Scudo Stellare

Istituto di Studi Comunisti

Karl Marx – Friedrich Engels

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 Contributo al dibattito sul Sistema di Difesa Integrato [ S.I.D. ]

 ‘ Scudo Stellare’

E’ dunque necessario, nel discutere dell’Iniziativa di Difesa Strategica, aver chiaro che un efficace scudo antimissilistico globale, che renda impotenti e superate le armi nucleari, non può essere realizzato.

La maggiore difficoltà di realizzare un tale sistema, rispetto alla capacità di intercettare un singolo vettore nucleare, è confrontabile alla differenza che passa fra la capacità di rimpiazzare un dente cariato con una protesi ( o magari un cuore malato con un organo artificiale ) e quella di costruire in laboratorio un uomo completo a partire dalle materie prime.”

( Da Documento del Consiglio Scientifico dell’Unione Scienziati per il Disarmo, 29. 05. 1985 ).

Se mai potrà essere installato, lo scudo spaziale,

dovrà funzionare, e perfettamente, la prima volta.”

 

 

In Appendice stralci del

Documento del Consiglio Scientifico della

Unione Scienziati per il Disarmo.

 

 

 

Napoli, 01. 09. 2001

Parte Prima

Le questioni scientifiche.

 

 

La principale novità concettuale e tecnologica del progetto SDI sta nell’ipotesi che sia possibile colpire e rendere inefficaci le armi nucleari nemiche in qualunque tratto del loro percorso, compreso quello immediatamente successivo al lancio del missile che trasporta.

L’idea di base è quella di allestire più strati difensivi, ciascuno associato ad una delle fasi della traiettoria del missile. Poiché in ciascuna fase le caratteristiche del volo del missile sono diverse, e diverse sono anche le dimensioni e le proprietà del missile e dei sistemi di trasporto delle testate, ciascuno strato difensivo dovrà essere costituito da componenti con funzioni e prestazioni diverse. Tutti i più dettagliati, ipotetici, schemi di funzionamento riguardano l’intercettazione di missili balistici strategici ed in modo specifico a quelli basati a terra. Di questi si conosce, infatti, con precisione la dislocazione e la posizione ed è quindi possibile pensare di riuscire a tenere sotto controllo tutte le basi missilistiche costantemente e puntamento.

Già più complesso è il caso di intercettazione di missili balistici lanciati da un sottomarino: questo ha in immersione una grande libertà di movimento e bassissima probabilità di essere localizzato, può quindi avvicinarsi fino a poche centinaia di chilometri dalle coste del paese che volesse attaccare.

Iniziamo ad entrare in un’analisi più particolareggiata, ossia ad esaminare le caratteristiche fondamentali delle varie fasi della traiettoria di un missile strategico equipaggiato con testate nucleare multiple ed i requisiti tecnici che debbono soddisfare i vari sistema di arma associati a ciascun strato per svolgere in maniera efficace la loro funzione difensiva. Va qui ribadito che è prerogativa ineliminabile controllare il funzionamento di ciascun strato e coordinare il funzionamento di tutti gli strati con un altissimo grado di integrazione ed interconnessione.

Tale sistema dovrà funzionare, e perfettamente, la prima volta che viene messo in atto: una seconda volta non ci sarà.

Quattro sono le fasi della traiettoria di un missile balistico.

 

1. La fase di spinta.

Al momento del lancio il silo che contiene il missile si apre, il missile viene espulso dal silo, generalmente da gas ad alta temperatura e pressione; si accendono quindi i razzi di spinta che portano il missile ad un’altezza di circa 200-300Km da terra ad una velocità finale di 25.000km/h.

Quando ha finito di bruciare tutto il suo carburante, anche l’ultimo stadio del missile si stacca, termina così la fase di spinta: del missile è rimasto il contenitore delle testate, il cosiddetto bus, che continua il suo volo. Questa fase di spinta per un missile basato a terra dura dai 3 ai 5minuti, per quello lanciato da un sottomarino dai 2 ai 3 minuti.

In questa prima parte della sua traiettoria di volo il missile è un obiettivo facilmente individuabile dai sensori termici a causa del calore emesso dai gas di scarico, è un bersaglio di dimensione grandi ed è assai più vulnerabile delle singole testate nucleari che trasporta, abbatterlo significa abbattere il corrispondente numero di testate che trasporta. In caso si attacco massiccio si tratta di individuare ed abbattere un migliaio di missili, ciascuno con il suo numero di testate, ognuno dei quali deve essere intercettato e colpito con una grande precisione: circa 10-20 cm e ad una distanza dalla terra di alcune migliaia di km.

