Gramsci

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx - Friedrich Engels

 

 

 

 1926 - 1996


70° ANNIVERSARIO DEL

CONGRESSO DI LIONE

ANNO GRAMSCIANO

 

APERTURA DELL’ANNO ACCADEMICO


ANTONIO GRAMSCI,

SEGRETARIO GENERALE DEL

PARTITO COMUNISTA D’ITALIA,

SEZIONE DELL’INTERNAZIONALE

COMUNISTA.

 

 

 

 Napoli, 21. Gennaio. 1996

 





PREMESSA

Gramsci.

Spesso si parla, o si sente parlare di Gramsci.

Ma poi in definitiva chi è?

L'immagine che se ne ha è di un uomo coerente, che muore in carcere durante il periodo fascista.

Tutto sommato un eroe, un martire.

Un uomo coerente che muore per difendere le sue idee.

Uomo intelligente, che durante il carcere scrisse una serie di appunti, raccolti in quaderni e poi pubblicati sotto il nome di " Quaderni dal Carcere".

Dalla pubblicistica non si capisce né perché, poi, va in carcere, né perché il fascismo si accanisce contro questo uomo.

In carcere perché era comunista.

Poco, troppo poco.

Ne esce così un'immagine sfumata e sfocata di questo Gramsci, che caparbiamente si rifiuta di firmare la grazia a Mussolini, che gliela avrebbe immediatamente concessa.

Immagine sfocata ed anche bizzarra: che effettivamente non si riesce a cogliere.

Tutto così resta nel vago, nell'indefinito.

Un'altra immagine è quella di un Gramsci che in carcere si dà agli ozi degli studi. Gerratana, nella sua introduzione alla sua edizione de " I Quaderni dal Carcere", quella einaudiana per intenderci, ferma con precisione ed esattezza l'immagine di questi " ozi degli studi".

Dimostra con prove probanti tale’ ozio degli studi’, citando la lettera di Gramsci a Tania, ove Gramsci dichiara che vuole dedicarsi a studi al solo scopo di studiare, senza interesse specifico alcuno, ‘ ricerca disinteressata’,fur ewing’: come Gerratana documenta riprendendo testualmente dalla lettera di Gramsci del 19. marzo. 1927 a Tania. E certamente dinanzi a tale dotta ed inoppugnabile documentazione alcuna opposizione è possibile:

se è Gramsci che lo dichiara... .

Su questa scia si innesta il discorso di un Gramsci idealista, in definitiva crociano, che ha assorbito il marxismo, attraverso la chiave di lettura del filosofo idealista fascista Gentile- il ministro della scuola, per intenderci al cui nome è legata la ‘ riforma della scuola’ degli anni '30 e che porta appunto il suo nome: ‘ Riforma Gentile’ - ed in particolare il testo che ha decisamente influenzato Gramsci, ed attraverso il quale poi Gramsci avrebbe letto e filtrato il marxismo è l'articolo

‘ Per Marx’ del Gentile. Una volta impostata una simile immagine si innesta Ludovico Geymonat che nel suo articolo del 1956, parla di un Gramsci umanista, che non avrebbe capito i problemi nuovi che la scienza poneva, oltreché di un Gramsci crociano.

Questa immagine è poi quella che ha avuto più fortuna, giacché trova anche una giustificazione teorica: lontano dalla lotta di classe, essendo in carcere, Gramsci perde qualsiasi contatto con la realtà e quindi i suoi lavori non hanno quel mordente ed in questa situazione di isolamento, prevale, poi, alla fine la formazione culturale di base, che è quella crociano-gentiliana.

Antonio Gramsci, il Segretario Generale del Partito Comunista d'Italia, sezione della III Internazionale, esce completamente fuori, rimanendo così un Gramsci in carcere, che studia -

‘ fur ewig’ - staccato dalla lotta di classe, idealista, crociano; marxista sì, ma a modo suo, tutto schiacciato sulla lettura gentiliana del marxismo.

Per rafforzare e documentare dottamente questa immagine Gerratana e la casa editrice Einaudi, approntano una edizione de " I Quaderni dal Carcere", ove in nome di una restituzione dell'integrità del testo, si porta avanti l'operazione culturale di accreditare, rafforzare e documentare questa immagine. L'edizione cioè avviene non sulla base di argomenti, come i comunisti avevano provveduto a fare, ma sulla base dell'ordine cronologico delle note. In questo modo a note ed argomenti su Croce, per esempio, segue una nota o l'argomento sugli intellettuali, e poi uno sul risorgimento o sul lorianismo o su Americanismo e fordismo, o..: un autentico guazzabuglio. Diviene letteralmente difficile cogliere il pensiero gramsciano, presentato in questa veste disordinata, disorganica, frammentata. L'idea che ci si fa è effettivamente quella di un Gramsci che leggeva e studiava e poi annotava ma senza alcuna logica interna, ‘ fur ewig’, appunto.

L'edizione in verità è un autentico imbroglio, o per dirla tutta una truffa, giacché quello che viene pubblicato in ordine cronologico non è la stesura delle singole note, ma vengono pubblicati in ordine cronologico i singoli quaderni, così come è datata la prima pagina, indipendentemente se la quarta annotazione del quaderno del 1929 è stata scritta nel 1931, quando il quaderno del 1931 è stato già ampiamente completato. La data dei singoli quaderni è quella che apponeva il carcere, quando consegnava a Gramsci il quaderno. Questo è un autentico imbroglio: è come se noi volessimo pubblicare le opere di Galilei non per argomenti, ossia i singoli libri, ma in base a quando ha scritto i singoli pezzi, ma Galilei per qualsiasi autore. E' noto infatti che un autore lavora sempre a più opere, e mentre lavora per un libro, poi, è portato ad annotare su altri fogli questioni, note, schizzi, pagine di altre questioni e problemi che in generale affronta.

In concreto se noi volessimo pubblicare " Il Capitale" di Marx in base alla stesura cronologica noi avremmo interi capitoli del 3° volume che si sovrappongono a capitoli del 1° volume, per non parlare del 3° volume, ove si sovrapporrebbero capitoli, annotazioni, glosse di capitoli del 1 e del 2 volumi, e questo in nome di restituire l'integrità del testo e l'autenticità del pensiero di Marx o di Galilei, o.... .

Ma tant'è che quella era l'immagine che si doveva accreditare e quella l'operazione culturale da avvallare, che all’uscita della nuova edizione de " I Quaderni", un coro di esaltazioni ed elogi: ove tutti si sono bevuti il cervello, o l'hanno portato all'ammasso. Nessuno che contestasse quel modo di pubblicare un'opera, e sì che era la prima volta ed in tutta la storia mondiale delle pubblicazioni di opere di autori che si procedeva a quel modo!

Ma tant'è!

Ma si dirà è proprio Gramsci che dichiara i fini e gli intenti dei suoi studi in carcere, la lettera di Gramsci e lì e Gerratana produce un documento storico.

Poste così le cose, Gerratana avrebbe ragione e ragione avrebbe tutta l'immagine del Gramsci intellettuale, ‘ fur ewig'; il Gramsci della ‘ ricerca disinteressata’.

Poste le cose nella loro effettiva luce, questa di Gerratana, dell'Einaudi, che vi ha profuso capitali, e di quanti l'hanno accreditata è un'autentica mascalzonata, che solo il più furioso odio di classe può alimentare.

Ora è a tutti noto che qualsiasi lettera di un qualsiasi recluso, sia esso in attesa di giudizio o condannato, passa per la censura del carcere. Se Gramsci avesse scritto che voleva fare degli studi per e per non solo la lettera non sarebbe stata inoltrata, ma censurata, ma non sarebbe stato consentito a Gramsci né di leggere, né di avere quaderni e penna, ma gli sarebbe stata inflitta una qualche punizione.

Per poter avere giornali e libri e penne e quaderni Gramsci aveva dovuto inoltrare una speciale domanda ed aveva dovuto ottenere il permesso dalle autorità reazionarie italiane.

Gramsci, in più lettere parla di questo carattere disinteressato del suo studio, della sua unica volontà di studiare per non morire dentro, per non essere annientato dal carcere. Ma questa era appunto l'immagine che Gramsci voleva accreditare per poter continuare il suo lavoro: era cioè quello che Gramsci voleva che si credesse, per poter continuare indisturbato il suo lavoro.

In molte lettere alla moglie Gramsci si lamenta che la loro privacy è violata, violentata, dalla censura carceraria, per cui egli non può liberamente scriverle e parlarle e dirle quanto avrebbe voluto dire. Gramsci qui ci sta dando la chiave di lettura di tutte le sue lettere e di tutti i suoi appunti e note.

Le stesse note de " I Quaderni" sono scritte in modo amorfo, ove è difficile cogliere il senso reale e gli intenti che muovevano Gramsci. Gramsci scriveva in condizioni di assoluta non-libertà. Gramsci era in carcere per attività comunista e per essere il capo del Partito Comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale Comunista. Il Pubblico Ministero, chiudendo la sua arringa in cui chiedeva per Gramsci vent'anni di carcere, dichiara:

" Signori giudici, bisogna impedire a questa testa di funzionare almeno per vent’anni."

Ora ci vuole una bella faccia tosta e prendere quelle frasi che Gramsci scriveva a Tania sui suoi intenti nello studio e farli divenire cataloghi di fede e chiave di interpretazione del suo lavoro teorico.

E partire da qui per accreditare l'immagine di un Gramsci idealista, crociano, influenzato nell'interpretazione del marxismo dalla filosofia reazionaria idealista del filosofo fascista Gentile è esclusivamente e solamente una mascalzonata. E mascalzonata è l'edizione einaudiana de

" I Quaderni dal carcere".

Vedremo, anche se per schizzi, a volo d'uccello, la potenza rivoluzionaria non solo del Gramsci del periodo 1917-1926, ma anche del Gramsci de " I Quaderni dal Carcere". Smantelleremo così l'operazione culturale messa in atto tendente prima a scomporre Gramsci in due: uno il comunista, l'altro l'intellettuale italiano in carcere, che scrive: idealista, crociano, gentiliano, ma intellettuale vivace e brillante e sotto questo manto, cancellare, dimenticare il Gramsci segretario generale del Partito Comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale Comunista.

Ma poi perché tutta questa solerzia, intelligenza e spreco di intelligenze, creatività e sforzi finanziari, oltreché di intelligenze?

Perché?

Come per Engels, come abbiamo ampiamente dimostrato nell’Anno Engelsiano: l'anno ora chiuso, anche per Gramsci non è assolutamente la testa di Gramsci che si vuole, come non si è voluta e si vuole quella di Engels.

Essi vogliono la testa del proletariato italiano.

Essi vogliono la testa del Movimento Comunista Italiano.

L'operazione è semplice: se il punto più alto che il proletariato italiano è riuscito a produrre è un idealista, un crociano, un gentiliano, allora il proletariato italiano non esiste, assolutamente non esiste, come classe egemone e dirigente. Il proletariato italiano non ha alcuna credibilità di presentarsi sulla scena politica italiana come classe egemone e dirigente: tutto quello che sa produrre, nel suo punto più alto, nel suo punto massimo: il massimo che riesce a produrre e ad esprimere, è l'idealismo, e nella sua peggiore variante quella crociana e gentiliana: ricordiamo qui che Gentile era il massimo teorico e filosofo del fascismo, fucilato dai partigiani nell'aprile del 1945, che seguì Hitler nella repubblica di Salò!!

