Storia Capitalismo Italiano

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS

 

1926 - 1996

70° ANNIVERSARIO

DEL CONGRESSO DI LIONE

ANNO GRAMSCIANO

 

 

STORIA DEL CAPITALISMO

ITALIANO  (1100 -1960)

 

 

 

Abbiamo visto nell'incontro su i " i Processi della transizione" lo sviluppo della borghesia commerciale tra il 1000 ed il 1200, la nascita e la formazione dei Comuni, la loro evoluzione in Signoria e Principato.

E lì rimandiamo.

Per larghi tratti ricordiamo qui:

il sistema mercantile - com'è noto - agisce in direzione della dissoluzione del sistema feudale. In Italia questo si sviluppa per prima ed i mercanti italiani sono stati per lungo tempo all'avanguardia, essi hanno agito per lo sviluppo in tutta l'Europa del sistema di produzione capitalistico: essi attraverso il sistema mercantilistico agivano da dissolvitori del sistema feudale.

Karl Marx ha indicato i caratteri ed i limiti del sistema mercantilistico. Espressamente dice.

" Presso i Veneziani, i Genovesi, gli Olandesi, il guadagno principale non proviene dall'esportazione dei prodotti della propria terra, ma dal mediare lo scambio dei prodotti di comunità meno sviluppate dal punto di vista economico e dallo sfruttamento di entrambi i paesi di produzione.

Continua con:

" Fino a che il capitale commerciale media lo scambio dei prodotti di comunità poco sviluppate, il profitto commerciale e non solo ha l'apparenza di frode e di inganno, ma deriva in gran parte da esso.

( ... ):

declina nella misura in cui progredisce lo sviluppo economico dei popoli, che esso reciprocamente sfruttava e sulla cui mancanza di sviluppo fondava la sua esistenza.

Nel commercio di transito ciò non si manifesta unicamente come decadenza di un particolare ramo del commercio, ma come decadenza della supremazia dei popoli puramente commerciali e della loro ricchezza commerciale in generale."

( Karl Marx " Il Capitale", vol. 3, cap. XX )

Il sistema mercantilistico si è accompagnato o ha rappresentato - indica Marx - dappertutto un sistema di saccheggio nel mondo antico come nelle età delle fiorenti economie mercantili.

Bene: questo carattere parassitario è la base della potenza economica dell'ala destra della borghesia italiana; la sua ricchezza proviene essenzialmente da questo carattere parassitario, che di sé informa il sistema di produzione complessivo.

Attorno all'anno 1000 esso si sviluppa e trova nelle Crociate

un momento determinante per la formazione di una borghesia commerciale. Le Crociate, non avrebbero potuto approdare ad alcun risultato utile senza il concorso delle città italiane, che avevano già una lunga consuetudine di rapporti con il mondo bizantino, una forte organizzazione navale ed una disponibilità abbastanza larga di denaro.

Ad impresa compiuta, questa collaborazione assicura alle città italiane vantaggi rilevanti con la partecipazione al ricco bottino di guerra. Ma più che dal bottino di guerra, vantaggi decisivi furono loro assicurati dai privilegi accordatigli dai nuovi principi cristiani d'Oriente.

Per esempio fu garantito a Venezia alla vigilia della Ia Crociata una posizione di assoluta superiorità:

1. esenzione da ogni imposta,

2. assoluta libertà di commercio in tutto l'impero,

3. permesso di aprire botteghe e fondachi,

4. avere speciali scali di approdo.

A ciò si aggiungeva da parte di queste città anche le richieste, quasi sempre esaudite, dell'esclusività di una strada, che dal porto conduceva direttamente alle case dei commercianti.

I mercanti italiani accumulano in questa loro attività un'enorme fortuna, la loro presenza spazia dalle coste del Mediterraneo e del Mar Nero, si spinge ad Oriente dell'Armenia, nella Persia, lungo le coste del Caspio, nel Turkestan, nella Mongolia, nella Cina. In Africa si spingevano verso sud fino al Cairo, da dove partiranno nel XV secolo spedizioni di navigatori e lungo la costa atlantica del Marocco.

Questa enorme fortuna accumulata - e la pesante crisi di sovrapproduzione avutasi attorno al 1360 accelererà l'accumulazione, agendo da concentrazione di capitali - pone i mercanti italiani nella necessità - l'investimento del capitale è dato non dalla domanda ma dalla massa del capitale complessivo - di espandere costantemente la zona d'influenza commerciale, per trovare sempre nuovi sbocchi al sempre crescente capitale accumulato.

Essi si trovano stretti da questa necessità:

1. per non essere tagliati fuori,

2. perché questo era il solo modo in cui quel capitale potesse fruttare.

Di qui alle speculazioni finanziarie il passo era già - di fatto - compiuto. Il mercante ed il banchiere prima si identificano, poi scompare la funzione del mercante, o viene relegato su un piano secondario,

per assurgere a figura centrale quella del banchiere. Funzionale a questa trasformazione è la strutturazione sempre più complessa del capitale, ecco allora la formazione di:

= società assicurative,

= compagnie commerciali, con basi sparse ovunque.

Questo comporta una ulteriore espansione della loro potenza commerciale, che li porta a trasformarsi in finanziatori di principi, in finanziatori del processo di formazione degli Stati Nazionali europei.

Il capitale commerciale si fonde con il potere politico prima, lo sottomette alle sue leggi poi e segue l'ascesa o la caduta di quello. Questi ex-mercanti sono allora attenti nell'appoggiare, attraverso il finanziamento questo o quel principe, questa o quella azione di politica interna e più spesso estera. La solvenza, e quindi il rientro del capitale investito con i relativi interessi, dipendono dalla riuscita di quel principe, di quella politica. L'ex-mercante, allora, si premunisce imponendo determinate condizioni, determinate varianti a quel piano, che rientrano meglio nei suoi interessi, o imponendo - " consigliando " - un suo fiduciario, che funge da consigliere.

I banchieri italiani assolvono alla funzione di finanziatori di principi, alti prelati, dei grandi signori feudali: funzione in cui eccellono i grandi banchieri di Lucca, Siena e soprattutto Firenze.

Il punto di svolta è rappresentato dalla Pace di Lodi ( 1454 ).

Essa segna l'abbandono definitivo della borghesia italiana, in questo periodo, di qualsiasi progetto di unità nazionale e che invece sul finire del 1400 si andava sviluppando in Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo e che sarà portato a termine proprio ed esattamente con i finanziamenti dei mercanti italiani.

Lo spartiacque di questa svolta decisiva per tutta la futura storia del capitalismo italiano sarà data esattamente dalla Pace di Lodi, che porterà alla formazione dell'asse Napoli-Firenze, ossia De Medici-D'Aragona, sotto l'alto protettorato del papato.

A questo punto la comprensione delle classi quali esse si presentavano all'alba del 1500 è centrale sia per la comprensione di questa scelta e sia poi di tutta la successiva storia del capitalismo italiano.

Da una parte esisteva una classe di aristocrazia nobiliare terriera, il cui nerbo era dato dalla Chiesa e che continuamente si ingrossava con borghesi arricchiti, il cui scopo era quello di acquistare - quale forma di investimento - terre e titoli nobiliari.

Dall'altro esisteva la classe della borghesia.

E qui va operata una divisione.

un'ala commerciale-finanziaria, che sceglie di divenire la " banchiera d'Europa" in cambio dell'unità nazionale ( ala destra). Sarà essa che sovvenzionerà la formazione degli stati nazionali europei ( 1454 - 1600 ), di qui poi l'egemonia culturale italiana in Europea. Parte dei profitti commerciali li investiva in proprietà immobiliari, altra la speculava in prestiti finanziari.

Fino a che riesce a mantenere il controllo del commercio, riesce a vitalizzare costantemente il suo capitale finanziario, successivamente, tagliata fuori, vedrà insterilirsi la sua fonte e si rinchiuderà nei suoi possedimenti terrieri. Questo sarà collegato al più generale movimento di declino dei mercanti italiani in Europa. Tra questa ala e la classe dell'aristocrazia nobiliare terriera, ed in particolare la Chiesa, esisteva una salda alleanza, giacché ad entrambe non interessava la statalità italiana. Di qui, poi, la forte presenza ed influenza della Chiesa e l'assenza di un vasto movimento riformatore, che il De Sanctis vedrà ma non riuscirà a spiegarne i motivi, finendo per scadere nella piccineria: ma poi, ed in verità il De Sanctis da questo orecchio poco ci voleva sentire.

La " banchiera d'Europa" appoggerà, allora, questo movimento di unità nazionale e di riforme finanziariamente negli altri paesi, perché ciò significava alimentare le sue manovre speculativo-finanziarie, significava garantire un sufficiente sbocco alla redditività del suo capitale, ma lo stritolerà in Italia.

Esisteva, poi, un'ala minoritaria ( ala sinistra ) che rivolgeva i suoi interessi alla formazione di uno stato nazionale con caratteri simili a quelli della borghesia europea. Sarà questa l'animatrice della corrente materialistica e nazionale, mentre la " banchiera d'Europa" della idealistica-teologica-anazionale.

Dopo la Pace di Lodi, la " banchiera d'Europa" si lancia nella sua politica di finanziamento degli stati nazionali europei in formazione. Se Lucca riesce a mantenere una posizione di prim'ordine in tutta l'Europa occidentale, fino al principio dell'età moderna, Siena, invece, che pure aveva conosciuto un momento di grande splendore, riuscendo, i banchieri senesi, ad inserirsi in speculazioni finanziarie importanti: prestiti ai papa, a principi, nobili, ecclesiastici, Siena finì per perdere la sua posizione dominante nel mondo bancario ed a cederla alle grandi compagni di Firenze, che in una proprietà agricola più vasta e redditizia ed in un'industria in rapido e promettente sviluppo trovavano basi più solide ed un maggiore equilibrio nei loro investimenti di capitali.

La grande potenza finanziaria delle famiglie genovesi degli Spinola, Centurione, Giustiniani, Doria si afferma nel XV secolo.

Essi in concorrenza od a fianco dei grandi banchieri tedeschi impiegano ingenti capitali in tutte le maggiori imprese di finanziamento da Lisbona ad Anversa, diventando dopo la caduta della potenza finanziaria dei Fugger, i massimi finanziatori della corona spagnola. Firenze, invece, lo diventa con analoghe operazioni della corona di Francia.

La mole degli affari si estende in tal misura che il capitale sociale, pur cospicuo, si rivela insufficiente e deve essere integrato con nuovi versamenti di soci, con depositi da parte di elementi estranei a quel capitale sociale, i quali si assicurano un elevato interesse a parziale compenso dei rischi a cui si espongono.

E' la quintessenza del parassitismo.

E' questa la logica conseguenza della strada imboccata dalla " banchiera d'Europa": essa cioè viene a trovarsi in una situazione inversa alla precedente, in una situazione, cioè, inversa a quella dalla quale era partita e che pure l'aveva spinta ad imboccare la strada di divenire la " banchiera d'Europa":

il capitale è insufficiente per la bramosia del suo proprietario.

Si tratta di trovare, allora, sempre nuove forme per ingrossare la massa di capitale da investire nelle speculazioni finanziarie, data l'insufficienza di quello esistente e data l'insufficienza dello sviluppo dei nuovi rapporti di produzione capitalistici, gli unici in grado di consentire una più accelerata riproduzione allargata e quindi una più vasta ed accelerata accumulazione di capitali nuovi da investire. Di qui la nascita e lo sviluppo del credito e - per certi aspetti - della formazione di società per azioni a carattere temporaneo, sorte allo scopo di sfruttare determinate situazioni speculative. Ma questo non è

un tratto stabile dello sviluppo del capitale mercantilistico italiano, è troppo occasionale, per poter dare garanzie sicure e troppo legato agli umori ed alle attese di singoli possessori di capitali.

Lo sono invece:

1. utilizzo della statalità della Signoria prima e del Principato, poi come strumento per accaparrare capitali e rastrellare soldi da investire,

2. nascita e consolidamento dell'istituto bancario,

Il capitale sottomette totalmente il potere politico, e questo diviene diretta emanazione dell'oligarchia finanziaria.

L'utilizzo, infatti, della statalità della Signoria porta alla nascita del d e b i t o p u b b l i c o, di quelli che noi oggi chiamiamo Buoni del Tesoro: redimibili prima, irredimibili poi, a cui lo Stato ( la Signoria o il Principato ) garantiva il pagamento degli interessi e si impegnava a destinare eventuali avanzi di bilancio per l'acquisto di quote del debito pubblico al prezzo di mercato: cedole che erano commerciabili e riconosciute come forme di pagamento.

Un vero disordine finanziario determinato da questa situazione, comporta il rafforzamento del processo di oligarchizzazione.

Si arriva fino al prestito forzato obbligatorio.

Una volta raggiunta questa misura, testimonianza tangibile delle reali difficoltà di rastrellare capitali sempre maggiori per le crescenti esigenze di speculazioni finanziarie della " banchiera d'Europa", la via dell'imposta diretta era aperta, che attorno al 1460-1480 viene introdotta in forma permanente e statutaria.

Il Comune così da libera organizzazione democratica si è trasformato nel giro di due secoli e mezzo in una potente macchina per rastrellare denaro da investire nelle speculazioni finanziarie, i cui benefici, se ne ve ne sono, vengono ripartiti tra l'oligarchia finanziaria, che detiene le leve della Signoria o del Principato poi, ma le cui perdite vengono prontamente ripartite tra la popolazione con l'imposta diretta.

Di qui allora la lotta per l'accaparramento della Signoria e del Principato, le varie congiure di palazzo, ecc.

Ma le ingerenze negli affari interni dei vari paesi europei, unita ad un incontrastato monopolio negli affari di cambio e credito, ottenuto mediante un dominio finanziario usuraio, a lungo andare genererà una forte opposizione delle varie borghesie nazionali come quella di Artevelde e di Jacques Cour. E' sintomo questo dello sviluppo del sistema di produzione capitalistico nei singoli stati nazionali, che metteva alle corde la " banchiera d'Europa", che nel giro di un quarantennio vedrà non solo ridimensionate le sue mire egemoniche, ma vedrà letteralmente la sua decadenza non solo economica, ma generale, invischiandosi in un processo inflazionistico che eroderà molto delle sue sostanze, fino a che non si ridurrà nei suoi possedimenti terrieri in Italia, sottomessa a quelle potenze di cui prima pur aveva favorito l'ascesa e la discesa militare sul suo stesso suolo.

E' la " decadenza".

E' il Seicento.

Sarà in realtà la premessa, una volta ridimensionata la " banchiera d'Europa", per la ripresa unitaria in seno alla borghesia della via per l'unità nazionale.

Lo sviluppo della scienza e della tecnica tra il 1600 ed il 1700 rilancia la corrente materialistica e l'ala minoritaria; l'ala destra s'invilupperà nei suoi possedimenti terrieri.

E' solo con la crisi di fine secolo 1698-1725 che quest'ala si riapre ad un discorso sull'Italia: riprende il dibattito sull'unità nazionale.

Una prima fase vede la netta egemonia dell'ala sinistra: opposizione al papato. Il giusnaturalismo è esattamente questo prevalere, chiusosi attorno al 1730, il cui momento centrale è rappresentato dalla " Prammatica santione" del 1725.