 

2. La fase di post-spinta

Il bus è una piattaforma che contiene le testate nucleari e le esche. Nell’ordine di 2-5 minuti il bus sgancia le diverse testate dirigendole su diversi obiettivi secondo traiettorie prestabilite. Assieme vengono sganciate le esche, oggetti di metallo o di plastica, con una forma tale da essere facilmente confondibili con delle testate, o palloni vuoti ricoperti di una sottile lamina di alluminio. Tutti questi dispositivi che hanno lo scopo di rendere problematico il riconoscimento delle testate nucleari, sono molto leggeri, e quindi ogni missile ne può trasportare una gran numero, 100-150. Dal momento che vengono sganciate dal bus, fino al momento in cui rientreranno nell’atmosfera terrestre, esche e testate, percorrono nello spazio vuoto le stesse traiettorie. Nei 2-5 minuti della fase del post-spinta il bersaglio è di dimensioni minori ed è assai meno individuabile dai sensori termici. Il bus è l’obiettivo prezioso. se colpito precocemente consente la distruzione delle testate che trasporta, quindi in questa fase si tratta di individuare e colpire il bus ed al tempo stesso le testate che ha sganciato, distinguendo nel contempo le testate dalle esche.

 

3. La fase intermedia.

Esche e testate volano ora per circa 15-20 minuti verso il bersaglio contro il quale sono stati indirizzati. A causa della mancanza si atmosfera, e quindi di attrito, esche e testate descrivono traiettorie uguali con velocità uguali. Da ogni bus viene sganciato uno sciame di oggetti, 100-150, in questo sciame occorre individuare le decine di testate e tentare di abbatterle tutte, oppure intercettare, puntare e colpire ogni singolo componente di quello sciame: quindi un centinaio di esche per colpire tutta la decina di testate. Il bus oltre testate ed esche sgancia dischetti e frammenti metallici che disturbano i sensori ed i sistemi di avvistamento e puntamento.

Un altro sistema per camuffare le testate consiste nel racchiuderle in palloni metallizzati, in modo che possono essere scambiate per esche. I sistemi di sorveglianza della fase intermedia debbono quindi permettere di individuare e scartare quante più esche è possibile, discriminare le testate, darne posizione e traiettoria con adeguata accuratezza ai sistemi d’arma a cui vengono assegnate.

Conseguenzialmente sono costantemente allo studio diversi progetti per mettere appunto efficaci tecniche interattive in grado di distinguere i falsi obiettivi dalle testate. E come è evidente immaginare è una rincorsa all’infinito, giacché ad ogni nuovo sistema di individuazione, corrisponde un innalzamento del livello di sofisticazione delle esche: il punto chiave è consentire alla testata di sfuggire al puntamento o comunque guadagnare il tempo necessario, tenendo impegnato il sistema di individuazione e puntamento per il tempo necessario alla testata di raggiungere l’obiettivo assegnato.

Diversi progetti sono attualmente in fase di studio per mettere appunto efficaci tecniche interattive per distinguere le testate dalle esche.

 

 

4. La fase terminale.

Nella fase terminale della loro traiettoria, al rientro nell’atmosfera terrestre, a cominciare da circa 100 Km dal suolo, le esche, più leggere, si surriscalderanno e fonderanno o comunque saranno fortemente rallentate dall’attrito con l’aria, mentre le testate nucleari, più pesanti, procederanno ad alta velocità verso i loro obiettivi. Gli sviluppi scientifici e tecnologici consentono in questa fase l’utilizzo di più sofisticati sistemi sensori: radar, infrarosso ed una maggiore precisione dei sistemi intercettori e, quello che più conta, la rapidità maggiore e accuratezza maggiore dei sistemi di acquisizione ed elaborazione dati, che confortano l’ipotesi di una difesa terminale maggiormente praticabile, attraverso sistemi di distruzione non-nucleare delle testate in arrivo.

Le testate a loro volta sono provviste di dispositivi che ne causano la detonazione automatica quando vengono intercettate. Ora anche poche testate che esplodono nell’atmosfera sopra una città ne causerebbero danni devastanti. Una bomba della potenza di 1 Megaton che esplode sopra Detroit ad una altezza di 1.8 Km dal suolo provocherebbe la morte di 470. mila persone ed il ferimento di 630. mila.

