premono tutti sul settore della sanità per accaparrarsi importanti fette di mercati.

Ora se noi consideriamo che un gruppo monopolistico ha interessi in tutti i maggiori settori: metalmeccanico, chimico, farmaceutico, aeronautico, distributivo, finanziario, ricerca, ecc. non ci rendiamo conto che quando si discute di Sanità occorre prendere in considerazione questa massa di interessi che oggi intervengono e che ieri non intervenivano. In queste nuove condizioni la messa in campo delle sole forze della sanità sono assolutamente insufficienti per la massa di interessi contro cui vanno a scontrarsi, e che tendono a fare quadrato e quindi schiacciare quelle forze lavoratrici che si oppongono: finendo per avere facile gioco per la sproporzione dei rapporti di forza in campo.

La sanità si presenta allora oggi come un intreccio di settori: sanità, chimico-farmaceutica, assicurativa, ricerca, finanziaria, immobiliare, ecc. O si è in grado allora di elaborare un piano complessivo in grado di mettere in campo e dare risposte complessive a questi settori coinvolti o si è destinati ancora a perdere.

In passato le grandi concentrazioni operaie delle fabbriche hanno costituito un importante momento di lotta, come la stagione delle lotte per le riforme agli inizi degli anni '70.

L'organizzazione capitalistica del lavoro ha invece attuato una decongestione, ha, cioè, assunto il territorio come sua unità produttiva, instaurando una grande mobilità e flessibilità sia nel processo produttivo che nello spostamento di masse di capitali da un settore all'altro, da un ramo all'altro. Tutto ciò ha determinato una grande flessibilità della stessa forza-lavoro, che si vede spostata in altre fabbriche dello stesso settore o riqualificata ed immessa in altri settori produttivi. Il processo produttivo consente una maggiore flessibilità, di qui il lavoro a part-time, oltre alla parcellizzazine dei processi produttivi. In questa situazione la rigidità dell'organizzazione sindacale per categorie, che fino ad oggi ha assolto alla funzione di organizzare la classe operaia e le masse lavoratrici, diviene un ostacolo sia alla comprensione del reale e sia all'organizzazione della risposta al piano capitalistico del lavoro. L'attuale organizzazione sindacale è articolata per categorie, coordinate a livello territoriale dalle Camere del Lavoro e sul piano nazionale dalla Confederazione.

Si tratta invece di articolare un'organizzazione sindacale in grado di reperire il territorio come unità produttiva: in grado di mantenere l'organizzazione sia per quanto riguarda la flessibilità e la mobilità e sia per quanto riguarda i diversi livelli di interconnessione che singoli settori e rami produttivi sono venuti ad acquisire per il processo di concentrazione monopolistico. Si tratta, cioè, di studiare nuove forme organizzative, che mantenendo al centro il processo produttivo, sia in grado di estendersi e splaffonare sul territorio; attuando, cioè, una nuova e diversa integrazione unità produttiva-territorio.

In questa direzione allora i Comitati per il Lavoro, possono divenire qualcosa di più che nelle tesi viene indicato: essi possono costituire la struttura base delle Camere del Lavoro: il luogo ove avviene il primo momento di unificazione dei diversi momenti produttivi.

In questo senso essi verrebbero a configurarsi come un nuovo e diverso momento consiliare, come una forma nuova dei Consigli Operai.

In questa prospettiva la stessa Camera del Lavoro viene a costituirsi come momento alto dei Consigli e dove nei Comitati per il Lavoro viene ad articolarsi il primo momento unificante di risposta al piano capitalistico del lavoro e la Camera del Lavoro il momento regionale.

Ma questo ragionamento è tutto da sviluppare e tutto da studiare. Si tratta innanzitutto di comprendere esattamente in che termini è avvenuto il processo di concentrazione e l'interconnessione tre i vari settori e rami produttivi e da questi far scaturire successivi ragionamenti: questo assieme ad uno studio attento di come ed in che modo il processo capitalistico di produzione ha assunto il territorio come unità produttiva. Il secondo momento di studio dovrebbe riguardare la definizione degli àmbiti territoriali, giacché si tratta di identificare il territorio come unità produttiva, che non coincide con gli attuali limiti territoriali: quartiere, circoscrizione, città, comunità montana, provincia, regione, molte volte esso taglia trasversalmente questi confini giuridico-geografici, per configurare nuovi e diversi àmbiti territoriali e deve essere su questi che deve piegarsi e modellarsi l'organizzazione sindacale.

Un altro elemento chiave che ha determinato l’isterilimento della lotta e della praticabilità sindacale è il nuovo livello che la concentrazione del capitale è venuto assumendo a partire dalla metà degli anni '70, che è in primo luogo la dimensione europea del capitale.

E' indubbio che oggi le grandi concentrazioni monopolistiche si muovono sul piano europeo, hanno cioè l'Europa come momento base della loro azione. Le recenti legislazioni di liberalizzazione del mercato, della moneta, del lavoro sul piano europeo pongono in maniera oramai ineludibile la dimensione europea del lavoro, perché europea è la dimensione che il grande capitale monopolistico ha assunto.

E questo pone nuovi problemi di coordinamento sindacale innanzitutto tra le organizzazioni sindacali europee: vi sono in merito alcune e rare occasioni di esperienze comune, ma il problema di un serio ed efficace quantomeno coordinamento europeo sindacale non è più rinviabile, giacché quelli che sono i problemi italiani sono poi anche i problemi francesi, tedeschi, inglesi, belgi, greci, e di tutti i restanti paesi aderenti all'Europa unita.

Territorio ed Europa ecco due momenti nuovi con i quali il Movimento dei lavoratori deve fare i conti. Se esso si attarda sulle vecchie concezioni e tematiche ed organizzazioni qualsiasi discorso sulla democrazia, la formazione del gruppo dirigente, la trasparenza democratica sono solo vuote chiacchiere, giacché non vi può essere alcuna democrazia se non si è saldamente legati alla realtà. Il processo democratico può avere luogo se i problemi posti in discussioni sono problemi reali che rispondono a reali esigenze e problematiche, se il dibattito è fuori gioco, se le tematiche sono fuori gioco la democrazia non ha senso alcuno ed in questo contesto non c'è formazione di dirigenti, ma la riperpetuazione stanca di un gruppo dirigente che finisce per autogenerarsi: ma questo può durare fino ad un certo punto, poi la realtà finisce per spazzare via simili illusioni ed utopie. Problemi nuovi e nuove sfide dei tempi che il movimento dei lavoratori nella sua storia ha saputo sempre con intelligenza ed audacia di pensiero affrontare e risolvere, recuperando i tempi perduti e sapendo poi sfidare sul nuovo terreno la stessa organizzazione capitalistica del lavoro.

Territorio ed Europa: questi i due temi chiave da affrontare e dipanare.

 

LA DEMOCRAZIA.

La democrazia è la forma con cui e attraverso cui gli uomini partecipano alle decisioni, alle scelte, che la società civile prende. Gli atti legislativi, leggi, ed amministrativi sono le forme che tali decisioni prendono.

Qual è la natura, che cosa sono, queste decisioni, queste scelte?

In effetti, a ben guardare tutta questa massa enorme di decisioni, scelte, dalla scuola, alla sanità, alla politica estera, alla politica culturale, oltre quella economica: ricerca scientifica, produzione, ecc. ruotano tutte attorno ad un unico e solo problema.

Questa massa enorme di scelte possono essere ridotte ad una questione, ruotano tutte attorno ad un unico e solo problema.

Questa massa enorme di scelte possono essere ridotte ad una questione, ruotano tutte attorno ad una tematica: la vita degli uomini: attorno alla questione di garantire, assicurare, quotidianamente le condizioni per la riproduzione delle condizioni materiali di esigenza degli uomini.

Queste condizioni sono estremamente complesse, ricche, perché l'uomo è un soggetto di per sé estremamente complesso, ricco; non è assolutamente strettamente identificabile con l'animale, anche se è egli stesso un animale.

L'uomo è, cioè, un animale di tipo particolare: l'uomo è un animale sociale.

Mentre tutti gli altri animali ed esseri viventi per vivere utilizzano i prodotti che la natura spontaneamente offre loro, l'uomo per poter vivere non può utilizzare i prodotti che spontaneamente la natura offre, deve trasformarli e renderli utili per sé.

L'uomo, cioè, attua un ricambio organico tra sé e la natura.

Questa azione di ricambio organico, questa azione di trasformazione è il lavoro.

La riproduzione delle condizioni materiali di esistenza degli uomini è allora un'azione più o meno cosciente, razionale della società civile per dirigere questo processo di trasformazione.

Questa complessa azione di direzione è la Politica.

Nella scuola è allora l'azione più o meno cosciente, razionale, per avere in tempo utile la complessa ed articolata forza-lavoro in grado di attuare questo complesso processo di trasformazione del rapporto Uomo-Natura;

nella ricerca è allora quella azione più o meno cosciente e razionale per migliorare le condizioni ed ottimizzare i risultati di quell'azione di trasformazione: ed è da questa che poi scaturiscono sia le diverse scienze e sia la loro interdisciplinarietà;

nella sanità è allora quell'azione di trasformazione più o meno cosciente e razionale per garantirsi le condizioni perché la forza-lavoro sia in grado di attuare quel processo di trasformazione.

Essi sono anche in alcune condizioni il soddisfacimento di bisogni dell'uomo, prodotti dal procedere della conoscenza e dello spostarsi del rapporto Uomo-Natura e quindi dello stesso processo di trasformazione, ossia dello stesso ricambio organico: acculturamento, salute, ecc.

Le esigenze dell'uomo, sono esigenze estremamente complesse, ricche, varie, articolate, che non possono assolutamente essere ridotte alle pure esigenze materiali immediate ( il vivere fisico), ma lo stesso vivere fisico è poi esso stesso cosa complessa e ricca, che richiede il soddisfacimento di una serie di condizioni: insaporimento dei cibi, odore, grado di cottura, ecc.

Esse sono anche esigenze più immediatamente spirituali ( imbellettamento, vestiario, ecc. ) che spirituali vere e proprie ( arti: pittura, musica, letteratura, acculturamento più vario ) ed istanze spirituali più complessive.

L'uomo è cioè l'unità materia-spirito. Non è possibile, cioè, innalzare una barriera, come faceva il vecchio materialismo, tra materia e spirito, i due termini non sono scindibili, non sono separabili: il punto discriminante è che qualsiasi atto spirituale è il prodotto di ben precisi organi materiali è prodotto da ben precise condizioni materiali.

La riproduzione, allora, delle condizioni materiali di esistenza è un complesso processo, giacché occorre riprodurre non solo le più immediate condizioni della sopravvivenza fisica, che già e solo di per sé richiede una complessa e ricca ed articolata azione, ma anche tutto il più ricco processo della vita degli uomini.

In realtà: la politica industriale, culturale, scolastica, sanitaria, internazionale, ecc. non sono altro che i singoli aspetti di un unico processo, sono le diverse facce, le diverse forme che il processo di riproduzione delle condizioni materiali di esistenza degli uomini prende.

Ma attuare questo processo è estremamente complesso.

La produzione di una singola penna presuppone tutta una serie di attività: estrazione del petrolio, raffinazione fino ad ottenere la plastica, processi chimici per ottenere l'inchiostro, distribuzione attraverso reti di comunicazioni: ferroviaria, stradale, marittima, fluviale, aerea, catena di distribuzione dove la penna è venduta. Ma l'estrazione, raffinazione del petrolio, la costruzione di treni, camion, aerei, navi, ferrovie, aeroporti, costruzioni edilizie per costruire fabbriche, edifici, ecc. richiede non solo l'estrazione e lavorazione di ferro ed altri minerali, ma la produzione di macchinari atti ad estrarre, lavorare, produrre treni, aerei, scavatrici, pale, la catena di montaggio dove poi vengono costruiti ed assemblati treni, aerei, camion, navi, gru, ecc.; ma richiede, oltre tutto questo, una ricerca scientifica per migliorare l'estrazione, la raffinazione, la costruzione, velocità, sicurezza dei treni, aerei, navi, ecc.; uno sviluppo dell'ingegneria per la costruzione di strade, ponti, trafori, oltre che per ideare progetti per tutti questi macchinari; ancora: uno sviluppo e quindi una ricerca di base della Fisica, della Chimica, oltre che una ricerca applicata, ecc. ecc.

E tutte queste attività devono essere coordinate tra di loro.

Occorre inoltre avere una massa monetaria da investire in questo o quel settore. Occorre allora una politica che faccia scelte per indirizzare la ricchezza sociale prodotta ora in questo ora in quel settore a seconda delle situazioni specifiche in cui ci si trova.

Occorre inoltre una politica internazionale per provvedere sia di mercati di sbocchi alla produzione, sia di materia prime e semilavorati di cui si abbisogna, di qui i trattati commerciali, le formule di ' nazione preferita', ecc.

La stessa sanità è un complesso di attività: la produzione di un farmaco richiede non solo la ricerca scientifica, ma le fabbriche che producono quel prodotto hanno bisogno di macchinari e quindi industrie estrattive, ecc. ecc.; hanno bisogno della chimica per la plastica, il vetro per i flaconi di varie dimensioni, ecc. e tutti questi settori sono attraversati dalla ricerca. Occorre poi che tali prodotti arrivino agli ospedali, alle farmaci, ossia alla distribuzione, e quindi vie di comunicazione: strade, ferrovie, camion, aerei, navi, ecc.

C'è poi tutta la strumentistica, oltre a tutto il vasto settore dell'edilizia e dell'arredo ospedaliero: sanitario, tecnico, amministrativo, ecc. ecc. C'è poi il settore medico in se stesso con la sua ricerca.

Il solo settore della sanità, ma poi tutti i singoli settori, coinvolge tutti gli altri settori del processo produttivo in grado e misura diversi: siderurgia, metalmeccanica, estrattiva, chimica, ricerca, editoria, comunicazioni, mobiliera, arredamento e l'abbigliamento e la mobiliera ci portano diritto all'agricoltura ed ai settori di trasformazione dei prodotti agricoli, vetraria, ecc.

Il problema allora di una più o meno razionale direzione di questo processo complesso di trasformazione del rapporto uomo-natura, atto a garantire la riproduzione delle condizioni materiali di esistenza degli uomini è il problema centrale, decisivo, che coinvolge la vita degli uomini.

Ma il problema di una direzione in sé richiede scelte: il problema di quali scelte è il problema della democrazia, ossia del partecipare alla formulazione delle scelte.

La democrazia è allora la partecipazione alla formulazione delle scelte per consentire nelle migliori condizioni la riproduzione delle condizioni materiali di esigenza degli uomini.

 

 

 

GLOSSE ED ANNOTAZINI AD ARTICOLI E


TESTI PRESI IN ESAME

Nel corso delle annotazioni siamo venuti formulando alcune idee di fondo ed ipotesi di ricerca che a noi sono sembrate interessanti: abbiamo voluto renderle nella loro immediatezza e non separarle dal momento in cui sono state formulate, onde consentire a ciascuno di rendersi conto da quali punti siamo partiti e questo al fine di una migliore comprensione di quanto diciamo. Noi pensiamo che rendere chiaro il processo attraverso il quale si giunge a conclusioni centrali sia importante sia per la comprensione del concetto e sia per il superamento critico del concetto stesso. L'idea ,il concetto, la teoria contano sia per il contributo che in quel momento danno per la comprensione di un fenomeno, ma soprattutto per la loro capacità di essere superati e di costituire solo un momento di passaggio per una verità superiore a tal fine è importante che l'autore rende esplicito il processo attraverso il quale è giunto a quella.