Adesso sono le potenze straniere a favorire, incoraggiare, la ricomposizione della coalizione papalina: aristocrazia nobiliare-terriera, il cui nerbo era la Chiesa e la banchiera d'Europa, per il mantenimento del loro dominio in Italia. Sarà la rivoluzione francese ( 1789 ) a spazzare via questi condizionamenti, permettendo la ripresa in via definitiva del moto nazionale italiano.

Volendo raffigurare graficamente la formazione della borghesia italiana, della sua ala destra, possiamo rappresentarla con una forma ellittica irregolare: parte dalla nobiltà terriera ( secolo XI ) e ad essa ritorna ( XVII secolo ). Ossia mentre prima detta nobiltà era di origine feudale, diviene in seguito di origine mercantilistica. Sarà da questa nobiltà che nascerà poi la borghesia industriale italiana del XIX secolo.

Nei secoli XI-XIII all'ascesa economica della classe dei mercati non corrisponde alcuna ascesa politica, sostanzialmente si tiene fuori dalla lotta politica. Intanto si sviluppa una lotta in seno alla classe feudale tra nobiltà maggiore e minore. Da questi inizia lo sfaldamento del sistema feudale.

La borghesia italiana in questa fase è intenta solo a far soldi. Assistiamo, cioè, ad uno sviluppo parallelo dello sfaldamento del sistema feudale: da una parte la borghesia che sviluppa il sistema mercantilistico e dall'altra la nobiltà cittadina in lotta contro l'aristocrazia maggiorente. Sarà solo sul finire del XII secolo che queste due linee si incontrano: la borghesia si associa alla nobiltà terriera, ma in funzione subordinata.

E' la prima fase del Comune.

La nobiltà cittadina manterrà per un certo periodo di tempo l'egemonia, giacché sarà dal suo seno che usciranno i funzionari, i magistrati, i consoli del Comune. Questa classe continuamente si arricchisce di nuovi elementi: borghesi arricchitisi che con l'acquisto di terre e titoli nobiliari ve ne entrano a far parte.

Lo sviluppo del mercantilismo, la crisi del XIV secolo comportano la formazione di una ristretta classe di ricca borghesia, che fa sentire la sua voce negli affari del Comune ed inizia ad esercitare un'egemonia culturale e politica.

Quest'epoca vede un aprirsi a ventaglio della realtà con la formazione di ceti intermedi tra aristocrazia nobiliare-terriera e borghesia ricca: notai, magistrati, funzionari.

I secoli XV-XVI vedono l'egemonia completa di questa borghesia parassitaria, che si intreccia con la nobiltà terriera. Ma l'acquisto di proprietà terriera in una prima fase è funzionale all'accrescimento della potenza economica - una forma di investimento - giacché la proprietà terriera ed in generale la proprietà immobiliare, essendo garanzia di solvenza, permetteva prestiti, o di partecipare a determinate operazioni speculativo-finanziarie, ove il liquido non era sufficiente. In questa fase la proprietà immobiliare ha una funzione tutta capitalistica. L'accaparramento di questa avverrà in maniera feroce: documenti del tempo registrano questi acquisti ed i metodi che grandi famiglie di banchieri hanno usato per costringere i piccoli proprietari a cedere le loro terre. Sarà la crisi del XVII secolo che trasformerà questo fatto in una situazione.

Distaccandosi così dalle proprie origini l'alta borghesia mercantile e bancaria si viene costituendo in ceto privilegiato, che ha la sua base economica nella proprietà terriera, vale a dire in una nuova nobiltà o patriziato, di origine mercantile e bancaria e non feudale, ma che ora ha la sua base economica nel possedimento terriero, che non sarà senza conseguenze nella più generale evoluzione del processo italiano e nell'evoluzione del gruppo dirigente italiano del Risorgimento e del post-Risorgimento, e conseguenzialmente nelle fila dello stesso Movimento Operaio e Comunista Italiano.

Ed infatti:

verso la metà del XVII secolo si avverte una certa evoluzione e trasformazione del gruppo dirigente aristocratico, nel quale interagiscono sia motivi economici che l'azione riformatrice dell'assolutismo monarchico. Una parte dell'aristocrazia dei proprietari terrieri di origine mercantile e non in Toscana ed in Lombardia, una parte della nobiltà in Sicilia ed in Piemonte si rivolge in quel periodo verso forme sempre più intraprendenti e lucrose di speculazioni sugli appalti e di attività mercantili ed industriali. Inoltre non pochi intellettuali appartenenti al ceto aristocratico, e funzionari per lo più sostenitori dell'assolutismo illuminato, criticano il sistema giuridico ed economico feudale: accedono a teorie fisiocratiche per quanto riguarda l'agricoltura e sollecitano lo scioglimento dei tradizionali orientamenti vincolanti del lavoro industriale.

La rivoluzione francese prima e soprattutto Napoleone poi agiscono da possente acceleratore dell'intero processo rivoluzionario in Europa. Le armate di Napoleone là dove arrivano: Spagna, Italia, Germania fino alla lontana Russia liquidano in un sol colpo i vecchi vincoli e strutture feudali, consentendo uno sviluppo ampio e sostanzioso dei rapporti di produzione e distribuzione capitalistici e quindi lo sviluppo ampio e forte delle idee e dell'organizzazione rivoluzionaria della borghesia.

La sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815 ed il Congresso di Vienna costituiscono solo una battuta d'arresto. Contro Napoleone si erano unite tutte le forze conservatrici d'Europa e l'Inghilterra per fermare l'ascesa della nazione capitalistica concorrente, e con il Congresso di Vienna ristabiliscono la stessa ed identica situazione di prima di Napoleone: confini e case regnanti, come se le campagne napoleoniche non ci fossero mai state, rimettendo sul trono quelle stesse famiglie e quelle stesse persone che dalle armate di Napoleone erano state cacciate. Le forze del Congresso di Vienna si impegnarono ad aiutarsi a vicenda qualora in uno degli stati fosse scoppiato un processo rivoluzionario.

Il sogno di restaurazione non durò che sei anni.

Nel 1821 scoppiarono moti rivoluzionari nel Meridione, nel Piemonte che annunciavano quelli del 1830 e quelli ben sostanziosi del 1848.

Il movimento rivoluzionario italiano è diviso nelle sue due ali, di cui si era venuta costituendo nel tempo - come si è visto -la borghesia italiana:

un'ala destra, la " la banchiera d'Europa", che sostituirà l'ala moderata, che troverà la sua espressione nella politica di Cavour, di cui egli stesso è uno di questi borghesi terrieri;

un'ala sinistra che costituisce la borghesia nazionale vera e propria, che si organizza attorno alla Carboneria.

Sarà la Carboneria ad egemonizzare il movimento rivoluzionario tra il 1700 ed il 1848, dovrà successivamente cedere il passo all'ala moderata, vedremo come e perché.

La battaglia per l'egemonia sul movimento rivoluzionario italiano sarà forte. Tra i due blocchi si pone Mazzini, espressione di una piccola borghesia urbana, che incapace di gestire un processo politico rivoluzionario, sa solo pensare ad agire in termini individualistici, che esprime la visione che essa ha di se stessa e la sua visione della storia e della società politica. Vede se stessa come salvatrice del genere umano e martire di.. Questo porterà Mazzini a concepire la lotta per l'unità italiana come azioni terroristiche o azioni di isolati o azioni avventuristiche. In questa cecità piccolo-borghese brucerà giovani intelligenze e forze rivoluzionarie e così operando getterà discredito sul più generale processo rivoluzionario, finendo così per far identificare la Carboneria per le azioni terroristiche mazziniane. Agendo così discredita il progetto rivoluzionario e di fatto lavora per spostare masse, forze ed intelligenze verso i moderati, sottraendo masse, forze, intelligenze alla Carboneria.

La battaglia per l'egemonia

L'ala sinistra non avrà un programma, né una strategia politica e sarà in definitiva, inconseguente nel portare avanti il suo progetto di unità nazionale. I suoi interessi erano quelli di mobiliare le vaste masse popolari italiane e attraverso un moto rivoluzionario profondo portare a compimento la rivoluzione borghese e l'unità d'Italia ed in questo modo indebolire e ridimensionare quell'ala destra, che trovando nella proprietà terriera la base economica, si poneva di ostacolo ad un forte processo di industrializzazione e liberalizzazioni di vincoli semifeudali, gli unici che liberando masse dal contado potevano consentire da una parte una massa di ' liberi' sul mercato capitalistico e dall'altro la formazione di una nuova proprietà agraria, che non sia il latifondo, ma l'azienda capitalistica.

I due termini della contraddizione: unità nazionale e rivoluzione borghese sono inscindibili: la risoluzione dell'uno comportava la risoluzione dell'altro, giacché le forze conservatrici erano quelle che tenevano il paese in stato d'occupazione, ne impedivano l'unificazione e lo sviluppo capitalistico. Un programma che avesse al centro la visione dei vincoli e condizionamenti feudali e la formazione di un mercato unico nazionale era l'unico programma che avrebbe consentito all'ala sinistra di vincere. Questo comportava non solo la terra ai contadini, ma la mobilitazione rivoluzionaria delle popolazioni delle campagne e delle masse delle città e quindi avviare un processo rivoluzionario che avrebbe coinvolto le masse subalterne e le avrebbe portare sul terreno della pratica rivoluzionaria.

Su questo punto l'ala sinistra non poteva essere conseguente e l'uso che farà delle masse sarà sporadico e strumentale.

Vediamo perché:

1. la borghesia italiana giunge in ritardo al processo di unità nazionale, quando già il proletariato aveva fatto la sua comparsa sulla scena europea e mondiale. E il timore del proletariato, il suo sviluppo, sarà una costante in tutte le scelte della borghesia italiana anche dopo - e soprattutto dopo - il 1860.

Questo " giungere in ritardo" va qui ben fissato, giacché caratterizzerà fortemente tutto il modo di essere del capitalismo italiano.

2. la stessa formazione di questo nucleo borghese tra il 1500 ed il 1700 sarà debole e frammentaria ed in definitiva inconsistente.

L'ala destra - " la banchiera d'Europa" - è l'unica che aveva un programma, l'unico percorribile nelle condizioni date, per la borghesia italiana.

La rivoluzione italiana esprime al massimo grado - in maniera chiara e diretta - i reali intenti del processo rivoluzionario borghese: non l'unità nazionale, gli ideali, ecc.: questi in realtà sono le forme mistificate in cui si presentavano dinanzi alle coscienze degli uomini la contraddizione tra rapporti di produzione e le forze produttive, ma l'unificazione nazionale come strumento per una base produttiva e distributiva sufficientemente ampia per garantire uno sviluppo sostanzioso dei rapporti di produzione e distribuzione capitalistici.

Il programma della " banchiera d'Europa" era quello di un'Italia del Nord unificata, tutt'al più con zone dell'Italia centrale, lasciando fuori sia il Lazio - il papato - che il Meridione.

L'accordo firmato da Cavour nel 1859 a Plombiers stabiliva:

l'Italia del Nord ai Savoia,

l'Italia centrale sotto l'egemonia/protettorato della Francia,

l'Italia meridionale ai borboni, ossia ancora ai francesi,

solo altri eventi determineranno un andamento diverso del processo di unificazione nazionale.

Perché questo programma dell'ala moderata potesse passare doveva vincere non solo la battaglia per l'egemonia nel movimento rivoluzionario italiano, ma, e soprattutto, battere le forze rivoluzionarie e patriottiche italiane, sconfiggere ed umiliare lo spirito rivoluzionario delle masse popolari italiane e condurle così docili e soggiogate alle scelte ed all'egemonia della " banchiera d'Europa".

Questo venne raggiunto con la Ia Guerra d'Indipendenza: 1848-1849.

L'intera conduzione militare della guerra, affidata allo stato maggiore piemontese, mostra - ben documenta Pieri " Storia militare del Risorgimento" - come il vero intento era quello di volere e ricercare la sconfitta: il nemico dei sabaudi era cioè il movimento rivoluzionario italiano più che l'impero austro-ungarico. Le vittorie di Pastrengo, Curtatone, ecc. erano dovute unicamente allo slancio rivoluzionario dei patrioti italiani, che incalzavano l'esercito austriaco e così le insurrezione di Milano e Venezia, che accerchiavano e mettevano in grande difficoltà l'esercito austriaco, che contemporaneamente oltre alla campagna d'Italia doveva parare i colpi delle insurrezioni di Berlino, Vienna, Praga, ecc.

Lo stato maggiore di Carlo Alberto invece di attaccare le truppe nemiche e metterle in rotta, venendo così in fattivo aiuto non solo degli insorti di Milano e di Venezia, ma anche di Berlino, Vienna, Praga, ecc. si attesta su una linea di attesa, consentendo al nemico di ritirarsi nel quadrilatero fortificato di Mantova-Verona-Legnano-Peschiera. Da lì per linee interne l'esercito austriaco può manovrare ed iniziare prima azione di alleggerimento, poi operazioni militari contro Milano e Venezia ed infine essere pronto per scatenare la controffensiva a Custoza ( 22. luglio. 1848) dove l'esercito di Carlo Alberto è sbaragliato. Lo spirito rivoluzionario delle masse popolari italiane non era stato fiaccato, resisteva la Toscana, la Repubblica di Roma e di Venezia. La guerra viene ripresa nel marzo del 1849 ed il 23. marzo a Novara l'esercito di Carlo Alberto è sconfitto.

Carla Alberto perde la guerra, firma un trattato di pace disonorevole per lui e per i Savoia, paga con l'abdicazione, tutto questo pur di non vincere. Carlo Alberto infatti non farà entrare in battaglia più di 10.000volontari, truppe fresche e fortemente motivate, combattenti decisi, rivoluzionai pronti a morire pur di non retrocedere: truppe, come ben documenta Pieri - che avrebbero capovolto le sorti della guerra.

Tutto questo la dice lunga sulle reali intenzioni e gli scopi che si volevano raggiungere con la Ia Guerra d'Indipendenza.

Perché?

Abbiamo già detto del ritardo con cui la borghesia italiana giunge all'unità, abbiamo già detto del

"fantasma che si aggira per l'Europa"!: il comunismo, il timore del proletariato; abbiamo già detto della natura terriera della borghesia italiana e della non volontà di distribuire la terra ai contadini e spezzare così il latifondo agrario, giacché era essa stessa proprietaria terriera ed, infine, abbiamo visto come sin dal 1500 si era venuto formando quest'asse, questa simbiosi tra grande proprietà terriera feudale e borghesia mercantile.

Ma se noi diamo uno sguardo alle classi popolari ed alle loro lotte nel 1848 ci rendiamo conto che il problema era reale.

In Italia non vi era alla vigilia del 1848 un movimento operaio, né vi erano state quelle lotte e quelle agitazioni operaie, che avevano caratterizzato gli anni '40 in Francia ed in Inghilterra ed in parte in Germania. Ciò non significa che non fosse presente in Italia una certa propaganda socialista di tipo generico, né che non vi fossero episodi di lotta sociale, né che i problemi sociali delle classi lavoratrici non influenzassero in misura notevole il corso degli avvenimenti.