Data la curvatura della terra e le distanze esistenti tra i due territori nemici, per abbattere un missile balistico partito da una base a terra, nella sua fase di spinta e post-spinta, quando cioè è ancora sul territorio nemico, è necessario che la stazione di battaglia sia basata nello spazio sovrastante la stazione missilistica di lancio. Se si vuole che questo primo stadio difensivo sia efficiente, occorre che ciascuna base nemica sia continuamente tenuta sotto osservazione da un numero di stazioni di battaglia sufficiente ad abbattere, almeno teoricamente, tutti i missili che da quella base possono essere lanciati, anche contemporaneamente. Appena il missile è stato lanciato, esso deve essere avvistato da un satellite di allarme precoce ( early-warning), deve essere intercettato dai sistemi di puntamento ed assegnato ad una specifica arma antimissile, che deve colpirlo. E’, poi, necessario controllare che il missile sia stato abbattuto e, eventualmente, tentare di colpirlo di nuovo, intercettare un nuovo bersaglio e così via.

Perché la difesa sia efficiente, le stazioni di gestione devono tenere continuamente sotto osservazione e puntamento i silo dei missili. Questo può essere ottenuto facilmente tramite satelliti in orbite geosincrone, tali cioè che il periodo di rotazione della terra attorno al suo asse e quello del satellite attorno ala terra siano uguali ( 24 ore ). In questo caso, si dice che il satellite è solidale con la terra e può rimanere sull’obiettivo. Il problema di questo sistema è che esso va collocato ad una elevatissima distanza dalla terra, circa 36. mila Km dall’equatore, creando considerevoli problemi nella fase di abbattimento del missile.

Se si scelgono orbite più basse, ossia più vicine alla terra, occorre compensare questo imprimendo al satellite una velocità maggiore, tale da sfuggire all’attrazione terrestre. E’ quindi necessario prevedere una rete di satelliti per ogni obiettivo. A causa della rotazione terrestre al completamento di ogni orbita, il satellite si trova un poco spostato rispetto al punto fissato sulla superficie terrestre. Questo problema, detto rapporto di assenza, obbliga la messa in orbita di un numero ancora più elevato di satelliti per ogni gruppo di obiettivi tale da poter tener costantemente sotto controllo quel determinato punto terrestre. Il valore esatto - perché qui i valori devono essere esatti: una seconda volta non ci sarà! – dipende da diversi parametri: estensione dell’area da coprire, numero di missili che possono essere lanciati da quella postazione terrestre tenuta sotto controllo e tempo di durata della loro fase di spinta, inclinazione e raggio dell’orbita descritta dal satellite, potenza del laser, ecc., ecc. . I costi sono astronomici: per mettere in orbita un raggio laser all’infrarosso sono necessari da 90 a 800 milioni di dollari e l’intera costellazione di satelliti verrebbe quindi ad avere un costo aggirantesi tra un minimo di 8-9miliardi ad un massimo di 350 miliardi dollari.

Mentre i sistemi di avvistamento e puntamento debbono essere permanentemente basati nello spazio per tenere sotto continua sorveglianza le basi nemiche, una soluzione alternativa può essere costituita dal lanciarlo da terra al momento in cui il nemico sferra l’attacco e questo è possibile per il laser a raggi X.

 

I sistemi d’arma.

I Laser.

Il laser è una sorgente di radiazione ( dall’infrarosso all’ultravioletto, ai raggi X ) molto intensa e concentrata in un fascio molto collimato. Un tipico laser chimico è quello a fluoruro di idrogeno

( HF ): nella reazione chimica tra Fluoro (F) ed idrogeno (H), che ha come prodotto HF, viene emessa una radiazione infrarossa, che viene poi fatta riflettere più volte all’interno della cavità del laser tra specchi paralleli, uno dei quali parzialmente trasmittente. Al di là di questo specchio riflettente si avrà una radiazione molto intensa, assai ben collimata e di energia ben determinata. Un laser ad HF di circa 25 milioni di Watt, equipaggiato con uno specchio otticamente perfetto, di diametro non inferiore a 10 metri per evitare la dispersione del fascio, può abbattere un missile a 3.000 Km di distanza se il fascio rimane puntato su di un stesso elemento di superficie del missile per 10 secondi. Il danno che viene arrecato al missile è il surriscaldamento e quindi fusione o evaporazione della parte di superficie irraggiata dal razzo. Ovviamente ad obiettivi più vicini, ossia posti ad una distanza minore di 3000 Km il tempo in cui il laser deve colpire una parte del missile è minore..

Se si sceglie questo sistema d’arma, allora il laser HF deve essere installato su di un satellite in un orbita geosincrona ( 36.000 Km dall’equatore ) ed essere equipaggiato con specchi, anche questi otticamente perfetti, del diametro di circa 100-150 metri. Ovviamente: gli specchi oltre ad essere otticamente perfetti, devono essere costruiti con materiali in grado di sopportare le elevate potenze del fascio laser senza deformarsi o subire danni.

In alternativa.