Appunti, gen. 1996 Riforma/anti-riforme/controriforma Istituzionale

Si tratta di cogliere le problematiche reali, concrete.

Quali sono i problemi reali, concreti che ha la borghesia nel mantenimento della sua egemonia, che la spinge a reali modifiche?

E' indubbio che una tale modifica determina e/o ratifica una modifica negli assetti della stessa borghesia e delle classi.

Lo spirito della Conferenza di Novembre sulla democrazia ricalca nel metodo quello sulla Bioetica.

Si tratta, cioè, di cogliere quali sono i problemi nuovi che lo sviluppo scientifico e tecnologico, e quindi l'attuale grado di sviluppo delle forze produttive, pone, rilanciandoli, ponendoli ben al centro di tutta la riflessione.

Si tratta allora di individuare le problematiche che essa pone e conseguenzialmente di cosa ne chiede la modifica o ne decreta l'obsolescenza.

L'Impostazione dell'Istituto modifica quella sin qui seguita:

da una parte acritica esaltazione e dall'altra una piatta quanto sterile opposizione in nome di una ancora più confusa e piatta concezione di ‘democrazia’

Sollevando il problema del chi controlla ed in nome di questa si oppone resistenza, finendo così per farci cacciare dall'aula, ossia per essere ‘ out’, finendo così, la sinistra - ed i marxisti in prima fila - per identificarsi con l'opposizione, per poi puntualmente lamentarsi della giusta etichetta di " conservatori", che la borghesia ha appioppato loro. Ma poi acriticamente esaltarsi per i risultati che quella ricerca comportava: il trapianto o il computer, o... e così cercare di correre ai ripari rabberciando qua e là qualche analisi qualche analisi più o meno dotta o qualche Convegno, che puntualmente finiva per ratificare la più totale subalternità, ma per ricominciare, poi, puntualmente il giorno dopo con la tiritera del ‘ chi’, del ‘ quando’, ... . [...]

Indubbiamente ciò comporta una battaglia nella sinistra contro queste concezioni tipicamente anguste e piccine, tipiche della piccola borghesia, che incapace di intelligere il movimento più generale non sa che leggere che la punta del proprio naso. Ma questa posizione è stata veramente nefasta per noi ha costituito un'autentica " camicia di Nesso", ci ha incementato e così consegnati alla borghesia.

E' tempo di liquidarla definitivamente.

 

Quale democrazia nel ‘ caso francese’

Il testo qui vuole sfatare le presunte identità Italia-Francia, che dovrebbero substanziare la teoria del ‘ semipresidenzialismo’ - ma poi anche su questo termine ‘semipresidenzialismo’ occorrerà discutere.

La dimostrazione può essere anche valida, e lo è indubbiamente, ma questo non toglie e non mette.

Si mantiene ancora!, e tutto, sul terreno della borghesia, sul terreno della subordinazione ideologica e teorica della borghesia.

Quello che va compreso è

perché la borghesia cambia la Costituzione?

Quali problemi ha?

Quali problemi deve risolvere?

E perché li risolve per via istituzionale?

E perché chiama le masse per tali modifiche?

E' indubbia la volontà di coinvolgimento delle masse in questo cambiamento.

Il rapporto che esiste tra il capitale finanziario ed il governo è già tale che la politica è già stabilita nei Consigli d'Amministrazione delle grandi banche e dei grandi gruppi monopolistici. E gli uomini di governo sono già specchiata espressione di quegli interessi e della variegata gamma degli interventi del capitale finanziario e la cui composizione governativa è poi la risultante degli equilibri esistenti nel capitale finanziario.

E allora perché?

Sono allora intervenute modifiche in quell'equilibrio tali da....?

Quali sono queste modifiche?

Abbiamo così una situazione in forte movimento al posto di una situazione immobile, asfittica, astratta. In tale situazione non si capisce perché queste modifiche e perché questo gioco sottile: semipresidenzialismo, cancellierato, Repubblica, Resistenza, ecc. Ed è poi in questo aere immobile che trova giustificazione allora! che il sistema elettorale non consente di avere un governo, ecc. ecc. E così si giustifica il non-governo, che è la situazione che la classe dominante crea quando deve risolvere problemi al suo interno.

La situazione attuale dal governo Ciampi in poi è una situazione di dittatura spietata del gruppo dominante del capitale finanziario per ridurre alla ragione le altre frazioni della borghesia ed una volta sottomesse tornare alla legalità repubblicana. E dove la cortina fumogena densa e spessa circa l'elettorato che non esprime una maggioranza chiara e le norme costituzionale che lo impediscono e dei mille galletti che chiacchierano ( i Pannella, D'Alema, Fini, Segni, Berlusconi, Bossi, Miglio, ecc.) servono solo a creare un fuoco pirotecnico per spostare l'attenzione dell'opinione pubblica, e della classe operaia innanzitutto, altrove oltre che essere manovre e manovrine per imporre la propria presenza delle varie fazioni espressioni di quei partiti nel più generale disegno. In realtà oltre che cortina fumogena costituiscono le azioni concrete di queste fazioni di utilizzare spezzoni di masse per imporre una mediazione a loro favore e spostare così l'asse dell'accordo: ma che poi in realtà costituiscono nella maggior parte dei casi le forme concrete di resistenza di queste fazioni a tale dittatura spietata del gruppo dominante del capitale finanziario.

Ed infatti tutti a discutere di questo fuoco pirotecnico ed a seguirne le evoluzioni e le piroette ed a discettare di questo o quella piroetta, della sua giustezza e se e se invece... ; tenendosi, così, ben lontani dal centro reale, distratti su altre, ma poi quisquilie, questioni.

Ancora.

In generale il problema non è la disarticolazione dei rapporti tra Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, governo, parlamento, popolo ma loro linearizzazione, ossia la loro concentrazione, al di là delle forme giuridico-formali che l'assetto istituzionale può alla fine prendere.

E questo è un aspetto del problema, quello inerente l'equilibrio all'interno della borghesia ed in specifico del capitale finanziario.

L'altro aspetto è dato dallo sviluppo delle forze produttive, che mettono in ginocchio la struttura esistente e quindi anche quella giuridico-formale-istituzionale.

In questo processo occorre distinguere due momenti:

uno che agisce nella direzione dell'aggiustamento e del riequilibrio,

l'altro che agisce nella direzione della dissoluzione;

dove l'aggiustamento rimanda poi ad un nuovo e sempre più complesso ed artificioso riaggiustamento, sottoponendo il sistema a sollecitazioni, e spingendo in alto la contraddizione, per l'esaurirsi delle risposte che possono essere formulate, ma che ottengono il risultato di indebolire, dividere, sfiancare la classe dominante costretta ad andare alla ricerca di soluzioni e mediazioni estenuanti al suo interno e poi alle lacerazioni per poter far digerire tali nuovi equilibri e mediazioni alle classi alleate e costruire il consenso sulla classe dominata.

Corrode così sia il consenso e sia la capacità della borghesia di esercitare un'egemonia e sia, infine, la compattezza della classe borghese. Il sistema viene così trovato esposto a due elementi uno dalle costanti sollecitazioni che lo mandano in fibrillazione parossistica e l'altro dell'attacco tout court dello sviluppo delle forze produttive che agiscono per la sua dissoluzione.

Lo sviluppo della Bioetica, per esempio, è uno di quello sviluppo delle forze produttive che mette in ginocchio il sistema nel suo complesso e quindi anche quello giuridico-formale.

Il punto allora è quello di individuare questo sviluppo delle forze produttive che mette in ginocchio il sistema e, come per la Bioetica, rimandarlo sulla borghesia.

Il punto è quello di ben fissare questo sviluppo e le problematiche che esso pone e come sia il passato pensiero e sia le soluzioni che vengono prospettate sono oggettivamente risposte né momentanee né future, ma che le incancreniscono e basta.

Una volta individuate le tematiche partire da lì per iniziare tutto un ragionamento che tenda a definire caratteri e linee di una democrazia socialista.

 

 

LA DEMOCRAZIA SOCIALISTA

Fermo restando i cardini della teoria marxista sullo Stato ed in particolare " Critica al programma di Gotha" e " Stato e rivoluzione", si tratta di operare tutto un bilancio dell'esperienza storica del proletariato italiano per quanto attiene la democrazia in tutto il periodo 1945-1990:

Movimento Consiliare, Movimento Cooperativo, Movimento Istituzionale.

Sono qui in nuce i caratteri e le linee del nuovo stato socialista italiano e della democrazia socialista.

I tre Movimenti devono però essere scomposti.

Movimento Consiliare: il tratto principale è proprio ed esattamente il Movimento dei Consigli, ove il proletariato ha discusso i piani dell'azienda, collegandosi con il territorio, i problemi dell'ambiente, della sicurezza del lavoro, ecc.

Ed il loro incidere nelle scelte delle Sezioni e della politica comunale, provinciale, regionale, nazionale anche nel momento elettorale, ossia i candidati che esprimeva nelle liste del i e nel condizionare i candidati presentati in quelle zone; nel condizionare ed influenzare gli stessi organigrammi cittadini, provinciali, regionale e nazionale del Pci, assai meno del Psi e della Dc.

Oltre ovviamente la massa enorme di delegati operai che sono usciti e che hanno diretto le strutture aziendali e territoriali del sindacato.

Aspetto decisamente subordinato, ma non può essere tralasciato, è il movimento di organismi operai alternativi che hanno avuto una loro incidenza e spessore tipo i Cub ed i CdL, che per la loro linea sostanzialmente settaria non sono riusciti ad esprimere un momento nazionale, ma ad incidere solo in quelle singole realtà di fabbrica ove prevalevano.

Movimento Cooperativo: A noi qui non interessa tanto la struttura

nazionale della Lega delle Cooperative, in quanto 4° oligopolio italiano, dopo cioè Eni, Iri, Fiat. Interessa, invece, appunto il Movimento Cooperativistico, ossia quel movimento parcellare di cooperative di paesi, città, provincia di consumo, dei servizi e di produzione, che ha coinvolto milioni di lavoratori in un processo di

democrazia economica e che poi influiva sulla più generale linea della Lega delle Cooperative.

La sua incidenza nelle scelte di sezione, cittadine, provinciali, regionali, anche come momento elettorale per i candidati che esprimeva o sui quali convogliava i suoi voti.

All'interno di questo movimento va messa la stessa Confederazione Nazionale Artigiana.

Dentro questo, anche se in un momento successivo, va messa la Coldiretti, che è stato la più rappresentativa organizzazione contadina in Italiana.

Movimento Istituzionale: Con questo termine intendo un ben più vasto

movimento che non quello puramente istituzionale, che pure ha una decisa prevalenza.

Intendo cioè quel vasto movimento che ha visto coinvolte centinaia di migliaia e milioni di operai, contadini, braccianti, impiegati, casalinghe, studenti, piccoli medi imprenditori, artigiani che nelle fila del Pci hanno partecipato alle Assemblee Istituzionali ( Consigli comunali, provinciali, regionali, parlamento e di cui parte di questi in giunte; Comunità montane, Usl, Scuole, quartiere ) che costituiscono un vasto e capillare tessuto di democrazia partecipata quindi di esperienza con una o due mandati.

E questo è il tratto prevalente.

Ma ad esso va aggiunto la massa sconfinata di uomini e donne, di operai, contadini, braccianti, studenti, impiegati, artigiani che hanno dato vita a vari livelli a giornali, Comitati vari o sono stati nei Direttivi di Sezione e di strutture territoriali costituendone cioè il quadro attivo di sezione o del territorio, dei Comitati federali, regionali e del C.C. anche qui per uno o due congressi.

Costituiscono anch'essi una massa notevole che va ad intensificare ed arricchire la struttura capillare e diffusa di democrazia partecipata.

L'Arci-Uisp rientra in questo movimento.

Essi costituiscono quella diffusa e capillare esperienza di democrazia partecipata, che va a costituire il tessuto democratico e quindi la coscienza civile del Paese.

Esistono infine alcuni movimenti che hanno caratterizzato la vita politica sociale e che rientrano nel più generale movimento e sono:

il movimento per l'autoriduzione, contro il rincaro Sip-Enel;

il movimento degli autoconvocati, contro il taglio della scala mobile;

il movimento per il lavoro di Napoli.

Si tratta allora da una parte di disaggregarli e dall'altra aggregare/unificare questi tre movimenti, entro il più generale movimento della Democrazia socialista, ossia della Democrazia nuova, che si fa, in divenire, dunamein.

Si tratta allora di unificare queste esperienze ed elaborarli teoricamente, attraverso il processo di sintesi teorica.

Si tratta allora di trovare le forme ed i modi per mettere in movimento questa complessa ed articolata realtà, darvi sostanzialità, per poter attuare quella sintesi. Ma per attuare la sintesi, occorre mettere in movimento questo vasto tessuto, questa presenza capillare.

 

 

scrive:

pag. 13

" è ispirato dall'esigenza di contenere anziché liberare i processi sociali, donde la formula

‘ semipresidenzialismo’ per indicare la nuova forma di governo.

pag. 133

" esigenza delle forze capitalistiche di contenere il peso delle forze di sinistra che - nella sua ampiezza di spettro in tutto il mondo, non solo occidentale quindi - premeva e preme per dare corpo organizzato ad una domanda di socialità sempre più articolata da quando la questione operaia ha acquistato significato nuovi, tenuto conto che al punto in cui è giunta la crescita civile e sociale è solo apparente l'immagine di una ‘ democrazia senza popolo’.

 

Pag. 135

" le riforme istituzionali vengono escogitate per aggirare i problemi di ‘ riforma della politica’, di riforma della ‘ forma partito’, sostituendo ai processi di democratizzazione che siano fondati sul principio di ‘ autoriforma’ mediante la ‘ socializzazione’ della politica, procedimenti di ‘ ingegneria’ istituzionale volti ad obiettivi opposti a quelli che interessano la democrazia, riguardando invece la tutela dei centri di potere dominanti, che ricercano sempre nuove basi di consenso tramite alleanze sociali ‘ indotte’ da meccanismi forzosi, quando non basta il tipo di dialettica sociale."

L'analisi va bene, manca tutto il discorso che viene accennato in Bioetica e che costituisce la base del ragionamento dell'Istituto: questo aspetto dell’autore va integrato in quello.

 

" Sbandamenti istituzionali"

[ La contraddizione, n. 52/96 ]

Di questo scritto vanno evidenziati due questioni:

pag. 57

" sistema che è caratterizzato per quello che ufficialmente e dottrinariamente viene definito

" deficit democratico", "

come se si trattasse di un connotato qualunque e quindi naturale.

" deficit democratico" è il contraltare della teoria della complessità di Luhmann! Ossia il sistema semplifica il sovraccarico di democrazia - L’Autore lo chiama " [ il movimento operaio] premeva e preme per dare corpo organizzato ad una domanda di socialità sempre più articolata da quando la questione operaia ha acquistato significato nuovi.. " - che non regge e quando non può linearizzarlo, risponde con il secco deficit.

But! quel " deficit democratico" così clamorosamente riconosciuto è il sottoscrivere di una classe di essere incapace di garantire la democrazia e che il suo sistema può garantire sì una democrazia, ma! una democrazia limitata, deficitaria, insufficiente, limitata.

E' cioè il sottoscrivere che essa è incapace di una democrazia piena, che essa può dare solo una democrazia deficitaria, ossia con un ‘deficit democratico’.