Stando così le cose non l'aveva e continua a non averla, giacché tutto l'intellettuale collettivo che si è formato: i quadri della clandestinità prima, quelli della lotta armata 1943-1945 poi e quelli della costruzione del Partito comunista nelle nuove condizioni a partire dal 1945 si sono formati ed educati sotto quel capo, a quegli insegnamenti:

i Di Vittorio e gli stessi Cacciapuoti, Fasano, Hermann - per stare al tema del giorno - non sono che figli di quel padre e discepoli di quel maestro.

Il proletariato italiano, e quindi i comunisti italiani, possono tutt'al più essere una variante intelligente, brillante, vivace dell'idealismo filosofico reazionario, ossia della filosofia idealistica Croce-Gentile.

In queste condizioni è allora normale che Gramsci o è identificato con il martire antifascista o è respinto, appunto perché ritenuto idealista. Ma così facendo i comunisti hanno commesso l'errore di accettare acriticamente quanto il nemico di classe propagandava, scambiando la propaganda elettorale anticomunista come verità scientifica, operando così una frattura nella memoria storica della classe e finendo per disperdere il prezioso ed inestimabile patrimonio teorico di classe che Gramsci rappresenta.

Anche quando si è parlato di Gramsci diffusamente e del Gramsci del periodo 1917-1926 si è detto solo menzogne e falsificati fatti al solo scopo di poter ridurre così Gramsci a quell'immagine, che l'imperialismo italiano avevano deciso che venisse dato.

Ci troviamo così immersi in un mare di cose non vere, mistificazioni ed autentiche manipolazioni, voler seguire tutta questa canea significherebbe non solo perdere tempo, ma accreditare mascalzoni e mascalzonate. Noi preferiamo lasciarli lì dove sono: nella pattumiere ed incamminarsi invece sulla strada di cosa è Gramsci, del suo essere capo e maestro del proletariato e dei comunisti italiani e grande dirigente internazionale, ossia Segretario Generale del Partito Comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale Comunista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SEZIONE PRIMA

SEGRETARIO GENERALE DEL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA,

SEZIONE DELL'INTERNAZIONALE COMUNISTA.

 

Per comprendere appieno il ruolo ed il significato, e quindi il contributo di Gramsci, occorre innanzitutto comprendere qual era la situazione nel Movimento Operaio Italiano all'alba del 1917 e quale sarà quella che lascerà, quando cadrà prigioniero del nemico di classe.

Accenniamo qui per brevissimi tratti, rimandando ad una trattazione organica, agli studi dell'Istituto sulla Storia del Capitalismo ( 1100-1960/70 ) e

sulla Storia del Movimento Operaio ( 1848 - 1960/70 ).

Essi costituiranno punti chiave dell'Anno Gramsciano.

All'alba del 1917 il Movimento Operaio Italiano si trovava da una parte sotto l'influenza del riformismo di Turati-Bissolati-D'Aragona e dall'altra dell'operaismo. Ora entrambe queste influenze erano abbastanza frastagliate tra di loro, si andava così dal piatto riformismo, allo sciovinismo patriottardo ( Avanti!, 1915 -Mussolini! ), all'intellettualismo vuoto e retorico, al dottrinarismo idealistico di Antonio Labriola e dal lato dell'operaismo al settarismo, al purismo parolaio e magniloquente, al sindacalismo.

In generale gli elementi avanzati del proletariato italiano nella loro maggioranza, come reazione spontanea, naturale al riformismo di Turati-Bissolati-D'Aragona vanno verso l’estremismo, come ben ha indicato V.I. Lenin in " L'estremismo, malattia infantile del comunismo" ed i documenti dell'Internazionale Comunista.

Bisogna qui, inoltre, accennare - ma rimandiamo per una più organica trattazione ai due studi suaccennati - alle condizioni di base del Movimento Operaio Italiano. Essi sono decisivi per comprendere il carattere e la natura del Movimento Operaio Italiano e quindi la complessa e decisamente intricata situazione, le secche nelle quali il Movimento Operaio Italiano si trovava e che solo il genio di Gramsci, con un sol colpo riuscirà a tirar fuori e proiettarlo in avanti di almeno 30anni.

Sono decisivi, cioè, la comprensione di questi elementi di base, per comprenderne le sue peculiarità.

Il cosiddetto ‘ Risorgimento’, o rivoluzione borghese in Italia, ossia il processo di unità nazionale non avviene puntando sulla mobilitazione delle masse contadine e delle forze rivoluzionarie e patriottiche italiane. Esso non avviene neppure liquidando i residui feudali, ma innestando sul vecchio troncone feudale i rapporti di produzione capitalistici. Questo determina non solo l'assenza di un'esperienza rivoluzionaria vincente delle masse contadine e delle forze rivoluzionarie e patriottiche italiane, ma ha determinato che questo movimento e queste forze ne sono uscite umiliate, mortificate, massacrate. La stessa ala borghese che guiderà il processo cosiddetto di ‘ unità nazionale’ provvederà prima, tra il 1830-1849, a liquidare e massacrare e mortificare ed umiliare il movimento rivoluzionario per poter condurre poi il processo attraverso la via diplomatica ( accordi di Cavour-Napoleone III, Plombiers ) e tramite eserciti regolari sabaudi. Questo ha determinato, a differenza della Francia, per esempio, che gli elementi avanzati del proletariato, usciti dall'ala sinistra della borghesia, in Francia sono usciti dall'ala giacobina: Babeuf e la Costituzione del 1793 ed in Italia da Mazzini-Garibaldi-Pisacane, il che è già tutto dire e con uno sviluppo capitalistico, inoltre, non solo asfittico, per l'innesto anziché la liquidazione dei residui feudali, ma con una presenza assai poco significativa di consistenti nuclei operai tra il 1865 ed il 1875. Sono queste le tare e l'eredità da cui il Movimento Operaio Italiano prende l'avvio e che si faranno pesantemente sentire su tutta la sua storia.

( Qui basti tanto, rimandiamo ai suaccennati studi ).

Questo determina all'alba del 1917 che quei tratti generali presenti nel Movimento Operaio e Comunista, e ben tracciati da Lenin: riformismo ed estremismo, si caratterizzano e si sostanziano in Italia in un ben determinato modo, ove quelle tare costituiscono autentico macigno. A queste tare si era aggiunta tutta la politica compromissoria del Psi del periodo giolittiano: alleanza del gruppo turattiano con la borghesia industriale del nord, che aveva comportato ‘ vantaggi’ e ‘ privilegi’ all'agitazione e propaganda del gruppo turattiano e salari meno di fame per gli operai del Nord in cambio da parte della direzione del Psi dell'abbandono del movimento rivoluzionario e contadino del meridione, in cambio cioè di lasciare indisturbata la borghesia nobiliare-latifondista meridionale. " L'Italia - dirà Turati a sigla di quella alleanza - si divide in nordici e sudici.".

Inoltre le singole correnti erano attraversate trasversalmente da tutte queste impostazioni errate: si andava così da un estremismo parolaio e velleitario che poi finiva per schiacciarsi su un piatto sindacalismo, sul più immediato rivendicazionismo spicciolo ad un riformismo velleitario e parolaio, pronto poi alle peggiori alleanze: il mussolininismo del 1915-1917, per esempio.

Se a questo si aggiungono le anime che avevano dato vita al Psi nel 1892 e che poi ne costituivano le varie ‘ correnti’:

* ala sinistra del mazzinianesimo ( Maffi ),

** anarchismo e massoneria ( Costa ed il Psr di Romagna),

*** operaismo ( Gnocchi-Viani, Lazzari ),

**** democratico-liberali( Cuore e Critica e Turati ),

si può avere un quadro sufficientemente tratteggiato della situazione all'alba del 1917.

Tutte queste saranno attraversate dalla Rivoluzione d'Ottobre da una parte e dal crollo del riformismo turattiano e quindi dell'alleanza Turati-Giolitti e saranno queste le animatrici della scissione di Livorno e quindi della costituzione del PCd'I.

E tutto questo in una situazione economica del paese, e di sviluppo capitalistico che si è detto, con un tumultuoso movimento delle classi: accelerato e brutale processo di immiserimento e proletarizzazione di strati consistenti di piccola e media borghesia.

Ecco questa, grosso modo, è la intricata situazione che Antonio Gramsci si trovava dinanzi all'alba del 1917: tirare fuori da questa situazione un gruppo dirigente bolscevico omogeneo e saldo,

formare un'avanguardia del proletariato, era un'operazione assolutamente disperata.

In meno di dieci anni, in realtà tra il 1919-20 ed il 1925, ossia in sei anni, l'azione geniale di Antonio Gramsci riporta la situazione a chiarezza, getta le basi per la formazione del gruppo dirigente e dell'avanguardia del proletariato: il partito comunista.

Attraverso una cosciente e razionale azione: strategia e tattica, Gramsci riesce a tirare fuori il Movimento Operaio e Comunista dalle secche nelle quali si era andato a cacciare e proiettarlo in avanti di almeno 30anni. E l'azione che svolge in carcere, " I Quaderni dal Carcere" è la continuazione di quanto aveva fatto tra il 1919-20 ed il 1926, come vedremo nella seconda parte.

Tornando ora al periodo 1917 - 1926.

Occorre considerare che Bordiga, segretario, era il riflesso ed il prodotto di tutta questa intricata e confusa situazione, che si rifletteva in maniera caleidoscopica nelle posizioni di Bordiga: un po' estremiste e velleitarie, ma quel tanto di operatività pratica, ove l'efficientismo organizzativistico di Bordiga agiva da collante e dava dignità a vacuità teoriche ed assenza di analisi; e dove la personalità ‘ forte’ di Bordiga ed il suo iper-attivismo era momento di collante decisivo per tenere assieme questo quadro caleidoscopico.

Dell'occupazione delle fabbriche e del periodo 1919-20 e del ruolo di Gramsci, della Fiat e dei Consigli se ne è trattato a lungo.

Il punto chiave qui da fissare è che in questo periodo Gramsci si forma ed afferma come dirigente del proletariato. E' in questo periodo che matura la visione organica della realtà del Movimento Operaio e del Capitalismo italiani e traccia già qui le linee fondamentali della sua strategia e tattica, che si dipaneranno tra il 1922 ed il 1926.

Al Congresso di Livorno, le tesi dell' " Ordine Nuovo" e quindi di Gramsci, sostenute apertamente da V.I. Lenin e dall’Internazionale Comunista escono minoritarie. E' l'ala bordighiana che esce maggioritaria assieme ad una consistente minoranza di destra, anche perché l'Ordine Nuovo non si era mosso su scala nazionale, come invece avevano fatto Bordiga e la destra. Tutta l'attenzione di Gramsci era stata per l'occupazione delle fabbriche ed il movimento dei Consigli di Fabbrica.

La linea dell'Ordine Nuovo è presente nel C.C. con il solo Gramsci, la maggioranza era tutta con Bordiga. Cionostante il C.C. non si presentava unito, esprimeva, invece, la complessità delle varie anime che dal Psi verranno al PCd'I, mentre una parte consistente - i cosiddetti ‘ terzini’: Giacinto Menotti Serrati - era rimasta nel Psi ed unendosi a Livorno con Turati, gli aveva dato la maggioranza.

Il C.C. del PCd'I vedeva quindi:

una destra: Graziadei e Tasca,

un centro : Bombacci e Marabini,

una sinistra: Bordiga, che in quanto segretario era la maggioranza,

e poi Antonio Gramsci.

Il punto è: divenire maggioranza senza lacerare ma rafforzare il Partito,

numericamente e qualitativamente e consentendo a tutto il

Partito di crescere e rafforzare così l’unità del Partito.