Basare a terra dei laser che emettono nell’ultravioletto ed inviare il fascio su specchi installati su satelliti. Questi specchio dovrebbero concentrare il fascio sull’obiettivo. Questa soluzione ha il vantaggio di evitare di dover mettere in orbita carichi del peso di diverse tonnellate. Inoltre con laser che emettono nell’ultravioletto gli specchi possono essere di dimensioni minori. Lo svantaggio di basare a terra il laser è dato dalla presenza dell’atmosfera terrestre e delle nubi, che possono attenuare e distorcere il fascio in maniera sostanziale. La soluzione a tale inconveniente può venire dalle tecniche di ottica adattiva, alle quali è stata dedicata particolare attenzione. Si tratta cioè di attrezzare strumenti in grado di misurare con continuità il grado ed il tipo di distorsione introdotti in un fascio laser di analisi, ossia di bassa potenza, dal passaggio attraverso l’atmosfera e di utilizzare questi dati per correggere e modificare opportunamente i sistemi ottici del laser di potenza che si vuole usare come arma.

Il laser a raggi X

Questi laser emettono impulsi brevissimi, di durata inferiore a 100 miliardesimi di secondo, di radiazione X, di energia e grande intensità, capaci di danneggiare e mettere fuori uso un missile che ne venisse colpito. La particolarità del laser a raggi X è che, per emettere una potenza tale da poterlo usare come arma, deve essere innescato da una esplosione nucleare. Questa deflagrazione, naturalmente, distrugge i laser stesso, ma non prima che i raggi X siano stati collimati di speciali fibre metalliche in fasci diretti contro i missili nemici. Questo laser funzione senza i complessi sistemi ottici, ma in realtà, date le sue caratteristiche un laser a raggi X basato nello spazio altro non è che un’arma nucleare orbitante attorno alla Terra, il che è in flagrante violazione di tutti i trattati internazionali.

Il laser a raggi X deve essere, allora, lanciato da un missile ad accelerazione molto rapida al momento dell’attacco nemico ( sistema pop-up ), se si vuole colpire il missile entro 3-5 minuti della sua fase di spinta. Inoltre, poiché i raggi X sono fortemente assorbiti dall’atmosfera, tali laser possono essere usati solo a quote superiori a 100 km dalla superficie terrestre. La necessità di raggiungere quote relativamente alte, almeno 100 km, in tempi abbastanza brevi, non di più di 3 minuti, comporta che il sistema di lancio dei laser a raggi X debbono essere basati il più vicino possibile ai silo dei missili balistici, ossia su sottomarini stazionanti nelle vicinanze del sito nemico da colpire.

 

Le armi a fasci di particelle.

Un fascio di particele atomiche molto veloci, per esempio protoni accelerati ad una velocità di circa 225.000km/s ( circa ¾ la velocità della luce ) potrebbe essere usato per attaccare un missile balistico terrestre o un missile posto su un sottomarino, poiché potrebbe danneggiare il delicato sistema di guida del missile od i circuiti di innesco delle testate nucleari. I protoni hanno però una carica elettrica positiva e, al di pari di qualunque altra particella elettricamente carica o ione, positivo o negativo, verrebbero deflessi dal campo magnetico terrestre, che non perturba invece la propagazione di particelle neutre. I problemi di puntamento di un fascio di particelle cariche diventano così irrisolvibili, anche a causa del fatto che l’intensità del campo magnetico terrestre può fluttuare in maniera considerevole e casuale. Un ulteriore problema è dato dalle forze repulsive che si esercitano mutuamente tra particelle cariche dello stesso segno e che tendono a far allargare il fascio. Questo effetto è in parte controbilanciato dal fatto che un fascio di particelle cariche che si propagano costituisce una corrente elettrica che a sua volta genera un campo magnetico attorno al fascio che tende a mantenerlo collimato. D’altra parte, le particelle per essere accelerate, e portate quindi alle alte velocità necessarie, debbono essere sottoposte all’effetto di campi elettrici e quindi debbono essere cariche. Si ritiene, allora, di accelerare delle particelle cariche, per esempio ioni negativi dell’atomo di idrogeno, H-, e di impacchettarle e dirigerle così verso l’obiettivo. La carica negativa verrebbe rimossa e gli ioni trasformati in atomi neutri di idrogeno, H, ponendo sul cammino del fascio, all’uscita dell’acceleratore, una cella opportunamente riempita con del gas. Il fatto che le particelle cariche siano deviate dai campi magnetici ed elettrici potrebbe essere usato, mentre ancora il fascio è all’interno dell’acceleratore, per variarne opportunamente la direzione di propagazione e tentare così di colpire più obiettivi in successione senza dover far subire spostamenti e rotazioni all’acceleratore. Se comunque fosse necessario far subire al fascio spostamenti considerevoli, si dovrebbero usare campi magnetici molto intesi, prodotti da sistemi che potrebbero pesare fino a molte tonnellate.