E questo va coniugato con la teoria dei 2/3 secondo la quale il sistema di produzione attuale non può garantire le stesse condizioni a tutti, pena il crollo dell'ecosistema, ma solo ai 2/3 e quindi non è possibile avere il consenso di tutti, ma che occorre governare con l'opposizione, l'emarginazione, ecc. di 1/3 della popolazione.

Teoria anche questa che equivale a sottoscrivere da parte di una classe dominante la sua totale incapacità di governare, di essere cioè classe dominante nel senso pieno.

E noi invece di inchiodarla qui e partire da questa " A dichiarazion di parte, inutilità di prove" per scatenare una controffensiva, stiamo a lamentarci!

Dobbiamo inchiodarla a questo deficit!

E inchiodarla significa:

ì perché non regge il sovraccarico?

e prima: qual è questo sovraccarico?

poi leggerne la totalità del sovraccarico, che essa non sa leggere, che legge, cioè, solo

parzialmente;

ì la nostra risposta che recepisce, esalta, quel sovraccarico e la totalità del sovraccarico ed a

cui dà risposta e pienezza, ossia la Democrazia socialista!

E' indubbio che esiste un rapporto tra Costituzione e partiti, ma è quello il rapporto conseguenziale costruito?.

Noi qui vogliamo fermarci sul problema Partito, e più in generale sulle forme organizzative della classe.

Fin ad ora la struttura organizzativa che il movimento operaio si è dato è la sezione, come unità autonoma, fondamentale: di fabbrica o di quartiere; e dove quella di fabbrica, a partire dagli anni '60, è andata perdendo centralità per quella territoriale; e dove il territoriale si identificava o con il quartiere o con il paese, se di piccola entità. Si è andati così dalla sezione di paese, ad un corpus di sezioni, che fanno capo alla sezione madre per le piccole città, alle sezioni di quartiere facenti capo alla Federazione per le medie e grandi città - ma anche quelle dei piccoli centri facevano capo alla Federazione - Federazione avente anch'essa come base territoriale la Provincia ed il Comitato regionale la regione ed il C.C. con base territoriale lo stato nazionale. Struttura non dissimile si è avuta per le Coop, Arci, Cna

La struttura sindacale invece aveva per base l'unità aziendale, che si coordinava orizzontalmente tramite le Camere del Lavoro e verticalmente con le Federazioni e la Confederazione, con rari momenti intermedi dati da Comitati di zona.

I livelli istituzionali erano diretti dai rispettivi ambiti territoriali e se più territori ( Usl, Comunità montane, Comitati di Zona ) dal coordinamento delle sezioni che afferivano a quel territorio, che era appunto un Coordinamento e non di più.

Il punto adesso è:

con la ristrutturazione capitalistica si è avuto che l'àmbito territoriale non corrisponde più a quel limite/vincolo territoriale.

E questo perché sia la produzione è stata frammentata sul territorio, sia perché è cessata la dimensione della grande fabbrica, sia perché si è venuta arricchendo l’interpolazione, la compenetrazione e l'interdipendenza di aree tra loro attigue, fino a configurarsi come una unica realtà territoriale dal punto di vista economico e sociale, ma non ancora culturale.

La stessa produzione ha subìto modifiche, per cui processi lavorativi disgiunti, una volta congiunti, hanno assunto caratteri diversi ed alcuni finendo per configurarsi in settori diversi: chimici, metalmeccanici, ecc.. La stessa integrazione di capitali e la crescente interdipendenza di settori di capitali da altri settori, in passato diversi, ma oggi strettamente legati fino ad identificarsi, determina una realtà produttiva diversa da quella degli anni '50-'60.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico consente che tutta una serie di processi produttivi possono essere scorporati e smistati sul territorio o con il lavoro a domicilio o in unità produttive minori

( indotto ), giacché l'abbassamento del tempo di lavoro socialmente necessario agisce da compensazione all'incremento del tempo di produzione, determinato da tale corporazione.

Tutto questo ha determinato a partire dagli anni '70 che è saltato il tradizionale rapporto realtà produttiva- territorio, venendosi a configurare diversamente la realtà territoriale, come si è detto, e conseguenzialmente il rapporto della Sezione con il territorio e dell'unità sindacale aziendale con il territorio e con la restante realtà produttiva provinciale e nazionale.

La Sezione ha cominciato così a non essere più in grado di esprimere quella realtà territoriale, giacché quella realtà territoriale era divenuta altro, era divenuta non più a sé stante, ma parte di una ben più complessiva realtà territoriale.

Se diamo uno sguardo alle grandi città vediamo come esse hanno letteralmente ' splaffonato', giungendo a sottomettere intere zone, città e paesi fino a farli configurare come hinterland della metropoli, determinando lo strozzamento delle attività economiche, che ne garantivano una loro autonomia e conseguenzialmente il loro essere e costituirsi come entità, fagogitandole nel proprio asse gravitazionale.

Se diamo uno sguardo ad alcuni problemi quali la sanità, i trasporti, la pubblica amministrazione essi per la complessità dei temi e per la massa dei rapporti interrelazionali che coinvolgono non possono essere gestiti dalla singola sezione.

Sono questi solo alcuni rapidi schizzi di una problematica ben più complessa e corposa, che va affrontata e sciolta e questo dentro il più generale problema della Democrazia; essendosi venute a configurare quelle istanze come momenti e strumenti e livelli della Democrazia, attraverso i quali le masse hanno partecipato al processo democratico e sono cresciute; attraverso le quali poi si è sviluppato quel forte e capillare tessuto democratico di cui si diceva.

Attraverso i Convegni dei tre Movimenti occorre cogliere anche questa nuova problematica, che costituisce un problema chiave della democrazia, perché nella moderna Democrazia il partito politico, il sindacato, ecc. costituiscono il momento centrale, vitale delle strutture della Democrazia partecipata, oltre alle altre.

Le altre.

Quali altre?

Circoli, Associazioni, bene!

Solo?

Quali altre?

E qual è poi il momento di sintesi?

Il Soviet?

Si tratta allora di partire dal Convegno sulla democrazia di Novembre e di lì poi far partire un'

Associazione ‘ Democrazia Partecipativa’ articolata nei tre Movimenti, ove ciascun Movimento giunge ad un suo Convegno, ove ne tracci il bilancio del settore di sua competenza, e solo successivamente un nuovo convegno sulla democrazia sia il momento di sintesi e momento fondazionale dell'Associazione " Democrazia Partecipativa" la cui struttura, impianto, programma è quella sintesi del II Convegno sulla Democrazia, assieme ed accanto all'approfondimento e ricerca dell'esperienza acquisita e momento di nuova esperienza, che rilanci nel paese i Consigli, le Cooperative, il Movimento Istituzionale, oltre eventualmente a nuove forme..... il tutto sarà dato dalla sintesi del II Convegno sulla Democrazia.

[ Deve avere una struttura espressione e prodotto dei risultati a cui la ricerca è giunta; in via iniziale parte come può e dove può.].

 



ìììììììììììììììììì

Ora il punto è questo, al di là dei giudizi storici su Togliatti, il togliattismo, Pci -:

quella strategia e quella costituzione erano il prodotto ed il risultato dei rapporti di forza usciti dalla 2a Guerra Mondiale e dalla lotta Antifascista

Era il prodotto ed il risultato dello sviluppo economico, politico, sociale dell'Italia del periodo 1945-1950. Essa ha consentito rappresentanze ed espressione di quelle forze politiche, sociali, economiche, civili, culturali dell'Italia nell'arco di tempo 1945-1976.

Lo sviluppo economico del paese: 1945-1960 e poi 1960-1970 ha determinato profonde modifiche e nella struttura economica del paese e conseguenzialmente delle classi e della loro composizione.

Questo ha determinato ipso fatto l'obsolescenza di quella scelta strategica della Costituzione. Questo comporta che occorre andare oltre:

le classi cioè lottano esattamente per questo oltre, ove ciascuna classe cerca di disegnare una realtà giuridico-formale espressione della nuova realtà e che veda la propria classe forte ed egemone, espressione di un nuovo blocco sociale, che si è andato costituendo e che è ancora in formazione: il cui centro è il capitale finanziario.

Il punto allora da impugnare saldamene, come grimaldello, è allora proprio ed esattamente quei punti ove si afferma il caratterizzarsi di uno stato nazionale " intrecciato sempre più con istituzioni extranazionali ed extrastatali" ( pag. 6); " tener conto del fatto che dalla fine della 2a guerra mondiale e dalla sconfitta del nazifascismo tutte le questioni nazionali andavano assumendo sempre più palesemente aspetti di intreccio e interrelazioni con gli assetti extranazionali e sovranazionali delle relazioni sociali, economiche, politiche" ( pag.8)

"ripresa di analisi critica del capitalismo nelle forme di internazionalizzazione istituzionalizzata da esso assunte" (pag. 24).

La destra del 1950 è quella del 1995?: è una destra, quella del 1950, che si oppone all'Americanismo ed al fordismo in nome della Patria, della Nazione, che attacca l'Europa con enfasi retorico-parolaia, che non è assolutamente la destra del 1995. Le ipotesi di Miglio, il ‘ gruppo di Milano’ sono assimilabili al più generale progetto costituzionalista odierno, che esprime un nuovo blocco sociale, espressione e prodotto dell'ulteriore internazionalizzazione del capitale, di quell'intreccio di cui parla l’autore?

Il lavoro di , assume un carattere decisamente forte e quindi va potenziato ed esaltato in tutti quei tratti ove prende la difesa di quei contenuti nuovi di democrazia, espressi e maturati nel periodo 1945-1980: comitati di zona, progetto Arci per la rai-Tv, ecc. [ farne un elenco, estraendolo dallo scritto in esame ] coniugandolo dentro il più generale movimento: i tre movimenti appunto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIOVANNI FERRARA

" Il processo produttivo è mutato: quello fordista è mutato; quello fordista-taylorista è stato sostituito da quello toyoista, che esige ed ottiene non soltanto la forza-lavoro che il fordismo chiedeva in cambio del salario. Al salariato chiede l'anima. Alla ' qualità totale' serve la dedizione totale alla produzione della merce, sempre meno intrisa di lavoro materiale e sempre più densa di lavoro immateriale.

[..]

tra il processo produttivo che si impone come sostitutivo di quello fordista-taylorista e la direzione che assume la forma del processo politico, c'è un evidente corrispondenza. E' quella che si determina tra l'assorbimento della soggettività antagonista all'impresa nella qualità totale della produzione e l'assorbimento del voto popolare che, dalla funzionalità della rappresentanza alla proiezione politica del conflitto sociale nel cuore dello Stato, viene a subire una torsione radicale che lo rende funzionale all'investitura plebiscitaria del capo."

Quello che è interessante è esattamente il rapporto che viene intelletto tra modifica del processo produttivo e modifica dell'assetto politico e politico-istituzionale.

E leggendo questo rapporto, Ferrara si muove in pieno sul terreno gramsciano, proprio ed esattamente sul terreno di Americanismo e Fordismo.

Ovviamente esagera nell'intelligere tale rapporto, l'errore consiste nel leggere esclusivamente questo rapporto e costruirlo con conseguenzialità meccanicistica, comunque questo rapporto sussiste ed ha una sua centralità.

Quello che non viene intelletto è che lo sviluppo delle forze produttive ha determinato problemi nuovi proprio ed esattamente sul piano della democrazia, tale da non consentire all'attuale sistema di reggerlo, determinando quello che viene chiamato ' sovraccarico' e che determina la necessità di alleggerire il sistema da queste sollecitazioni.

Ora la battaglia va condotta proprio ed esattamente su questo sovraccarico, evidenziando che esso è il prodotto del progredire dell'uomo, del suo essere vieppiù soggetto cosciente ed attore delle trasformazioni;

che esso è il prodotto proprio ed esattamente del progredire umano nel rapporto uomo-natura, passando da un rapporto di trasformazione superficiale ad uno profondo, che coinvolgendo nessi ed interdipendenze più profonde, determina risultati a lunga e media durata più consistenti: di qui la necessità di una direzione complessiva delle forze produttive.

Federico Engels in Antiduhringha correttamente messo in evidenza:

" Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente eguali alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Sino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura ed il carattere, ed a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico ed i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e ci domineranno.

Ma una che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici in docili serve. E' questa la differenza tra la forza distruttiva dell'elettricità nel lampo della tempesta e l'elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco; la differenza tra l'incendio ed il fuoco che agisce al servizio dell'uomo.

Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo, conformemente alla loro natura, finalmente riconosciuta, all'anarchia sociale della produzione, subentrerà una regolamentazione pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo.

Così il modo di appropriazione capitalistico, il cui prodotto asserve anzitutto chi lo produce, ma poi anche colui che se ne appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione dei prodotti fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione, da una parte da una appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall'altra da un'appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento. "

E in " Dialettica della Natura"

"[...], l'uomo rende la natura utilizzabile per i suoi scopi modificandola; la domina. Questa è l'ultima essenziale differenza tra l'uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza.

Non aduliamoci troppo per la nostra vittoria sulla natura. La natura si vendica ad ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. Le popolazioni che sdraiavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, in Asia Minore ed in altre regioni per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l'attuale desolazione di quelle regioni, in quanto sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta ed i depositi di umidità. Gli italiani della regione alpina, nell’utilizzare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord non presentivano affatto che, così facendo, scavavano la fossa all'industria pastorizia sul loro territorio; ed ancor meno immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell'anno quell'acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l'epoca delle piogge. Coloro che diffusero in Europa la coltivazione delle patate non sapevano di diffondere la scrofola assieme al bulbo farinoso. Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature e, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato

E, in effetti, comprendiamo ogni giorno esattamente le sue leggi e conosciamo ogni giorno di più quali sono gli effetti immediati e quelli remoti del nostro intervento nel corso abituale della natura. In particolare dopo i poderosi progressi compiuti dalla scienza in questo secolo, siamo sempre più in condizione di conoscere, e quindi di imparare a dominare gli effetti naturali più remoti, perlomeno per quello che riguarda le nostro abituali attività produttive. Ma quanto più ciò accade, tanto più gli uomini non solo sentiranno, ma anche sapranno di formare una unità con la natura, e tanto più insostenibile si farà il concetto, assurdo ed innaturale, di una contrapposizione tra spirito e materia, tra uomo e natura, tra anima e corpo, che è penetrata in Europa dopo il crollo dell'antichità classica e che ha raggiunto il suo massimo sviluppo con il cristianesimo.

Ma se è stato necessario il lavoro di millenni sol perché imparassimo a calcolare, in una certa misura, gli effetti remoti della nostra attività rivolta alla produzione, la cosa si presentava come ancor più difficile per quanto riguarda i più remoti effetti sociali di tale attività.

[...]. Ma anche in questo campo noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, della nostra attività produttiva, attraverso una lunga e spesso dura esperienza, e attraverso la raccolta ed il vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.

Ma per realizzare questa regolamentazione, occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il nostro attuale ordinamento sociale nel suo complesso.