Le condizioni dei lavoratori erano estremamente misere, sia nelle campagne che nelle città.

In Piemonte, contro una spesa giornaliera per il solo vitto indispensabile di 1,20lire, si hanno i seguenti salari giornalieri:

operai lanaioli L. 1,25 se uomini,

0,50 se donne,

0,40 se fanciulli;

cotonieri 0,75.

I braccianti guadagnavano 1 lira d'estate, 0,75 d'inverno,

I servi di campagna 80-85lire annue se maschi, 40 se donne, oltre un vitto assolutamente insufficiente.

Nel Lombardo-veneto la situazione era peggiore:

le bambine che lavoravano nelle filande guadagnano, per 13-15ore e 16ore d'estate - dai 15 ai 30 centesimi, ossia 0,15-0,30lire.

Nelle industrie lombarde vi erano nel 1840 37.800ragazzi con un salario di 22centesimi, 0,22lire, al giorno.

Nello stato pontificio i salari dei manovali di 160franchi annui, non raggiungevano nemmeno la metà del minimo indispensabile.

Nel Regno delle due Sicilie i salari dei braccianti erano di 0.85, degli operai 0.70.

Generale era il malcontento tra i braccianti ed i contadini poveri meridionali: qui già dal tempo della conquista francese, vi era aperta ostilità tra i lavoratori della terra ed i borghesi, che avevano usurpato le terre confiscate allora ed una parte delle organizzazioni ecclesiastiche e dei nobili, nonché i beni dei comuni su cui i contadini avevano particolari diritti. Episodi di invasione delle terre, di rivolte locali, di " brigantaggio" contro i ricchi accadevano di frequente. A rendere ancora più gravi le condizioni delle classi subalterne fu una terribile carestia che scoppiò nel 1846-47, provocata dai cattivi raccolti del 1845 e del 1846. I prezzi del grano, alimento fondamentale dei lavoratori, aumentarono, mentre i prelevamenti forzati governativi trovava l'opposizione dei contadini. La fame dilagava nelle campagne e nelle città italiane.

Rivolte contadine si hanno nel 1847 in Lombardia a Varese, Como, a Gallarate, ecc., nonché nel Modenese, in Toscana, nelle Romagne. Nel 1848 dilagano in tutta Italia. Si tumultua nelle campagne della Lucania ( Rionero, Venosa, Vignola),in Calabria ( Cirò, Mendicino, San Demetrio); in Campania ( Castel Vetere, Sant'Angelo dei Lombardi, San Giorgio da Molara); in Puglia, in Sicilia. In tutta l'Italia meridionale il proletariato rurale è convinto che con la Costituente le terre demaniali ed i latifondi debbano venire in suo possesso.

L'agitazione investe anche gli operai e gli artigiani della città; episodi di scioperi, di distruzioni delle macchine, si hanno nel Salernitano, a Milano e altrove. Scioperi di facchini, tipografi, lavoratori sarti e calzolai a Genova. Moti contro i proprietari di case a Firenze, ampie manifestazioni popolari a Livorno, Empoli, Pusecchio.

Si tratta pressoché sempre di movimenti spontanei, senza la minima organizzazione: ciò non significa, però, che almeno nelle città, essi non abbiano un minimo di collegamento con la propaganda del socialismo utopistico ed umanitario, che era penetrato anche in Italia, e sulla cui base erano sorte alcune associazioni, sia pure con base ristretta.

Con la sconfitta di Novara tutta la borghesia si compatta attorno all'ala moderata, tagliando decisamente fuori il movimento rivoluzionario e popolare italiano.

La II e IIIa guerra d'Indipendenza avverranno sulla base della linea di Cavour, sarà cioè una

"rivoluzione dall'alto".

Si è detto dell'accordo di Plombiers tra Cavour e Napoleone III.

Questo progetto urtava contro gli interessi inglesi, che manovreranno per far fallire l'accordo, agirono così sostenendo le forze rivoluzionarie d'Italia e Garibaldi, oltreché il Mazzini rifugiato a Londra. Messo dinanzi al fatto compiuto Cavour deve accettare. L'Inghilterra preferisce cioè un'Italia centrale sotto i Savoia pur di non avere una presenza nell'Italia centrale della Francia.

Ricordiamo qui che l'Italia centrale guarda sui Balcani.

La stessa spedizione di Mille avvenne sotto la protezione militare della flotta inglese che dalla Sardegna fino a Marsala scorterà le navi di Garibaldi. Cavour tentò di opporsi alla spedizione, ordinando all'ammiraglio Persano di stanza a Livorno di uscire in mare aperto e bombardare le navi di Garibaldi, dinanzi alla manifestazione di forza della flotta inglese, Persano dovette rientrare nella base navale di Livorno, dopo essersi fatto vedere sul Tirreno.

L'UNITA' D'ITALIA

Tutta la politica del nuovo stato unitario sarà già tutta dentro Bronte.

BRONTE

Garibaldi per avere il sostegno dei contadini meridionali promette la divisione del latifondo e la distribuzione delle terre. I contadini prendono in parola Garibaldi ed occupano le terre, una volta che avevano consentito con la loro adesione in massa la sconfitta dei Borboni in Sicilia, consentendo la riuscita dello sbarco a Marsala. Garibaldi, messo piede in Calabria, manda Nino Bixio indietro a reprimere i contadini, per restituire i possedimenti latifondiari ai vecchi padroni: nobiltà e clero. Nino Bixio, su ordine di Garibaldi, organizza una spedizione punitiva di carattere terroristico a Bronte, Cesarò, Regalbuto, Randazzo ed in altri paesi della piana di Catania. I contadini ed i capi democratici del movimento per le terre vengono arrestati, imprigionati, fucilati nelle pubbliche piazze: essi sono consapevoli di essersi battuti per una causa giusta, ma vengono assassinati da quegli stessi che fino all'ultimo avevano sostenuto i Borboni e lottato contro Garibaldi: i proprietari fondiari. Le popolazioni furono passate per le armi, interi villaggi distrutti, i raccolti ed il bestiame distrutti ed incendiati.

Le lotte contadine non si limitarono a Bronte ed alla piana di Catania, ma seguirono Garibaldi in tutto il Meridione, ed ovunque Garibaldi, dopo aver promessa la terra, adotta la stessa misura reazionaria: fucilazione, massacro delle forze rivoluzionarie, villaggi, bestiame e raccolti distrutti ed amicizia con le forze feudali, da cui viene ricevuto ed ossequiato, dopo essere stato fieramente contrastato.

Noi dobbiamo cogliere bene i carattere di questo processo. Essi ci devono essere bene impressi, per capire bene le peculiarità della classe capitalistica italiana, le peculiarità dl sistema capitalistico italiano, le peculiarità della società capitalistica italiana.

* La "rivoluzione italiana" avviene come grande compromesso tra le forze nobiliari terriere ed

i nuclei di borghesia industriale dlel Nord e meglio torinesi e milanesi.

** La " rivoluzione italiana" è essenzialmente ed esclusivamente un processo di allargamento del mercato piemontese, successivamente lombardo-piemontese. E' quindi guerra di annessione condotta sotto la falsa e menzognera bandiera dell'unità d'Italia.

( In Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra non sarà da meno.)

*** La "rivoluzione italiana"avviene come compromesso, perché l'Italia giunge in ritardo, quando il proletariato ha già una sua fisionomia: lo spettro si aggira per l'Europa.

**** La "rivoluzione italiana"sarà allora questo compromesso, per cui i rapporti di produzione capitalistici s'innestono sul vecchio troncone feudale, ed in cui la proprietà fondiaria avrà la direzione del processo unitario e della politica interna ed estera; in cui la borghesia industriale sarà minoritaria e la stessa ala finanziaria sarà più agraria che industriale.

|* Ecco perché la " rivoluzione italiana" non fu anche una rivoluzione agraria e relativo spezzettamento del latifondo e terra ai contadini.

|** Ecco perché la " rivoluzione italiana" non fu anche una " rivoluzione di popolo", ossia perché non mobilita mai le masse, reprime, invece, e violentemente, qualsiasi movimento rivoluzionario.

|*** Ecco perché poi i grandi personaggi di questa " rivoluzione": i Cavour, i Vittorio Emanuele, i Garibaldi, i Mazzini, i Pisacane non furono poi che mezze tacche.

Solo i grandi processi rivoluzionari possono generare i grandi dirigenti.

Quello che interessa qui fissare è questa non rivoluzione.

cioè questa non mobilitazione delle masse, il venir meno cioè delle masse popolari italiani di un'esperienza rivoluzionaria e di generare suoi capi.

L'altro punto che interessa qui fissare è questo condizionamento internazionale della " rivoluzione" italiana:

Francia, Inghilterra, Prussia/Germania.

Avranno la loro importanza in tutto il corso della storia dell'Italia unita e quindi dello stesso proletariato italiano e della sua avanguardia, che uscirà dall'ala sinistra, appunto, di questa borghesia, ossia dai Mazzini-Garibaldi-Pisacane:

ma non Carlo Cattaneo-Settembrini!.

L'ITALIA UNITA

Al di là del fatto puramente storico ha un'importanza centrale la comprensione ed assimilazione dei problemi, che si pongono dinanzi al nuovo stato italiano.

Arricchirsi di questa esperienza significa:

A. acquisire una visione più ampia ed organica dei problemi inerenti uno Stato e la costruzione di un nuovo sistema di produzione e distribuzione.

Questo consente di formarsi come classe egemone e dirigente e ragionare in termini complessivi e problematici.

B. capire i caratteri fondamentali della classe antagonista, i suoi tratti forti e quelli deboli. Essere in grado, conoscendo la usa origine e formazione, di intravedere i suoi successivi sviluppi e condurre un'analisi sulla realtà attuale, comprendendo bene la situazione reale.

Tutte le scelte che la borghesia farà a partire dal 1860 fino ad oggi sono la risultante di questo modo peculiare di essere classe egemone.

Il nuovo stato italiano aveva una superficie di 248.692Kmq ed una popolazione di 21.894.925 abitanti, che diventano circa 25.milioni dopo l'annessione del Lazio e del Veneto. La sua economia era quella, pur nelle sensibilissime differenze regionali, di un paese agricolo, in cui l'industria era rappresentata da piccoli nuclei. Oltre il 70% della popolazione era costituita da contadini, il resto in massima parte da artigiani e lavoratori a domicilio; gli operai di fabbrica erano una esigua minoranza. Oltre l'85% erano analfabeti.

Nel decennio 1861-1870 la ricchezza nazionale privata ammontava a 40-45miliardi di lire, di cui 25miliardi erano rappresentati dalla proprietà fondiaria. Il valore della produzione industriale - condotta del resto con metodi artigiani - si calcolava a meno di un miliardo, a fronte dei 3miliardi della produzione agricola. Si aveva il prevalere nell'importazione dei prodotti finiti dell'industria straniera, mentre si importavano scarsamente materie prime industriali - il che ci dà indirettamente il quadro dello stato industriale del paese, ci dà cioè il carattere arretrato e precapitalistico del sistema capitalistico italiano all'indomani dell'unità. Si esporta prevalentemente seta grezza, olio, zolfo. E' caratteristico che, malgrado il bassissimo tenore di vita, le risorse dell'agricoltura non bastano a soddisfare il fabbisogno: è quindi necessario acquistare all'estero cereali e zucchero. E questo ci dà, ancora una volta, il quadro di pesante arretratezza del sistema capitalistico italiano, il prevalere nelle campagne non di un sistema industriale ma del latifondo e del piccolo appezzamento, che non andava oltre lo stretto soddisfacimento del conduttore. Era quello agrario una conduzione nobile-terriera, ove il proprietario dava il fondo in gestione ad un ' massaro' dal quale richiedeva l'invio nella città, ove risiedeva: Napoli o Roma o Parigi, o.., dei proventi della sua proprietà, lasciando al ' massaro' la conduzione, senza apportarvi sostanzialmente alcuna miglioria tecnica. Ed a tali migliorie non erano interessati i contadini stessi, o perché troppo piccolo l'appezzamento o perché legati al latifondo non avevano la veste giuridica, né interesse di apportarvi migliorie.

Il commercio è ancora assai ristretto non solo con l'estero, ma anche all'interno. Mancava un mercato nazionale vero e proprio e molto veniva scambiato nel mercato di paese o villaggio, ma il cui interscambio era dato ancora dall'eccedenza del fabbisogno, più che da una produzione agricola per il commercio. Milioni di contadini vivevano ancora in una economia precapitalistica, cosiddetta ' chiusa', consumando quasi unicamente quella parte del prodotto che loro rimane dopo la spoliazione dei padroni e del fisco, e acquistando sul mercato unicamente il sale, diffuso nelle campagne era lo scambio in natura, che si accompagna al pagamento in natura del fitto della terra e dei salari agricoli, dell'uso di determinati attrezzi o del bestiame da lavoro, e persino di certi servizi resi dall'avvocato, dallo scrivano, ecc.

Vediamo bene i problemi che stavano dinanzi alla classe borghese.

1. Un'Italia che non volevano, i loro progetti erano al massimo l'Italia del Centro-Nord/ovest. Il Lazio, il Veneto, il Sud d'Italia complicano i problemi e rendono il quadro più instabile con maggiori incognite di risoluzione.

Non avevano neanche quadri all'altezza dei compiti.

2. Una classe borghese spaccata: quella piemontese in lotta, ostile e diffidente, con quella lombarda ed entrambe ostili e diffidenti verso i nuclei borghesi dell'Emilia, delle Marche, ecc.

3. Una classe borghese minoritaria, soggiogata dalla nobiltà agraria, di cui la Chiesa ne era la spina dorsale.

4. Una classe borghese senza alcuna autorità politica e morale e sguarnita di una qualsiasi teoria in grado di esercitare l’egemonia e con una Chiesa in una prima fase ostile.

5. Una classe borghese povera e miseranda, stracciona, senza alcuna base finanziaria in grado di avviare il processo di riproduzione capitalistico.

6. Una classe indebitatasi fino all'osso per sostenere le spese delle guerre d'indipendenza, essendo state fatte con eserciti regolari, per non ricorrere all'intervento delle masse, oltre le spese per finanziare l'apparato burocratico della casa Savoia e gli sparuti gruppi moderati nelle varie parti d'Italia.

7. Una classe borghese totalmente sguarnita di intellettuali a tutti i livelli e con un apparato burocratico amministrativo il peggiore d'Europa.

8. Il ritardo con cui giunge al processo di unificazione del mercato nazionale.

inizia così l'avventura della borghesia italiana.

La risultante di questa problematica determinerà l'asse strategico attorno cui ruoterà tutta la strategia della borghesia italiana:

1. patto di unità lombardo-piemontese, in grado di assicurare un centro per la borghesia,

2. alleanza con la nobiltà fondiaria: ossia riconferma dell'intera ala destra della borghesia, così come si era venuta formando nel corso dei secoli,

3. sud in quanto colonia.

Con i soldi del regno delle due sicilie, ossia con le Casse del Mezzogiorno d'Italia, il cui bilancio era in attivo, lo Stato sabaudo e quindi la borghesia lombardo-piemontese, paga i debiti di guerra e sostiene gran parte delle spese per la formazione del mercato unico nazionale. Con la politica anticlericale la borghesia si impadronisce delle ricchezze della Chiesa e fu questa la seconda principale fonte per avviare il processo di riproduzione capitalistico allargato.