Anche le armi a fasci di particelle sono efficaci solo nello spazio fuori dell’atmosfera terrestre. Infatti, poiché l’attraversamento di un gas può trasformare un fascio di H-in un fascio H, a causa delle collisioni con le molecole e gli atomi del gas, è anche vero che un fascio H, attraversando l’atmosfera può ionizzarsi e trasformarsi in un fascio di H+, di nuovo deflesso dal campo magnetico terrestre e quindi impreciso. In definitiva un tale tipo di arma può essere efficace su bersagli posti ad una quota non inferiore ai 140 Km da terra.

Le armi ad energia cinetica.

Con questo tipo di arma la distruzione dell’obiettivo è provocata dall’impatto meccanico di proiettili, che possono avere dimensioni e peso ridotti ( anche meno di 1 kg ) e che vengono lanciati ad altissima velocità.

Una tecnologia più avanzata è costituita dai cannoni elettromagnetici ad ipervelocità.

In questi dispositivi il proiettile chiude elettricamente un circuito costituito da due binari metallici su cui può scorrere. Quando ai capi dei binari viene applicata una tensione anche modesta, nel circuito circola una corrente elettrica molto intensa, che genera un campo magnetico che espelle ed accelera continuamente il proiettile, fino a fargli raggiungere velocità dell’ordine di 10km/s .

A causa di questo valore così basso della velocità impressa ai proiettili ( si ricorda qui che la luce viaggi alla velocità di 300.000 km/s ed un fascio di particele può propagarsi a velocità pari a 200.000 km/s ), le armi ad energia cinetica si rivelano troppo lente per colpire i missili nella fase di spinta, al termine del quale raggiungono una velocità di 7 km/s, paragonabili quindi a quelli dei proiettili ad ipervelocità. Per avere una qualche efficacia sistemi d’arma di questo tipo devono essere basate in orbite molto basse, assai vicine al silo dei missili balistici. A causa del rapporto di assenza [ la traiettoria della terra si sposta ad ogni orbita ] sono necessarie centinaia di stazioni di battaglia, e solo mettere in orbita un tale arma costerebbe attorno ai 25 miliardi di dollari. Per avere una copertura ritenuta appena sufficiente devono essere installati nello spazio non meno di 25.000 cannoni elettromagnetici. Per la facilità con cui possono danneggiare l’obiettivo che ne fosse colpito, questo tipo di arma sembrerebbe affidabile ma nella fase intermedia.

 

L’attenzione va fermata, in verità, sul fatto che questi diversi tipi di arma qui descritti sommariamente non sono che componenti di una più complessa architettura strategica. Decine, o centinaia, di elementi terminali, decine, o centinaia, di satelliti di avvistamento, posizionamento e puntamento, centinaia, o migliaia, di armi installate su piattaforme orbitanti dovranno funzionare in maniera perfetta, sia separatamente che come blocchi di un sistema integrato:

dovranno funzionare, e perfettamente, solo la prima volta, una seconda non ci sarà.

Ora tutto questo non impedisce, non esiste alcun dato confortante in merito, che tutte le testate vengano distrutte, prudenza e ragionevolezza impongono la conclusione che almeno alcune testate raggiungeranno l’obiettivo. E’ allora necessario che la risposta ad un attacco nemico venga decisa e pianificata e messa in atto al momento dell’attacco, tenendo conto appunto dell’entità e delle caratteristiche dell’attacco che il nemico, variabile assolutamente non controllabile né prevedibile, sta scatenando. Ovviamente il sistema complessivo va programmato in modo tale che il sistema lasci passare i missili, che debbono abbattere quelli lanciati dal nemico.

Dal momento in cui viene subito l’attacco, tutte le decisioni devono essere prese e le conseguenti operazioni eseguite in un tempo massimo di 30 minuti e questo nelle condizioni in cui l’attacco investe anche ed in maniera prioritaria i sistemi difensivi, che devono valutare, indicare, eseguire… .

 

Il punto nevralgico del complesso problema di gestire la battaglia è allora il software.