Tutti i modi di produzione fino ad oggi esistiti si sono sviluppati avendo di mira i risultati pratici più vicini, più immediati, del lavoro. Le ulteriori conseguenze manifestatisi solo in un tempo successivo, operanti solo per graduale accumulazione e ripetizione, rimanevano del tutto trascurate. L'iniziale proprietà collettiva del suolo corrispondeva da

una parte ad uno stadio di sviluppo dell'uomo, che limitava in generale il suo orizzonte alle cose più vicine, e presupponeva dall'altra parte una certa abbondanza di terreno a disposizione, che consentiva un certo gioco di fronte ad eventuali cattivi risultati dell'economia primitiva di tipo forestale. Esauritasi questa sovrabbondanza di terreno, si disgregò anche la proprietà collettiva. MA tutte le forme superiori di produzione hanno portato alla divisione della popolazione in diverse classi e con ciò al contrasto tra classi dominanti e classi oppresse; con ciò però l'interesse della classe dominante diveniva l'elemento che dava impulso alla produzione, nella misura in cui quest'ultima non si limitava più alle più indispensabili necessità di vita degli oppressi. Questo processo si è sviluppato, nella maniera più completa nel modo di produzione capitalistico oggi dominante in Europa occidentale. I singoli capitalisti, che dominano la produzione e lo scambio, possono preoccuparsi solo degli effetti pratici più immediati della loro attività. Anzi questi stessi effetti - per quel che concerne l'utilità dell'articolo prodotto o commerciato - vengono posti completamente in secondo piano: l'unica molla della produzione diventa il profitto che si può realizzare nella vendita.

La scienza borghese della società, l'economia politica classica, si occupa soprattutto degli effetti sociali immediatamente visibili dell'attività umana rivolta alla produzione ed allo scambio. Ciò corrisponde completamente all'organizzazione sociale, di cui essa è l'espressione teorica. In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono essere presi in considerazione solo i risultati più vicini, più immediati. Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la merce fabbricata o comprata con l'usuale profittarello e non lo preoccupata quello che in seguito accadrà alla merce ed al compratore. Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura. Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba, che bruciavano completamente boschi sui pendii e trovarono nelle cenere concime sufficiente per una generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l'ormai indifeso ' humus' e lasciassero dietro di sé solo nude rocce? Nell'attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo più palpabile risultato. E poi ci si meraviglia ancora che gli effetti più remoti delle attività rivolte ad un dato scopo siano completamente diversi e per lo più portino allo scopo opposto;[...]. ." ( ‘ Il processo di umanizzazione della scimmia’ pag. 192-95 )

Se noi sostituiamo a singolo industriale con ‘ singoli gruppi monopolistici’ il problema non cambia, giacché è sempre il profitto la molla che guida il processo produttivo. Quello che cambia è l'inasprimento della contraddizione, giacché essa trova in quell'organizzazione monopolistica vasta eco, potenziamento; giacché, come ha ben sottolineato V.I.Lenin, evidenzia, esalta, esacerba, la contraddizione tra l'appropriazione privata e la produzione sociale: che proprio quella struttura monopolistica, quei cartelli, trust, sindacati fissa in maniera inequivocabile.

Inoltre quella struttura monopolistica determina che essa viene investita in pieno da tutta la complessità della contraddizione, proprio perché abbraccia vaste branche di singoli settori e più settori, cosicché quello che prima si impattava sul singolo produttore, sul singolo capitalista, ora, now!, si impatta su quella struttura monopolistica. Ecco perché la conclusione politica che V. I. Lenin ne ricava era che l'Imperialismo costituiva la fase suprema del capitalismo e l’Imperialismo la vigilia della rivoluzione proletaria e quindi che l'Imperialismo era l'epoca delle rivoluzioni proletarie e conseguenzialmente la teoria dell'anello debole e la possibilità che tale catena possa essere spezzata nel suo anello più debole e quindi la possibilità per paesi non capitalisticamente sviluppati di attuare per prima la rivoluzione proletaria. L'ulteriore processo di concentrazione monopolistico ha agito nella direzione di inasprire questa contraddizione.

 

GIOIELLO

L'essenza del rapporto, che G. riporta è:

crisi della democrazia da sovraccarico di domanda-----

---* NECESSARIA RIDUZIONE DELLA COMPLESSITA'

PER REALIZZARE LA GOVERNABILITA' DEL SISTEMA.

Il presupposto teorico sta nella teoria sistematica

luhumaniana, nella teoria della complessità.

Fermiamoci qui.

G. continua con l'analizzare la teoria di Luhumann.

Il punto che a noi deve interessare non è tanto la risposta, quanto la comprensione esatta, precisa, scientifica di:

1. quali sono i sovraccarichi di domanda;

2. qual è questa complessità da ridurre.

Qual è il rapporto preciso, esatto, scientifico che lega:

sovraccarico di domanda/complessità?

Non sempre e non di per se stesso un sovraccarico determina una complessità. ' Complessità' implica un salto qualitativo.

Un sovraccarico non porta di per sé a complessità, fino a creare problemi alla governabilità

La complessità di per se stessa non porta ai problemi della governabilità, porta ad una complessificazione, articolazione, duttilità, flessibilità, arricchimento della governabilità.

Solo in un secondo momento, ad un livello superiore della complessità, porta ad uno svuotamento reale a cui corrisponde un arricchimento formale, un deviare su altro, o... .

Il problema della riduzione della complessità per la governabilità implica una precisa azione cosciente e razionale di natura repressiva, atta a non far giungere al centro tale complessità ed alleggerire così la pressione. Essa non può sopprimere tout court, deve deviare, spezzettare al fine di far giungere al centro nevralgico con forza penetrante e virulenza sufficientemente ridotta, smorzata, attutita.

Il concetto di riduzione della complessità può avvenire solo se vengono frantumati, spezzati, staccati, isolati facta concomitanti, interdipendenti e fatti viaggiare isolatamente e così sminuirne l'impatto, la forza eversiva, destabilizzante. Ma questo comporta una, ripeto, azione cosciente, razionale, scientifica di repressione. Ma tale azione non può, cioè, avvenire in modo spontaneo, occasionale o affidato al buon senso e meno che mai al primo venuto. Richiede, invece, un'azione cosciente, una comprensione esatta del più generale processo e di cosa si deve andare a bloccare, cosa spezzettare e come e dove e cosa eccitare, cosa favorire, cosa far risaltare e cosa mettere in secondo ordine o tacere del tutto. E questo deve avvenire in maniera saggia e ponderata, giacché si tratta di un mettere in essere camere di compensazione, qualsiasi esse siano; anche il solo attutire i contrasti, le lacerazioni, contraddizioni implica aprire contrasti, lacerazioni, opposizioni, contraddizioni, dissapori con classi, strati, ceti legati a quell'atto che viene represso: isolato, spezzettato, sminuito, o quant'altro.

Il processo in realtà si svolge in maniera assai più semplice, di come qui possa essere prospettato. E' il sistema in sé che in realtà agisce da auto-correttore. Il sistema basato sul massimo profitto, non riesce di per sé ad intelligere una complessità oltre un certo limite, proprio per la struttura metafisica del suo sistema ed automaticamente espelle tutto ciò che non rientra dentro la sua cruna dell'ago e molto di ciò che filtra è filtrato esattamente attraverso quella cruna dell'ago. E' in realtà l'impianto metodologico della logica formale, che non riesce ad intelligere la complessità e quindi distorce fino a farlo rientrare dentro quell'impianto decisamente primitivo. La sua caratteristica è il linearismo, il segno di uguale che va comunque messo da qualche parte e tutto deve portare questo segno di uguale e questo processo avviene fino a che tutti gli elementi - quelli che il sistema riesce ad intelligere - sono ricondotti a quegli elementi noti, in base ai quali può avvenire il processo di astrazione e quindi di omologazione. Ora il punto è che non è più possibile una netta e definita linea di demarcazione e tutto passa nell'altro e la massa delle interdipendenze relazionali - ed il tempo di afflusso di questi dati in tempi reali, mentre in precedenza il tempo era molto diluito e quindi era possibile sia la gestibilità e la separazione o lettura con altri fasci di interdipendenza relazionale, per il lato più superficiale, più immediatamente vero - investono in tempo reale il sistema, che non è in grado di comprenderli e quindi li espelle. Agisce fino ad espellerli e costruisce l'intelligenza del reale non secondo la massa di input che riceve, ma solo in base a quelli che ha accolto/intelletto. Si ha così una visione distorta del reale e quindi di trasformazione, che finisce per rivoltarsi contro la società stessa. Esempi eclatanti sono non solo i problemi ecologici: il sistema non può che provvedere ai suoi singoli elementi prodotti, ai suoi singoli profittarelli - cfr a riguardo quanto Engels - ma anche quelli teorici sollevati più complessivi: di cui l'attuale dibattito sulle riforme costituzionali; anche tutto il processo economico, che richiede un'intellezione di una massa sconfinata di interdipendenze relazionali: basti pensare a quanto il ricercatore della Clinica Pediatrica, Pisacane, diceva circa la desertizzazione e la modifica delle condizioni ambientali sulla salute e la mortalità infantile.

Una chiaro accenno vi è nel Convegno del giugno 1989 di Sapporo sui destini del socialismo in

" New left review".

Sul piano della democrazia è la stessa cosa.

Il sistema non riesce a gestire questa massa in input, che determina, in assenza di una classe dirigente in grado di agire da sintesi e costruire una unità superiore, la frantumazione e l'uso strumentale-corporativo dei singoli, o fasci di, input, da parte dei vari spezzoni della società civile ed il contrapporsi tra di loro di questi spezzoni per l'imposizione di quella lettura di quello spezzone, che consente a quel singolo spezzone, frammento, di esistere e legittimarsi. Di qui poi il frastagliamento della società politica e la ricerca ognuno per sé di una sua rappresentanza ‘ politica’, atta a garantire quell'indirizzo per quel singolo spezzone. Tutto questo viene ad aggravare quell'instabilità ed il sistema si trova sottoposto ad una sollecitazione costante, fino a mandarlo in fibrillazione parossistica.

Il problema allora diviene lo studio, la comprensione di quali siano questi elementi che complessificano e che rendono il sistema ingovernabile.

Se il sistema diviene ingovernabile tale da imporre una riduzione di complessità significa che il sistema non regge più tale massa complessificante.

E' questa, cioè, la lettura dal lato della democrazia dei rapporti di produzione che soffocano lo sviluppo delle forze produttive.

La complessificazione, per stare al termine usato da Gioiello, non è un fatto astratto, prodotto da volontà soggettive. Essa, invece, è il prodotto di un ben preciso livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, che pongono problemi nuovi che l'impianto esistente non è più in grado di gestire, di qui il suo ingolfarsi prima, bloccarsi poi e di qui poi la necessità di alleggerire la tensione attraverso l'azione suesposta.

Si tratta allora di

A. | CAPIRE QUAL E' TALE SOVRACCARICO,

[ K ] B. | COME, DOVE, QUANDO SI MANIFESTA,

C. | COSA, COME, QUANDO SI ORIGINA

D.| DOVE SI ORIGINA.

E quindi il problema è capire questo e lavorare nella direzione di esaltare tale sovraccarico e consentendo la sua più piena espressione, rimandando sulla classe dominante, quanto poi essa stessa ha messo in atto e lì! inchiodarla. Questo sovraccarico, per usare l'espressione di G., ci dice che è portatore, che vuole, che esige, un nuovo, a l t r o livello e piani istituzionali; una nuova

a l t r a d e m o c r a z i a, che si annuncia, sia pure in forme contorte mistificate e mistificanti, prismate dall'ideologia, ma che avanza e si fa, è un ‘dunamein

Karl Marx in Prefazione a " Per la Critica dell'Economia Politica":

" Ad un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà ( che ne sono l'espressione giuridica) dentro i quali per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti di produzione, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un' epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre tra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle leggi naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo." ( pag. 5 )

Karl Marx in " Il Manifesto del Partito Comunista ":

" Sotto i nostri occhi si sta compiendo un processo analogo.

Le condizioni borghesi d produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomigliano allo stregone che non più dominare le forze sotterranee da lui evocate. " ( pag. 59-60 )

E' questo che bisogna capire. E non finire, invece, per farsi inchiodare all'angolo in una difesa del vecchio, che non regge più e la classe dominante liberata e messa in grado di giocare lei a tutto campo e presentandosi lei come innovatrice, moderna, sollecita ai mutamenti, che la realtà pone.

La sinistra continua a persistere nel voler avere una visione assolutamente errata, ed in sostanza dogmatica e schematica, della classe antagonista. Continua a ritenere che la borghesia in quanto classe in decadenza deve restare ferma e limitarsi a difendere lo status quo e la classe antagonista è quella, invece, che propone e così si trova maledettamente smarcata quando il gioco delle parti si capovolge ed è la borghesia che contrattacca, che propone modifiche e la sinistra si trova così lei a dover farsi sostenitrice del vecchio, dello status quo, perché in quello status quo, che essa oramai ben conosce, sa muoversi e del nuovo sa leggervi soltanto la risposta conservatrice e quindi i pericoli, ossia tutto ciò che è nuovo e che essa non sa gestire e che per ora non sa né intelligere, né capire come muoversi ed attrezzarsi.

La sinistra paga cioè qui tutta la sua subalternità ideologica alla classe dominante e mostra non solo di non aver capito il materialismo dialettico: ossia la lettura tendenziale dei processi; ma non ha capito le pur chiare e semplici parole di Marx ne " Il Manifesto":

" La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli elementi della produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutata conservazione dell'antico ordine di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l'incertezza ed il movimento eterni contraddistinguono l'epoca borghese da tutte le precedenti. Tutte le stabili ed arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall'età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene sconsacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i rapporti reciproci." ( pag. 57-58 )

Uno studio attento ci dirà allora che la [ K ] è il prodotto dello sviluppo delle forze produttive ed in particolare dello sviluppo scientifico e tecnologico. Si tratta allora di capire come, dove, quando, in che modo, in che forma questo sviluppo scientifico e tecnologico mette a soqquadro l'intero quadro istituzionale ed inchioda l'ancient regime alle sue vacuità, alle sue fictio iuris.

E farci noi sostenitori fermi di tali sviluppi, senza farci chiudere all'angolo, modificando così radicalmente l'impostazione sino ad ora seguita:

da una parte acritica esaltazione e dall'altra una piatta quanto sterile opposizione in nome di una ancora più confusa e piatta concezione di " democrazia". Sollevando il problema del ‘ chi controlla’

ed in nome di questo opporre resistenza ha finito per farci cacciare fuori dall'aula, ossia di essere out, finendo così la sinistra - ed i marxisti in prima fila - per identificarsi con l'opposizione per poi puntualmente lamentarsi della giusta etichetta di " conservatori" che la borghesia appioppava loro. Ma poi acriticamente esaltarsi per i risultati che quella ricerca comportava: il trapianto o il computer, o .. e così cercare di correre ai ripari rabberciando qua e là qualche analisi più o meno dotta o qualche Convegno, che puntualmente finiva per ratificare la più totale subalternità; e ricominciare, però, il giorno dopo con la tiritera del ‘ chi’, del ‘ quando’, ecc.

L'impostazione, invece, deve essere quella di fare in toto la difesa dello sviluppo scientifico e tecnologico, cogliere, amplificandole e darle così amplificate voce, la problematica che essa pone esaltandone tutti i valori ed i contenuti sovversivi e destabilizzanti e rilanciarli così potenziati ed amplificati sulla borghesia inchiodandola alla sua incapacità di gestire lei, che pure li promuove, quei processi e di come è lei che le soffoca, imponendole ora questa ora quella strettoia, ora questa ' forca caudica' ora quella; quando non la mette a tacere.

Sottraendo così la sinistra dall'angolo nel quale si è andato a cacciare e rimettendola ben al centro e ponendo la borghesia all'angolo, inchiodata da quello sviluppo impetuoso delle forze produttive e che lei non è più in grado assolutamente di gestire e che può solo reprimere ed al tempo stesso utilizzarlo per gli aspetti più marginali ed in definitiva insignificanti.