E' questa quella che Karl Marx chiama accumulazione originaria.

Abbiamo parlato di " unificazione", cerchiamo di capire quali sono i problemi inerenti.

Vediamo innanzitutto quali sono i problemi in generale e le condizioni che si devono verificare affinché si abbia lo sviluppo di un sistema di produzione e distribuzione capitalistico.

1. una massa di persone che non ha alcuna proprietà e che è disposta a lavorare per gli altri, ossia occorre che vi sia sul mercato una massa di nullatenenti, o proletari.

Si tratta allora di liberare questa massa di persone da vincoli, che li tengono legati alla terra.

2. Un mercato unico, superando così i piccoli mercati cittadini e di villaggio, consentendo alla merce di avere un mercato molto più vasto i cui confini sono i confini statali.

Mercato unico, unificazione di mercati in un mercato unico nazionale, che consente anche di superare i localismi e considerare i confini del mercato i confini dello Stato ed i suoi abitanti nella sostanza di consumatori di un unico mercato nella forma ideologica dello Stato nazionale.

Mercato unico la cui realizzazione consente, infine, di agire da volano sull'intera economia, ossia di tirare tutta l'economia e costituire il mercato di sbocco per tutta la produzione dell'industria pesante e così consentire lo sviluppo di una industria pesante, avviando così un processo economico unico per tutto il mercato nazionale.

I punti 1. e 2. sono strettamente interconnessi, interdipendenti: l'uno determina l'altro e l'altro presuppone l'uno.

La realizzazione del punto 1 - formazione di una massa di proletari, liberati da vincoli - comporta:

A. far saltare tutti i limiti e vincoli che tenevano legati alla terra milioni di uomini: tramite le terre demaniali vivevano milioni di piccoli contadini che traevano dalle terre demaniali quel poco per sopravvivere, ma che li teneva, poi, legati saldamente alla terra e non li rendeva disponibili a trasformarsi in proletari. Sulle terre demaniali portava la pecora a pascolare dalla quale ricavava latte, formaggio, lana, e raccoglieva legna.

B. far saltare le corti nobiliari.

C. rendere non economica la struttura del telaio in casa e necessità per questa massa di lavorare nei grandi opifici. Il sistema capitalistico è la concentrazione di masse umane ed il matrimonio di queste con le macchine, che determina l'innalzamento verticale della produttività sociale del lavoro.

Punto 2

Il mercato unico nazionale.

Per capire appieno la necessità vitale per il sistema capitalistico del mercato nazionale e cosa esso in concreto significa occorre riprendere quanto abbiamo detto nell'incontro sulla teoria economica marxiana.

Il processo di circolazione del capitale in genere si basa sul tempo di rotazione.

Il tempo di rotazione del capitale è il tempo che il capitale impiega per compiere per intero il ciclo D-M-D'.

Il tempo di rotazione del capitale si compone di due momenti:

a. il tempo di produzione, ossia il tempo occorrente per produrre una merce,

b. il tempo di circolazione, ossia il tempo che una merce impiega per essere venduta:

" [...]: per effetto dell'intervallo di tempo indispensabile per la rotazione dell'intero capitale non può essere tutto contemporaneamente impiegato nella produzione, perciò una sua parte si trova permanentemente in riposo, o nella forma di capitale monetario, di materie prime in magazzino, di capitale-merce pronto ma non ancora venduto, oppure di titoli di credito non ancora scaduti; il capitale operante nella produzione attiva, cioè nella produzione e appropriazione del plusvalore prodotto ed acquisito." ( Karl Marx " Il capitale", vol. 3, pag. 101 ).

La riduzione del tempo di rotazione, o di una delle sue fasi: tempo di produzione e tempo di circolazione, accresce la massa del plusvalore prodotto, rispetto al capitale complessivo impiegato e quindi accresce il saggio di profitto.

Tempo di circolazione e tempo di produzione hanno mezzi diversi atti a contrarli.

Per il tempo di produzione è l'accrescimento della produttività del lavoro, ossia l'innovazione scientifica e tecnologica o l'intensificazione dello sfruttamento: incremento dei ritmi.

Per il tempo di circolazione è il perfezionamento delle comunicazioni, che consente ad una merce di giungere dal luogo di produzione al mercato nel più breve tempo possibile, di qui la costruzione di veloci vie di comunicazioni, ossia la velocità, fino al tempo reale: quindi la necessità di strade per i trasporti su gomma e su ferro, quindi strade, autostrade, ferrovie, navigabilità fluviale e marittima, navigazione aerea.

" Il tempo di rotazione dell’intero commercio mondiale si è abbreviato in egual misura e la capacità d'azione del capitale in esso impiegato si è accresciuto di più del doppio o del triplo. Si comprende da sé come tutto ciò non sia rimasto senza influenza sul saggio di profitto."

( Karl Marx, " Il Capitale", vol. 3, pag. 103 ).

E' allora evidente la funzione chiave del mercato unico e quindi la necessità di costruire una rete stradale e ferroviaria che consentisse di trasportare i prodotti dal nord al sud, di consentire alle merci di attraversare, ed essere presenti su, tutto il territorio nazionale.

Lo sviluppo del mercato richiedeva per la rapida costruzione di un sistema di comunicazione più rapido e moderno: si è puntato sulle strade, ma ancora di più sulle ferrovie, che dai 1707 Km esistenti nel 1859, passarono a 4420 nel 1865 e 7670 nel 1875, per raggiungere i 15.800 km nel 1900. La costruzione di questa rete ferroviaria implica.

a. commesse per le industrie siderurgiche che producono ferro;

b. mercato di sbocco ed incremento dell'estrazione del ferro dalle miniere dell'isola d'Elba;

c. commesse per l'industria del legno per le traverse, oltre che per tutte le fabbriche dell'indotto: bulloneria, motoristica, vetreria, passamaneria, ecc. ecc.;

d. politica di lavori pubblici e tutto quello che ciò comporta come elemento di trascinamento per l'intera economia ( il volano);

e. una politica di impiego della manodopera, oltreché lavoro per tutti gli operai delle industrie legate alla costruzione della rete ferroviaria, il che significa sostenere il consumo al minuto e quindi trascinamento dell'industria molitoria ( farina) e dell'intera produzione agricola e dell'industria di trasformazione ad essa collegata, oltreché del settore della distribuzione: commercio;

f. acquisto delle terre da parte dello Stato dove dovrà passare la ferrovia e drastica riduzione delle terre demaniali con conseguente espulsione di contadini dalla terra e loro assorbimento sia nella costruzione materiale della ferrovia e sia nelle città, nelle industrie; ma anche rendita fondiaria e sostegno agli agrari, per la vendita allo Stato degli appezzamenti dove la ferrovia passerà. E così anche la rendita fondiaria entra nella spartizione degli utili di questo processo.

Ma sostanzialmente essa ne esce indebolita, sia perché in parte il loro latifondo è spezzato e sia perché diminuito in termini assoluti, ma soprattutto perché in questo modo essi vengono coinvolti e trascinati dentro il processo di imborghesimento, trascinati dentro il processo di borghesizzazione del paese ed i loro interessi coincidere con gli interessi dell'intera classe borghese.

Come si vede viene messo in movimento l'intero sistema economico proprio per le interdipendenze settoriali, per cui ciascun settore abbisogna dei prodotti di tutti gli altri settori.

Altro elemento del processo di unificazione del mercato è quello dell'unificazione della disciplina doganale, ossia la fusione doganale con una regolamentazione unica: questo consente di stabilire a priori qual è il costo da sostenere per la transizione di una merce da un posto ad un altro e quindi la possibilità di poter stabilire - con precisione e certezza - il costo della merce da questo versante.

Tra l'ottobre del 1859 e l'ottobre 1860 avveniva la fusione doganale: l'unificazione dei dazi doganali, di tutto il paese. E in questa stessa prontezza si manifesta chiaramente l'origine della spinta unitaria della borghesia dei vari stati. C'è una vera frenesia di realizzare questa unificazione, essa è lo strumento per sottomettere l'intero paese al capitale, alle leggi del capitale.

Questo modo di procedere ed il come si attuerà l'unificazione doganale consentirà il prevalere dell'economia piemontese-lombarda su tutta la restante economia con tariffe di importazione che rendono competitive le produzioni lombardo-piemontesi, e non concorrenziali quelle delle altre zone del paese, specie quelle meridionali.

Salvemini ben denunzierà questa politica doganale, che consentirà alla borghesia lombardo-piemontese di drenare ricchezze e risorse dal sud del paese verso il nord. Salvemini ben indicherà la natura di sfruttamento e rapina di questa politica doganale fatta ad esclusivo interesse lombardo-piemontese. Era cioè un vestito fatto su misura per questa borghesia a danno della restante borghesia e delle restanti parti dell'Italia.

Entrambi gli elementi agiscono da forte accelerazione e disgregazione del precedente sistema: di colpo economie agricole chiuse si trovano esposte alla concorrenza e quindi a soccombere.

Così facendo vengono a liberarsi milioni di uomini che stavano abbarbicati a quel pezzo di terra, a quella economia agricola. La politica doganale attraverso un meccanismo perverso penalizzava l'economia meridionale e premiava quella del nord; ciò consentiva l'utilizzo a piene mani delle ricchezze del meridione fino a rendere concorrenziale la pianura padana rispetto alle altre quattro piane d'Italia: Agro-nocerina, Metapontina, Tavoliere delle Pugile, catanese.

La costruzione di questo processo basato su tale dualismo consente di dare alla produzione del Nord un mercato di sbocco e quindi il processo di riproduzione allargato avviene attraverso un pesante e forzoso processo di spostamento di ricchezze. Tutto ciò condannando l'economia meridionale, libera milioni di uomini rendendoli disponibili, attraverso l'emigrazione, per le fabbriche del Nord: carne da macello, insomma, per ogni avventura e per l'emigrazione.

Infine la spoliazione di terre demaniali: demanio e terre della Chiesa, consente quello che Karl Marx chiama " accumulazione originaria".

L'Italia quindi nel periodo 1861-1876 viene diretta da un asse borghese, avente al centro quella lombardo-piemontese con la borghesia agraria ed infeudata meridionale sostanzialmente passiva.

Questo periodo storico va sotto il nome di " Destra al potere".

Portato al termine l'unità d'Italia, conquistata Roma ( 1871) ed in precedenza l'annessione del Veneto ( 1866: IIIa Guerra d'Indipendenza) si pone la necessità di dare una base più ampia al potere della borghesia.

Le lotte contadine nel mezzogiorno d'Italia, le lotte del proletariato europeo: Comune di Parigi ( 1871), spingono la borghesia a dare una base più ampia al suo potere.

Il periodo 1861-1876 è caratterizzato dalla presenza pesante del capitale finanziario francese ( Rotshild, Pereire), la necessità di allentare questa morsa per uno sviluppo più autonomo, spingono la borghesia a licenziare la destra.

La destra aveva consentito un'accumulazione originaria brutale e selvaggia.

Gli investimenti per la costruzione di una rete di trasporto consente la formazione di una borghesia legata a questi investimenti e commesse statali. Prima ancora dell'esistenza di un nucleo industriale, c'è già una borghesia parassitaria, che vive all'ombra dello Stato finanziatore; e non poteva che essere così per il ritardo con cui la borghesia giunge al potere, quando già la Francia, l'Inghilterra avevano non solo sviluppato un sistema industriale, ma anche una forte e capillare presenza nei paesi d'Asia e Africa, controllando così le materie prime e condizionando lo sviluppo industriale di tutti gli altri paesi.

Nel periodo 1861-1876 e fino al 1890 prevalgono gli investimenti terrieri e ferroviari, a cui dopo il 1876 si aggiungono quelli edili: gli anni 1883-1886 vedono un vero e proprio boom che ha il suo epicentro nel campo edilizio. E' l'epoca dei grandi progetti di sventramento ( Risanamento di Napoli, ecc. ) e dei nuovi piani regolatori ( specie di Roma). Attraverso questo massiccia politica edile, che le autorità centrali favoriscono con interventi e legislazioni di varia natura, si cerca da una parte di rafforzare lo sviluppo accelerato dell'industrializzazione dell'economia italiana e dall'altro di allargare la base di classe della borghesia, legandosi sia alla speculazione edilizia e sia favorendo un rapido sviluppo bancario. L'edilizia da una parte costituisce un altro importante volano per l'intera economia di un paese, proprio per i settori industriali indotti che trascina nel suo sviluppo: non solo la siderurgia e metallurgia, ma anche la vetreria, mobiliera, e la laterizia ( cemento, mattoni, pavimentazioni di vario tipo e genere ) ma anche tutto un vasto settore dell'artigianato, che attraverso l'indotto inizia a saldare all'industria ed a dipendervi, perdendo quella sua autonomia, quella sua produzione ' autonoma' appunto.

Dall'altra per il suo sviluppo occorre rendere edificabili terreni agricoli. E' questo un ulteriore regalo alla rendita fondiaria, che dal differenziale di valore tra terreno agrario e terreno edificabile trae enormi guadagni, entrando così anche da questo versante a far parte della spartizione del profitto industriale. Ma anche qui, ad un vantaggio momentaneo, corrisponde un ulteriore indebolimento, giacché non solo diminuisce l'ampiezza del latifondo e quindi la sua originaria forza, che o il nobile-terriero sperpera in salotti eleganti ed in una vita di lusso, per trovarsi poi ben presto ad aver restituito a banche ed industriali quanto lucrato con quelle vendite di terreno agricolo fatto divenire edificabile e quindi finendo in definitiva per mettersi da solo, e stringersi, il cappio al collo; oppure investendo quella quota capitaria, finendo così per saldarsi prima ed identificarsi poi con la classe borghese tout court.

La borghesia italiana, cioè, in questo periodo e fino al 1930 - con le bonifiche pontine e maremmane - conduce un'intelligentissima politica, che consente a lei di sviluppare il suo sistema e di erodere nel contempo la forza della sua alleata: la nobiltà terriera e convertendo nel contempo parte del suo capitale agrario, in terre e possedimenti terrieri, in capitale industriale. Alla fine del processo la nobiltà terriera è letteralmente o indebitata fino al collo con il capitale finanziario, da cui dipende ed a cui venderà per pochi centesimi i suoi ultimi possedimenti, quasi sempre sovraccarichi di ipoteche ed acquistati da borghesi per quattro soldi, dopo aver pagato ampiamente i crediti contratti con le banche, ma i cui ratei non coprivano neppure gli interessi usurai bancari ed alla fine non restava che vendere gli ultimi possedimenti per una miseria: ma quasi sempre pignorati e venduti all'asta dal procuratore fallimentare.

L'intervento statale che ha consentito lo sviluppo di una rete ferroviaria ed edilizio, consente anche lo sviluppo di una struttura industriale, grazie al pesante intervento dello Stato: la siderurgia Terni, che grazie alle commesse dello Stato, per la costruzione della rete ferroviaria, per armi, ecc., e per le commesse dell'edilizia, può avviare il processo produttivo ed aver garantito una solida riproduzione allargata.