E’ allora previsto un programma di circa 13 milioni di istruzioni, affinché i diversi strati difensivi svolgano le loro diverse funzioni e siano al contempo strettamente coordinati nel piano generale di gestione della battaglia. Ogni strato difensivo ( per la fase di spinta, intermedia e terminale ) deve individuare e seguire il bersaglio lungo la sua traiettoria, discriminare e classificare i falsi obiettivi

( esche, pezzi metallici, palloncini rivestiti di alluminio, ecc. ), valutare il danno reale o presunto procurato al bersaglio, produrre per ogni arma una lista di priorità degli obiettivi. Il sistema di gestione globale della battaglia deve svolgere funzioni di sorveglianza ed allarme ( deve essere bassissima la probabilità di falso allarme ed al tempo stesso deve essere possibile rivelare un attacco nei primissimi istanti in cui viene sferrato, deve analizzare il tipo di attacco e scegliere la risposta appropriata, deve aggregare e fare una sintesi dei dati di importanza cruciale per lo svolgimento della battaglia, dando eventualmente indicazione di ricorrere al lancio di armi nucleari offensive, deve presiedere allo svolgimento delle operazioni e delle prestazioni dei diversi strati e coordinare le attività di autodifesa, e deve, infine, raccogliere ed elaborare informazioni sullo stato delle forze nemiche e delle proprie.

Il programma deve inoltre coprire contemporaneamente, simultaneamente tutte e tre le fasi, che verranno ad intrecciarsi ed a sovrapporsi: un missile è in fase intermedia, mentre un altro sta già iniziando la fase terminale, ed un altro inizia la fase di spinta, e può esserci la combinata di vari sistemi di arma: ultravioletto, raggi X, ecc. ecc. ecc.

Molte contromisure consistono nell’interferire con i sensori ed i dispositivi di comando e di controllo del sistema di difesa inviando falsi segnali, accecando, causando interferenze elettroniche ( electornic jamming) allo scopo di rendere i sistemi di Comando, Controllo e Comunicazione complessivamente o parzialmente inefficaci.

La maggior parte dei circuiti elettronici è facilmente e gravemente danneggiabile da un rapido ed intenso impulso elettromagnetico ( analoghi a raggi X, ma di più alta energia ), che ionizzano le molecole d’aria producendo elettroni e ioni positivi che a loro volta generano un impulso elettromagnetico. Se l’esplosione avviene in prossimità della superficie terrestre la regione investita dall’impulso elettromagnetico coincide sostanzialmente con quella che viene distrutta dall’esplosione; se, invece, l’esplosione dell’arma nucleare avviene ad alta quota a 300 Km di quota sopra una zona centrale degli Usa darebbe luogo ad un campo elettrico fino a 25.000 Volt per metro sull’intero territorio degli Stati Uniti d’America.

Questo sistema di contromisure è sostanzialmente inaffidabile, anche se i componenti elettronici fossero resi resistenti all’impulso elettromagnetico utilizzando componenti all’Arseniuro di Gallio e sostituendo le componenti elettroniche delle comunicazioni con fibre ottiche.

Quindi noi abbiamo che tutte le componenti elettroniche del sistema antimissile basate nello spazio saranno comunque particolarmente vulnerabili.

Abbiamo anche che sensori, specchi, blocchi di comando e di controllo, laser chimici, acceleratori di particelle dovrebbero tutti ruotare attorno alla Terra su orbite prevedibili, costituendo così dei bersagli assai più facili da colpire dei missili balistici che dovrebbero abbattere.

Ora noi qui non abbiamo preso in considerazione due elementi:

1. una massa tale di sensori, specchi, ecc. messi in orbita e fatte ruotare attorno alla terra che influenza avrebbero sul più generale rapporto, e quindi sull’equilibrio, Terra-Luna- altri pianeti e Sole e questo il solo fatto di tenerli in orbita? Un ulteriore problema è cosa accade se questa massa viene colpita da fasci di particelle o raggi laser con conseguenti esplosioni nucleari, cosa accade al più complessivo equilibrio della galassia e quanto meno del più immediato rapporto:

Terra-Luna-Sole.

2. E’ pratica consolidata quella di attaccare tramite acker i sistemi informatici, entrando nei loro sistemi di difesa e deviandone informazioni e programmazione. Molti sofisticati sistemi di grandi società finanziarie e degli stessi Stati Uniti sono stati attaccati e questo per stessa ammissione dei colpiti. Altro sistema è quello di attaccare i sistemi informatici con virus in grado di cancellare interi programmi e rendere i software assolutamente inservibili: come è recentemente accaduto alla stessa amministrazione statunitense.