Restituendo così dinamicità e mobilità alla sinistra, che può giocare così a tutto campo ed in grado di opporsi all'egemonia borghese e sottrarle àmbiti e spazi ed alla sinistra l'egemonia, àmbiti, spazi, dinamicità.

Indubbiamente ciò comporterà una battaglia nella sinistra contro quelle concezioni tipicamente anguste e piccine, tipiche della piccola borghesia, che incapace di intelligere il movimento più generale ed i cui angusti interessi di classe la portano alla difesa dello status quo o al limite a porsi come correttore dei mali, degli estremi, di un determinato sviluppo capitalistico, non sa che, quindi, leggere che la punta del suo naso.

Ma questa posizione è stata veramente nefasta per noi, ha costituito un'autentica " camicia di Nesso", che ci ha mummificato ed incementato e così consegnati alla borghesia.

E' tempo di liberarci, e definitivamente, da questa influenza nefasta.

Dobbiamo, allora, passare noi decisamente all'offensiva, al contrattacco e con alcune semplici, ma dentro un ampio e forte ragionamento e quadro teorico speculativo, ' rivendicazioni', che inchiodano la classe dominante ed il suo sistema democratico e mostri appieno le sue nudità, e quindi tutto il suo imbellettarsi e tirarsi le pelli e mostrarne appieno tutta la sua caducità e putrescenza e così mostrata nella sua nudità strapparle qualsiasi alone di rispettabilità e restituirle, invece, tutta la sua assoluta e totale incapacità di intelligere, capire e gestire i processi nuovi: tutto il suo essere out.

E così inchiodarla inesorabilmente, ineluttabilmente e così mostrata, chiamare la classe operaia alla lotta: solo allora il proletariato maturerà tutto il suo essere classe egemone perché l'unico in grado di prospettare una soluzione e si rianimerà e le altre classi la vedranno come classe alternativa alla borghesia.

Occorre condurre uno studio su come si è venuto a formare lo Stato borghese nella sua lotta contro l'ancient regime feudale e mostrare come tutta l'evoluzione dal XVI al XVIII secolo sia sul piano storico, che sul piano speculativo teorico ( Hobbes, Montesquies, Kant, Hegel, Rosseau, ecc. ) sia prodotto di quelle particolari e specifiche condizioni storiche.

Per come sono poste le cose, sembra che ci sia una borghesia che... ed un proletariato assente.

Ma il proletariato è parte della realtà, è parte di questo processo unitario che diviene. La realtà, cioè, non è leggibile senza il proletariato, viene meno, cioè, un aspetto, l'altro polo della contraddizione.

E' indubbio che anche il proletariato ha affrontato il problema della democrazia e ha elaborato delle sue risposte.

Borghesia e proletariato hanno, cioè, attrezzato le risposte diciamo così grosso modo, ma rimandiamo a quell' esigenza di scomporre ed intelligere detto per l'innanzi - allo sviluppo delle forze produttive, frenate ed ostacolate dai rapporti di produzione capitalistici.

In generale noi abbiamo bisogno di coniugare d u e elementi: leggere cioè il loro rapporto

o g g e t t i v o ! dialettico - sviluppo delle forze produttive-problemi nuovi e risposte che il proletariato ha attrezzato.

Fare cioè da una parte un bilancio dell'esperienza storica del proletariato, le risposte che ha attrezzato ed i problemi nuovi che lo sviluppo delle forze produttive ha posto e continua a porre. E' da questa intellezione dialettica, da questo movimento, che occorre partire per capire e prospettare soluzioni.

E questo è un aspetto.

E' ancora la lettura del riflesso nella mente degli uomini della realtà oggettiva, è ancora lettura del vecchio materialismo, alta ma! vecchio, e non ancora la modifica da parte dell'uomo della realtà esterna e che così modifica riflettersi nella mente degli uomini.

Karl Marx in ‘ Tesi su L. Feuerbach’ scrive:

" I. Il difetto di ogni materialismo fino ad oggi è che l'oggetto, la realtà, sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell'obiettivo o dell'intuizione; ma non come attività umana sensibile, prassi; non soggettivamente. DI conseguenza il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall'idealismo - che naturalmente non conosce la reale, sensibile, attività in quanto tale - Feuerbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero: ma egli non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva.

Feuerbach considera come veramente umano soltanto l’atteggiamento teoretico, mentre la prassi è concepita e fissata solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico."

Questo significa, allora, che lo studio deve considerare che l'attività del proletariato ha determinato condizioni nuove, che hanno determinato, o potuto determinare, l'obsolescenza di precedente concezioni e visioni e prodotto nel contempo nuove risposte.

E meglio: che l'attività di trasformazione del proletariato determinando una nuova realtà ha consentito lo sviluppo di quelle contraddizioni e linee di tendenze in precedenza non conosciute; ha consentito di intelligere più complessi nessi e interdipendenze: vale cioè qui quanto Engels dice per lo sviluppo delle scienze: ‘ noi non dominiamo la natura...’suriportato.

ITALIA.

E' indubbio che gli anni 1964-1980, ma preceduti e sostanziati dai grandi movimenti per la terra e per il lavoro degli anni 1948-54 e quelli contro la ‘ legge truffa’ ed il movimento de " i ragazzi dalle magliette a strisce", ossia l'opposizione al governo Tambroni, hanno costituito un grande fermento democratico, ove questo fermento democratico non è - assolutamente non è - riducibile alla partecipazione democratica, classicamente intesa. Essa, invece, è costituita da un qualcosa di ben più corposo e sostanzioso, che ha prodotto

i movimenti consiliari di fabbrica, quartiere e scolastici: un movimento analogo non si è verificato nelle campagne, inteso nel più generale senso e quindi i vari Comitati di Lotta, i Cub, ecc.

Ma questo non è ancora niente.

Occorre aggiungere la vasta massa di eletti operai, impiegati, contadini, studenti, casalinghe, pensionati nelle varie assemblee : di quartiere, di scuola, di fabbrica, comunali, provinciali, regionali, nazionali e poi non rieletti.

Occorre aggiungere la massa dei membri di Direttivi, il quadro attivo, delle sezioni politiche e sindacali dei luoghi di lavoro e di quartiere: Pci-Psi-Cgil e Dc-Cisl.

La massa sconfinata di giornali, riviste, comitati vari e giornali di scuola, di fabbrica, di quartiere, di ufficio ciclostilati e diffusi manualmente.

Occorre aggiungere la grande esperienza accumulata nella gestione della cosa pubblica, sviluppatasi sia nell'opera di giunta comunale e sia nell'opera delle sezioni territoriali di opposizione o sostegno a seconda di chi guidava quella giunta.

I grandi movimenti di massa:

l'autoriduzione delle bollette Enel-Sip,

il movimento degli autoconvocati,

il movimento contro la strage di Stato,

il movimento sindacale degli anni 1968-1976,

il movimento referendario: Divorzio, Aborto, Scala mobile.

Tutto un discorso a parte merita il grande movimento cooperativo, non solo e non tanto in quanto grande holding, quanto quel movimento parcellare di piccole e diffuse cooperative di produzione, di servizio e di consumo, che hanno caratterizzato gli anni 1950-1976 e che costituiscono proprio per il loro carattere parcellare e capillarizzato dai grandi centri alle piccole realtà di paesi e contrade collinari e montuose una vera e solida esperienza di vita democratica, un vasto e solido tessuto di esperienza di vita democratica.

Tutto questo vasto, articolato, parcellare movimento democratico che cosa ha espresso, quali indicazioni vengono?

Se non si fa un serio bilancio di tutto questo movimento reale, diviene difficile giungere ad una formulazione corretta: occorre che questa massa sconfinata, caotica, disaggregata, frammentata e frastagliata trovi una sua sistematizzazione teorica.

Il problema più delicato, affinché possa uscirne in tutta la sua valenza le indicazioni ed i tratti della Nuova democrazia, è che occorrerà nella pur giusta esigenza di sistematizzazione, ossia di astrazione, saper tenere ben distinti i vari momenti e le peculiarità e specificità di ciascun movimento, che solo molto parzialmente oggi confluiscono nel più generale momento di sistematizzazione, ossia nel generale, ed i punti più alti di ciascuno.

E' importante, cioè, che ‘ il particulare’ non venga mortificato e massificato nel generale, ma esaltato. Altrimenti si finisce per perdere il grande momento di dinamicità, il suo divenire factum e non essere ancora factum: il suo cioè essere ' dunamein' e non ancora ' in actu'.

Si tratta, cioè, di lavorare di fino sul piano del movimento dialettico al fine di non perdere la particularità, che può costituire una forte potenzialità e rischiare di venire annichilita, nel più generale processo di astrazione-sistematizzazione, essere cioè portatrice di ciò che oggi non riusciamo ancora ad intelligere e che si svilupperà poi o che nel prosieguo dell'esperienza verrà a dispiegare ben altri tratti o quei tratti in forme e modi diversi nei quali sin qui si sono dispiegati.

Questo problema metodologico è proprio di tutte quelle fasi che sono in divenire, ma di cui si ha bisogno ora di una sistematizzazione teorica. Ma dobbiamo sempre tener presente che stiamo dando la sistematizzazione a ciò che non si è ancora stabilizzato, a ciò che ancora si deve stabilizzare. Occorre quindi una sistematizzazione teorica che fermi dei punti, ecc. ma che lasci aperte tutte le vie sia all'altro che ancora deve venire, che è il più, e sia a ciò che ancora quegli elementi e dati e facta da noi qui sistematizzati, ma che devono ancora dire, ma che hanno ancora da dire, per il loro ancora dover divenire.

Un ragionamento va sviluppato, poi, a tutte quelle esperienze, anche se fallite, di autogestione della produzione ed esperienze delle isole produttive e di tutti i nuovi processi produttivi e modifiche dell'organizzazione del lavoro: avendo anche qui a base proprio ed esattamente

" Americanismo e fordismo" di Gramsci; così come una disamina attenta va fatta attorno alla teoria della ' total quality' sia nella versione dell'equipe e sia nella versione dell'esperienza di cui parlava Lanini: che Ferrara correttamente indica con ‘ toytismo’

 

Si potrebbe prevedere un Convegno sulla:

* Lega della Cooperativa,

* il Movimento democratico del 1968-1976,

* un assemblea degli eletti dai primi anni '60 a tutto il 1980,

* un convegno sugli autoconvocati ed il più generale movimento consiliare operaio.

Tutto questo settore andrebbe gestito da una Commisione o Associazione

" Democrazia Nuova".

 

[ …….]

Veniamo ora ad alcune questioni inerenti il testo dell ’Autore.

1. Pag. 21

" Il sistema elettorale maggioritario non è fatto per il pluralismo sociale né politico, ma per la governabilità ... ."

2. Pag. 22

" spostare l'asse del potere verso la società civile, verso il basso e verso i poteri locali, per far coincidere sempre più società civile e società politica.."

Ora 1. è la contrapposizione: pluralismo-govenabilità;

2. è la contrapposizione: alto-basso,

società civile - società politica.

E' esattamente su queste contraddizione che occorre lavorare.

Devono costituire esse la base dell'impianto di ricerca dell'Istituto.

Sono cioè, esattamente! queste contraddizioni che occorre buttare addosso alla società capitalistica e mostrare come essa non regge il pluralismo, proprio mentre quando la società richiede un pluralismo di letture del processo di direzione delle forze produttive in grado di intelligere la vastità e complessità e l'omnilateralità - nei massimi limiti possibili - del processo di trasformazione del rapporto uomo-natura, del ricambio organico uomo-natura, essa oppone.... la governabilità. Ma il problema è proprio ed esattamente qui, la governabilità, che richiede una tale lettura omnilaterale, ossia il pluralismo. Governabilità è allora non governabilità ma stabilità. Ma la stessa stabilità richiede anch'essa un governo dei processi, e tale governo richiede al pari della governabilità un'intellezione omnilaterale e non il ‘ profittarello’!. Il problema allora non è allora neanche la stabilità, è qualcos'altro è il mantenere, è il resistere, è il difendere disperatamente lo status quo: che è ben altro; è tutt'altro da governabilità!

Ma questo significa sottoscrivere unicamente quanto già noi come Istituto veniamo dicendo dal 1992, ossia che la classe dominante attrezza la sua linea Sigfrido ed aspetta l'assalto delle forze produttive ed in questa attesa si bunkerizza. Ora noi vediamo qui tutta la portata di questo bunkerizzarsi della borghesia che diviene la bunkerizzazione della società, la sua fissità, la sua imbalsamazione. Una società che viene mumificata e che per essere mummificata viene letteralmente avvelenata.

Ma questa contrapposizione pluralismo-governabilità dice di tutta l'impossibilità della società capitalistica di far vivere un processo democratico, lo stesso processo democratico borghese, alla società civile borghese. E questo equivale a sottoscrivere la propria incapacità a candidarsi alla guida della società, ossia ad essere classe dirigente.

E' il sottoscrivere la propria fine e questa per mano e per bocca della stessa borghesia, e .. a dichiarazion di parte inutilità di prove.

La stessa contrapposizione alto-basso dice tutta la difficoltà in cui si trova la società borghese: alto e basso sono soltanto due livelli diversi di organizzazione di un processo, essi non possono venire demonizzati, non possono venire separati e costruiti l'uno opposto all'altro, quando ciò succede implica che la società non è più in grado di garantire la sintesi, e quindi l'egemonia, tra questi due momenti. Lo stesso dicasi tra società civile e società politica.

Società civile e società politica sono solo due diverse demonimazioni di una stessa ed unica realtà: la comunità-uomo, letta da due diverse angolazioni.

Ma poi anche questi due termini andrebbero discussi, proprio per il loro voler caratterizzare momenti diversi, ma questo è tutt'altro discorso.

L A D E M O C R A Z I A

Un certo grado di sviluppo delle forze produttive richiede un determinato grado di direzione e quindi un determinato ventaglio di scelte su cui operare e quindi un determinato grado di partecipazione a tali scelte. E scegliere, e per scegliere, occorre

c o n o s c e r e.

Fin quando si è trattato di un processo produttivo che non andava al di là della ripetizione di quel processo produttivo, che si attuava da secoli, l livello di partecipazione era quasi nullo.

Il problema si poneva come problema di come garantire almeno quel livello di produzione della ricchezza sociale con l'acquisizione /estensione quantitativa in terra e uomini. Il problema della scelta ineriva allora la pace e la guerra, la tassazione, i diritti del proprietario su quelle fonti di produzione di ricchezza. Ed una volta acquisite le nuove fonti, esse vengono utilizzate esattamente come prima, cambiando esclusivamente i proprietari, e meglio i ricettori di profitto.

Ecco allora che la ‘ pòlis’ greca come il Senato romano e la Dieta imperiale ruotano attorno a guerra, pace, tassazione, diritti del proprietario sulle fonti e dei doveri degli uomini asserviti a quella terra, a quel possedimento, a quella estensione territoriale. In questa struttura decisamente semplificata non si pone il problema della maggioranza-minoranza, ma dell'unanimità.

Diversamente non sarà la monarchia del XV-XVIII secolo, anche se qui iniziano a diversificarsi e complessificarsi i problemi.

Tornando alla Dieta.

In questo contesto " democrazia" non poteva non identificarsi con forma di governo, ossia di chi doveva stabilire tali cose:

il re, l'aristocrazia, il popolo e conseguenzialmente le forme e le istanze di tali decisioni: il re, il consiglio degli ottimati, l'assemblea.

Ora un'assemblea popolare poteva avere senso fin quando il campo d'azione su cui si esercitava la direzione del processo produttivo era limitata e quindi era possibile la convocazione di una riunione di tutti i membri di quella comunità. Ma questo presuppone una comunità assai ristretta.