Successivamente lo Stato vende - dopo averle costruite - le Ferrovie a prezzi irrisorie alle Ferrovie Meridionali. La marina mercantile nel frattempo, e quindi la cantieristica, ottiene favori eccezionali. si ha cioè una politica statale in favore dello sviluppo della marina mercantili ecco allora premi di costruzione da parte dello Stato, sussidi agli armatori, finanziamenti a tassi agevolati, ecc. ecc.

Nel giro di meno di un trentennio, a tappe forzate, il capitalismo italiano riesce a darsi una struttura minima essenziale ed a liberarsi da quei vincoli soffocanti, che pure aveva stretto per andare al potere, con forze nobiliari-terriere. I costi per la popolazione saranno indicibili: mai sistema capitalistico fu così brutale e vorace come quello italiano, comunque sia sul fine degli anni '80 il capitalismo italiano può presentarsi sulla scena quantomeno europea e giocare un ruolo; ruolo comunque subalterno e subordinato perché nel 1870 le principali potenze capitaliste: Francia, Inghilterra, Germania, Olanda, Belgio ed Usa avevano già occupato militarmente i principali luoghi di produzione delle materie prime e dato l'avvio ad un processo coloniale, che da lì a poco sul finire del XIX secolo sfocerà nell'Imperialismo, mentre il capitalismo italiano aveva appena finito di approntare le sue condizioni fondamentali per un sistema capitalistico. Ma proprio mentre è sul punto di spiccare, pur con tutti i limiti ed i ritardi, il suo volo, proprio sul finire del 1880, 1887, una grave crisi internazionale sconquassa l’economia europea, che pesantemente si riflette sul giovane sistema industriale italiano: la feroce lotta intercapitalistica tra Francia-Inghilterra-Germania provoca una crisi particolarmente acuta.

Il capitalismo tedesco si presenta sulla scena mondiale, sconvolgendo i precedenti equilibri, il riflesso in Italia sarà proprio per la pesante dipendenza del capitale inglese e francese presente in Italia.

Da questo possiamo facilmente ricavarci quanto sia fragile la costruzione del sistema capitalistico italiano, che alla prima crisi internazionale è già in ginocchio. Sarà questa una caratteristica costante di tutto il futuro sviluppo del capitalismo italiano: il suo ciclo sviluppo-crisi si muoverà sempre in maniera opposta a quello degli altri paesi capitalistici. La fase di sviluppo si incontra sempre con quella recessiva degli altri paesi, o anche di uno, per cui è trascinata anch'essa in quella recessione. E mentre gli altri paesi si riprendono più rapidamente, l'Italia per la sua struttura si riprende molto più lentamente, per cui è ancora nella fase recessiva, quando gli altri, superata la crisi, si avviano ad una nuova fase di sviluppo e quando l'Italia esce dalla sua fase recessiva e si avvia ad una fase di sviluppo, o di espansione, incontra una fase recessiva, che la ritrascina nella crisi. Questa situazione è da ricercare in queste cause:

1. una sostanziale assenza di materie prime industriali, che la rende decisamente vulnerabile e soggetta a qualsiasi andamento convulso del sistema capitalistico mondiale.

2. il suo ritardo nel giungere al potere e quindi nel portare a compimento lo sviluppo del sistema capitalistico industriale.

3. il modo in cui è pervenuta al potere la borghesia, ossia il processo di unità nazionale. L'aver scelto la via della dipendenza dal capitalismo di altri paesi, la via diplomatica al potere: Plombiers!! comporterà che non avendo liquidato la proprietà latifondista e conseguenziale distribuzione della terra, ha impedito la costituzione di una piccola proprietà diffusa, che attraverso il successivo processo di concentrazione avrebbe dato una più solida base di sviluppo al capitalismo italiano: come in Francia, Usa. Inoltre questo ha comportato la distruzione dell'agricoltura italiana, giacché per mantenere l’alleanza con la nobiltà-terriera, non ha consentito alcun ammodernamento in senso capitalistico della campagna, che avrebbe potuto costituire, attraverso l'esportazione di prodotti agricoli e di materie prime industriali di natura agricola: lino, canapa, lana, ecc. un momento importante per l'accumulazione di capitali o di interscambio e comunque una produzione di ricchezza sociale. La distruzione invece dell'agricoltura ha comportato unicamente il bruciare l'unica reale ricchezza su cui poggiare per poter far partire il processo di industrializzazione. Ma questo avrebbe comportato l'abbandonare quella borghesia nobiliare-terriera, liquidare tale borghesia ed appoggiarsi sui contadini e nell'alleanza borghesia-contadini dare una base più ampia e solida allo sviluppo del capitalismo ed una più e solida base di consenso al dominio della borghesia stessa. Una scelta non solo suicida, ma decisamene ottusa, dettata tutta in termini del più immediato interesse ' particulare', senza alcuna prospettiva di medio periodo, meno che mai di lungo periodo.

I Savoia e la casta ad essa legata, e primo Cavour, avendo dei piccoli possedimenti, per poter garantire uno sbocco a questi ed avendo interessi nella piana padana, decidono di distruggere l'intera agricoltura per poter consentire ai Cavour di racimolare quei pochi spiccioli.

E così i poveri possedimenti terrieri piemontesi e quelli della piana padana, per poter avere uno spazio di sviluppo comportano l'abbandono e la distruzione di 4 su 5piane italiane, dove le 4 piane per estensione, qualità e quantità di produzione erano decisamente superiori e continuano ad esserlo, basta pensare non solo al Tavoliere delle Puglie, ma all'Agro-Nocerino ed alla piana di Lentini, ossia di Catania.

Il che è la più totale cecità ed ottusità, di una classe borghese, che, nonostante il corso dei secoli: 8-9secoli, è rimasta sempre una borghesia bottegaia, incapace di essere borghese nel senso ampio e reale del termine. Questa politica tracciata negli anni 1860-1880 sarà la politica, come vedremo, che continuerà a seguire nel periodo fascista e nel dopoguerra.

La scelta " Plombiers" ha comportato la pesante ingerenza del capitale francese ed inglese in Italia ed il cui sviluppo è stato determinato e condizionato da questa presenza.

A questa scelta di fondo si è poi aggiunto uno sviluppo caotico, disorganico, un assemblaggio ed arrembaggio tutto di natura finanziario-parassitario: l'unità nazionale, cioè, come grande business. Lo Stato, per mantenere il ruolo di grande committente, assorbe sotto forma di proventi fiscali, prestiti interni e presti esteri, la massima parte dei capitali disponibili li convoglia, mediante una assai duttile politica delle spese, verso gli impieghi più accetti ai gruppi più influenti: costruzioni ferroviarie, opere pubbliche, ordinativi militari.

Con i prestiti obbligazionari e Buoni del Tesoro, ossia con la politica dei prestiti interni ed esterni per finanziare lo sviluppo industriale, ossia per pagare le commesse alle industrie siderurgiche, laterizie, ecc. ecc. lo Stato ricorre alle Banche. In effetti la politica del debito pubblico è, costituisce, una grande business per il capitale finanziario.

La banca lucra due volte: dapprima come intermediaria tra contribuenti, sottoscrittori dei prestiti, banchieri stranieri e di Stato ( appalto delle imposte, collocamento dei titoli ), in secondo luogo come intermediaria tra Stato e società finanziate, nelle quali essa Banca possiede naturalmente partecipazioni di maggioranza. E questo sul piano teorico. Sul piano pratico le cose vanno assai diversamente, ed ovviamente a tutto vantaggio delle Banche. Il processo reale avviene così: lo Stato alloca una quantità di Buoni del tesoro, obbligazioni, ecc per centinaia e migliaia di miliardi, poniamo 1000miliardi, sulle Banche e dalle Banche riceve teoricamente l'accredito di questi 1000miliardi. Dal momento in cui le Banche accreditano questi 1000miliardi sui conti dello Stato a quanto vengono rastrellati lo Stato paga alle Banche gli interessi. Nel frattempo le Banche rastrellano capitali, attraverso l’allocazione di Buoni del tesoro ed obbligazioni e per intermediazioni hanno diritto ad una percentuale. E così guadagnano in quanto intermediari, guadagnano facendo pagare allo Stato interessi ed il tutto senza sborsare una lira, perché accreditano e i conti di spesa di quell'accredito alla Banca ritornano: c'è quindi una partita di giro teoricamente a 1000miliardi, concretamente a lira 0. Quando questi crediti statali vengono all'incasso le Banche, sempre in quanto intermediarie, guadagnano una loro percentuale ed in quanto anticipatrici dello Stato, al quale presentano poi il conto, e nel periodo intercorrente il pagamento della cedola al momento del pagamento da parte dello Stato, caricano di interessi lo Stato. Lo Stato a sua volta non essendo in grado di pagare, indice un'altra allocazione di Titoli e così le banche guadagnano per come hanno guadagnato prima, ma guadagnano ora anche per il passivo dello Stato, che deve pagare i titoli scaduti e venuti a pagamento, e che la Banca ora paga. Molte volte, e per i grandi investitori sempre, non si ha il ritiro della cedola, ma il rinnovo della cedola, con il pagamento del solo interesse maturato. In questo caso per lo Stato il movimento reale che risulta è che la banca ha pagato per intero interesse e cedole e che poi ha rastrellato per quella stessa quantità monetaria sottoscrizioni al nuovo prestito lanciato dallo Stato.

Un'autentica cuccagna per le banche.

Karl Marx ha ben descritto questo carattere parassitario ed usuraio delle Banche per quanto attiene i titoli di stato in "Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte" testo di agile lettura e che invitiamo ad una pur sia rapida lettura.

Marx dimostra come le banche e gli speculatori hanno tutto l'interesse per stringere sempre più il cappio al collo dello Stato e per incrementare il suo indebitamento ed a tal fine utilizzano la loro influenza per imporre nei governi uomini a loro legati, che spingono nella direzione di stringere ancor più il cappio dell'indebitamento al collo dello Stato.

Le banche attraverso tensioni sulla moneta, sugli interscambi sono in grado di far incrementare il debito pubblico e quindi incrementare l’indebitamento dello Stato.

Una finanza allegra quindi, con una pesantissima politica fiscale, che favorisce una situazione di inflazione monetaria e creditizia. Questa accentua l'euforia: corsa agli investimenti speculativi, forti tensioni sui mercati finanziari, denaro facile. Le banche si riempiono di titoli, investono depositi a breve in impieghi a lunga scadenza, i prezzi salgono e così i profitti. Tutto ciò alimenta l'ottimismo e nuova spirale, finché il sistema nn scoppia. Nel frattempo all'orizzonte si profila minacciosa una grave crisi capitalistica, che determinerà profondi lacerazioni nell'intero tessuto mondiale, saranno cioè le doglie del parto della società capitalistica: l'imperialismo.

La grave crisi di sovrapproduzione delineatasi attorno al 1883-1895 intrecciandosi e sovrapponendosi alla pesante crisi agraria, già in corso, determinerà uno spettacolare crollo.

In Italia una politica protezionistica ( 1885) aveva ritardato l'estensione dei riflessi di questa grave crisi, ma quando la coinvolgerà sarà tremenda. Sarà una crisi decennale che rischierà di sbriciolare le basi stesse del nuovo Stato e che troverà il suo punto massimo nel 1893-94. Questa si intreccerà con il ritardo storico e strutturale del capitalismo italiano, accentuerà il ritardo ed il distacco, determinando le caratteristiche peculiari del passaggio dal capitalismo 'prussiano' italiano ad imperialismo. V. I. Lenin ha definito la via italiana al capitalismo, ossia il modo di come è avvenuto il processo di costruzione del sistema capitalistico: "via prussiana", giacché è stata la stessa via seguita dalla Prussia, e quindi dalla Germania i cui tratti sono quelli di aver costruito il sistema capitalistico non sulle cenere del vecchio sistema feudale ( Francia), ma innestando i rapporti di produzione capitalistici sul vecchio troncone feudale - come si è visto.

V.I.Lenin definirà " straccione" l'imperialismo italiano, proprio per queste basi deboli e rachitiche del suo sistema.

E' importante fissare qui - e bene! - i caratteri e l'evoluzione di questa grave crisi del sistema capitalistico, essa ci illuminerà sul carattere della borghesia e del capitalismo italiano.

La politica protezionistica che aveva per un po' tenuto al riparo il sistema capitalistico italiano, alla lunga, ossia sul lungo periodo, agisce come elemento negativo e frenante. L'Italia è ancora in pieno attraversata dalla crisi, che raggiungerà il suo culmine nel 1893-94, che gli altri paesi attorno al 1888-1890, riavutisi, si danno alle spedizioni coloniali, spartendosi l'Africa. Quando la borghesia italiana rimetterà la testa fuori tutto è già avvenuto, consumato e sparecchiato il banchetto. Imbelle, oltreché stupida l'azione imperialistica di Adua, a parte la pesante e cocente sconfitta, né più tardi farà di meglio in Cina.

Giunge quindi in ritardo: ed il distacco crescerà in linea esponenziale, anche come potenza imperialista. Si disegnerà una politica estera rivolta verso i Balcani, nell'illusione di poter ereditare il ruolo dell'Austria: l'intenzione c'era, ma al momento opportuno l'imperialismo tedesco le darà il ben servito.

Gli ultimi anni del XIX secolo vedono una serie di importanti innovazioni e scoperte ed invenzioni scientifiche: il motore a scoppio, l'elettricità, i progressi della chimica. La nuova era produttiva sarà caratterizzata da grandi competizioni e da grandi spostamenti di masse di capitali e lotte tra i vari imperialismi fino ai conflitti armati prima locali, poi per una più generale spartizione dei mercati nel mondo: la I guerra mondiale.

La borghesia italiana, che si porterà dietro come una pesante zavorra tutto il suo passato latifondiario, tremendamente appesantita dall'alleanza con la borghesia nobiliare-terriera, sarà incapace di qualsiasi mobilità tattica e così appesantita non riuscirà a sfruttare in alcun modo i progressi scientifici, avendo però l'unica intelligenza di stringere sul proletariato e sulle masse lavoratrici trovando compenso in un plusvalore assoluto del mancato profitto dato dal progresso scientifico e tecnologico. Ma questo se le consente di raccogliere briciole del momento, le precludono definitivamente la strada a qualsiasi ruolo sulla scena mondiale, che non sia subalterno al capitale franco-inglese, o tedesco e poi americano.

La borghesia italiana cioè, priva di una solida struttura industriale, è tutta arroccata e controllata dal capitale finanziario. La crisi del 1893-94 spazza via grandi banche, questo legato alla rottura commerciale con la Francia, per la presenza importante del capitale tedesco che si era nel frattempo sviluppato e ramificato, che ritirando la Francia i suoi capitali acutizza la crisi dell'intero sistema.

In altri termini: all'inizio del 1880 inizia una pesante penetrazione del capitale tedesco in Italia, che giunto a controllare la Banca Commerciale, impone la sua egemonia ed il suo controllo sull'economia Italia, e perciostesso spodesta il capitale francese ed inglese, portando così l'economia italia sotto l'area di influenza del marco.