Questo semplice attacco di acker o di virus basterebbe a rendere inoperante qualsiasi più sofisticato software di gestione del sistema SDI. Va inoltre ricordato che quanto più i sistemi sono sofisticati tanto più essi sono esposti ad attacchi di acker, di essere cioè ‘ bucati’ e tanto più facilmente sono esposti all’azione di virus e che basta che ne danneggino o blocchino parte della programmazione da rendere inefficace l’intero software. Si è visto che il software che dovrebbe gestire l’intero processo di SDI è estremamente complesso e la gestione deve avvenire gestendo l’intera complessa operazione ed in modo perfetto e questo nella condizione che non ci sarà una seconda volta. Infine il software che noi abbiamo preso in considerazione è un software che deve gestire unicamente la difesa, ossia impedire che missili a testata nucleare cadano sul proprio territorio e non abbiamo introdotto la seconda variabile ossia la funzione di offesa, che complica tremendamente le cose sia per quanto attiene il software vero e proprio e sia l’intero impianto satellitare orbitante che dovrebbe prevedere stazioni di battaglia da offesa.

Tutti questi motivi spingono scienziati, ricercatori e uomini politici a diffidare dell’efficienza di un sistema di difesa integrato, o scudo stellare o SDI che dir si voglia ed ancor di più della sua effettiva attuabilità.

Tutti questi motivi spingono noi a non affidare alcuna credibilità sulle reali capacità antinucleare di un simile sistema.

Se noi introduciamo qui la variabile che non esiste più una reale potenza atomica in grado di gareggiare con gli Stati Uniti, in grado di possedere un arsenale nucleare ed un apparato tecnico ed umano in grado di lanciare e gestire un attacco nucleare, la credibilità sulle intenzioni enunciate si pone, ponendo nel contempo la domanda a cosa realmente serve impostare e far partire un simile programma di difesa integrato. E’ palese che non è credibile il timore statunitense e dell’intero mondo capitalistico di un attacco da parte della Corea del Nord. Ora anche se il termine Corea del Nord volesse sottintendere quello della Repubblica Popolare Cinese i dubbi e le perplessità permangono, pur essendo la Cina nazione molto più forte della Corea del Nord, ma non è tale da poter avere una qualche possibilità di concorrere sul piano atomico con gli Stati Uniti d’America e con l’intero campo capitalistico.

Resta quindi la domanda del perché, una volta accettato ed accertato l’intento puramente ideologico: quello cioè di trasmettere un immagine di imperialismo assolutamente potente ed inattaccabile verso i popoli e le classi oppresse e sfruttate e di assoluta tranquillità alle caste reazionarie legate al campo imperialista ed a quelle delle stesse cittadelle dell’imperialismo, al fine di tranquillizzarle e tenerle ben legate al proprio carrozzone.

Non è compito di questo lavoro entrare nello specifico di tali questioni, che richiedono tutt’altra impostazione e campo d’indagine attinente la Scienza della Politica e dell’Economia.

Il compito propostoci qui era quello di fornire agli elementi avanzati gli strumenti teorici e scientifici per affrontare il dibattito, che certamente si aprirà a settembre, con sufficiente conoscenza.

 

Appendice

 

Documento del

Consiglio Scientifico

dell’Unione Scienziati per il Disarmo

29. maggio, 1985

 

Pubblichiamo qui integralmente i paragrafi 5, 6, e 7 del documento.

Riteniamo di pubblicare questa appendice, per la recente dichiarazione del governo italiano di aderire alla proposta statunitense sulla SDI e per essere questo un tema del prossimo vertice Nato, che si terrà a fine settembre 2001 a Napoli.

 

Nel corso della preparazione sono stati consultati numerosi fisici ed in particolare il Prof. Edoardo Amaldi ed il Professor Bruno Bertotti.

Il documento è stato stilato dai Proff. Carlo Bernardini, Francesco Calogero, Paolo Cott-Ramasino, Michelangelo De Maria, Roberto Fieschi, Francesco Lenci, Carlo Schaerf.

 

 

Nei precedenti paragrafi il Consiglio Scientifico dell’Unione Scienziati per il Disarmo illustra le sue preoccupazioni e l’inconsistenza teorica e scientifica di poter dar vita effettivamente ad uno

scudo stellare’.

 

§ 5. La SDI e l’Italia.

Il coinvolgimento di altri paesi, ed in particolare dell’Italia, in questa avventura suscita ulteriori preoccupazioni. Il rischio di uno stravolgimento del quadro degli investimenti scientifico-tecnologici è particolarmente serio nel nostro Paese, che dispone di strutture alquanto fragili in questo campo e nel quale i problemi di una conduzione assennata della politica scientifico-economico-industriale moderna sono stati finora negletti. In tale situazione l’impatto di un massiccio programma largamente eterodiretto comporterebbe evidenti pericoli: in particolare rischierebbe di vanificare l’unico affidabile strumento di valutazione per orientare le scelte politiche relative alla suddivisione delle risorse fra i diversi settori scientifici e tecnologici, cioè il giudizio collettivo della stessa comunità degli esperti.