Il regime aristocratico in realtà non è mai esistito:

o esso era la riunione dei capi tribù o era il consiglio del re.

Ora con la costituzione degli stati nazionali, attorno alla meta del XV secolo, che supera sia il comune e sia il contado e si proietta come " sconfinata estensione territoriale" si pone il problema di una rappresentanza, di cui una parte allocata nella sede della residenza del re - capitale - ed in grado di garantire gli interessi delle vari classi. All'inizio essi sono i più ricchi delle varie classi, in grado di mantenersi nella capitale ed alla corte del re, successivamente un elezione decideva chi dovesse rappresentare quella classe. Il Parlamento dei Tre Stati: i nobili, la chiesa, il popolo, o borghesia.

Passiamo così alla democrazia rappresentativa.

Questo passaggio è dato dalla necessità di diversificare la direzione dello sviluppo economico e la ricchezza sociale prodotta iniziava a superare i livelli della semplice sussistenza. La stessa difesa o nuova acquisizione di territori - non più terra! - comportava una spesa tale da richiedere il concorso di più forze e la messa in campo di ben nutriti ed equipaggiati eserciti e per lunghi anni. Lo stesso mantenimento dell'integrità territoriale di quello Stato richiedeva il coinvolgimento di forze, ecc. tutto funzionale all'espansione di quei livelli della ricchezza sociale prodotta. Di qui allora la diversificazione di ruoli e la nascita della distinzione pratica dei poteri:

legislativo, esecutivo, giudiziario.

Il problema si pone quando a legiferare era il re con il parlamento e poi nell'attuazione ed in sede giudiziaria erano l e stesse istanze ed il tutto concentrato nelle mani del re e dei nobili e della chiesa, di qui la divisione dei compiti, sotto l'egida non più del re, ma del Parlamento, dove il Parlamento legifera, l'esecutivo, approvato dal Parlamento e retto dal Parlamento, applica quanto legiferato ed il giudiziario aperta alla libera carriera dei cittadini, ovvero ossia anche dei borghesi, non soltanto dei nobili che in virtù del potere feudale provvedevano al potere giudiziario. Il passaggio di tale potere dal feudatario al re è stato un passaggio fortemente violento con congiure di palazzo e rivolte di baroni. La stessa complessificazione del Diritto Civile comportava una specifica competenza non bastante più la consuetudinarietà, che collazionati nei vari Codici costituivano oramai più una confusione, una incertezza del diritto. Sarà, infatti, il Codice Napoleonico che farà piazza pulita definitivamente dei vari e sconfinati Codici, che a partire dal X secolo si erano venuti a sovrapporre l'uno all'altro.

Sarà con la rivoluzione francese, che inizierà a porsi il problema dello stabilire le forme ed i modi della democrazia rappresentativa con il processo di esautoramento dei poteri regali:

il passaggio dalla monarchia assoluta a quella costituzionale alla repubblica, si sviluppano i poteri e le prerogative del Parlamento e conseguenzialmente i metodi e le forme del chi, del come, del quando dell'eletto, di qui il chi , il come, il quando esprime tale delegato: prima voto censuario, poi per i soli uomini, infine suffragio universale, ossia voto alla donne.

Tutti questi passaggi vanno letti dentro lo sviluppo della proprietà borghese, dei rapporti di produzione capitalistici avutisi a partire dal XVI secolo e trattati dalla teoria marxista a cui si rimanda e che substanziano quanto qui detto.

" Democrazia" cessa così! di essere forma di governo per divenire modo e strumento della partecipazione. Ed in questa veste, una volta liberatasi dalla piatta identificazione con " governo", nostra fino in fondo la sua reale e stretta interrelazione con Politica. E dove " forma di governo" sta per statale, ma per l’identificarsi strettamente con àmbito territoriale non poteva aversi il concetto di Stato nazionale:

l’impero romano prima e l'impero feudale poi non consentivano il concetto di Stato, che avrà senso allorché àmbiti territoriali contigui verranno sottoposti ad una unica direzione ove i confini naturali [ sistemi montuosi, fluviali, ecc. ] e tradizioni genericamente culturali, linguistiche, ecc. molte volte ne predeterminano l'estensione: di qui Francia, Germania, Olanda, Italia, ecc.

La regolamentazione di tutto ciò viene a configurarsi come Carta delle Leggi, ossia Costituzione [ oltre a quanto già detto su Costituzione/blocco sociale.]

" Democrazia" così! separatasi da " governo" e " governo" separatosi da " Stato" può ben mostrare i suoi reali legami ed interconnessioni con Politica.

Queste le consente in via prioritaria di identificarsi con scelta/partecipazione alle scelte e nella misura in cui scelta è un ventaglio possibile di scelte con tutta una sconfinata gamma di variabili con effetti a pioggia non più su di un lungo arco di tempo [ vedi n proposito quanto Engels sul disboscamento, ecc. ], ma nell'arco di alcuni decenni, si identifica con c o n o s c e n z a di qui poi tutta la problematica delle comunicazioni dei mass media, che è solo la lettura parziale do questa più ampia e corposa problematica. Viene così a dispiegarsi dinanzi all'uomo, alle sogli del XXI secolo, il reale, oggettivo, legame di

DEMOCRAZIA---POLITICA---GOVERNO,

finora seppellito da quell'appiattimento di democrazia con governo, dato dal fatto che non si ponevano problemi più complessivi di direzione e quindi quella visone, impostazione/definizione in effetti ben serviva le istanze dell'epoca in cui tale identificazione è fiorita.

" Democrazia" viene così a stagliarsi con una sua autonoma funzione, come scienza a sé, legata ed intercorrelata con lo sviluppo delle forze produttive, come parte, inerente

"s c e l t a", del più complessivo processo di riproduzione delle condizioni materiali di esistenza degli uomini, ossia del ricambio organico: Uomo-Natura.

Essa allora è la scienza della partecipazione, che studia le forme entro cui tale partecipazione deve avvenire in rispetto del continuo sviluppo delle forze, tendente a risolvere i problemi sempre nuovi che tale sviluppo pone al fine di consentire la partecipazione.

Dove ‘ partecipazione’ non sta tanto nel senso di consentire agli altri, o tutti quanti gli altri di partecipare nella decisione, quanto quello di attuare nel miglior modo possibile la direzione centralizzata e pianificata delle forze produttive, di cui parla Federico Engels.

Fino ad ora, per l'insufficiente sviluppo delle forze produttive, democrazia, e quindi ' partecipazione', è stato visto ed inteso come ‘ elargizione’ o ‘ conquista’ per poter partecipare a decisioni. Ma poi tali decisioni erano assai ristrette. E tale ristrettezza consentiva la sua proiezione distorta, prismatica, di partecipazione in quanto, in definitiva, concessione del gruppo dirigente, o della classe dominante.

Oggi invece si ha la stretta ed indissolubile conseguenzialità tra democrazia e direzione delle forze produttive: ed è questo dato oggettivo che pone ‘ democrazia’ come necessità inderogabile e quindi il superamento di tute le precedenti forme, che si sostanziavano nella democrazia rappresentativa e che impone, invece!, l'inderogabile passaggio alla democrazia partecipata proprio per dare una corretta direzione alle forze produttive.

Essa riceverà, allora, il suo reale sviluppo solo allorquando le forze produttive liberate dagli impacci degli attuali rapporti di produzione capitalistici, potranno appieno esprimere tutta la loro potenzialità e porre sul tappeto i confini netti e chiari della nuova democrazia, ossia della democrazia partecipata.

Questo impaccio, questa " camicia di Nesso", alle forze produttive sul piano della democrazia si concretizza con la lettura ancora di Democrazia con Legislazione, Giurisprudenza.

E' indubbio che poi quelle forme in cui tale partecipazione deve avvenire si esprimerà anche sul piano giuridico-formale di una legislazione, ma ciò non implica il suo identificarsi con legislazione. L'ultimo atto, allora, è quello di

liberare democrazia da questo ultimo suo antico legame con il passato, che è legislazione, e fondarla come

s c i e n z a d e l l a p a r t e c i p a z i o n e

.

La ‘ par condicio’ costituisce la forma rozza, primitiva e perciò stesso mistificata e mistificante proprio ed esattamente di quel venirsi a delineare della democrazia in quanto scienza della partecipazione.

In forma rozza, primitiva - prismata dalla lente bottegaia della borghesia monopolistica italiana - essa pone il problema dell'informazione

come, quando, chi, quanto;

quali canali, ecc.

Il problema, cioè, qui è letto dall'angolazione più superficiale, più immediatamente palpabile: quello che più direttamente la cruna dell'ago proprietaria riesce a filtrare, quello dell'informazione.

E ' informazione' stessa è ridotta al suo più banale e triviale aspetto, quello cioè della quantità dei minuti che vengono concessi alle varie liste e candidati e dalla parità di tali minuti ne discende la correttezza democratica, la pari opportunità.

E quando non è tale è ' informazione' in quanto notizia. Ma così facendo, pur dall'estrema ristrettezza di angolazione, pone il problema che una diversa informazione determina una diversa scelta e quindi necessità della correttezza di tale notizia/informazione.

Una volta che ha posto questo problema, conseguenzilamente pone il problema che è a monte: quando la notizia è tale e fino a che punto quella notizia è completa e se completa fino a che punto l'esplicitazione della sua completezza non agisce da ostacolo alla comprensione, perché complessifica il dato al punto da renderlo inintellegibile. Ma poi se la notizia/informazione per questo motivo deve essere ' monca' allora chi e quando decide il quantum oltre il quale la notizia/informazione rende inintellegibile il processo. Ma poi perché tale necessitò di intellegibilità, per cosa? Viene così in primo piano, quasi di soppiatto ma poi finisce per imporsi come elemento chiave, il problema della direzione delle forze produttive. Ed una volta posta tale necessità, è posto il problema di rendere la notizia nella sua complessità, nei suoi nessi ed interdipendenze relazionali, but! una tale nuova intellezione richiede una nuova metodologia, richiede e vuole il materialismo dialettico come scienza della logica in grado di intelligere il movimento nella sua totalità e le sue infinite forme nel quale diviene.

 

 

 

 

SARTORI

pag. 18 " La democrazia politica è quella che opera - ai fini democratici - nelle peggiori condizioni possibili; e non bisogna pretendere dalla democrazia su vasta scala, dalla difficile democrazia politica, quello che si può pretendere dalla democrazia su piccola scala."

Quindi.

1. esiste una scissione tra democrazia e fini democratici,

2. esiste una scissione tra micro e macro democrazia.

Dice, così, più di quello che crede Sartori, dice che la democrazia liberale ha raggiunto il suo limite massimo, oltre il quale non è in grado di andare: quel non bisogna chiedere troppo, la dice lunga proprio ed esattamente sui limiti della democrazia liberale.

Dice che essa può reggere solo al livello di una non ben chiara e definita macro democrazia, ma non regge assolutamente sul livello micro-macro. E' in grado di garantire tutto a livello micro, ma a livello macro può garantire solo gli aspetti più generali. Ma poi che cosa concede al livello della micro-democrazia? L'assemblea dove tutti possono decidere: sì ma decidere cosa? Il passaggio dalla micro alla macro democrazia diviene difficile per S. e per la democrazia borghese più generale proprio perché nella micro non vi è democrazia alcuna, solo che a quel livello che quello che fictio iuris ben celato, a livello di macro, nel processo di ingrandimento, mostra appieno tutti gli imbrogli, le distorsioni e l'essenza antidemocratica di quel liberalismo democratico. E’ vero, ma siamo qui sul piano della dialettica - su quale insidioso terreno si va a mettere Sartori per darsi ragione! - che nel passaggio dal particolare al generale si perdono tutta una serie di connotazioni caratteristiche, perché il generale abbraccia molto approssimativamente il particolare ed il particolare esprime in maniera molto limitata il generale, ciò non di meno nel passaggio dal particolare al generale quello che si potenziano sono proprio ed esattamente i tratti più squisitamente negativi e positivi di quel particolare, che se nel particolare riuscivano a confondersi, nel processo di " ingrandimento" vengono decisamente ben fissati. Sul piano metodologico, allora, se un fatto nel passaggio dal particolare al generale comporta quanto il passaggio da micro a macro democrazia, significa allora che occorre tornare a rivedere quel micro e con l'ausilio, ora, del macro scorgere bene e meglio quei tratti negativi, diciamo così, che nella dimensione micro non riuscivamo a intelligere e che ora si presentano in tutta la loro ampiezza; così riconsiderare, alla luce della nuova angolazione quel micro e giungere a nuove conclusioni! Non può Sartori baypassare totalmente quanto in macro gli è dato vedere e tirare diritto per la sua strada.

Se si fosse mantenuto sul terreno scientifico, anziché su quello ideologico, avrebbe dovuto riconsiderare l'intera teoria e fare un ben diverso bilancio storico della democrazia nella storia degli uomini.

Rende così un cattivo servigio a se stesso ed alla borghesia S. quanto scrive a pag. 18: meglio avrebbe fatto a tacere, finisce per scoprire indecorosamente quanto altri prima e dopo di lui hanno tenuto a nascondere e ben celare: viene lui e fa la frittata!

Sartori sa concepire solo la democrazia come elettiva e non anche partecipativa. La sua teoria è che una democrazia può aver luogo solo nelle piccole comunità: la ‘ pòlis’ Atene, ma essa non può sussistere nelle grandi comunità.

pag. 80

E' evidente qui in tutta la sua portata l'angustia e la limitatezza dei confini di S. che non sa intendere se non quello che già c'è.

Il problema della democrazia, proprio per la complessità che lo sviluppo scientifico e tecnologico pone ( cfr appunti sulla democrazia ), è la combinazione, la simbiosi, la... tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipata, che richiede ovviamente nuovi ed altri strumenti, nuovi ed altri livelli istituzionali, nuovi ed altri sedi di mediazione e ricomposizione delle contraddizioni e questo richiede un nuovo metodo in grado di intelligere il particolare ed il generale nel loro incessante movimento del divenire della materia.

La società cioè è più complessa, ricca, articolata, policroma e polifonica che non quella della metà-fine secolo XIX, come non lo è di quella dei primi anni '30 del XX secolo.

Questo metodo può essere allora solo il materialismo dialettico e questa nuova democrazia può essere soltanto il centralismo democratico!

Dove alcuni più elementari elementi sono:

a. revoca in ogni momento del mandato,

b. soppressione della circoscrizione territoriale,

c. l'alta partecipazione degli uomini che consenta il controllo del mandato,

d. ecc. ecc. ecc.

la realtà della ‘ pòlis’ era ancora una realtà basata sulle fratrie, una realtà di piccoli contadini, sostanzialmente, ove il lavoro schiavista era assolutamente minoritario e si riduceva o alle prestazioni domestiche e riguardava una minoranza esigua, il lavoro schiavista non caratterizzava la società e l'economia della ' pòlis', oppure al lavoravano nelle miniere d'argento. In questa situazione, di sostanziale omogeneità economica della società greca del VII-V secolo, poteva aversi questa rotazione governati-governanti. In tale contesto non poteva assolutamente aversi alcun disfacimento continuo di legge, ma una sostanziale continuità, o rigidità, della legislazione. Essa poi in realtà non andava oltre la pace, la guerra, ed alcuni questioni di vitale importanza per la ‘ pòlis’ circa l'unità e la stabilità, ovvero l'ordine pubblico, come oggi si direbbe. Ed in questo non c'è divisione alcuna dei cittadini della ‘ pòlis’: Socrate verrà condannato con voto quasi unanime.