La sinistra al governo sarà incapace di gestire la realtà e di creare condizioni favorevoli per uno sviluppo forte della borghesia. La sinistra al potere significherà in sostanza il capitale tedesco, che si sviluppa e ramifica in Italia. La sinistra al governo riuscirà solo a saldare la borghesia lombardo-piemontese con gli agrari meridionali, costituendo così il blocco storico che poi dirigerà il paese fino al 1945 ed oltre, ben analizzato da Antonio Gramsci.

Riuscirà cioè solo ad imbastardire ulteriormente il processo di sviluppo capitalistico. Il segno tangibile di questa santa alleanza sarà la speculazione edilizia a partire dal 1883:

sventramento di Napoli e piano regolatore per Roma,

tariffe del 1887, che favorivano gli agrari meridionali,

lo sviluppo ed il sostegno al Banco di Napoli, al Banco di Roma,

la vendita alle Ferrovie Meridionali della ferrovia appena costruita.

Si pone seriamente per la borghesia all'alba del XX secolo di impostare un più serio sistema economico. Il gruppo dirigente della sinistra era miseramente naufragato, dando vita ad un corrosivo processo di degenerazione che prenderà il nome di " trasformismo".

Né era stato in grado di fermare l'ascesa impetuosa del movimento operaio italiano e delle sue organizzazioni.

I cannoni di Bava Beccaris, la feroce e brutale violenta repressione dei " Fasci Siciliani" - grande movimento contadino - non erano riusciti a frenare l'ascesa del movimento rivoluzionario italiano, che invece aveva travolto gli uomini della sinistra, bruciandone l'immagine ed il progetto egemonico.

I problemi che stavano dinanzi alla borghesia all'alba del XX secolo erano quindi:

a. impiantare un solido sistema industriale, superando il pressappochismo e l'arrembaggio, portando avanti sia l'industrializzazione che la penetrazione capitalistica nelle campagne;

b. strutturare un sistema politico e rappresentativo in grado di attutire lo scontro di classe e garantirsi quella tranquillità sociale in grado di soddisfare il punto a.

Questo era possibile coinvolgendo la classe operaia in questo processo di industrializzazione. Stabilita l'analisi e stabilite le linee direttrici della strategia la tattica è conseguenziale:

spezzare il movimento operaio italiano, inglobare una parte del suo gruppo dirigente.

Il programma contiene rivendicazioni e punti in grado di coagulare attorno a sé una parte del Movimento Operaio Italiano.

In effetti la corretta e scientifica analisi delle classi, che la borghesia conduce, le fa comprendere la non esistenza in quel momento di una fascia consistente di piccola borghese da attirare a sé. Deve surrogare questo con strati operai e fare tramite questi strati operai la sua alleata per rompere:

1. l'accerchiamento del capitale straniero,

2. la morsa entro cui si trovava attanagliata da strati di borghesia finanziaria-speculativa-parassitaria, che assorbiva parti considerevoli del profitto industriale, che se andava in rendita fondiaria ed interesse bancario.

La costituzione del gabinetto Zanardelli-Giolitti ( 1901 ) segna l'inizio di una nuova fase, questa volta più solida dell'ascesa dell'economia capitalistica. La ripresa si avvia attorno al 1898-1900 fino al 1905. La borghesia al cui interno si è andata costituendo una solida ed intelligente avanguardia: alta banca ( Banca Commerciale Italia, Comit, Credito Italiano), industria pesante ( siderurgia, metallurgia, cantieristica, armatori), cotonieri, agrari latifondisti, ed il cui nerbo è l'asse Banca-Industria pesante è riuscita a superare la crisi di regime ( 1885-1893/94 ) e sia avvia, ora, verso la nuova politica.

Questa si articola in concessioni salariali e condizioni sociali di favore per il proletariato del nord in cambio dell'abbandono della classe operaia del sud e dei contadini d'Italia. La politica del Psi: Turati, Bonomi, Treves sarà esattamente questo saldare la classe operaia del nord alla borghesi imperialista italiana.

Lo sfruttamento della classe operaia sarà bestiale.

Fino al 1900 l'economia va a gonfie vele: l'importazione è maggiore dell'esportazione, ma il deficit è compensato dalla rimessa degli emigrati ( del Sud!) e dal turismo. Il bilancio è in attivo. Il cambio della lira è buono, il che consente di acquistare titoli, collocati all'estero. Il capitale finanziario è il vero protagonista dello sviluppo economico del paese. Tutte le branche sono assoggettate al capitale finanziario: Credito Italiano, Banca Commerciale. La fusione, l'interconnessione - Lenin dirà

s i m b i o s i - tra capitale bancario e capitale industriale si viene a sviluppare su larga scala e sarà questa " simbiosi" che darà vita al capitale finanziario, che è la forma del capitale nell'epoca dell'Imperialismo.

Nel 1902, per intervento della Banca Commerciale, l'Elba, concessionaria delle miniere dell'isola d'Elba, passa da mani belghe a italiane: la Terni. Dall' " incontro" Banca Commerciale-Terni nasce la grande industria siderurgica, che avrà a disposizione le materie prime dell'isola d'Elba a 9lire la tonnellata, anziché a 24lire la tonnellata. Una politica governativa di favoreggiamento alla cantieristica consente un mercato sostenuto all Terni. La legge si Napoli ( 1904 ) si risolve ad esclusivo interesse della grande industria del nord, che impianta l'Ilva a Bagnoli, destinata a svolgere un ruolo da protagonista della siderurgia italiana.

Con un ritmo sostenuto della produzione ed i nuovi impianti dell'Ilva ci si avvia ad una pesante crisi di sovrapproduzione. Ad ulteriore intervento in sostegno della siderurgia lo Stato acquista dalle Ferrovie Meridionali a prezzi altissimi, quello che vent'anni prima aveva venduto a prezzi stracciati. Lo stato in cui versano le ferrovie, passate in mani privata per vent'anni, è pietoso, lo Stato avvia una fase di rinnovamento ferroviario: nuova manna.

In questo periodo:

* l'industria cotoniera raddoppia,

** l'industria idroelettrica assorbe molti capitali e non può che rivolgersi alla Banca;

*** il trust degli zuccheri sorge sotto la protezione dell'industria pesante;

**** si avvia un processo di bonifica e penetrazione capitalistica nelle campagne con un pesante intervento nella valle padana.

Il risveglio dei primi anni del 1900, su cui si innesta la speculazione, genera tensioni sui mercati finanziari. Ciò determina realizzi esagerati ed il crollo nell'inverno del 1905.

Il 1906 vede l'economia italiana in pieno sviluppo, ma la crisi di sovrapproduzione originatasi in America taglia le gambe e le mozza il fiato, bloccandone lo slancio ascensionale.

Mentre altrove la crisi esaurisce rapidamente i suoi effetti, in Italia la depressione si protrae fino a tutto il 1912, per far luogo nel 1913-14 ad una nuova depressione ciclica mondiale.

Questo avrebbe comportato conseguenze disastrose se la guerra imperialista non fosse intervenuta come valvola di sfogo.

I sogni della borghesia e del riformismo di Turati muoiono nel giro di sette anni.

La crisi, apertasi nel 1906, erode i margini di manovra e pesante si abbatte su tutta la classe operaia. Si avvia un processo di radicalizzazione dello scontro nelle campagne e deciso orientamento a sinistra di tutto il movimento operaio italiano a partire dallo sciopero generale del 1906.

Le basi del compromesso vengono meno.

L’opposizione forte all'aggressione italiana alla Libia ( 1911), l'opposizione delle masse popolari alle condizioni di crescente sfruttamento ed impoverimento: la " settimana rossa" ( 1914) poi, spingono la borghesia, ormai consolidatasi e cresciuta, a " cambiare spalla al suo fucile" ( Antonio Gramsci).

La " settima rossa" è un momento alto dello scontro di classe in Italia: vasta serie di moti popolari, partiti dalle Marche e dalla Romagna e sviluppatisi in " comitati di azione" in tutta Italia con attacchi a preture, caserme di carabinieri giunge persino a proclamare la repubblica.

La " settimana rossa" affossa decisamente la politica giolittiana, è la sua lastra tombale e con Giolitti viene seppellito il riformismo turattiano.

La borghesia, capite le difficoltà reali del Movimento Operaio Italiano ed al fine di impedirgli di superarle, opta per le misure forti. Nel marzo 1914 licenzia Giolitti e l'ala più imperialista trascina il paese nella Ia guerra mondiale.

L'ingresso dell'Italia nella I guerra mondiale sarà un ingresso tormentato: da una parte c'era un ala imperialista legata al capitale finanziario tedesco, che spingeva o alla neutralità, non potendo sperare in un intervento in favore dell'asse germanico-asburgico e per il rapporto di forze sfavorevole con l'altra ala legata all'asse anglo-francese, che invece spingeva per l'interventismo. Solo quando, attraverso una serie di manovre ed operazioni finanziaria, l'imperialismo tedesco viene scacciato dalla Banca Commerciale, solo allora l’imperialismo anglo-francese avrà mano libera e l'ala ad essa legata, quella legata alla " Stampa", trascinerà il paese nella carneficina mondiale. La promessa di commesse statali ed i forti finanziamenti e sovvenzionamenti anglo-francesi costituiranno i motivi ideali e spirituali che animeranno i neo moti nazionali dell'unità d'Italia: il completamento dell'unità con Trieste e Trento.

La Ia guerra mondiale

La Rivoluzione d'Ottobre.

La fine della guerra mondiale, determinando la sospensione repentina delle commesse belliche, determinerà una grave crisi economica, non essendo il sistema industriale capitalistico italiano di attuare la riconversione dell'economia da economia di guerra in economia di pace, questo determinerà la crisi di importanti banche, che trascineranno interi settori industriali al fallimento ed alla crisi.

Da questa situazione, e sotto la spinta ella Rivoluzione d'Ottobre, si ha in Italia il " biennio rosso": l'occupazione delle fabbriche.

In Italia, come altrove, la situazione si pone o dittatura del proletariato o dittatura della borghesia; o come dirà lo stesso Lenin per l'Italia o i centoneri o i bolscevichi, reazione o rivoluzione.

Ma mentre negli altri paesi la dittatura terroristica della borghesia manterrà un carattere formale di repubblica democratica delineandosi sostanzialmente con governi reazionari, ma non fascisti, in Italia, e poi in Germania, avrà i caratteri del fascismo.

Perché:

1. debolezza intrinseca della borghesia che si mantiene sul piano di un'economia agricolo-industriale ed ha l'esigenza di uno Stato per continuare a portare avanti la capitalizzazione del paese, e attraverso i metodi della repressione violenta attuare lo sfruttamento intensivo della manodopera,: fare cioè largo uso del plusvalore assoluto a compensazione dell’incapacità ed impossibilità di avviare un riammodernamento industriale. Antonio Gramsci indicherà con grande chiarezza tutto il movimento contraddittorio, che animerà l'imperialismo italiano a partire dalla metà degli anni '20 e per tutti gli anni '30, rispetto a questo elemento di ammodernamento e superamento delle vecchie bardature. Antonio Gramsci indicherà con grande lucidità da una parte il movimento contraddittorio: le forze che lo agevolavano e quelle che lo contrastavano e come il movimento reale tendesse nella direzione dell'ammodernamento tecnico e scientifico. Antonio Gramsci traccerà con grande lucidità tutto questo complesso processo ne " I Quaderni dal Carcere", ' Americanismo e fordismo', a cui rimandiamo e che invitiamo a studiare con grande attenzione.

Questa debolezza intrinseca della borghesia italiana, " imperialismo straccione", lo definirà Lenin, porterà la borghesia a scegliere la via dello sfruttamento pesante della manodopera, plusvalore assoluto unito ad un sistema fiscale pesante e di rapina legale.

Nelle condizioni date, il massimo profitto ed il mantenimento del sistema capitalistico povero di materie prime poteva essere garantito, data soprattutto tutta la sua formazione ed il come la borghesia era pervenuta al potere e le vie scelte per mantenersi e le alleanze strette, poteva essere garantito solo da una manodopera a basso costo e questa è stata la costante di tutte le scelte della borghesia.

Il fascismo fu sostanzialmente questo:

1. sostegno dello Stato al capitale finanziario in manovre e speculazioni e sostegno al processo produttivo;

2. ulteriore rafforzamento del capitale finanziario e necessità di restringere la base economica dell'ala agraria-nobiliare e consentire così la sottomissione delle campagne alla penetrazione capitalistica;

3. manodopera a basso costo e brutale rapina fiscale, cosicché con la rapina fiscale garantire sostegni e finanziamenti al processo produttivo, ossia garantire la riproduzione allargata;

4. liquidazione fisica-terroristica dell'antagonista sociale;

5. governo forte---*economia salda per assicurare all'imperialismo italiano un posto nel consesso internazionale imperialista.

Il fascismo fu sostanzialmente e solamente questo.

E quindi:

  1. istituzione dell'Iri,

  2. Istituzione della Banca centrale e monetazione da parte della zecca di Stato;

  3. bonifiche agrarie dell'agro pontino e della maremma;

  4. sostegno attivo alla chimica;

  5. con l'autarchia: protezionismo, mercato imposto, lira quota '90';

  6. aggressione militare alla Libia, Somalia, Eritrea, Albania pesante ingerenza ed influenza sulla

    Romania;

  7. leggi contro il proletariato: sindacato unico fascista e le corporazioni.

Il consenso viene ottenuto attraverso una linea sostanzialmente demagogica, ben dosata con la violenza terroristica.

Un altro punto decisivo del fascismo fu il partito, l'essere stato il primo partito unico della borghesia.

Prima della guerra, la borghesia non aveva mai avuto una forte organizzazione politica unificata, il solo organismo che aveva era la massoneria, che assolse al ruolo di partito della borghesia italiana.

Il Partito Nazional-Fascista ( PNF) fu questo partito.

Le leggi eccezionali e la lotta spietata contro la massoneria costituirono oltre che un momento chiave nella lotta della borghesia contro il proletariato e quindi contro il suo partito, il partito comunista d'Italia, sezione della III Internazionale ed il suo gruppo dirigente, formato da Antonio Gramsci, furono anche funzionali a liquidare la massoneria come partito unico della borghesia. L'intervento di Gramsci alla camera in proposito è di una chiarezza eccezionale, il che mostra come Antonio Gramsci avesse ben chiara la situazione reale di classe dell'Italia e le linee di sviluppo del processo storico.

Il blocco raggruppatosi attorno al PNF, agrari, industriali, piccola borghesia, si incrina con la " crisi Matteotti", quando la piccola e media borghesia vedono di essere tagliate fuori e svendute al capitale finanziario. Va qui ricordato che il programma del PNF del 1919 era un programma tipicamente piccolo e medio borghese per il carattere e le parole d'ordini. Sarà questa della " crisi Matteotti" la prima incrinatura del nuovo sistema di potere, senza la comprensione della quale sarà poi impossibile capire come il blocco imperialista si incrina e come si ricomporrà attorno al partito della democrazia cristiana ad egemonia anglo-americano-francese.