Il problema dell'unità, di condurre una battaglia teorica e senza quartiere contro idee e linee anti-marxiste e rafforzare l'unità del Partito è il punto chiave dell'intera strategia di Antonio Gramsci. Egli vuole conquistare al marxismo-leninismo gli stessi suoi oppositori e con loro costruire il Partito Comunista.

Si trattava allora di far crescere l'intero corpo del Partito, alzando il tono ed il livello del dibattito teorico, politico e culturale, aiutandolo a superare i suoi limiti, comprendendo per propria esperienza, aiutandolo a fare il bilancio dell'esperienza e sulla base di questo bilancio giungere spontaneamente, naturalmente alle posizioni del leninismo e dell'Internazionale Comunista. Attraverso, cioè, un processo critico-teorico giungere ad identificarsi con quelle posizioni, in questo modo l'intero corpo del Partito si trova spontaneamente a convergere ed identificarsi con le linee teoriche, strategiche e tattiche del leninismo e dell'Internazionale.

Gramsci, cioè, è il capo che conquista alle sue posizioni l'intero Partito, lo aiuta a crescere, sapendo rimuovere, di volta in volta, i macigni più grossi che ostacolano l'avanzamento e guidando così l'intero corpo del Partito nella rimozione di quegli ostacoli e così tutti insieme crescere e trovarsi ad un livello superiore, dove il precedente non è sanzionato da autocritiche, ma dove costante è in Gramsci l'indicare il guardare avanti, il protendersi in avanti. E l'andare avanti è poi il riconoscere, di fatto, l'erroneità o insufficienza del precedente livello. Gramsci infatti non chiederà mai a nessuno abiure, ma a tutti di procedere spediti in avanti sulla base di quanto ottenuto e consolidato, sulla base del nuovo livello raggiunto. Gramsci sa guardare diritto in avanti ed indicare all'intero partito il futuro e nel procedere in avanti superare limiti, insufficienze, tare. In questa visione organica Antonio Gramsci si afferma Capo dei comunisti e mostra tutte le sue eccellenti qualità di Capo.

Per poter attuare questa sua direttrice strategica, Gramsci non può aprire guerra contro tutto e tutti: avrebbe solo lacerato. Ma non poteva neanche non condurre una battaglia ferma contro l'opportunismo e le idee errate nel PCd'I. E' indubbio che il problema chiave era liquidare l'estremismo velleitario e parolaio del bordighismo, ma occorreva che tutto il partito vi arrivasse. Uno scontro immediato, diretto, contro Bordiga avrebbe lacerato e costretto i " gramsciani" a schierarsi e schierandosi isolarsi dal resto del corpo del partito. Una battaglia contro la destra all'improvviso avrebbe fatto rinsaldare i ranghi: Bordiga ed il centro avrebbero difeso la destra al fine di isolarlo e schiacciarlo.

Si trattava di aprire una battaglia complessa, articolata, che consentisse, mentre si combatteva contro uno, riuscire a mettere in difficoltà anche tutte la altre posizioni e la vittoria su quella costituire un anello per il passaggio successivo ed in questa continuità il partito riconoscersi nella fase successiva in quanto continuazione della precedente e così giungere, poi, alla fine, alla battaglia contro il bordighismo. Tutto questo non doveva avvenire nel chiuso di un C.C., ma sciogliere nel contempo i limiti e le tare che il Movimento Operaio Italiano si portava dietro, legare l'uno all'altro, risolvere l'uno risolvendo l'altro e dove l'uno sarebbe venuto in aiuto dell'altro. Solo in questo modo il corpo del Partito avrebbe compreso e sarebbe cresciuto, giacché superava i limiti e le tare che si portava dietro ed era in grado conseguenzialmente di conquistare quella massa di operai, lavoratori, contadini italiani rimasti ancora nel Psi ed al tempo stesso vedere in quelle idee, concetti, teorie di quei lavoratori socialisti, nell'essenza di quelle posizioni, in controluce, le sue stesse posizioni ed in questo processo dialettico comprendere ed assimilare le posizioni teoriche che di volta in volta Antonio Gramsci poneva. In questo modo Antonio Gramsci metteva in moto un processo dialettico, che partendo dal C.C. coinvolgeva l'intero corpo del Partito e attraverso questo l'intero Movimento Operaio Italiano.

Il problema che stava dinanzi a Gramsci, come ben si vede, era davvero immane, richiedeva un genio, un capo, il solo in grado con un colpo d'occhio di abbracciare la complessità, la tortuosità e l'intreccio di una tale intricata matassa e stabilire le linee d'azione.

Antonio Gramsci dalla massa e dal coacervo di contraddizioni: destra, centro, sinistra, Turati, ecc. seppe cogliere con autentica genialità i punti, i tratti, comuni. Seppe individuare l'unitarietà sostanziale metodologica e teorica di queste contraddizioni. Seppe, cioè, coglierne la quiddità, i loro punti comuni, pur nella loro estrema varietà e difformità. Grave sarebbe stato l'errore di ridurli unicamente ai loro tratti comuni, ossia all'unità, ma ancora più grave sarebbe stato leggerli separatamente, facendosi così sopraffare dai loro tratti specifici di essere e presentarsi nella molteplicità di forme.

Da materialista dialettico eccezionale Antonio Gramsci seppe leggere l'unitarietà della materia ed il suo divenire in quelle differenti forme: trattare così l'unitarietà, tenendo presente le differenti forme nelle quali il processo diviene e liquidare così le differenti forme, liquidando quella unitarietà.

Gramsci condurrà allora la battaglia contro le varie posizioni secondo un esatto, preciso, rigoroso, scientifico piano d'azione. I punti che tratterà saranno di volta in volta nella forma quella particolare forma, ma sapendo indicare, aiutando il Partito a scorgerne i tratti unitari, la sostanziale identità metodologica e teorica con la successiva posizione teorica contro cui condurrà la battaglia fino ad arrivare a quelle estremiste velleitarie e parolaie del bordighismo. In questo modo, il quadro di Partito che uscirà da questa lotta sarà in grado di scorgere da solo le passate, ma soprattutto le future, posizioni teoriche errate e saprà cogliere nelle differenti forme in cui esse si presenteranno il tratto comune e l'essenza anti-marxista e quindi sarà in grado di opporvisi sin dal loro sorgere e non subirne l'egemonia.

Vediamo ora in concreto come si articola l'intero piano strategico, ove l'esecuzione tattica: gli zig-zag e gli affondi rapidi e precisi e le ritirate costituiscono un autentico capolavoro, un autentico manuale di strategia politica.

La situazione nel C.C. vedeva, come si è detto:

una destra: Graziadei e Tasca,

un centro: Bombacci e Marabini,

una sinistra: Bordiga.

La destra e la sinistra si combattevano aspramente, lacerandosi e lacerando il Partito, gettandolo nell'immobilismo.

In questa situazione il centro - " la palude del centrismo" direbbe V.I. Lenin - ossia Bombacci e Marabini agivano, come li chiamerà Gramsci, da " croce rossa", ossia appoggiavano ora la destra ora la sinistra, correvano in soccorso ora di Tasca ora di Bordiga ora di Tasca ora di Graziadei onde impedire che l'uno prevalesse definitivamente sull'altro e così i suoi voti correvano in soccorso ora di questo ora di quello in maniera opportunistica ed eclettica: e questo non poteva che aumentare la confusione, l'immobilismo oltre che aggravare la situazione di ricettacolo delle più confuse stramberie e dell'opportunismo della più bell'acqua. Il centro veniva così a costituire una sicura retrovia ove sia la destra che la sinistra poteva al momento opportuno ritirarsi e sottrarsi allo scontro, perpetuando così all'infinito le posizioni. Il centro veniva così a costituire la linea di ritirata.

Il piano strategico di Gramsci è allora questo:

1. liquidare la " croce rossa", sottraendo così alla destra ed alla sinistra quella ritirata ed inchiodarle così alle loro posizioni ed una volta inchiodate sconfiggerle.

Da stratega eccezionale Gramsci provvede a chiudere la ritirata al nemico, prima di iniziare un qualsiasi attacco, altrimenti può sfuggire ed essere in grado, una volta riorganizzatosi, di ripresentarsi e dare battaglia o comunque essere in grado da lì di agire o per linee interne o con sortire di creare confusione, disordine e preparare così le condizioni per un suo attacco.

2. condurre una battaglia contro la destra, distinguendo e separando Graziadei da Tasca. Dei due Graziadei era il più debole ed il più esposto teoricamente per un suo lavoro di economia marxista: sconfitto Graziadei battere Tasca che nel frattempo si è indebolito.

3. liquidare il bordighismo,

nell'eseguire i punti 1 e 2 conquistare la base di 1 e 2 e conquistare elementi e parti della 3.

Ovviamente i punti che Gramsci toccherà saranno nella forma quella delle singole e specifiche posizioni, ma nella sostanza uniche di tutte e tre. La scelta cioè dei punti su cui dare battaglia è scelta a tavolino, è cioè scelta razionale funzionale ad un piano strategico.

IL CONGRESSO DI ROMA.

Nel marzo del 1922 si tiene a Roma il 2 Congresso del PCd'I.

Le Tesi congressuali esprimono appieno tutto l'orientamento settario e lo schematismo bordighiano, senza fronzoli insomma. In quanto tale esse costituiscono un documento di eccezionale chiarezza, conseguenzialmente esse esprimevano teoria, strategia e tattica della concezione teorica bordighiana, la sua cecità ed il suo semplicismo e linearismo dottrinario, in netta opposizione all'Internazionale.

La destra ( Graziadei e Tasca ) condurrà una debolissima opposizione, sicura che il gruppo dello

" Ordine Nuovo" e quindi Gramsci si sarebbe opposto. La linea tattica della destra era fin troppo scoperta:

lasciare che Gramsci ed il gruppo dell' " Ordine Nuovo" si scontrasse con Bordiga, indebolire così sia Bordiga che Gramsci ed uscirne lei poi forte, pronta a correre in soccorso di Bordiga, isolando e schiacciando il gruppo dell' " Ordine Nuovo", Gramsci e la linea dell'Internazionale.

Gramsci invece non si oppone, ma vota, le Tesi di Roma.

Questa azione ha consentito ad elementi ultra destri di sentenziare ed ergersi a sinistra, alzando l'indice accusatore contro Gramsci:

errore gravissimo di Gramsci, un Gramsci ancora sotto l'influenza di Bordiga, un Gramsci che sin dal 1922 si schiera contro l'Internazionale, un Gramsci opportunista. Non è questa altro che la variante del Gramsci crociano, idealista, che ha filtrato il marxismo attraverso le lenti della filosofia idealista del filosofo fascista Gentile: la differenza è solo che questa sulle Tesi di Roma è la variante riguardante il Gramsci politico, e l'altra il Gramsci intellettuale, il Gramsci del carcere.

Lasciamo pure questi signori lì dove si trovano, come abbiamo fatto all'inizio per gli altri, cerchiamo, invece, di capire.

E' evidente che uno scontro nel 1922 con Bordiga sarebbe stato non solo errato, dati i rapporti di forza, ma avventuristico, che avrebbe condotto il Partito ad una lacerazione, ad una acutizzazione dello scontro. Certo sul piano del puritanesimo ‘ marxista’, sul piano dei ‘ pruriti’ Gramsci avrebbe....

Avrebbe invece commesso un gravissimo ed imperdonabile errore, che neppure un discreto caporale di giornata commette: dare battaglia quando il nemico provoca e chiama alla lotta. E Gramsci non era certo un caporale di giornata, ma un autentico ed eccezionale Capo, che stabilisce lui come, dove, quando dare battaglia e su cosa condurre la battaglia; è lui che stabilisce il terreno di scontro, il luogo, la data, il quando, il come.