Dice però una cosa Sartori: che è possibile la rotazione governati-governanti se, e solo se, esiste una sostanziale eguaglianza nella proprietà, ove ciascuno è proprietario. Infatti, quando l'economia della ‘ pòlis’ non è più in grado di garantire questa eguaglianza e si pone il problema di una produzione della ricchezza sociale maggiore, si pone il problema di un ampliamento del lavoro schiavista e quindi del superamento della ‘ pòlis’, che era basata sul vincolo di sangue delle fratrie.

La società, allora, che legge Aristotele è già la polis del IV secolo, è già il periodo macedone, ossia il periodo post guerra del Peloponneso, sconfitta di Atene, lega della Beozia e della Tessaglia e spedizioni di Filippo il Macedone: Aristotele era infatti precettore di Alessandro Magno, era alla ‘ corte’ di Filippo il Macedone. Quella che Aristotele guarda è una ' pòlis' oramai decaduta e in opposizione a Platone, egli è fermo sostenitore del nuovo regime societario e del nuovo regime basato sulla schiavitù: le istanze di Aristotele non sono assolutamente la ‘ pòlis’ ed i suoi vincoli di sangue. Quella di Aristotele è ben altra cosa della ' pòlis' di Pericle e della ‘ pòlis’ del VII-Vsecolo, il cui apogeo è esattamente la Lega di Delo e la guerra persiana.

 

Venendo ad un esempio concreto:

tutta la discussione che oggi investe il nostro paese circa le modifiche costituzionali mostra appieno la totale inanità delle soluzioni proposte: semipresidenzialismo, cancellierato, ecc.

Lo stesso elaborato teorico che vorrebbe sostanziare, e nobilitare tali proposte, mostra appieno tutta la sua vacuità ed inconsistenza dottrinaria. E fin quando si limitasse a questo, sarebbe un danno ben minore; esso invece finisce per dire più di quello che crede: finisce per scoprire maldestramente quanto fino ad oggi tutti i teorici costituzionalisti e della democrazia politica hanno tenuto a tenere ben celato. Finisce, cioè, per mettere ben a centro e fissare in maniera impietosa tutti i problemi nuovi che si pongono dinanzi alla società per quanto attiene il processo decisionale ed al tempo stesso il sottoscrivere la totale incapacità del sistema borghese di gestire tali nuovi problemi e quindi l'assoluta impossibilità della classe borghese di essere ed agire da classe egemone e dominante, profilando, invece, di sé l'immagine di una classe che sta lì per forza, con la ragione delle forza e non con la forza della ragione.

In definitiva le proposte che vengono avanzate vengono sostanziate dalla necessità di garantire una governabilità ed a tal fine si propone un restringimento del gioco democratico ed un accentramento del potere decisionale, che non può più essere dilazionato come in passato.

Tale governabilità viene giustificata con la necessità dell'alternanza, ossia della necessità che vi siano possibilità perché vi sia un alternanza nella maggioranza di formazioni diverse.

Infine si sostiene che è da questa assenza di governabilità che scaturisce lo scollamento tra società politica e società civile.

Per poter consentire tutto questo le soluzioni sono allora il maggioritari, o premio di maggioranza, il presidenzialismo - al di là delle sue diverse forme - lo sbarramento al 4 o 5%, la costituzione di due blocchi contrapposti e la necessità per ogni formazione di allearsi in uno dei due blocchi, pena la non possibilità di vedere suoi eletti in Parlamento.

Dette così le cose è la più sincera sottoscrizione della incapacità della borghesia di essere

dominante ed egemone e sua totale incapacità di gestire i processi.

Vediamo perché:

Dire che per la governabilità/stabilità occorre questo e quello significa che la borghesia riconosce di non essere in grado di porsi lei come momento di sintesi superiore, dove vengono a ricomporsi diverse istanze.

Dire che occorre questo e quello per superare la scissione tra società civile e società politica, significa sottoscrivere innanzitutto che esiste una tale scissione e in seconda che essa non è in grado di essere momento di sintesi tra questi due momenti, e porsi lei come momento di sintesi superiore, dove le diverse istanze vengono a ricomporsi.

Ora una classe dominante che non è in grado di essere momento di sintesi di istanze diverse è una classe dominante che ha già sottoscritto la sua totale incapacità ad essere classe egemone e dominante.

Se a questo essa aggiunge la restrizione al processo partecipativo essa risottoscrive questa sua totale incapacità.

La borghesia si è caratterizzata nel passato, nella lotta contro il regime feudale come la classe in grado non solo di ampliare il processo di partecipazione, ma anche di essere momento forte di sintesi e delle diverse istanze: società civile e società politica e dei diversi momenti. Dice cioè che essa è giunta al capolinea, e che è lì in forza delle armi e del potere che si trova ad avere nelle mani, ma assolutamente non per altro. La restrizione del processo decisionale ed il concentrare il potere decisionale dice da una parte che essa non è in grado di gestire la complessità della società moderna, dice che non è in grado di gestire nemmeno le contraddizioni all'interno della sua stessa classe, dice, infine, che essa si bunkerizza, ossia che si attrezza ad una difesa estrema contro l'assalto proprio ed esattamente di quelle istanze e di quelle complessità della società moderna che essa non sa né gestire, né più mediare.

E così nel furore ideologico fa guai e dice alla classe antagonista, ed in questo la educa, cose che per centinaia di anni tutte le classi dominanti hanno cercato di celare, occultare, mistificare e misticizzare. Fa guai quando dice che il voto non è voto ad una linea, ad una scelta strategica - e quindi che esiste un rapporto tra rappresentante ed elettori - ma il voto è fiducia ad una persona-leader, e fiducia è data dall'immagine che tale persona-leader riesce tramite i media a proiettare di sé. Fa guai perché innanzitutto dice che la sua classe politica non ha niente da dire alla classe dominata, che non ha più argomenti politici, ideali, ideologici tramite i quali esercitare una benché minima egemonia e che tutto è affidato all'immagine di fiducia che tale leader può proiettare: dice cioè dell’assoluta povertà e miseria del suo più elevato gruppo dirigente politico; dice cioè che la classe borghese non è più in grado di produrre intellettuali in grado di garantirle egemonia. Fa guai infine perché mostra l'assoluto stato di disperazione nel quale versa: una classe dominante che affida tutta la sua esistenza non all'egemonia, ma alla proiezione di fiducia che il suo leader può proiettare è una classe che in realtà ha già deciso di sostituire la forza al consenso e che affida alla forza, oramai, la sua permanenza al potere.

E' questa l'immagine che essa proietta e così facendo educa la classe antagonista, la educa, perché le fa capire che essa è giunta al capolinea, che è stremata, spossata e che affida alla forza la sua permanenza al potere e quindi che è tempo oramai di una nuova classe che sappia dare risposte nuove alle complessità della società, che sappia essere nuova sintesi, che sappia estendere ed ampliare i processi partecipativi e costruire una nuova società in grado di coniugare governabilità-consenso-democrazia.

Il partito del proletariato a differenza del partito della borghesia presenta una complessità e difficoltà che nella forma-partito borghese non vi sono; anzi le cose sono semplificate per tutto quanto riguarda i punti a) e b).

Innanzitutto. Il proletariato per sua natura non tende a costruire alcuna struttura di consenso/dominio sulle altre classi, perché per sua natura non tende ad estorcere ad alcuno lavoro appropriato.

Per una breve fase, quella della costruzione della società socialista, esercita una ferma dittatura sulla classe sconfitta e sulla sua ideologia, che continua a permanere nella coscienza della classe del proletariato e del popolo lavoratore. E' sostanzialmente azione degli apparati repressivi dello Stato, il partito vi è coinvolto solo nella forma della battaglia delle idee: ma per esso per certi aspetti agisce la costruzione della nuova società, i nuovi rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive. Questo comporta che la struttura del Partito non può essere coercitiva non costruisce consenso/dominio, ma egemonia.

Ancora. Mentre le classi sfruttatrici che si sono succedute costituivano l'infima minoranza ed il loro raggruppamento ed organizzazione e tenuta in quanto classe è sostanzialmente facile cosa; ben diversamente si pongono le cose per il proletariato dato il gran numero che compone la classe dirigente. Se nel proletariato non si pongono problemi di lotte mortali, all'ultimo sangue tra gruppi, fazioni della classe dominante, si pongono però ben più complessi rapporti e contraddizioni - in seno al popolo - tra le varie parti del proletariato e conseguenzialmente tra i diversi gradi e livelli della coscienza di classe dati sia dall'aspetto puramente soggettivo e sia dalle condizioni materiali specifiche in cui quel settore, branca del processo produttivo viene ad avere in generale e nella specificità della fase economica del sistema:

fasce e livelli salariali,

lavoratori intellettuali - lavoratori a minore livello tecnologico-scientifico,

diretti-dirigenti,

diversi settori e fasce e livelli salariali tra diversi settori: chimico, metalmeccanico, edile, alimentare, agricolo, tessile, del I° e II° settore, e tra il I° ed il II° settore, dei ' servizi' e del ' terziario' e dove per l'incremento forte ed alto dello sviluppo delle forze produttive e quindi della scienza e della tecnica alcuni settori in una certa fase sono fondamentali, centrali, successivamente per lo sviluppo scientifico e/o per diversa fase di costruzione economica del sistema vengono ad avere ruolo, valenza, pregnanza diversi e comunque minori: ricorda qui quanto scritto sulle modifiche intervenute all'indomani del 1948.

In questa realtà estremamente ricca, complessa, dinamica, viva si pongono nel proletariato seriamente la forma dei livelli decisionali e nella sostanza come avviene la formazione ed esecuzione delle decisioni.

La decisione: formazione ed esecuzione deve vedere l'entrata in gioco di tutta questa complessità. La vastità della classe pone già di per sé seri problemi, i quali si esponenziano per il rapporto con le altre classi, che devono essere guidate lungo la via del superamento definitivo di qualsiasi forma di proprietà privata. Il problema dell'unità, dell'equilibrio acquisiscono valenza assai maggiore: il processo è ben più complesso, la decisione deve trovare consenso, non dominio.

L'avanguardia del proletariato deve cioè essere espressione della parte più avanzata del proletariato, ma saper esser momento unificante e credibile per tutto il proletariato e per le classi ad esso alleate, non sussistendo il dominio, che invece agisce nei sistemi precedenti, che agisce di per sé da forte semplificatore.

Come avviene allora il processo di formazione ed esecuzione di una decisione tenendo presente tutta questa complessità?

Certamente non può bastare il sondaggio di opinione, o l'inchiesta, o ...

Occorre invece una struttura permanente che consente all'avanguardia del proletariato di essere sempre, costantemente, momento di sintesi per poter correttamente quotidianamente, essere questo momento di sintesi-direzione.

Intervengono su questa struttura già decisamente complessa la natura del proletariato e conseguenzialmente la sua concezione del mondo, ossia la sua visione dialettica, che gli impone di leggere la realtà in costante mutamento, divenire e dirigere questa realtà in costante divenire verso il suo superamento.

La struttura ed il metodo che il proletariato deve elaborare deve essere la risultante e la risposta unica ed unitaria, e complessiva, di tutta questa problematica e deve essere in grado di consentire al proletariato di essere e mantenere il consenso/egemonia. Centro vitale e portante della sua struttura organizzativa, che è poi la struttura portante della sua formazione delle decisione, il luogo e lo strumento dove si svolge l'intero processo decisionale è allora il luogo di lavoro : la fabbrica, l'ufficio, l'azienda agricola, l'azienda commerciale, di trasporto, ecc. Ecco perché la struttura organizzativa di un partito comunista è il luogo di lavoro, la cellula del luogo di lavoro; la stessa circoscrizione elettorale non è quella territoriale come nella società capitalistica, ma ha il suo centro nel luogo di lavoro; così come la cellula del luogo di lavoro non ha la stessa valenza di quella di quartiere, ossia della cellula territoriale.

In generale possiamo dire che la dimensione territoriale è la dimensione organizzativa della borghesia, in quanto proiezione de "il cittadino"; mentre il luogo di lavoro lo è del proletariato, in quanto proiezione de " il lavoratore".

Il processo di formazione-attuazione-verifica delle decisioni è allora il

c e n t r a l i s m o d e m o c r a t i c o.

Poste così le cose allora il nuovo tecnico, il nuovo operaio e la contrapposizione produttore/consumatore venivano a costituire sollecitazioni all'intero rapporto partito-società civile: il partito politico perde la sua capacità di essere momento di sintesi e quindi direzione del più complessivo processo; il centralismo democratico comincia a non funzionare più correttamente, mettendo in crisi l'intero processo di formazione-esecuzione-verifica delle decisione e quindi mettendo in difficoltà il più complessivo sistema di egemonia-consenso del proletariato , mettendo in seria difficoltà tutta la politica di alleanza e di equilibrio su cui si regge l'intera società.

In effetti il centralismo democratico è un punto delicatissimo dell'intero sistema socialista; occorre che esso venga costantemente aggiornato, modificato e create strutture conseguenziali alle modifiche che intervengono nella società per consentirgli una sempre maggiore espandibilità. Vale per il centralismo democratico quanto Engels dice della dialettica materialistica: Engels dice che ad ogni importante scoperta scientifica bisogna risottoporre la dialettica a verifica ed arricchirla dei contenuti che quella nuova ricerca scientifica comporta.

Il centralismo democratico e quindi gli strumenti ad esso funzionale devono essere risottoposti ad esame ed adeguati ad ogni nuova fase di costruzione della società al fine di consentirgli una sempre maggiore espandibilità. Ma questa espandibilità è essa stessa legata ad uno sviluppo forte delle forze produttive, che libera gli uomini dalle loro soggezioni, credenze e li mette in grado di avere un rapporto sempre più scientifico, ossia reale, con la realtà oggettiva: la realtà esterna, la società civile, gli uomini.

La struttura sul finire degli anni quaranta e l'inizio degli anni cinquanta si presentava funzionale a mantenere ed a comprendere e ad essere sintesi e sintesi-direzione di una realtà contadina, che sostanzialmente si era modificata. per cui il sistema periferico trasmetteva al centro non più la vita reale, ma istanze ed esigenze di quelle forze, che continuavano a permanere su quel terreno, ma non ne costituivano più l'essenzialità; e così per il tecnico, l'operaio, ecc.

Fermiamoci qui.

 

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI


KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS’


Note, schemi, appunti e rapidi schizzi

per una

Conferenza sulla Democrazia.


Sezione Seconda


I problemi nuovi della Democrazia

 

I problemi nuovi, che lo viluppo scientifico e tecnologico pone, sono:

1. il problema del mandato elettorale;

2. il problema della formazione delle decisioni.

Il grado di trasformazione del rapporto Uomo-Natura comporta la necessità che vengano prese decisioni che richiedono la presa in considerazione di una molteplicità di interdipendenze relazionali, che ineriscono non solo quello specifico settore, ma anche tutta una serie di altri settori a quello legato da interdipendenze relazionali. L’uomo è giunto cioè a cogliere l’unitarietà della materia ed il suo divenire in infinite forme. E questo è un aspetto. L’altro è che tali decisioni ineriscono anche un problema temporale, ossia una decisione oggi risultante corretta, nel tempo - breve e medio - si rivela non corretta, giacché gli effetti sviluppantesi nel tempo determinano la negatività di quella scelta.