Il segno di classe del fascismo, espressione del capitale finanziario ed in particolare come indicherà giustamente l'XI Plenum dell'Internazionale Comunista " la dittatura terroristica aperta dell'ala più sciovinista, più imperialista, più reazionaria del capitale finanziario italiano", fu immediato, solo dopo 12giorni di governo:

1. toglie la nominatività delle azioni,

2. abolisce la tassa del 10% sui dividendi, facendo così un regalo agli azionisti di oltre 300.milioni.

Nel 1924 aboliva la tassa di successioni per i grandi patrimoni, altro regalo di oltre 300milioni di lire annui.

Vennero inoltre abolite tutte le norme che limitavano il diritto ad elevare i canoni d'affitto ed a cacciare i mezzadri dalle terre, anche la settimana lavorativa di 48ore venne revocata.

Gli anni 1922-1924 vedono una lenta ma costante ripresa del capitalismo italiano. Le particolari condizioni in cui viene a trovarsi gli consentono di procedere speditamente e superare la crisi Matteotti e fino al 1926-28 il capitalismo italiano è ancora in ripresa, seguendo in questa la più generale ripresa dell'Imperialismo a livello mondiale, ma a ritmi decisamente inferiori. Era in realtà una ripresa decisamente forzata e drogata. La crisi del 1929 segnerà lo stop definitivo e sarà ancora una volta la recessione internazionale che tarperà le ali al moto ascensionale del sistema capitalistico italiano, che in verità nel corso di tutta la sua esistenza, e fino a tuttora, non è mai riuscita a spiccare appieno il volo e portare a termine una pur minima fase ascensionale, trovando sempre al suo primo moto ascensionale qualche crisi di sovrapproduzione originantesi in Francia, o Germania, Inghilterra o Usa, o.. . La crisi del 1929 segnerà lo stop definitivo, da cui il capitalismo italiano non si riavrà a differenza degli altri imperialismi che dopo alcuni anni, trascinati dal New Deal roosveltiano vedranno una nuova fase di espansione, che li porterà ad una nuova grave crisi che sfocerà in una nuova guerra per la spartizione del mondo, o II guerra mondiale.

I dati economici per l'Italia danno infatti uno sviluppo ascensionale fino al 1928, ma la caduta inarrestabile a partire dal 1929.

L'imperialismo straccione italiano cercherà all'estero in guerre di avventura ed in una razionalizzazione del sistema la via per frenare la crisi: Iri, fiscalizzazione pesante, monetazione, ossia unificazione del sistema di conio e monetazione con la costituzione della zecca di Stato. Fino a quel momento l'emissione di moneta non era compito dello Stato, ma affidato alle banche ed in particolare a 4 grandi banche tra cui il Banco di Napoli, il Credito Italiano, ecc.

Si imbarca in avvenire militari per garantire all'imperialismo italiano una materia prima più a buon mercato e tramite le commesse statali da stimolo per tutta l'economia.

L'autarchia assolve al duplice compito di sostenere un mercato drogato e avvelenare le coscienze e così mantenere e rafforzare il dominio sulla classe subalterna.

All'inizio le mire imperialistiche guardano ai Balcani:

Corfù, isole del Dodecanneso, Fiume, Albania e controllo della Romania.

Successivamente le mire si appuntano sull'Africa: Somalia, Eritrea, Libia, Etiopia. Il vecchio sogno dell'imperialismo italiano di fine XIX secolo, che aveva visto la sonora sconfitta di Adua.

Il paese viene trasformato in una caserma.

La borghesia imperialista, il capitale finanziario, aveva di che benedire, era la realizzazione di tutti i suoi sogni e speranze, ma al tempo stesso di tutte le sue illusioni.

L'aggressione all'Etiopia era più che una " guerra coloniale", era l'inizio dell'avventura imperialistica italiana.

La presenza dell'imperialismo italiano nella guerra di Spagna sarà più per garantire a Pirelli una base per la sua industria e sbocco per merci italiane, ma sarà roba di poco conto.

All'alba della IIa guerra mondiale, e quindi all'alba della fine del fascismo, noi abbiamo una grande ricchezza accumulata nelle mani di pochi imperialisti, che troveranno nella guerra nuove occasioni per arricchirsi, ma un paese logorato e povero, una struttura economica tremendamente debole e decisamente spossata dal pesante corso forzoso e dal pesante drogaggio a cui era stato sottoposto sin dal suo sorgere, una struttura inoltre ancora a prevalente carattere agricolo-idustriale ed esportazione di prodotto semifinito. La borghesia dopo quasi ottant'anni di dominio assoluto, e per larghi tratti di dominio terroristico, non era stata in grado di sviluppare ed attrezzare uno straccio di sistema capitalistico quanto meno serio, sia pure all'apparenza, svilupperà solo il moderno arricchimento, ovverosia il parassitismo esponenziale.

Povero, logorato, a brandelli il sistema imperialistico italiano, lanciato nell'avventura bellica senza alcuna speranza di vincere, uscirà dalla II carneficina mondiale totalmente distrutto.

La borghesia è a pezzi, divisa, lacerata al suo interno, dopo aver perso il suo partito unico tra il 1943-45 non riesce a trovare una nuova via. La monarchia diviene il suo simbolo, ma capisce che non può reggere a lungo. Disperato sarà il tentativo dell'unico intellettuale organico che l'imperialismo aveva, Benedetto Croce, disperato, si diceva, il tentativo di Croce di far dimettere il re ed arrivare al referendum in condizioni più favorevoli con il nuovo principino non coinvolto nelle avventure della casa Savoia, ma l'ottusità savoiarda, che è poi sempre stata la normalità, e l'ostilità della borghesia, che aveva ben intuito il vento che spirava e la necessità per lei di cambiare nuovamente spalla al suo fucile, fanno sì che la monarchia ha il ben servito dalla borghesia. Il vecchio partito popolare di Sturzo diverrà il nuovo partito della borghesia, ossia la Dc. Essa viene portata al potere dalle armi americane e dai soldi americani. Il Vaticano, dal canto suo, una volta saldatosi con la nuova via dell’imperialismo italiano e con i nuovi equilibri dell'Imperialismo mondiale, assolve al ruolo in Italia di organizzatore delle masse e formazione del gruppo dirigente borghese.

La fine della IIa guerra mondiale l'indebolimento ed il declino dell'imperialismo europeo: francese, inglese, tedesco e l'affermarsi dell'imperialismo Usa, che diviene il centro, il motore e la guida dell'intero sistema imperialista. Scarica la sua crisi di sovrapproduzione ed i costi di questa guerra su tutti gli altri paesi imperialisti: vincitore e vinti: Italia, Germania, Giappone, Francia, Inghilterra, Olanda, Belgio, ecc.

In Italia attraverso l'emissione delle Am-Lire, tramite le quali pagava le sue truppe di stanza in Italia, ossia le truppe d'occupazione, riscattate dall'Italia, scarica costi della guerra sull'Italia. E ' questa solamente la forma diversa tramite la quale i paesi occupanti nel corso della storia si facevano pagare dai paesi occupati.

Attraverso il piano Marshall, conosciuto come piano di aiuti, da una parte trasforma l'Italia in mercato di sbocco per le sue merci e dall'altra attua una pesante penetrazione capitalistico-finanziaria in Italia in tutti i settori: finanza, industria, agricoltura, commercio, sostituendosi così pesantemente al precedente capitale anglo-francese e tedesco ed anche quando resta il capitale anglo-francese e tedesco molte volte è controllato dalla finanza statunitense.

Attraverso gli accordi di Bretton-Woods ( 1944 ), che davano al dollaro la supremazia nel cambio, impone la sua moneta come moneta - base nelle transazioni internazionali e così tra il 1960 ed il 1971 scaricò tutta la sua pesante crisi su questi paesi: in Italia per esempio il dollaro veniva quotato 635-650lire, ma il cui valore reale non andava oltre le 450-500lire e dove la differenza veniva sosteneva dal bilancio dello Stato italiano.

In quanto capofila dell'Imperialismo gli Usa si andranno ad impegolare in una seri di guerre, ove ne uscirà sonoramente sconfitto in Corea come nel Vietnam ed altrove: i costi di queste guerre d'aggressione come quella per il mantenimento delle truppe d’occupazione - Nato - nei vari paesi verrà scaricato su questi paesi.

Lo sviluppo capitalistico italiano tra il 1945 ed il 1970 è decisamente contrassegnato dalla pesante presenza dell'imperialismo Usa. Questo sarà un tratto importante, ma non esclusivo. l’Imperialismo italiano avrà sì questo rapporto con quello Usa, ma avrà anche un suo sviluppo autonomo ed è su questo che noi dobbiamo fermare l'attenzione.

Va qui detto che per lo sviluppo del sistema Imperialista ed per il dividersi del mondo in due grandi blocchi il campo socialista ed il campo imperialista, si avrà una stretta interconnessione dei vari capitali e capitalisti ed il costituirsi nel campo imperialista di una esigua oligarchia finanziaria composta da 25-30famiglie in tutto il mondo che domineranno, per il concentrarsi nelle loro mani di ingenti capitali e beni mobili ed immobili.

Una storia del capitalismo italiano del periodo 1945-1980, noi ci fermiamo alla fine degli anni '60, richiede un'analisi e disamina attenta all'intero schieramento internazionale del capitalismo; una disamina attenta del governo De Gaulle, legato ed interconnesso con i vari governi inglesi, tedeschi, americani; le scelte dei grandi gruppi monopolistici americani, svedesi, francesi, belgi, ecc. Solo i questo modo si può avere un quadro chiaro della recente storia dell'Imperialismo italiano ed il quadro generale del sistema capitalistico.

Sarà questo un fertile terreno per quanti vorranno dedicarsi a studi economici ed a cui come Istituto daremo tutto il sostegno.

LA RICOSTRUZIONE 1945 - 1950

Essa è caratterizzata dalla conversione da economia di guerra a economia di ' pace', ossia si tratta di convertire tutta una serie di rami industriali: il settore automobilistico, per esempio, quello della chimica; altri trovano nuovi impulsi dopo essere stati azzerati come quello edile; mentre i settori tessile, alimentare - e conseguenzialmente quello il settore agricolo - riprendono tutta la loro articolazione, arricchendosi.

Un'economia di guerra comporta che tutta una serie di bisogni sono stati compressi e che ora possono di nuovo dispiegarsi.

La distruzione bellica comporta che tutta una serie di industrie hanno un nuovo e fertile mercato di sbocco, in precedenza saturo.

La guerra nella società capitalista è lo strumento attraverso il quale il sistema imperialista risolve la crisi di sovrapproduzione, giunta ad un punto limite e dopo che non sono valse le normali politiche economiche e poi le guerre commerciali e poi le guerre locali. Essa si caratterizza, cioè, come una immane distruzione di merci sovrapprodotte e che non trovano più un allocazione sui mercati. LA guerra è allora lo strumento per una nuova spartizione del mondo in sfere di influenza, per stabilire chi deve pagare la crisi: chi cioè, sconfitto, deve divenire mercato di sbocco del vincitore e le sue colonie e sfere di influenza cedere al vincitore. La guerra consente inoltre in ogni singolo paese di concentrare tutte le ricchezze nel settore bellico e tramite le commesse statali far affluire tutta questa ricchezza nel settore bellico, dominato dai grandi gruppi monopolistici: estrattiva, tessile, alimentare, siderurgica, ecc. Essa si risolve cioè in una società imperialista in una autentica manna per il capitale finanziario che estende pesantemente il suo controllo sull'economia. Determina l'arricchimento di poche famiglie ed un pesante processo di ulteriore concentrazione monopolistica con la cacciata di milioni di piccoli e medi imprenditori, contadini, bottegai, che cadono ben presto nelle grinfie degli interessi usurai bancari e così il capitale finanziario, ma poi quelle 7-10 famiglie, si impadroniscono per pochi spiccioli di tutti quei patrimoni, prima dispersi ed ora concentrati. Le commesse statali consente ai gruppi monopolistici di ottenere sovrapprofitti enormi: sia per la paga che viene data agli operai e sia per la garanzia dell'utilizzo dell'intera produzione: non vi è cioè sovrapproduzione alcuna. Essa si caratterizza quindi come un immane ridistribuzione della ricchezza nei singoli paesi ed all'interno dell'intero sistema imperialista.

La ricostruzione in Italia avviene in parte con capitali italiani ma in massima parte con capitali stranieri: inglesi, francesi, americani; ma avviene innanzitutto attraverso uno sfruttamento brutale della manodopera: ancora un volta il capitalismo italiano surroga la sua straccioneria con un uso intensivo della manodopera; surrogando il progresso tecnologico con lo sfruttamento bestiale della manodopera a buon mercato.

La prima fase 1945-1947 - rottura dell'unità nazionale - è caratterizzata dalla ricostruzione pura e semplice: ricostituzione pura e semplice delle condizioni fondamentali, primarie, della produzione.

All'alba del 1948 si pongono dinanzi al sistema imperialista italiano i suoi annosi problemi:

arretratezza economica, prodotta da una parte dalla sua penuria di materie prime, ma innanzitutto dal tipo di sviluppo e di alleanza che si è dato dal suo sorgere. L'Italia all'alba del 1948 è ancora un paese agricolo-industriale, con un peso preponderante della campagna ed un apparato industriale sostanzialmente in piedi, ma ancora non sufficientemente forte: la ripartizione degli addetti ai settori industriali, agricolo e commerciale dava ancora una netta prevalenza del settore agricolo. La stessa meccanizzazione delle campagne versava in uno stato di arretratezza prevalendo ancora il latifondo e quindi la produzione agricola ancora non meccanizzata e piccoli e sparsi appezzamenti, con un mercato locale e di villaggio ancora vivace ed un interscambio città-campagna debole. All'alba del 1948 occorreva seriamente provvedere alla soluzione di questo macigno della borghesia agrario-latifondista meridionale. Una lotta aperta era folle, per la presenza forte del proletariato, che intanto tra il 1947 ed il 1948 aveva dato vita a forti lotte contadine e bracciantili per la ripartizione dei fondi sotto la parola d'ordine" La terra a chi la lavora", che si conclusero con gli eccidi di Portella della ginestra, Montescaglioso, ecc, che videro l'intero meridione: Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia in lotta. Esse si chiusero da un parte con un bagno di sangue e dall'altro con un nuova alleanza tra la mafia e la borghesia italiana: l'eccidio di Portella della ginestra ad opera della mafia è a sigla di questo infame e scellerato patto, che vide il grande capitale finanziario, la Chiesa, il partito della D.C. essere i sottoscrittori con la mafia di questo patto.

Ed anche tutte le lotte operaie, contadine, bracciantili degli anni 1945-1980 è ancora tuta da scrivere. Terreno fertile anche questo per chi vorrà dedicarsi ed a cui non mancherà il sostegno possibile dell'Istituto.

La scelta della borghesia è quella di attaccare da più lati la forza del latifondo: da un parte con la legge stralcio di riforma agraria del 1952, non dà la terra ai contadini, ma spezzettando il latifondo consente la penetrazione capitalistica e quindi la totale sottomissione di questa al capitale; dall'altra con l'emigrazione che essa favorisce, accelera: in questo modo sottrae forza alla borghesia agrario-latifondista meridionale e dall'altra fornisce di manodopera le nascenti industrie del Nord e quelle in rapida espansione, oltre che i paesi europei abbisognevoli di carne da cannone, per le loro industrie: Francia, Germania, Belgio, Svizzera, ecc.