Quello che ad Antonio Gramsci interessa ottenere è la realizzazione del suo piano strategico: liquidare il centro: Bombacci e Marabini, cioè la " croce rossa", chiudendo ad entrambi le linee di qualsiasi futura ritirata, ponendo il gruppo dell' " Ordine Nuovo" quale centro tra Bordiga e Tasca.

L'opposizione alle Tesi di Roma sarebbe stata quindi un gravissimo errore tattico:

1. scontro prematuro con Bordiga,

2. non raggiunge l'obiettivo del piano strategico prefissatosi:

liquidare la " croce rossa".

L'opposizione, o la battaglia, emendamentaria, emendamenti o correzione di questa o quella Tesi, sarebbe stato un gravissimo ed assolutamente imperdonabile errore strategico. Avere un nemico, che esprime in maniera così chiara e netta le sue posizioni è un nemico che si autoinchioda ed a quell'autoinchiodamento va ben fissato e tenuto lì fermo per tutto il tempo occorrente a raccogliere le forze sufficienti e necessarie per iniziare l'offensiva e poi l'attacco risolutivo, che deve risolversi nella disfatta del nemico. Le " Tesi di Roma" costituiscono esattamente questo autoinchiodarsi di Bordiga; a Gramsci spettava solo il compito di fissarlo e tenerlo ben fermo a quell'autoinchiodamento.

La non opposizione sostanziale, inoltre, della destra: Graziadei e Tasca mostrava a tutto il Partito l'inconsistenza di quella opposizione e tutta la sua vacuità. La destra ne usciva così decisamente indebolita, mostrando appieno tutta la sua mancanza di risolutezza e tutta la sua adattabilità. Quindi una destra indebolita, una sinistra inchiodata alle sue posizioni ed in maniera irrevocabile ed irrefutabile e la " croce rossa" liquidata: questi i risultati che Gramsci ottiene. L'opposizione alle " Tesi di Roma" era, nelle condizioni reali, errata; l'Internazionale penserà, dal canto suo, a liquidarle, bocciandole in toto e per bocca del suo Presidente Zinoviev.

 

DAL 2 AL 3 CONGRESSO.

DAL CONGRESSO DI ROMA AL CONGRESSO DI LIONE, gennaio 1926.

Gramsci viene inviato a Mosca, come rappresentante del PCd'I presso l'Internazionale Comunista. In realtà sia la destra che la sinistra vogliono allontanare Gramsci dall'Italia ed avere le mani libere.

Il periodo in esame: 1922 - 1926 va diviso in due:

dal 1922 al 1924,

ossia dal Congresso di Roma alla Conferenza di Como;

dal 1924 al 1926,

ossia dalla Conferenza di Como al Congresso di Lione, gennaio 1926.

Il periodo 1922 - 1924 è il periodo in cui viene liquidata la destra, ossia il Partito si libera delle posizioni di destra di Graziadei e Tasca. Gramsci conduce prima la battaglia contro le posizioni teoriche di Graziadei. L'obiettivo è quello di indebolire la destra e fissare i limiti teorici in cui il Partito versava. Molti temi di questa battaglia saranno poi ripresi in quella successiva contro Bordiga. Graziadei costituisce effettivamente l'anello debole di tutta la catena non solo della destra, ma più in generale di tutto il Partito e quindi anche della stessa sinistra. Graziadei consentiva assai agevolmente di poter condurre la battaglia contro quelle posizioni teoriche errate ed al tempo stesso contro l'intero groviglio delle posizioni anti-marxiste che egemonizzavano il Partito e quindi attraverso Graziadei far crescere tutto il Partito.

Fissiamo per ora qui, lo riprenderemo nella seconda sezione,

questa metodo di Gramsci, ma poi di Marx, Engels, Lenin e di tutti i grandi dirigenti comunisti, quello cioè di prendere le posizioni che nella loro quintessenza per chiarezza e linearità possono assolvere al compito di maestro, di esempio al negativo.

Nel frattempo la destra taschiana, persa la via della ritirata, essendo stata liquidata la " croce rossa" e minoranza nel Partito è lei che è costretta ora, non più velatamente ma apertamente, in prima persona a scendere in campo e rendere chiare, nette, esplicite le sue posizioni; non più una generica ed indistinta opposizione all'Internazionale, ma scendere nello specifico:

1. fusione con il Psi e politica dell'Internazionale di ricomporre la rottura, pur giusta, di Livorno ed incalzare il gruppo dirigente opportunista di Turati e consentire al corpo del Psi di affluire in massa sotto le bandiere dell'Internazionale Comunista.

2. bolscevizzazione del Partito, sua struttura in cellule sui luoghi di lavoro, lavoro negli organismi sindacali, ossia struttura leninista del Partito e saldi legami con le masse.

La sinistra, Bordiga, non può apertamente schierarsi con Tasca, pena l'accelerare la sua fine e regalare quadri e direzione a Gramsci ed al gruppo dell' " Ordine Nuovo". E' cioè da una parte inchiodata dalla sua ufficialità, essendo la maggioranza del Partito ed essendo il PCd'I membro dell'Internazionale; e dall'altra è inchiodata dal suo stesso sinistrismo: la massa operaia guardava all'Urss di Lenin e all'Internazionale. La presenza di Gramsci aggravava queste sue lacerazioni interne, giacché deve manovrare per linee interne e non scopertamente per non regalare quadri e direzione al gruppo dell' " Ordine Nuovo" ed a Gramsci, ossia al leninismo.

Tasca, e l'intera ala taschiana, apre il fuoco di fila contro l'Internazionale all'indomani del fallimento del progetto di fusione, all'indomani cioè del congresso di Milano del Psi: il triumvirato Nenni-Vella-Saragat con un colpo di mano ammutolisce la schiacciante maggioranza del Partito socialista ed a tappe forzate lo conduce sulla rotta di collisione con l'Internazionale Comunista. La destra si viene così a trovare sotto un triplice fuoco:

1. lotta all'Internazionale,

2. subisce l'offensiva su Graziadei, lanciata da Gramsci,

3. Bordiga non può soccorrerla.

Gramsci nel frattempo da Mosca inizia a tessere tutto un fitto carteggio - in qualità di membro dell'Internazionale - con il gruppo dirigente del Partito ed in particolare con la maggioranza bordighiana. Attraverso la " lettera" ha modo così di stuzzicare, saggiare gli umori e quando lo ritiene affondare un attacco. La lettera di per sé non costringe a trattazioni, consente rapide incursioni su questo o quel tema e stare poi a vedere il destinatario come e quando e se reagisce. La lettera, nella qualità di rappresentante dell'Internazionale, consente a Gramsci di educare questo gruppo dirigente sui problemi internazionali, la natura del Psi e del ruolo di Turati e del tipo di formazione di quadro che il Psi ha costruito nel periodo 1892-1915. Li aiuta ad avere una visione più ampia e complessa dei problemi - che di per sé costituiva potente corrosivo alla mentalità bordighiana: di per sé semplicistica e dal piatto linearismo dottrinario, dove c'è sempre un segno di ugale da mettere da qualche parte. Spinge attraverso la proposta di una rivista teorica " Critica Proletaria" questo gruppo dirigente a studiare la realtà italiana e non lo fa in maniera saccente, lo fa da Capo: propone cioè un piano editoriale per la rivista, invitando questo e quello a scrivervi affrontando quello e quell'altro tema sulla base della specificità di ciascuno. E così ciascuno sulla base del suo settore di intervento, del settore affidatogli, è costretto ad approfondire da una parte e dall'altra a verificare da solo i limiti, le carenze, i vuoti.

In questo modo Gramsci ottiene degli immediati vantaggi tattici:

la più immediata riflessione del gruppo dirigente, ma ottiene un eccezionale vantaggio strategico: scopre in maniera impietosa come tutta l'efficienza organizzativa, la decantata efficienza organizzativa bordighiana, non essere altro che basato sull'accentramento di tutto da parte di Bordiga, che suppliva con la sua forte personalità e la sua iperattività. Era così davanti agli occhi del gruppo dirigente l'assenza del collettivo e l'essere tutto accentrato, come fatto politico attorno alla figura di Bordiga. Di qui a cogliere come la situazione di immobilismo del Partito era il prodotto proprio di questa assenza del collettivo e di analisi e conoscenze scientifiche della realtà il passo era breve.

Quando a parere di Gramsci il salto era maturo, partendo da una serie di ‘ gaffe’, diciamo così, clamorose del gruppo dirigente, che mostrerà tutta la pochezza e vacuità della sua efficienza organizzativa, porrà bene al centro questi fatti elementari sottoponendoli alla sua irresistibile critica, fatta di piccole e minuziose cose analizzate e scandagliate a fondo e formula chiaramente il suo giudizio, che nella forma della lettera assume la forma di una conclusione veloce, di un giudizio veloce su quei fatti.

Passo passo, pezzo dopo pezzo, prima singoli elementi poi l'intero gruppo dirigente si sposta, spontaneamente, naturalmente per sua naturale e spontanea maturazione sulle posizioni di Gramsci.

Ma non è ancora il momento, c'era sì sufficiente accumulazione quantitativa, ma non c'erano ancora le condizioni sufficienti e necessarie per il salto di qualità. Intempestivo ed avventuristico sarebbe stato il passo di Gramsci se all'indomani di una lettera di Terracini, avrebbe lanciato l'offensiva, Togliatti tentennava ancora.

Il problema non era tanto Togliatti in sé, ma quanto ciò che Togliatti era, per il suo modo di essere, sentire e fare, quello che a Gramsci interessava. Togliatti veniva in questa fase a costituire - per il suo modo ponderato, per il suo muoversi con assai cautela, il suo timore di trovarsi scoperto e per il suo aver subìto l'influenza della forte personalità e delle teorie di Bordiga cartina al tornasole di un più sostanzioso corpo del Partito, espressione del modo di sentire ed essere di una parte sostanziosa del Partito.

Togliatti all'indomani di questa lettera di Terracini a Gramsci, che dava la sua disponibilità, dà anche lui la sua disponibilità al progetto più complessivo che Gramsci aveva espresso in una lettera in risposta a Terracini, che gli chiedeva quale fosse la sua ( di Gramsci) visione. Ma quello di Togliatti è ancora un consenso incerto, che cercava di trattenere ancora per la giacca Gramsci e dall'altra dai giudizi che esprimeva, mostrava chiaramente di non essersi ancora staccato, di non aver ancora superato del tutto, il bordighismo e la forte personalità di Amedeo.

Nel frattempo, 1923, è la destra che accelera i tempi, commettendo grossolani errori tattici e collezionandone di peggiori e finendo per trascinare gli stessi bordighiani e Bordiga in prima persona in un vicolo cieco: una riunione di frazione ove si concerta un attacco all'Internazionale: modi e cosa e come dire le cose, chi deve esporsi, chi sostenere e chi fare da ponte al fine di riportare il Partito alle posizioni del 1922. I verbali di tale riunione fanno parte dell'Archivio Tasca, dove a Bordiga è affidato un ruolo ad un altro un altro ruolo, ecc. Inizia così a delinearsi in maniera chiara ed inequivocabile, almeno per il gruppo dirigente: C.C. e quadri intermedi l'identità destra e sinistra, che accelera il distacco e la maturazione verso posizioni leniniste dell'Internazionale Comunista e quindi di Gramsci e del gruppo dell' " Ordine Nuovo". In questo frangente Gramsci si conferma centro del Partito - centro in termini leniniani - tra una destra ed una sinistra entrambi imbelli. Lo stato del Partito, la sua presenza tra le masse, la stessa presenza del centro che è assente, tutto teso a brigare e concordare chi deve condurre l'attacco, chi deve coprire e chi.. era pessimo.