Si pone allora il problema che gli uomini siano messi in grado di poter intelligere innanzitutto questo sviluppo scientifico e tecnologico e siano messi in grado di poter intelligere le scelte che vengono operate sul breve, medio, medio-lungo termine. Solo in questo modo essi sono in grado di esercitare una effettiva direzione sullo sviluppo delle forze produttive e non subirle. E la gestione della direzione delle forze produttive è, poi, concretamene la direzione dello sviluppo della società e del come avviene il ricambio Uomo-Natura, ossia di come avviene il processo della riproduzione delle condizioni materiali di esistenza degli uomini.

Il processo decisionale per il complessificarsi della comunità-Uomo si è andato sviluppando attraverso la struttura della rappresentanza e del mandato elettorale, ossia si è venuta configurandosi nel tempo una democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa richiede che la massa degli elettori che esprimono un eletto sia in grado nei suoi tratti sostanziali e decisivi di controllare e verificare, nel corso del mandato ed a fine mandato, le decisioni che l’eletto prende e richiede che la massa degli elettori sia in grado di esprimere un tale mandato.

In primo luogo questo significa e richiede che il grado culturale medio della massa elettorale che esprime un eletto sia in grado di intelligere le moderne complessità e quindi di esprimere un mandato pieno, cosciente, responsabile. Se lo sviluppo scientifico e tecnologico di una determinata epoca storica travalica questo grado culturale medio, viene ad operarsi una discrasia, tra eletto e l’elettore e l’eletto viene a non essere più legittimato nel suo mandato, nonostante che il suffragio elettorale riscosso possa essere stato plebiscitario.

Si pone cioè il problema di modificare quel grado di cultura medio, ossia di una modifica nella formazione teorica e culturale di base. Il livello medio culturale e tecnico-scientifico del corpo elettorale, rispetto ai problemi moderni ed alla complessità dei problemi nuovi che si pongono, per l'intersecarsi in profondità di livelli diversi, non è più in grado di consentire la partecipazione degli uomini al processo decisionale. E' necessario, cioè, raggiungere un tale sviluppo culturale della società che assicuri a tutti i membri della società uno sviluppo completo delle loro capacità fisiche ed intellettuali, affinché i membri della società possano ricevere una istruzione sufficiente per diventare attivi fattori dello sviluppo sociale.

E questo è un aspetto.

Ma anche quando questo aspetto viene affrontato e risolto - in chiusura del capitolo avanzeremo una proposta - il problema non è stato ancora sufficientemente risolto e permane la non legittimità del mandato elettorale, permane cioè la discrasia tra eletto e corpo elettorale.

Avere un livello culturale e tecnico scientifico non è ancora sufficiente.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico proprio per quell’alto livello raggiunto nella trasformazione del rapporto Uomo-Natura pone problemi inerenti l’informazione.

La falsificazione oggi non avviene negando un fatto, ma dando di questo una informazione parziale, per cui alla fine conta più ciò che non viene detto che ciò che è stato detto.

Anche quando l’informazione viene fornita nella sua totalità - ma per la complessità oggi raggiunta dall’uomo diviene letteralmente impossibile darla in tutta la sua complessità, giacché se viene fatto diviene un ulteriore elemento di non democrazia, giacché il soggetto viene investito da una massa talmente sconfinata di dati, fatti, interrelazione tali che ne viene letteralmente disorientato, tanto che alcuni sociologici hanno parlato di ‘ psicosi dell’informazione’ - o in concreto nella sua sostanziale correttezza formale, conta come vengono presentati i fatti in quale interdipendenza relazione e secondo quale consequenzialità logica. Se, cioè, vengono alterati tali rapporti di interdipendenza consequenziale viene predeterminato il giudizio e la formazione delle decisioni e quindi manipolato il consenso e quindi non si ha più democrazia, ma manipolazione del consenso.

Viene cioè a configurarsi una dimensione nuova dell’autoritarismo, che è un problema a cui assai poco viene prestata attenzione.

Questo problema è stata letto dall’angolazione più formale e marginale dall’attuale teoria politica e dall’attuale dottrina delle teorie della democrazia e dalle teorie giuridiche. E’ stato letto dal lato della cosiddetta ‘ par condizio’, ridotta al cronometraggio dei secondi in cui candidati e forze politiche avevano accesso ai mezzi di comunicazione, il che se da un parte solleva il problema dell’informazione e della corretta informazione, dall’altra è decisamente letto dal lato più marginale e formale. Ciononostante il problema è posto. E’ posto cioè il problema dell’informazione come momento decisivo, a monte, per una corretta conoscenza di un processo dal quale dipende poi in maniera decisiva la formazione dell’idea, l’opinione e quindi il giudizio e quindi la decisione consequenziale. Ovviamente ciò è assolutamente indipendente dal momento elettorale, che invece con la cosiddetta " par condizio" è divenuto unicamente momento elettoralistico, momento del raccatto di voti.

Ma questo poi ci introduce ad un altro importante e decisivo problema, al problema cioè di come quella discrasia porta, se non viene correttamente risolta al decadimento della democrazia e dei suoi momenti alti: il momento elettorale in elettoralismo, ossia raccatto di voti; che questo poi possa configurarsi come voto di scambio è solo un problema tecnico. Ma tornando al nostro ragionamento dell’informazione e della gestione dell’informazione - che poi non è tanto un tornare ad un ragionamento come se quanto qui detto possa costituire una digressione, ne costituisce invece soltanto una diversa angolazione della problematica, che decade se non correttamente impostata, se i problemi

che lo sviluppo delle forze produttive pone non vengono risolte.

Chi, come controlla e verifica questa propagazione di informazione. La soluzione tecnica dei garanti, adottata è assai poco felice, giacché cerca la soluzione nel campo tenico-giuridico-formale e non nel campo politico-sostanziale. Si tratta qui di dare vita ad una più complessa struttura in grado di garantire la più possibile corretta propagazione delle informazione, tenendo presente che al di là di interessi di parte in tale propagazione, agisce il livello culturale e gli orizzonti culturali di chi tale propagazione, che è dato soggettivo ineliminabile e che pone il problema, facendo ricorso alla ricca e consolidata tradizione giuridica italiana, e romana, dei contrappesi; del controbilanciare tendenze ed istanze diverse, che implica il porre alla base, il riconoscimento di istanze e problemi diversi e non omologabili ed omogenizzabili.

E risolto pure questo problema non siamo ancora sulla dirittura d’arrivo per la risoluzione vera, sostanziale, del problema. Data pure una sostanziale corretta propagazione delle informazione e data anche la migliore struttura che attua tale propagazione, ciò non è ancora sufficiente.

La propagazione dell’informazione è solo il fatto tecnico, che permette una corretta formazione di un’idea, ma non è ancora la formazione delle idee, la formazione di un pensiero, e quindi la formazione della decisione consequenziale. Quali sono allora i momenti della formazione di questo processo del pensiero, che certamente non può avvenire nel chiuso di una stanza e ciascuno nel suo proprio unus, giacché la propagazione dell’informazione è essa stessa azione di un collettivo e la decisione non può avvenire ciascuno da sé. Anche perché nella pratica quotidiana degli uomini questo non avviene, avviene nel sociale, nella vita sociale degli uomini. Non va qui dimenticato che l’uomo - come già insegnava Aristotele - è un animale sociale, ed in quanto tale tutte le sue azioni sono il risultato di un operare ed interagire sociale. Si tratta allora di innalzare tale momento " politikòn", fino a farlo configurare come atto cosciente. Si tratta allora di comprendere quali sono i momenti sociali dove l’uomo confronta le sue idee, opinioni , fattisi in prima istanza, e quel corpus giungere ad un pensiero complesso, che non è l’unanimità ma è la sintesi delle problematiche e della lettura di diverse angolazioni. Si tratta allora di dare vita a nuovi e più alti momenti del vivere sociale degli uomini, che si coniugano con la loro natura sociale e si configurino come momenti della partecipazione alla vita della comunità. Viene così a configurarsi una nuova e più alta simbiosi tra l’uomo e la società civile, che richiede ipso facto una complessità degli istituti democratici e quindi una diversa collocazione ed un diverso rapportarsi e configurarsi del rapporto eletto-elettore.

Sono questi problemi assolutamente inediti, che finora gli uomini non si erano posti, ma che oggi lo sviluppo della scienza e tecnica pone ed essi sono lì che bussano con insistenza alla porta e richiedono una corretta soluzione,. Il voler intestardirsi a non darvi ascolto, poi comporta il decadimento non tanto dell’aspetto formale, quanto dell’aspetto sostanziale della politica e del tessuto democratico, e quindi civile, sociale, umano della comunità-Uomo, giacché - come si è detto nella prima parte - la democrazia non è elemento estraneo o surplus nella vita degli uomini: è! la vita degli uomini.

Già Gramsci in " Americanismo e fordismo" aveva messo in evidenza la necessità di attrezzare gli strumenti adeguati, sufficienti e necessari per superare, quando si pone, la scissione tra la " societas rerum" e " societas hominum"!.

Il problema allora di quali strumenti e quali istanze per gli uomini dove formare il pensiero, discutere, confrontare, decidere e verificare diviene allora centrale. Diviene allora centrale il problema dell’associazionismo degli uomini, che attraverso tale associazionismo intervengono e decidono e tramite questi avviene la formazione delle idee e quindi delle scelte e la verifica di quel pensiero e di quelle scelte.

Lo strumento principe ed il momento principe di tale momento è indubbiamente il momento del Partito Politico e del Sindacato, che ai differenti livelli organizzano masse di uomini e costituiscono un momento alto della partecipazione alla vita sociale degli uomini. Da questo punto di vista mantiene appieno tutta la sua validità l’intuizione e la conseguenziale teoria politica di Togliatti sui grandi partiti di massa e sul Sindacato di massa. Accanto a questo occorre vedere una serie di istanze istituzionali decentrate: quali quelle di quartiere, di fabbrica e più in generale dei luoghi di lavori, che possono essere correttamente individuati nei Consigli, che assolvono ad un ruolo di discussione, formazione delle decisione e di decisione, ossia di direzione dei processi inerenti il proprio àmbito.

Si tratta cioè, per rispondere ai problemi nuovi che lo sviluppo scientifico e tecnologico pone, di rimodellare e ridefinire ambiti e livelli istituzionali, in modo da consentire un effettivo allargamento del processo di partecipazione degli uomini alla vita sociale.

La scelta operata negli anni ‘80, che costituiva poi una risposta ai problemi nuovi che salivano dalla società, " societas hominum", consistente nella trasformazione dei partiti di massa, cosiddetti " partiti pesanti", in " partiti leggeri" o " alla americana", ove l’elemento centrale era il momento della decisione e della rapidità di esso; che andava sotto la formula " velocità della politica", la scelta degli inizi degli anni ‘80 in definitiva non si è rivelata corretta, giacché non solo non ha risolto i problemi nuovi che venivano ponendosi, ma ne allontanato i tempi di risoluzione, incancrenendoli e ponendo ostacoli, schermature e falsi problemi.

Si tratta invece di continuare un ragionamento proprio ed esattamente nella direzione dei partiti di massa, facendone un bilancio ed individuano nuovi livelli organizzativi e di aggregazione in grado di poter consentire a queste forme dell’associazionismo degli uomini di assolvere di più e meglio al loro compito, di strumento per la partecipazione degli uomini alla vita sociale.

Si tratta cioè di aprire tutta una riflessione e di arricchire la teoria politica in questo senso ed in questa direzione e noi pensiamo che dopo quello sulla Democrazia occorrerebbe approntare un serio convegno sui Partiti Politici e più in generale sulle forme ed i livelli istituzionali della e per la partecipazione degli uomini alla vita sociale.

Il programma, in veste di proposta, da presentare alla Conferenza sulla democrazia:

Istruzione obbligatoria generale e politecnico-scientifica, che superi l’attuale

formazione umanistico-letteraria, ossia la tradizione desanctiano-crociana:

a. Elevazione della scuola dell’obbligo al 18° anno di età e conseguimento del diploma di scuola

media superiore;

b. Modifica e ridisegno dei Programmi ministeriali in base al nuovo indirizzo politecnico-scientifico

e consequenziale ridisegno della struttura della scuola media superiore con le sue articolazioni.

L’attuale struttura è, poi, espressione e prodotto del precedente sviluppo scientifico, ossia del

precedente impianto umanistico, ossia dell’indirizzo desanctiano-crociano.

c. Potenziamento e ridisegno delle Università Popolari e della Terza Età, modifica del loro status

giuridico, nel quadro di essere concepiti e definiti come strumenti per la formazione/ aggiorna-

mento permanente.

Il quadro entro cui tale disegno va ad iscriversi è quello di un nuovo rapporto tra Cultura/Scienza-Uomo, che assuma la cultura come valore permanente ed immanente all’Uomo al suo essere e divenire ‘ politikòn’; che acquisisca concettualmente i progressi della scienza e quindi il superamento delle visioni separate, di cose distinte, di Natura e Storia, ciascuna vista come fatto isolato e meccanico. I progressi della scienza hanno ampiamente documentato l’assoluta infondatezza di tale meccanicismo, che porta poi alla separatezza come elemento concettuale e sistemico di una concezione teorica. Ed è poi questo elemento concettuale e sistemico che sta alla base dell’indirizzo desanctiano-crociano.

La necessità, infatti, di intelligere i processi nella loro unitarietà e nei loro nessi ed infinite correlazioni, ove ciascuno passa costantemente nell’altro, pone sul tappeto in maniera inderogabile proprio ed esattamente quei problemi sin qui analizzati che richiedono il superamento dell’attuale livello della democrazia, proprio per il sovraccarico di domanda di cui il sistema viene investito e che il sistema non è grado di reggere, né di supportare.

Ed il risultato, poi, di quel livello di conoscenza che dava quella visione meccanicistica e quell’apparato concettuale sistemico era poi quell’indirizzo desanctiano-crociano, in verità sin dall’inizio deficitario ed assolutamente inadeguato, che ha determinato non pochi ritardi nello sviluppo della ricerca scientifica ed il consequenziale ruolo subalterno della ricerca scientifica italiana, ecc.

Un nuovo rapporto, quindi, che sappia far vivere all’Uomo, e restituire agli uomini, i livelli sempre più alti della Scienza e che consenta loro di elevarsi ed acquisire sempre maggiori elementi per partecipare in libertà e responsabilità alla vita democratica del Paese. In questo quadro ecco che le Università Popolari e quelle della Terza Età vengono ad assumere ben altro valore e pregnanza e necessità consequenziale di una loro nuovo ridefinizione e ridisegno.

La cultura come valore, quindi.

La Cultura come ricchezza dell’Uomo, che consente all’Uomo di essere partecipe in maniera sempre più libera e cosciente alla vita democratica del Paese.

E questo è un aspetto.

L’altro aspetto decisivo è che lo sviluppo scientifico e tecnologico pone problemi nuovi e nuovi campi alla democrazia. Ci riferiamo qui alle scienze della Medicina e della Genetica e della Medicina ai campi della Rianimazione, della Ginecologia, della Pediatria, della Chirurgia dei Trapianti e più specificamente ai problemi dell’eutanasia, della fecondazione assistita, della manipolazione genetica nel campo della vita umana. Per quanto riguarda la trattazione specifica rimanda al lavoro " Bioetica".

Quello che qui trattiamo sono i problemi della Democrazia che le innovazione scientifiche e tecnologiche, che hanno interessato queste scienze, pongono. Sostanzialmente la massa dei problemi ruta attorno alla tematica del " consenso informato".

Nella relazione " Bioetica" non trattavamo questo problema e rimandavamo a questa sulla Democrazia, giacché ineriva più tale questione che quelli della cosiddetta " Bioetica".