( Ma questo è un discorso che riprenderemo da qui a poco ).

Tornando ora alla legge stralcio: essa unita al sostegno finanziario: sgravi, prestiti, ecc. per la riconversione agraria e per l'industria di trasformazione: Cirio, Star, ecc. determina una liquidazione di questa borghesia ed un decisivo passo in avanti verso un sistema industriale-agricolo, che avverrà agli inizi degli anni '50. Si trattava da una parte di dare uno sbocco a questa borghesia spodestata dalle campagne e dare uno sbocco a quel capitale che essa aveva ricevuto come indennizzo. Ancora una volta lo sbocco che viene offerto è quello speculativo-edilizio, di qui la politica di sviluppo e sostegno ai piani regolatori: Roma, Napoli, Palermo, ma anche Milano, Torino, Ancona, ecc. Si viene a saldare così di nuovo il vecchio blocco storico, anche se sono modificati i rapporti e le allocazioni finanziarie. Un ulteriore e definitivo spostamento di una borghesia meridionale verrà dato con la nazionalizzaione dell'Enel - che vedremo. La speculazione edilizia a Napoli con i Lauro, gli Ottiero, a Roma con il vecchio patriziato nobiliare-ecclesiastico: gli Orsini, i Torlonia, gli Aldobrandini consegna le città al cemento ed alla distruzione dell'intero territorio nazionale. Questa operazione consentirà all'edilizia, ancora una volta, di agire da autentico volano per l'intera economia del paese, ma questa volta si coniuga con il più generale momento di ascesa del capitalismo italiano. E' così sostegno per l'industria siderurgica e metalmeccanica e di tutto l'indotto edile: vetreria, sanitaria, passamaneria, ecc. e combinandosi con il più generale processo ascensionale agisce da potente acceleratore, giacché poi le industrie siderurgiche, ecc. erano tutte in mano ai grandi gruppi monopolistici del nord e dove il capitale finanziario estende e rafforza la sua presenza, proprio per il suo ruolo di intermediario finanziario: depositi, prestiti, incasso.

In questa fase centrale e decisivo è l'intervento dello Stato che con agevolazioni e commesse consente la riorganizzazione, riconversione dell'intero sistema. Intanto la stessa Iri si era ampiamente sviluppata e rafforzata: aveva rilevato imprese indebitate ed avviato il processo di ammodernamento, per poi rivenderle tra il 1965 ed il 1980. Essa concentra nelle sue mani i grandi investimenti industriali, le grandi produzioni di base: la siderurgia, la metalmeccanica pesante, la chimica di base, tutti settori a forti investimenti ed in cui è richiesta una forte spesa per la ricerca: il settore petrolifero è parte della chimica base; concentra nelle sue mani il settore della trasformazione agricola:

Motta, Alemagna, Star,; controlla attraverso l'Ifi e la Banca d'Italia l’intero sistema economico italiano, per conto del grande capitale monopolistico, per conto degli Agnelli, Pirelli, Ferruzzi.

La costituzione dell'Eni ed il rafforzamento della Montecatini segnano due momenti in cui capitalismo monopolistico di Stato estende e rafforza la sua presenza nell'economia del paese. L'Eni si caratterizza per l'estrazione del petrolio nei paesi rivieraschi del Mediterraneo, mentre la Montecatini come la società di trasformazione del petrolio: plastica, detersivi, ecc., Montecatini, poi Montedison, ossia fusione della Montecatini con la Edison.

In tutti questi processi di fusione Mediobanca avrà sempre un ruolo centrale.

La ripresa avviene così tra il 1948 ed il 1962, un periodo eccezionalmente lungo, tutto in salita per i profitti capitalistici. Ma esso avviene senza un reale ammodernamento tecnologico ed in una condizione di sostanziale subalterni tecnologica alla ricerca statunitense, a cui verserà migliaia di miliardi all'anno in royalties. L'imperialismo sopperisce, in parte, alla mancanza di materie prime ed allo scopo di ottenere agevolazioni alle sue produzioni attraverso il cosiddetto " passaporto rosso".

L'economia italiana, dentro la più generale divisione internazionale del lavoro, si caratterizza per la produzione di prodotti finiti, acquistando i semifiniti, o con la produzione e vendita di prodotti semifiniti, acquistando le materie prime: il problema del mercato di sbocco è per lei vitale.

Il passaporto rosso.

Ogni lavoratore che dall'Italia emigrava verso i paesi quali Francia, Belgio, Svizzera, ecc - quelli con i quali l'Italia aveva contratto tale accordo - riceveva un passaporto speciale, di coloro rosso, di qui il nome " passaporto rosso". Il paese che accoglieva questo lavoratore doveva a fine anno all'Italia un tot in materie prime, in cambio l'Italia lo consegnava letteralmente ai padroni francesi, svizzeri, belgi. Fu questa per tutti gli anni '50 ed in parte '60 una vera manna per il capitalismo italiano: giacché questo lavorate rendeva, pur stando fuori dall'Italia, tre volte:

1. persona in meno in Italia,

2. tot in materie prime e facilitazioni alle merci italiane,

3. con il denaro che inviava a casa, inviava valuta e con queste rimesse il capitalismo italiano riuscirà a mantenne la fase di sviluppo per gli anni 1960-63, pareggiando il bilancio proprio grazie a queste rimesse, a questa valuta.

Gli anni 1945 - 1960

Vedono quindi la ricostruzione e poi uno rapido e forte sviluppo industriale, unito ad una diversificazione produttiva, dato dal nuovo livello di sviluppo del capitalismo: l'economia di scala, il consumo e quindi si va alla produzione di elettrodomestici ( Rex, Ignis, Magneti Marelli, Autovox, ecc. ) all'automobilistica ( Fiat, Lancia, Piaggio, ecc. ), alla mobiliera, all'utensileria, passamaneria,.. .

Questo avviene con una forte presenza del capitale straniero, principalmente americano, oltreché inglese, francese, tedesco. Essi controllano anche le industrie di trasformazione: petrolifera, alimentare. E legata a questa, e non solo, l'industria dello scatolame: Unilever, ecc., oltre agli insediamenti industriali alimentari di vario genere di cui alcuni ricevono un forte e rinnovato impulso: Ferrero, Peroni; altri sorgono nuovi come la Fanta, Coca-Cola, e tutto il settore delle bibite.

Interi settori si sviluppano: saponi, detersivi, profumi, ecc. e legati a tutti questi l'indotto, che trovano facilitazioni di commercio nei paesi europei e negli Usa.

Ma la scelta italiana di abbandonare l'agricoltura e consentire ai prodotti agricoli europei di trovare in Italia sbocco per ottenere in cambio facilitazioni ai suoi semimanufatti e manufatti finiti si rivelerà una scelta pessima, giacché l'agricoltura è essa stessa una importante fornitrice di materie prime per l'industria: lino, canapa, ecc. e così una tale scelta peserà con il tempo sulla bilancia commerciale, dovendo il paese importare tali prodotti specie quelli alimentari: vino, olio, arance, ecc. E lo stesso settore della pesca è dentro questo scambio, di qui l'abbandono del settore ittico e la dipendenza dall'estero, che ad una moneta stabile, ad un cambio sostanzialmente stabile è gravoso, ma meno; ma in situazioni di tempeste monetarie è decisamente destabilizzante. La scelta è totalmente ottusa, che mostra tutto il carattere di bottegaio della borghesia italiana giacché accresce e non allenta la sua dipendenza dall'estero ed in una ottica decennale si può anche avere l'ottimismo della stabilità, ma sul lungo periodo e data la ormai lunga e consolidata caratteristica del sistema capitalistico di crisi sempre più estese e violente, accrescere la dipendenza dall'estero è cecità ben coniugata all'ottusità.

GLI ANNI SESSANTA

Si caratterizzano sostanzialmente per tre momenti:

* industrializzazione del meridione,

** nazionalizzazione dell'Enel

*** Stato sociale.

Ciascuno di questi argomenti meriterebbe una sua trattazione specifica, ma è anche questo terreno fertile per chi vorrà approfondire.

Industrializzazione del Meridione

Coniugato all'industrializzazione del meridione c'è tutto lo sviluppo del trasporto su gomma: autostrada e strade.

L'industrializzazione è funzionale sostanzialmente a due fattori:

uno che il meridione si configura come naturale ponte sul mediterraneo e dirimpettaio dei Balcani: punto sempre di grande interesse per l'imperialismo italiano.

L'altro è lo spodestamento della borghesia meridionale e saldo insediamento del grande capitale monopolistico, che così non solo assicura una sua presenza fissa nel meridione, ma dall'altra con l'indotto lega a sé, sottraendo definitivamente questa borghesia dal controllo e dipendenza ed egemonia della borghesia agrario-latfondista meridionale. Con l'insediamento si ha l'ulteriore ridimensionato delle aree agricole e trasformazione di questi contadini e braccianti e pastori in operai di fabbrica: Gli insediamenti industriali, per ripagare la rendita fondiaria, avverrà su terreni agricoli fertili, per poter dare un più alto indennizzo; lo stesso avverrà per la costruzione del tratto autostradale Reggio Calabria - Roma. La produzione industriale meridionale sarà abbastanza ricca e diversificata, sostanzialmente attraverso l'Iri ed il capitalismo monopolistico di Stato, che sosterrà il peso maggiore nell'investimento: dall'indennizzo alla messa a produzione e commercializzazione dei prodotti.

La nazionalizzazione dell'Enel.

All'alba degli anni '60, il potenziamento del settore industriale richiedeva grandi investimenti nel settore e per l’importanza di questo, esso non poteva rimanere in mani privata, per ovvi motivi di controllo dell'intera economia. La forma che viene scelta è una forma sostanzialmente statale ma con tratti privatistici. l'Enel appunto. Esso ha una sua configurazione giuridica ad hoc, come l'ente delle FF.SS.

Il settore, infine, andava unificato e nazionalizzato. Fin ad allora esisteva la SME - società meridionale per l'elettrificazione - che provvedeva alla produzione e distribuzione dell'energia elettrica all'intero meridione, la Sip - Società idroelettrica piemontese - che provvedeva per il Nord, esistevano poi varie altre società privata che provvedevano alla produzione e distribuzione dell'energia elettrica.

Mentre la Sme si converte in una società finanziaria, privilegiando il settore immobiliare, ma in buona parte quei capitali ottenuti dal rilevamento statale verrà sperperato in lussi e bindolerie, oltreché da dissennati affari; l'intero capitale versato dallo Stato per rilevare l'attività della Sip viene dai soci integralmente reinvestito e fondata la Sip, appunto con la denominazione - Società per l'Esercizio telefonico: che gestirà interamente la telefonia privata: ne esiste una parte che è sotto il diretto contro del governo ed in particolare del Ministero della Difesa, quello che sostiene le spese per i satelliti, ecc. e che poi la Sip utilizza, senza aver investito una lira!

Lo Stato sociale.

Agli inizi degli anni '60 la crisi inizia a profilasi all'orizzonte, la lunga fase di espansione economica inizia dare segnali di intoppo. Lo sviluppo del cosiddetto Stato sociale sarà funzionale: massiccio intervento con opere pubbliche, la sanità pubblica, l'edilizia popolare, ecc. da una parte a garantire una produzione con commesse statali, dall'altra a velocizzare i processi di circolazione: la sanità pubblica rientra in questo aspetto.

Qualsiasi intervento nella sanità va letto dentro il più complessivo processo produttivo. In particolare va letto come mercato di sbocco dell'industria farmaceutica e come momento dell'accumulazione e rastrellamento di capitali.

La situazione all'alba degli anni '60 vedeva una forte frammentazione dei vari sistemi previdenziali, con una forte dispersione di capitali: i versamenti contributivi, che andavano da una parte concentrati e rastrellati dallo Stato, onde metterli a disposizione del processo industriale; dall'altra andava seriamente ammodernato l'intero apparato ospedaliero e della ricerca.

Tutto questo era impossibile con l'esistenza di una miriade di casse previdenziali. Attraverso la riforma sanitaria lo Stato centralizza l'intero settore e lo ammoderna: centinaia di migliaia di miliardi sono stati investiti per acquisti macchinari, ristrutturazione costruzione di nuovi ospedali, agendo così, in questo settore, da forte volano. Questo coniugato con la costante modifica del prontuario nazionale ha consentito di regalare migliaia di miliardi di sovrapprofitto alle società farmaceutiche, alla grande edilizia, alle grandi società produttrici di beni strumentali ospedalieri: dai laboratori di analisi e diagnostici, alla strumentistica operatoria, ecc.

L'intervento in questo settore possiamo definirlo come la nazionalizzazione della sanità, come si era proceduto per il settore dell'energia elettrica.

Inoltre questo consente il superamento delle vecchie alleanze di baronie ecc. che si erano sviluppate e consolidate in questo settore, di per sé forte bacino di voti.

 

 

Noi qui non abbiamo affrontato il problema del capitale finanziario vaticano perché esso richiede una trattazione specifica, come non abbiamo affrontato tutto il problema bancario e finanziario, né tutto il processo di penetrazione e diffusione del capitalismo nelle campagne: Essi richiedono una trattazione specifica.

I tratti generali che possiamo fissare è che all'alba degli '70 il sistema capitalistico si presentava con una sua complessa ed articolata struttura monopolistica in tutti i settori:

industriale, agrario, finanziario, commerciale e con una sostanziale compenetrazione l'uno nell'altro ed il predominio forte del capitale finanziario.

La potente azione di penetrazione capitalistica nelle campagne e l'industrializzazione del meridione aveva comportato non solo il definitivo sostanziarsi del sistema capitalistico come un sistema industriale-agricolo, ma aveva determinato una profonda modifica delle classi: una massa enorme di contadini, braccianti, bottegai, piccoli e medi imprenditori nel giro di un quindicennio: 1950-65 erano stati gettati nelle fila del proletariato ed affollato le grandi fabbriche del nord e d'Europa. Il processo industriale aveva determinato la nascita e formazione di nuova ed altra piccola e media borghesia, che sempre si riforma, per essere poi costantemente ricacciata nelle fila del proletariato. Il periodo 1968-1980 diviene incomprensibile senza questo possente spostamento di classi: l’autunno caldo, le lotte operaie, studentesche, contadine e delle masse lavoratrici, la politica governativa, l'affermarsi e rafforzarsi del Partito Comunista Italiano fino a toccare e sfondare la soglia del 30% nelle elezioni politiche, ma la cui discesa comincia proprio ed esattamente quando raggiunge il suo momento più alto nelle elezioni del 1976.

Ma queste sono riflessioni ed analisi che meritano una più attenta analisi e disamina, che lasciamo a quanti vorranno approfondire.

Un'analisi ed una disamina degli anni ottanta non compete a questa relazione.

Ci interessa aver fissato i carretti peculiari del sistema capitalistico italiano ed aver fornito un quadro ampio e ricco, fonte di riflessioni e di spunti di approfondimento e ricerca.

All'occorrenza questa relazione può essere dotata di un apparato di dati statistici e di una bibliografia

più o meno articolata.