Gramsci coglie che la situazione è oramai matura, sposta la sua sede da Mosca a Vienna:

inizia a stringere Tasca.

Inizia così da Vienna un attacco sempre più concentrico contro le posizioni di Tasca. Oramai lo stesso Togliatti ha fatto il passo in avanti e Tasca si è isolato. Incalzarlo ora, non dargli tregua nè possibilità di ripresa, impedire a Bordiga di sfuggire al grossolano e pacchiano errore di farsi trascinare nel frazionismo da Tasca era decisivo; maturavano, inoltre, i tempi della fusione con ‘ i terzini’ del Psi, ossia con il gruppo di Giacinto Menotti Serrati, che si erano liberati dal colpo di mano del triumvirato Nenni-Vella-Saragat e il cosiddetto " comitato per la salvezza del Psi" era in gravi difficoltà nel Psi, erano oramai maturi. Occorreva evitare che una direzione errata gestisse un tale processo, pena il fallimento.

L'attacco di Gramsci diviene sempre più incalzante, va in crescendo per giungere in condizioni di potente offensiva alla Conferenza di Como, maggio 1924, ove si tireranno le somme con la destra. Intanto all'inizio del 1924 Gramsci è rientrato in Italia, essendo stato eletto deputato alla Camera, può, così, più agevolmene agire.

LA CONFERENZA DI COMO, maggio 1924.

La relazione di pugno di Gramsci è letta da Togliatti e presentata come relazione di Togliatti: ed infatti è nel volume 1° delle Opere di Togliatti.

Perchè?

Gramsci aveva un grande rispetto per il Partito, per la sua unità: aveva ben chiari i problemi che stavano a monte, aveva cioè chiaro che le posizioni, pur se errate, presenti nel Partito erano il prodotto di ben precise condizioni materiali, il prodotto, cioè, delle reali condizioni del Movimento Operaio della sua storia e della storia del paese.

Togliatti era ancora ufficialmente della sinistra e per quel suo ruolo oggettivo che veniva a ricoprire, poteva ben costituire una transizione, un ponte. La relazione di Togliatti è ancora la relazione se non della maggioranza del Congresso di Roma, ma almeno di un suo membro.

La Conferenza di Como si chiude con la sconfitta della destra taschiana. L'intervento di Gramsci, che a differenza della relazione e della mozione finale - firmata tra l'altro da Togliatti, Terracini, Scoccimarro, Ravera, Leonetti, Egidio Gennari, Gramsci - non ottiene la maggioranza, costituisce da una parte un bilancio chiaro e netto del PCd'I dal 1921 al 1924 e quindi della battaglia contro la destra e dall'altra apre sùbito la battaglia contro Bordiga. Una parte della Conferenza di Como è caratterizzata proprio ed esattamente da questo contrasto tra la concezione bordighiana e l'Internazionale Comunista. Bordiga è oramai in difficoltà, aspanna, parte consistente del C.C. e del Partito tutto è conquistato da Gramsci. Infantile è il tentativo di tenersi in disparte, senza più partecipare attivamente al lavoro, ancora più infantile quello di negare la costituzione di una frazione in seno al PCd'I, dopo essere stato preso con le mani nel sacco.

Noi possiamo quindi dire che con la Conferenza di Como si chiude una fase della lotta per l'affermazione del marxismo in Italia, quella cioè consistente nella lotta per la chiarificazione, per liberare il marxismo da false, erronee, " interpretazioni", che egemonizzavano la parte più sensibile del proletariato, la sua avanguardia.

Occorreva ora fare il secondo passo, scatenare la battaglia tra le vaste masse operaie e lavoratrici d'Italia, per impostare il lavoro di liquidare concezioni, idee, teorie errate che le tenevano legate all'egemonia della borghesia. E' indubbio che il punto cardine era costituito da una parte dall'opportunismo, diciamo così, di Turati e dalle teorie turattiane ( Turati-Bissolati-D'Aragona ) e dall'altra da quelle repubblicano-democratiche ( popolari, giolittiani, liberali ).

Vengono ora al pettine i nodi strutturali, le tare che il Movimento Operai Italiano si portava dietro dalla sua costituzione, di cui si è brevemente accennato all'inizio ed a cui rimandiamo agli studi dell'Istituto suaccennati.

Procedere oltre la Conferenza di Como contro il bordighismo, senza avere prima sciolto questo problema, avrebbe senz'altro dato la vittoria a Gramsci lo stesso - oramai la maggioranza del PCd'I era con Gramsci, tant'è che Gramsci nel C.C. di luglio è eletto Segretario Generale e ratificata la nuova maggioranza ed il nuovo gruppo dirigente - ma sarebbe stata una vittoria di Pirro, di totale ed assoluta inconsistenza, giacché permanevano gli elementi fondamentali che avevano, poi, determinato la più che schiacciante prevalenza di quelle teorie, idee e concezioni nella stessa avanguardia del proletariato e tra i suoi massimi dirigenti.

La crisi Matteotti costituisce un momento-occasione decisivo, che Gramsci sa sfruttare appieno per portare avanti il suo piano strategico. Portare il dibattito tra le vaste masse popolari ed aiutarle a liberarsi da idee e teorie e concezioni errate, inchiodare la concezione turattiana alla sua essenza e gettare così le basi per una solida egemonia, base fondamentale, unica ed insostituibile, per consentire al PCd'I di attingere di continuo quadri, ed al proletariato di saldare la sua unità e costruire la sua egemonia. Assieme alla concezione turattiana ( Turati-Bissolati-D'Aragona) occorreva liquidare quella republicano-democratica ( popolari, giolittiani, liberali ). Occorreva fare questo ed al contempo sfruttare la crisi Matteotti. Entrambi gli obiettivi dovevano confluire nell'obiettivo strategico di:

a) rafforzare ed estendere il PCd'I,

b) rafforzare ed estendere l'egemonia del proletariato,

c) contribuire alla liquidazione del sinistrismo velleitario e parolaio

bordighiano e quindi le tare del Movimento Operaio Italiano.

Stabilito il piano strategico, Gramsci stabilisce le linee direttrici del piano strategico e quindi la tattica.

Ma questo poteva avvenire, se e solo se, si aveva una corretta, scientifica analisi della situazione internazionale e nazionale, delle classi e del loro movimento oggettivo.

Gramsci non riteneva affatto che la crisi Matteotti avrebbe portato alla caduta di Mussolini, gli era ben chiaro il movimento reale che aveva portato la borghesia a scegliere il fascismo come forma di governo, il blocco che lo sorreggeva, il quadro internazionale che sorreggeva il fascismo italiano, ossia gli interessi del capitale finanziario francese ed inglese da una parte e di quello tedesco dall'altra.

Gli era chiaro che la crisi Matteotti costituiva, però, una prima seria incrinatura del blocco che sorreggeva il fascismo, incrinatura tra il capitale monopolistico e la piccola e media borghesia, che iniziava così a staccarsi dal mussolininismo. Gli era altresì chiaro il salto di qualità che il governo Mussolini aveva compiuto: dal mussolininismo al fascismo, ossia da una base ed espressione di una piccola e media borghesia urbana e rurale stracciona e sovversivistica con il sostegno della borghesia agrario-latifondista meridionale, ancora più stracciona e sovversivistica e benevolenza del capitale industriale e finanziario italiano a dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più imperialisti, più sciovinisti del capitale finanziario italiano, definitivamente sanzionato, poi, dall'ingresso di Volpi nel governo fascista ed annunziato dalla legislazione sulla revoca della nominabilità delle azioni, l'abolizione della tassa di successione per i grandi patrimoni industriali ed agrari, l'abolizione della tassa del 10% sui dividenti azionari, l'abolizione dell'imposizione fiscale sugli stipendi dei consiglieri di amministrazione, liberalizzazione dei canoni d'affitto delle terre, soppressione del limite di 48ore lavorative: tutte attuate alcune 12giorni dopo la marcia su Roma, ma il resto nel 1924 durante ed a ridosso della crisi Matteotti. In realtà il capitale monopolistico sfruttò la crisi Matteotti per stringere a sé definitivamente il fascismo e sottometterlo ai suoi stretti interessi: parte della cosiddetta opposizione aventiniana va letta da questa angolazione, che spiega poi anche il rapido dissolversi di questa; così come un'altra angolazione é quella che il capitale finanziaria sfrutta la crisi Matteotti nell'illusoria speranza di attrarre il proletariato in una grossa provocazione per annientarlo.

Era chiaro a Gramsci tutto ciò, il problema era allora non tanto quello di dimenarsi per la caduta del fascismo: quanto quello di ben fissare, questa crisi, incunearsi e lasciarvi dentro un cuneo ben saldo e successivamente svolgere tutto un lavoro per estendere ed allargare questa incrinatura, la disgregazione del blocco e quindi la caduta.

Sarà poi sulla scia, ed in continuità, di questa linea strategica, di questo aver ben fissato la crisi e cuneizzatosi saldamente che il PCd'I negli anni '30 ( 1935) lancia il suo programma contro il fascismo, ove fa suo il Programma del Partito Nazional-Fascista del 1919!

Ma torniamo ora alla crisi Matteotti.

Si trattava ancora una volta di trovare il punto centrale attorno cui ruotare tutto - l' " anello debole della catena" per dirla con V. I. Lenin - affrontando il quale era possibile affrontare in un sol colpo tutto questo intricato groviglio di contraddizioni, che tutt'assieme agiva poi da sostegno all'egemonia della borghesia ed al mantenimento di quella realtà sia nel campo della borghesia che in quello del proletariato.

Compito decisamente difficile, che solo il genio di Gramsci poteva risolvere: astrarre da una massa caotica, innervantesi ed innestantesi l'una sull'altra ed accavallantesi questioni storiche di fondo, questioni specifiche del momento, ruggine antica, questioni tattiche diverse tra di loro a seconda delle varie classi e aspetti confusi, distorti, mistificati e mistificanti: ovverosia le proiezioni ideologiche; e dove non era facile venirne a capo non solo della matassa ma dei singoli fili di quella matassa, giacché spesso un filo aveva inizio lì dove un altro finiva o dove un altro in quel punto si diramava ed il cui filone principale proseguiva poi per la sua strada: astrarre da tutto ciò l'elemento chiave, decisivo questo il problema. Occorreva un autentico genio, un aquila di monte e Gramsci era quest'aquila, che sapeva alzarsi al di sopra del momento contingente e leggerlo dall'alto.

Il materialista dialettico Antonio Gramsci sa cioèleggere tutta questa intricata matassa come unità dell'essere, unità della materia e quegli sconfinati ed aggrovigliati fili, pur diversissimi, come forme reali, concrete del divenire dell'essere, del divenire della materia. Il movimento insegnava il dialettico Engels è il modo di esistere della materia; quell'Engels dell'Antiduhuring che il materialista dialettico Gramsci metteva in mano agli operai e che poneva a base della Scuola di Partito, da Gramsci voluta e fondata ne 1924-25.

( Di " Dialettica della Natura" a quell'epoca non se ne conosceva neppure l'esistenza, lo sarà tra il 1928-1930, quando l'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca acquisirà parte dell'eredità testamentaria di Marx ed Engels acquistandola dall'Spd-Kautsky ).

Il punto chiave era proprio ed esattamente il Psi e proprio ed esattamente la concezione turattiana.