Un ulteriore elemento di difficoltà e di preoccupazione è il carattere di segretezza che potrebbe contraddistinguere queste ricerche, introducendo nella comunità scientifico-tecnica italiana un costume che le è stato finora largamente estraneo.

Desideriamo infine sottolineare un concetto che, nonostante la sua evidente validità, viene spesso ignorato: e cioè che, laddove ogni politica di interventi in settori scientifico-tecnologici avanzati risulta fruttuosa dal punto di vista economico-industriale, è assai più vantaggioso che tale politica sia direttamente finalizzata a tali sviluppi; invece di produrre qualche progetto in campo civile solo come effetto secondario ( spino-off ) di programmi di ricerca militari, i quali sono caratterizzati per i loro scopi non meno che per altri motivi intrinseci alla loro stessa natura ( per esempio la segretezza, che ostacola efficaci controlli ), da altissimi coefficienti di spreco. Un esempio dell’evidente validità di questa osservazione è il successo economico ed industriale del Giappone, paese povero di risorse, uscito distrutto dalla seconda guerra mondiale e con una modesta tradizione scientifico-tecnica, nel quale gli investimenti nella ricerca scientifica e nello sviluppo tecnologico sono stati finora caratterizzati meno che altrove dallo spreco associato ad una motivazione e conduzione prevalentemente militare.

 

 

 

§ 6. Iniziative europee.

Queste considerazioni si applicano anche alle prospettive peraltro ancora indistinte, di una collaborazione ( progettoEureka ) fra paesi dell’Europa occidentale nello sviluppo di tecnologie avanzate, almeno nella misura in cui tali programmi risultano ancorati a finalità belliche.

E’ invero deplorevole che solo una tale prospettive, ancorché infondata ( un progetto di difesa spaziale europea è ancora meno realizzabile dello scudo spaziale americano, per ovvi motivi geografici), riesca a mobilitare, se non proprio l’entusiasmo, quanto meno l’attenzione delle classi politiche e delle opinioni pubbliche europee, per rilanciare una politica di investimenti e cooperazione su scala europea nello sviluppo di alcuni settori scientifico-tecnologici avanzati. E’ chiaro che una cooperazione scientifico-tecnica, su scala europea, sarebbe utile, ma a condizione che i settori nei quali investire risorse ( u mane, tecnologiche, industriali, scientifiche ) vengano identificati sulla base di valutazioni sensate delle possibilità scientifico-tecniche e delle esigenze economico-industriali-sociali e non in vista di irrealizzabili obiettivi militari.

Semmai una valenza utile ai fini della sicurezza europea ed internazionale potrebbe essere realizzata promuovendo una più ampia collaborazione e la interdipendenze di tutte le nazioni europee, tanto meno è probabile che si scateni quel conflitto, che potrebbe portare alla fine della nostra comune civilizzazione.

 

 

§ 7. Commenti sul ruolo del personale tecnico-scientifico.

Desideriamo infine rivolgerci ai nostri colleghi – giovani ricercatori, scienziati maturi, ingegneri, neolaureati, tecnici – per sottoporre alla loro attenzione, oltre alle considerazioni sin qui svolte, alcuni elementi di riflessione che riteniamo andrebbero tenuti presenti da chiunque si trovasse a dover decidere se impegnassi professionalmente – a tempo pieno o come consulente a tempo parziale – in progetti di carattere militare. Queste considerazioni sono motivate dalla prospettiva di un coinvolgimento di ricercatori italiani in progetti connessi all’Iniziativa di Difesa Strategica; ma anche dall’esistenza in Italia, indipendentemente dalla SDI, di una robusta attività industriale di produzione di armi convenzionali, interessane anche settori di tecnologia avanzata ( l’Italia occupa il quinto, o forse addirittura il quarto, posto nella graduatoria dei paesi esportatori di armi ).

E’ chiaro innanzitutto che chi contempla una tale scelta non può esimersi dal valutare le conseguenze della propria attività; e dovrà tener conto del fatto che gli strumenti di discussione alla cui realizzazione contribuirà il suo lavoro potranno venir usati indipendentemente dalla sua volontà, sulla base di decisioni sulle quali egli stesso non potrà presumibilmente esercitare influenza alcuna.

In secondo luogo, è consigliabile che ci si informi bene, prima di intraprendere ricerche classificate, delle restrizioni che ne possono derivare alla propria libertà di azione sia in campo scientifico-tecnico che nell’esplicare la propria influenza su scelte decisionali.

Infine, a chi accettasse di essere coinvolto in progetti di ricerca di carattere militare, raccomandiamo di fare uno sforzo per mantenere la propria autonomia di giudizio, senza farsi condizionare dalla circostanze in cui si troverà ad operare.