Nelle condizioni concrete italiane il Psi e la direzione turattiana aveva costituito una importante scuola di formazione di quadri per la borghesia, del più complessivo gruppo dirigente della borghesia. In una lettera del 1923 Gramsci si intrattiene a lungo su questa questione, a dimostrazione che già, almeno, dal 1923 gli era chiaro non solo ruolo e funzione del Psi, di Turati ma dell'intricato groviglio di contraddizioni e tare che si portava dietro il Movimento Operaio Italiano.

Questo consentiva, inchiodando la direzione turattiana, davanti alle masse lavoratrici d'Italia, di portare un serio colpo all'egemonia borghese e quindi portare un colpo alla più generale strategia dell'imperialismo italiano, giacché consentiva di indebolire anche quella repubblicano-democratica, nel momento in cui si indeboliva una si indeboliva il più generale quadro complessivo e si operava, poi, una separazione tra le due: si determinava, cioè, un indebolimento delle fonti dalle quali la borghesia attingeva i suoi quadri e fondava la sua egemonia di classe e si acutizzava la contraddizione tra la loro base di massa e quella di classe: ossia tra la base elettorale e di manovra e gli interessi politici generali di cui erano espressione. Dalla crisi Matteotti entrambe usciranno davanti agli occhi delle masse assimilate per imbelli ed incapaci e sostanzialmente subalterne al fascismo e proiettarsi solo il Partito Comunista come unica, reale ed effettiva alternativa al fascismo. E così tutto quanto negli anni successivi 1928-1935 la direzione socialista, cattolica e liberale farà, consoliderà questa visione e convinzione che le masse lavoratrici si saranno fatte all'indomani della crisi Matteotti e ciò le porterà ad identificarsi immediatamente nell'opposizione radicale e definitiva con il PCd'I. Di qui la tattica:

Aventino poi abbandono e presentazione alla Camera e discorso di Gramsci.

Da questa azione di pochi mesi: fine luglio-settembre 1924 il Psi perderà oltre 40.mila militanti ed il PCd'I rafforzzarsi di oltre 60mila militanti: i 40mila provenienti dalle fila del Psi, oltre ovviamente i terzini, che erano già confluiti nel PCd'I, più oltre 20mila nuovi militanti provenienti dalla classe operaia e da contadini.

Chiusa la crisi Matteotti il PCd'I riportava un brillante successo. Ma quello che più conta non è tanto il passo in avanti fatto dal PCd'I, il suo essere uscito dalle secche dell'isolamento e del passivismo, in cui Bordiga l'aveva cacciato: queste cose pur importanti non costituivano assolutamente la centralità. La centralità è data dal fatto che l'intero corpo del PCd'I ha sperimentato in concreto la linea dell'alleanza, del compromesso, dell'accordo, dell'attacco e della difesa repentine, guidato con sapienza e maestria dal suo Capo ha riportato vittorie, successi, consensi tra la classe. Questa concreta esperienza, dopo la battaglia teorica del 1922-1924, liquida d'un sol colpo tutta la vecchia ed uggiosa ruggine dell'estremismo astensionista, tutta l'uggiosa teoria della purezza bordighiana, tutto il ciarpame del ' purismo', ovverosia de " buoni sentimenti e la realtà di classe", ossia del purismo vuoto e chiacchierone, che parte sì da buone intenzioni, ma finisce per impantanarsi e per essere ricettacolo delle più variopinte concezioni e teorie.

Chiusa la fase della " crisi Matteotti", Gramsci porta a termine il lavoro iniziato nel 1922: inizia così la battaglia contro l'estremismo ed il settarismo bordighiano.

Viene ora qui in tutta la sua importanza quelle " Tesi di Roma", che la Conferenza di Como avrà già ridimensionato dichiarandole " tesi di indirizzo", " documento consultivo per il IV Congresso dell'Internazionale". Il Terzo Congresso deve ora ratificare i deliberati del IV e V Congresso dell'Internazionale, la politica di bolscevizzazione e dare esecuzione alle direttive Internazionale Comunista tra il 1923 ed il 1925, consolidare, infine, la fusione con i terzini.

Le posizioni di Bordiga sono ora ben fissate ed il tempo ha ampiamente dimostrato tutta la pochezza teorica di quelle Tesi e della visione più generale che le supportava; Bordiga è ora ben inchiodato alle sue posizioni e non può più sfuggire. Il corpo del PCd'I può ora ben scegliere nella chiarezza e nella pienezza della sua nuova maturità acquisita sia nell'esperienza interna, 1923-1924, che esterna: crisi Matteotti.

Il Congresso non potrà che ratificare quanto era oramai già consolidato e divenuto coscienza e convinzione profonde dell'intero corpo del Partito. L'intervento di Gramsci alla Commissione Politica, oltre il testo integrale delle Tesi di Lione, danno bene il senso di quanta strada il PCd'I abbia fatto: di come si sia lasciato alle sue spalle il pressappochismo, lo spontaneismo teorico ed organizzativo, fatto di analisi raccattate e messe assieme unendo spezzoni di dati, rabberciati alla bel meglio e sempre di terza o quarta mano, quando non sono dati per ‘ sentito dire’; di come si sia lasciato alle spalle la visione notarile del Partito Comunista.

Bordiga già in difficoltà all'indomani della Conferenza di Como, è oramai esausto, tenta una disperata frazione massimalistica, un non ben chiaro " Comitato d'Intesa" nel vano tentativo di rabberciare un numero di militanti da gettare contro il C.C. del PCd'I: ma non raccoglie niente, se non se stesso e pochissimi fidati. Il disperato tentativo di sciogliere la frazione per rientrare in gioco diversamente ha meno fortuna ancora. Il Congresso di Lione segnerà la sua definitiva uscita dal campo: oltre il 90% del PCd'I si schiererà con le tesi dell’Inernazionale Comunista, dell’ " Ordine Nuovo" e di Antonio Gramsci.

Il PCd'I può ora iniziare una nuova fase della sua vita.

E' oramai pronto per iniziare la battaglia contro il fascismo, il IV Congresso prima ( Colonia 1931), la Resistenza poi, il V e VI Congresso infine costituiscono solo il corollario di Lione. Le linee strategiche scaturite dal Congresso di Lione e la politica di formazione del gruppo dirigente guiderà il PCd'I fino al VI Congresso ( Milano, gennaio 1948 ).

Diviene estremamente difficile, se non addirittura impossibile comprendere tutta questa articolata strategia di Gramsci, proprio per l'opera di sciacallaggio a cui è stata sottoposta la pubblicazione delle Opere di Antonio Gramsci ad opera della casa editrice Einaudi.

Dell'edizione critica de " I Quaderni dal Carcere " si è detto. Va ora detto della pubblicazione del 12 volume delle Opere che va sotto il nome di " La costruzione del Partito Comunista. 1923 - 1926". Qui si usa il criterio opposto seguito nella pubblicazione dell'edizione critica de " I Quaderni", mentre andava usato proprio ed esattamente quel criterio, ossia l'ordine cronologico degli articoli, interventi, ecc. Il criterio che invece qui viene usato, che andava invece usato per " I Quaderni" è quello di raggruppare per temi gli scritti: articoli, relazioni, ecc. e così diviene impossibile cogliere l'organicità e l'unitarietà del suo operato.

Si ha così che gli articoli e interventi del 1923 sono sparsi per tutto il volume secondo un non ben chiaro e definito ordine di raggruppamento. Onde impedire che comunque ci si possa qualche modo raccapezzare, all’interno di ogni sezione si raggruppano gli scritti pubblicati su l'" Ordine Nuovo" e così la confusione aumenta.

I temi sotto cui sono stati raccolti interventi ed articoli di Gramsci sono:

La crisi italiana ed il Partito

Battaglie politiche:

perché, sono scindibili i due aspetti?

Noterelle polemiche: e che significa?

Appendice I

Appendice II

Appendice III

dove non si capisce su che base vengono raggruppati gli interventi; in generale vorrebbe seguire la struttura primaria, ma in realtà non è così.

In questo modo per cogliere l'unitarietà dell'operato occorre correre avanti ed indietro il volume e seguire la datazione posta a fine di ogni articolo o intervento. Ma per farlo occorre sapere cosa si vuole: impresa impossibile.

Mentre " I Quaderni dal Carcere" pur se per note ed appunti seguono chiari e definiti problemi e questioni e quindi è giusto accorparli in base al tema - ma invece si usa il criterio cronologico; per l'attività politica deve essere seguito invece il criterio cronologico di come gli articoli e gli interventi sono stati fatti: ed invece si usa il criterio tematico.

Ora se si prende la pubblicazione di qualsiasi Opere Complete il metodo che viene usato è totalmente diverso: le questioni tematiche sono pubblicate sì in ordine cronologico, nel senso dell'anno della pubblicazione, ma tutto in un unico corpo, mentre il criterio cronologico è riservato ad articoli, conferenze, discorsi. Si può qui citare la pubblicazione delle Opere di Nitti, Mazzini, Leopardi, Galilei, ecc. La stessa pubblicazione delle Opere di De Sanctis curate dall'Einaudi segue poi questo criterio e non quello riservato a Gramsci.

E' chiara qui, ed in maniera inequivocabile, l'intento ideologico di tale scelta: l'odio profondo, sviscerale che anima i curatori delle Opere di Gramsci il cui unico intento è quello di consegnare un'immagine ideologica di Gramsci: quella dell'intellettuale, che... ed a tal fine onde impedire e disperdere il suo patrimonio di esperienze ed il patrimonio del suo contributo lo si pubblica in modo tale da non consentire assolutamente di coglierne l'unitarietà e le posizioni

Questo consente poi di dare le notizie che si vogliono e le interpretazioni che si vogliono, al fine di dimostrare con fatti alla mano la validità scientifica di quell'immagine ideologica che l'imperialismo ha ordinato che venga data di Gramsci.

Il problema di consegnare almeno i principali volumi delle Opere di Gramsci in maniera corretta e con un corretto inquadramento storico è serio: occorre uno sforzo sia finanziario che di ricerca. A questo chiamiamo gli elementi avanzati del proletariato: noi come Istituto diciamo sin d'ora che siamo pronti a fare il nostro ruolo.

 

 

SEZIONE SECONDA

" I QUADERNI DAL CARCERE "

Noi qui affronteremo solo alcuni rapidi aspetti de "I Quaderni" al solo scopo di dimostrarne il valore politico-scientifico di questa importante contributo del Segretario Generale del PCd'I, sezione dell’Internazionale Comunista ed anche al fine di mostrare la totale inconsistente di un Gramsci crociano, idealista, ecc. e mostrare la grande validità politica ed attualità proprio ed esattamente de " I Quaderni dal Carcere". Essi meriterebbero una trattazione specifica: testo per testo - seguendo la pubblicazione che il Partito Comunista vi ha dato - con un commento e glossature per rendere esplicito quanto vi è contenuto, che si presenta nella forma poco esplicita, proprio per le condizioni nelle quali si trovava a scrivere: Gramsci era in carcere!

Noi dedicheremo il 1998 interamente a "I Quaderni dal Carcere" con un corpo di almeno 5 conferenze, ciascuna dedicata ad ogni singolo tema:

Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce,

Gli intellettuali,

Risorgimento,

Letteratura e vita nazionale,

Passato e Presente.

E chiamiamo sin d'ora quanti lo vorranno al lavoro preparatorio in merito.

Per quanto attiene " Note su Machiavelli" esso costituirà il centro della Conferenza dell'Istituto in novembre dal tema:

" La rivoluzione scientifica e tecnologica ed i problemi nuovi della democrazia",

che costituisce la continuazione del dibattito che abbiamo aperto nel novembre 1995 sulla Bioetica.

Il 1998 costituisce il 50 Anniversario della pubblicazione de

" Quaderni dal Carcere" ad opera del Partito Comunista, che ricevuti i quaderni, e quelle note e appunti sparsi seppe coglierne sùbito tutto il valore e l'importanza e si mise immediatamente al lavoro per prepararne la pubblicazione, curandone la diffusione tra la classe operaia ed il quadro di Partito.

"I Quaderni dal Carcere "- da qui " I Quaderni" - richiedono per una loro corretta comprensione innanzitutto di essere letti nella loro unitarietà. I temi affrontati da Gramsci sono tutti legati tra di loro e costituiscono un tutt'uno organico.

" I Quaderni" inoltre richiedono per una loro corretta comprensione una conoscenza quanto meno seria della situazione storica, politica, sociale dell'epoca e quindi i problemi che Gramsci aveva dinanzi ed a cui dà soluzione teorica. E' quindi fondamentale una conoscenza quanto meno seria della Storia del Capitalismo Italiano e del Movimento Operaio Italiano. E' infine indispensabile una buona conoscenza di tutto il lavoro svolto da Gramsci tra il 1917 ed il 1926.

Le singole note, anche quelle che possono sembrare insignificanti, hanno una loro importanza ed illuminano su aspetti e questioni se e solo se sono state soddisfatte le condizioni di cui si è detto. In caso contrario anche le trattazioni più estese diventano incomprensibili, astruse, vuote, intellettualistiche. Noi come Istituto stiamo lavorando da tempo in questa direzione per poter nel 1998 portare un nostro modesto contributo per la diffusione di questo prezioso patrimonio per il proletariato ed i comunisti italiani.

In generale diciamo che l'asse attorno cui ruota tutta la riflessione di Antonio Gramsci, e questo a partire dal 1917, è la coniugazione dell'educazione delle masse con la formazione di quadri di Partito al fine di superare le concezioni e teorie ed idee errate presenti; dove concezioni, teorie ed idee errate sono il prodotto di ben precise condizioni materiali, forme del divenire dell'unitarietà di un processo, forme del divenire della materia. Noi abbiamo visto che questa è stata la visione che ha guidato Gramsci in tutto il periodo 1917-1926: bene questa continua ad essere la sua guida.

Ecco che allora alcuni scritti vanno letti l'uno immagine speculare dell'altro:

" Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce" è immagine speculare di

" Americanismo e Fordismo" e dove " Lorianismo" integra questi due testi gramsciani.

Il testo di Gramsci si conferma immagine speculare dell'altro " Quaderno dal carcere":

" Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce"

In effetti con " Il materialismo storico..." Gramsci consente il superamento critico dell'eredità teorica culturale; con " Americanismo e Fordismo" Gramsci traccia le linee critiche delle linee future culturali, l'americanismo appunto. Coglie dell'egemonia dell'americanismo il momento chiave strutturale, ossia il movimento intrinseco della società capitalistica che transita ad una nuova fase del processo produttivo. Cadono qui tutte le ciance sull'idealismo di Gramsci, sulla centralità di Croce per Gramsci, ecc. ecc. Se i due " Quaderni" vengono letti l'uno come immagine speculare dell'altro, essi acquistano una forte valenza critico-prospettica. Questa struttura base va integrata con " I nipotini di padre Bresciani" e " Lorianismo" ove vengono fissati i tratti della pochezza culturale di un certo tipo di quadro intellettuale medio-alto. Così costruito questo corpus:

" Materialismo storico e filosofia di Benedetto Croce"

" Americanismo e Fordismo",

" Lorianismo",

costituisce uno strumento eccezionale nelle mani del proletariato e dei comunisti italiani per forgiare il loro spirito critico e formarsi come classe egemone e dirigente.

Se noi leggiamo storicamente Gramsci, ossia abbiamo ben presenti i problemi teorici e storici del movimento operaio italiano e quindi quelli della formazione della sua avanguardia e quindi i problemi che stavano dinanzi ai comunisti, in quanto avanguardia cosciente ed organizzata del proletariato, per la loro ulteriore formazione e consolidamento questo corpus acquista tutta la sua importanza e centralità.

Occorre considerare cioè che con l'azione cosciente e razionale, programmata, iniziata da Antonio Gramsci nel 1922, a partire dalla fase precongressuale del Congresso di Roma, II Congresso, e fino al Congresso di Lione inizia questo processo di formazione di un'autentica avanguardia cosciente ed organizzata del proletariato italiano, che Gramsci continua nel periodo 1927-1937.

" I Quaderni dal Carcere" costituiscono cioè la continuazione, la riflessione teorica, di questo processo di formazione. Ecco allora che Gramsci non è leggibile senza una esatta conoscenza della Storia del Capitalismo Italiano e della Storia del Movimento Operaio Italiano. Se si hanno sempre presente le problematiche che da queste due Storie scaturiscono si capisce sùbito come molte volte Croce non è Croce, ma è Bordiga, o Tasca, o Graziadei, o Mussolini del 1915-17, o... . Si capisce sùbito come " Americanismo e Fordismo è la geniale intuizione dei caratteri intellettuali e culturali, che in germe si veniva configurandosi, e che poi caratterizzeranno la figura dell'intellettuale della fine degli anni '40 fino alla fine degli anni '70, fedele all'insegnamento del materialismo dialettico che occorre prestare attenzione alle piccole cose, perché sono esse che domani diverranno grandi e con le quali quindi occorrerà fare i conti.

E Gramsci non si lascia né affascinare dal carattere ‘ nuovo’ che il sistema capitalistico viene a prendere, né irretire dalla maniera goffa e rozza, ambigua e contraddittoria, nella quale essa all'inizio si presenta: ma sa invece individuare il reale movimento di classe che esprimono l'acritica accettazione-esaltazione e l'opposizione ottusa.

Croce per esempio costituisce l'opposizione più alta, l'espressione organica teorica più alta di quelle fazioni del capitalismo italiano, che dal sistema fordista veniva a trovarsi decisamente tagliate fuori, più dello stesso Gentile, figura decisamente secondaria.

L'anti-Croce, ossia l’opposizione a questa posizione del Croce contro l’americanismo ed il fordismo in Italia, che si esprimerà nella teoretica crociana dello Spirito, sarà, infatti, Ludovico Geymonat e tutta la scuola filosofica che vorrà fare capo a Peano, giovani intellettuali in erba, che negli anni '30 iniziano a muovere i primi passi. Gli anni '30 vedono, però, una strisciante, ma dura, pesante, inesorabile, ripresa del movimento di classe in Italia e quindi il dover fare necessità virtù della borghesia e quindi fare quadrato e non dividersi, lasciando alle riviste teoriche le dispute. Ma gli anni '30 vedono anche questi giovani intellettuali in erba, che per inesperienza ed intemperanza, non vedono il movimento complessivo generale delle classi ed alcuni di loro sono spinti alla lotta aperta: trasportano cioè lo scontro dal piano teorico-culturale a quello politico, di qui l'opposizione della borghesia e le restrizioni personali, a cui alcuni di loro andranno soggetti. Ma che poi essendo figli della borghesia, i genitori troveranno le forme ed i modi per attenuare quelle restrizioni personali. A Ludovico Geymonat non sarà impedito né di frequentare il Circolo di Vienna, né di scriverne in positivo, muovendosi così dichiaratamente in opposizione a Croce-Gentile, né di continuare l'insegnamento ed il tenere e partecipare a convegni e conferenze di sostegno alla nuova epistemologia. Tale ‘ nuova’ epistemologia, che altro non era poi che l'empiriocriticismo, costituiva la massima espressione teorica organica proprio ed esattamente dell'americanismo.

Errore esiziale è quello di leggere ‘americanismo’ in quanto America-Usa; ‘ americanismo’ sta qui ad indicare solamente l'origine di tale nuovo processo produttivo, di cui Gramsci ne indica chiaramente la base strutturale, materiale ed il ruolo che avrà nell'accelerare l'intero processo evolutivo nell'intero mondo capitalistico.

" Americanismo e Fordismo" offre inoltre una chiave di lettura assolutamente corretta sul piano scientifico del fascismo e traccia con mano sicura le contraddizioni ed i livelli delle contraddizioni che agitano il blocco che sostiene il fascismo. Se noi leggiamo " Americanismo e Fordismo" con gli occhi di oggi vediamo che sono contenute lì molte indicazioni sugli sviluppi futuri della strategia del capitalismo italiano, una volta che quelle contraddizioni, ostacoli e problemi che si frapponevano all'estensione dell'americanismo e del fordismo in Italia sono state superate.

Il testo " Lorianismo" presenta invece una sua centralità proprio perché ha l'intento di rafforzare lo spirito critico delle classi subalterne, invitate a cogliere nelle stravaganze individuali di personaggi come Loria, talvolta soltanto pittoresche ed in fondo innocue, il germe di fenomeni di enorme e tragica rilevanza.

Va qui rilevato da una parte la lettura del ‘ lorianismo’ in quanto caratterizzazione di un tipo di intellettuale e dall'altra il pesante ridimensionamento di tale lavoro gramsciano, ridotto a

" t i c ", " infortuni", " vizi", " gaffe", mentre il lavoro gramsciano è molto di più. E' il fissare da una parte tutto l'opportunismo dell'intellettualità italiana, ed infatti questo testo si sposa con

" Intellettuali e vita nazionale", e da questa angolazione costituire un importante strumento critico per la formazione di quadri bolscevichi; ma dall'altra costituisce una critica ferma al lorianesimo dei quadri operai, venuti alla lotta di classe, e che costituivano la massa medio-bassa dei quadri del PCd’I. Gramsci ha ben presente questi in tutto il ragionamento che sviluppa attorno al " lorianesimo".

Con il 1926 erano state gettate le basi per la formazione del gruppo dirigente del PCd’I, si trattava di continuare adesso quel lavoro iniziato nel 1922 con il II Congresso del PCd’I e che aveva visto nella Conferenza di Como, maggio 1924, e nel Congresso di Lione poi, gennaio 1926, i momenti chiave per sconfiggere l'opportunismo di destra ( Tasca-Graziadei), il centrismo ( Bombacci-Marabini) ed il sinistrismo ( Bordiga), liberare così il Partito dagli ostacoli più vistosi ed avviare la formazione della bolscevizzazione del Partito, o formazione del gruppo dirigente.

E' questa la chiave di lettura fondamentale di " Lorianismo" che si intreccia e fa tutt'uno con

" Americanismo e Fordismo" e " Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce".

Gramsci scrive:

" aspetti deteriori e bizzarri della mentalità di un gruppo di intellettuali italiani ..: disorganicità, assenza di spirito critico sistematico, trascuratezza nello svolgimento dell'attività scientifica, assenza di centralizzazione culturale, mollezza ed indulgenza etica nel campo dell'attività scientifico-culturale, ecc. .. e quindi irresponsabilità verso la formazione della cultura nazionale; possono essere descritti [ sussunti] sotto il titolo comprensivo di " lorianismo".

E' evidente che le caratteristiche fissate qui da Antonio Gramsci vanno ben al di là del " gruppo di intellettuali italiani" ed ineriscono, invece, ed in maniera assai più forte le caratteristiche di un certo tipo di quadro operaio, di un certo tipo di quadro comunista.

Antonio Gramsci chiarisce bene, ed in maniera inequivocabile lo spirito e gli intenti di tali annotazioni " lorianismo".

Scrive:

" rimane per giustificare queste annotazioni una serie di annotazioni. Gli " a u t o d i d a t t i" specialmente sono inclini, per l'assenza di una disciplina critica e scientifica, a fantasticare di paesi di Cuccagna e di facili soluzioni di ogni problema. Come reagire? la soluzione migliore sarebbe la scuola, ma è soluzione di lunga attesa, specialmente per le grandi agglomerazioni di uomini che si lasciano portare all'oppiomania. Occorre perciò colpire intanto la " fantasia" con dei tipi " grandiosi" di ilotismo intellettuale, creare l'avversione "istintiva" per il disordine intellettuale, accompagnandolo con il senso del ridicolo; ciò, come si è visto sperimentalmente in altri campi, si può ottenere, anche con una certa facilità, perché il buon senso, svegliato da opportuno colpo di spillo, quasi fulmineamente annienta gli effetti dell'oppio intellettuale. Questa avversione è ancora poco, ma è già la premessa necessaria per instaurare un ordine intellettuale indispensabile: perciò il mezzo pedagogico indicato ha la sua importanza." ( pag. 14 )

A questo va aggiunto:

" Tutti i più ridicoli fantasticatori che nei loro nascondigli di geni incompresi fanno scoperte di strabilianti e definitive, si precipitano su ogni movimento nuovo persuasi di poter spacciare le loro fanfaluche. D'altronde ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare uomini sobri, pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori orrori e non si esaltino ad ogni sciocchezza. Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà." ( pag. 16 )

Le caratteristiche qui indicate bene si attagliano al quadro operaio della fine degli anni '20 inizio '30: di un quadro operaio che usciva dall'egemonia riformista e che in opposizione a questa era passato all'egemonia operaista, bordighista ed a quel caleidoscopio che fu il PCd’I tra il 1921 ed il 1926. Questo quadro operaio si trova nella necessità di dover far fronte per le necessità della clandestinità e della neo formazione del gruppo dirigente ad analisi nuove, per comprendere la realtà, per potersi orientare e nell'attività politica e nella battaglia ideologica interna, fondamentale per la scelta del gruppo dirigente. In queste condizioni il primo impulso, l'istinto porta questo quadro operaio ad intelligere e sussumere una serie di fatti sotto una unica matrice, in base alle conoscenze che ha: disaggregate, ‘ a spizzichi’, deformate ma ritenute ‘ fedeli’ al più genuino verbo marxista. Di qui la saccenteria, la presunzione di aver tutto risolto e che quella soluzione prospettata è la via giusta e le altre opportuniste. Essi sono, cioè, incapaci di cogliere la complessità di un processo reale, ne leggono solo alcuni aspetti e ritengono quegli aspetti non solo centrali, ma unici e conseguenzialmente che quella conclusione è la verità. Quelle poche e povere conoscenze di marxismo servono da collante per tenere assieme quella soluzione prospettate. L'opposizione, allora a quella conclusione, diviene in questi quadri l'opposizione al marxismo, perché in opposizione a quella povera e poca conoscenza del marxismo sulla cui base si è costruita quella conclusione. Ed in verità, poi, quella conclusione non ha messo a frutto tutta quella pur povera e poca conoscenza, ma solo una parte minima e quasi sempre spezzoni, citazioni, frasi, e per lo più interpretazioni di altri di quegli spezzoni. Quegli spezzoni sono cioè stati acquisiti non attraverso uno studio diretto del marxismo, ma in base a quanto altri hanno detto trattando quel determinato argomento, che solo perché l'autore era ritenuto marxista, quello era il marxismo.

Una qualsiasi riunione di partito a livello di cellule o sezioni o un livello intermedio mostrava bene questi tratti di ‘ facili soluzioni’ e di ‘ ilotismo intellettuale’. Una battaglia ferma ed inesorabile allora contro questi tratti è la condizione insopprimibile per la più generale formazione dei quadri, siano essi più immediatamente di Partito che intellettuali in senso più specifico.

Veniamo così introdotti al metodo della formazione dei quadri, al metodo per la bolscevizzazione del Partito. E', secondo Antonio Gramsci, innanzitutto un processo attraverso il quale questi quadri operai si liberano delle concezioni errate ed acquisiscono la metodologia marxista, in grado così di poter esercitare la direzione di classe sul più generale processo di sviluppo nazionale e mondiale. All'interno di questo processo la ‘ scuola quadri’ è un momento.

Gramsci usa qui il metodo indiretto, come si vede e questo al fine di evitare inutili, sterili contrapposizioni ed alzate di scudo da parte di quei quadri operai che si vogliono formare, che in conseguenza di un attacco diretto tendono, proprio per la natura della loro formazione e processo di crescita, ad alzare barricate e steccati, dietro i quali trincerarsi e così difendere e bunkerizzare le loro verità, così amaramente e con sacrificio conquistate, messe invece alla berlina da un attacco diretto. Il metodo utilizzato da Gramsci consente invece a questi quadri operai di comprendere da soli i limiti, di giungere da soli al superamento critico delle loro concezioni e così approdare

‘ spontaneamente’ ad una nuova e superiore concezione delle cose, una volta liberatisi di quei vincoli, impacci ed impedimenti.

" Lorianismo’, assieme a " La formazione del gruppo dirigente del PCd’I " ed a

" La Costruzione del Partito Comunista", costituisce un eccezionale ‘ manuale’.

Gramsci scrive:

" ‘ dottrina loriana sull'influenza dell’altimetria’ sullo sviluppo della civiltà ( ciò che dimostra tra l'altro che in Loria non manca lo spirito di sistema ed una certa coerenza e quindi che le sue

bizzarrie' non sono causali e dovute ad impulsi di dilettantismo improvvisatore, ma corrispondono ad un substrato ‘ culturale’ che affiora continuamente) [...] sua teoria della connessione tra ‘ misticismo’ e ‘ sifilide’ ( per ‘ misticismo’ Loria intende tutti gli atteggiamenti che non siano ‘ positivistici’ o ' materialisti in senso volgare’). ...

In tutta una seri di articoli le " bizzarrie e stranezze" appaiono qua e là, estemporaneamente, ma ci sono quelle di un certo tipo, legate cioè a determinati " nessi di pensiero ". "( pag. 6 e 7 )

Loria?

In verità a ben guadare questo ‘ Loria’ ha troppo la faccia, l'aspetto e le sembianze per intero dell'operaio avanzato italiano anche del 1995, acculturato, che costruisce non il legame tra la sifilide ed il misticismo, ma ben altre costruzioni e bizzarrie. Dimostra di non mancare di uno spirito di sistema. Questo operaio acculturato, abbandonato oggi dal Pci, sente sulle sue spalle tutto il peso di dover dare risposte e le dà ritenute sufficienti le conoscenze che ha e proprio quando si rende conto di doverne avere le raccatta tra la pattumiera: questo o quell'intellettuale, accademico, che per gli aspetti più esteriori si presenta di sinistra. Diviene così frequentatore assiduo di seminari, conferenze, di lezioni universitarie e così a quell'acculturamento disorganico, si unisce l'acculturamento d'accatto, che facendo tutt'uno con quel pur sano spirito di sistema, diviene cemento armato a presa rapida e smuoverli da lì è impresa quasi disperata.

Ben altra cosa dai quadri operai formati al pensiero gramsciano:

i Di Vittorio, Fasano, Cacciapuoti, Arenella.

Annota Gramsci:

" Altro elemento del genere è la pretesa infantile e scriteriata della " originalità" intellettuale ad ogni costo. Non manca nel Loria, oltre al " grande opportunismo", anche una notevole dose di

" piccolo opportunismo" della più bassa estrazione.... " ( pag. 8 )

Per quanto attiene il secondo aspetto, quello dell'opportunismo è più attinente agli intellettuali, che non ai quadri operai, nei quali questo elemento viene ad assumere altri aspetti, qui non sollevati. Per quanto attiene, invece, il primo: " pretesa infantile e scriteriata della ‘ originalità’ intellettuale ad ogni costo" basta un minimo di esperienza per vedere come questo si attagli proprio ed esattamente su quei quadri operai.

Ancora Gramsci:

" Loria.. esemplare più compiuto e finito di una serie di rappresentanti di un certo strato intellettuale di un determinato periodo storico, in generale di quello strato di intellettuali positivisti, che si occuparono della questione operaia e che erano più o meno convinti di approfondire e rivedere e superare la filosofia della prassi." ( pag. 9)

Passo di eccezionale potenza.

Giustamente Gramsci legge la formazione dei quadri operai di base e medio-basso: i sottufficiali e gli ufficiali di ordine inferiore assieme e tutt'uno con la formazione di quei quadri intellettuali piccolo borghesi, qui chiamati " positivisti che si occuparono ... e che erano convinti di approfondire...". Sono questi in prima istanza che influenzano questi quadri operai, e sono questi che costituiscono il primo passaggio verso il socialismo scientifico di questi elementi avanzati del proletariato: va qui ricordata la lettera di Engels a Turati.

Non avanzano questi quadri operai senza aver liquidato le influenze di questa piccola borghesia

‘ bohemien’, prodotta dal processo di proletarizzazione di questa classe, prodotta cioè dal processo di concentrazione monopolistica.

Ancora Gramsci parla di una:

" corrente sotterranea di romanticismo e di fantasticherie popolari, alimentata dal " culto della scienza", dalla " religione del progresso" e dall'ottimismo del secolo XIX, che è stato anch'esso una forma di oppio. ". ( pag. 14 )

Questa dell'oppiomania ha costituito, poi, all'indomani della II guerra mondiale, legata all'egemonia americana, un elemento chiave di tutta la cultura ‘ progressista’ e di ‘ sinistra’ in Italia come in Europa. Ha costituito il punto chiave di sviluppo culturale per tutti gli anni '50-80, fino a costituire la corrente di pensiero " filosofia della scienza" o " epistemologia", ossia

" empiriocriticismo ".

Ma questo non poteva costituire argomento gramsciano, essendo, per quanto attiene l'Italia degli anni 1928-35, non rilevante nella formazione dei quadri operai, di cui Antonio Gramsci si occupa.

Ma che dovrà, invece, costituire tema chiave per gli anni '90.

Gramsci scrive:

" la vita interiore di Loria manca di ogni impalcatura, e pertanto egli non deve sapersi orizzontare nella storia: per lui non deve esistere prima e poi, come non esiste il diverso, il valore. Gli manca il senso della distinzione; confonde tutto giganti e pigmei, verità e spropositi, immagini e concetti, metafore e ragionamenti. ( pag. 43)

Loria?

E' evidente che qui Loria è solo un paravento e che il riferimento ancora più forte è proprio ed esattamente a quel quadro operaio che usciva dall'egemonia riformista e massimalista, di cui si è detto.

Loria è qui solo un comodo paravento.

A pag. 26 aveva scritto:

[ in assenza di un metodo] " Non è difficile con un po' di fantasia costruire ipotesi su ipotesi e dare un'apparenza brillante di logicità ad una dottrina..."!!

Ci fermiamo qui per quanto attiene " I Quaderni", pensando di aver sufficientemente sollecitato l'attenzione, la curiosità e la spinta a studiare ed approfondire Gramsci, una volta liberato dalle pastoie del Gramsci idealista, crociano, che in carcere si arrende e si dà all'intellettualismo. A questo fine abbiamo voluto fermare l'attenzione sui tratti più immediatamente politici de

" I Quaderni", dentro il più generale discorso che intendiamo sviluppare in questo Anno Gramsciano.

Rimandiamo al 1998 un discorso teorico ben più profondo su " I quaderni dal Carcere", rinnovando qui l'invito a quanti vorranno lavorare con noi per attrezzare gli strumenti per la migliore riuscita.