Storia Movimento Operaio Italiano

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx - Friedrich Engels


1926 - 1996

 

70° ANNIVERSARIO


CONGRESSO DI LIONE


ANNO GRAMSCIANO

 


STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO


ITALIANO ( 1848 - 1950 )


 Quello che qui va ben fissato:

* Ritardo dello sviluppo capitalistico - come si è visto nell'incontro precedente " Storia del Capitalismo Italiano" - e quindi ritardo nello sviluppo della produzione industriale e quindi prevalenza di una struttura nobiliare-terriera prima ed agricolo-industriale poi, fino al 1945 ed industriale-agricola infine; processo produttivo basato in prevalenza sulle imprese a conduzione familiare, artigianale e su masse lavoratrici disperse. In queste condizioni il marxismo stesso ha difficoltà a svilupparsi, viene quindi filtrato da questa realtà economica e questo tipo di salariato. L'intellettuale che costituisce il ceto politico borghese viene dalla proprietà terriera ed è esso stesso proprietario terriero. Antonio Gramsci ha ben caratterizzato questo tipo di intellettuale umanistico, diverso da quello tecnico-industriale. E' cioè ancora un intellettuale sorto sul terreno nobiliare-terriero, non ancora un intellettuale capitalistico.

** il tipo di sviluppo capitalistico basato sulle commesse statali e le speculazioni bancarie.

*** La forte presenza di capitale francese ed inglese prima e tedesco poi.

**** Tutto questo comporta un vorace sistema fiscale ed un feroce sfruttamento della manodopera.

Federico Engels nella Lettera a Turati del 26. gennaio. 1894 scrive: " La borghesia, giunta al potere durante e dopo l'emancipazione nazionale, non seppe non volle completare la sua vittoria. Non ha distrutto i residui della feudalità non ha riorganizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare il paese ai relativi e temporanei vantaggi del sistema capitalista, essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non contenta di ciò, perdette per sempre, in ignobili bindolerie bancarie, quel che le restava di rispettabilità ed onorabilità. Il popolo lavoratore - contadini, artigiani, braccianti e delle industrie - si trova dunque schiacciato, da una parte, da antichi abusi, retaggio non solo dei tempi feudali, ma ben anche dell'antichità ( mezzadria, latifundia del mezzogiorno dove il bestiame surroga l'uomo), dall'altra dalla più vorace fiscalità che mai sistema borghese abbia inventato."

***** Il Cattolicesimo. Questo resta l'ideologia fondamentale delle masse contadine e del popolo lavoratore italiano. La mancanza di una rivoluzione borghese, l'assenza delle masse dal processo rivoluzionario e quindi l'assenza di una esperienza rivoluzionaria, comporta che le masse non si liberano dai vecchi pregiudizi, le vecchie visioni del precedente regime feudale. A queste concezioni e visioni e pregiudizi si sovrappongono e si stratificano acriticamente altre visioni, altre concezioni, altri pregiudizi propri del sistema capitalistico. Sistema capitalistico che, ripeto con Engels: " incapace di far partecipare il paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalistico, gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. ( ... ) E' bene il caso di dire con Marx: ‘ Oltre i mali dell'epoca presente abbiamo a sopportare una lunga serie di mali ereditari, derivanti, dalla vegetazione continua dei modi di produzione che hanno vissuto, con la conseguenza dei rapporti politici e sociali anacronistici che essi producono. Abbiamo cosi a soffrire non solo sai vivi ma anche dai morti.’." (Lettera a Turati, 26. gen. 1896 ).

La mancanza di un processo rivoluzionario ha comportato l'assenza di uno sviluppo di una corrente materialistica nazionale sorta e sviluppatasi in contrapposizione all'ideologia feudale e quindi un educare le masse per renderle disponibili alla lotta contro l'ancient regime, distaccarle da esso e formare al tempo stesso un nuovo intellettuale, sorto sul terreno dell'antifeudalesimo. L'unica forma antireligiosa è stata l'anticlericalismo, che in quanto forma di opposizione sterile, giacché comporta l'accettazione della religione e la critica alle deviazioni, ma per il ritorno all'antica purezza ed agli antichi ideali. E' stato l'anticlericalismo perché questa è la forma più elementare ed immediata che le masse vivono dell'oppressione materiale della Chiesa in quanto proprietaria di vasti latifondi e dell'oppressione culturale e strumento della repressione e sempre servile verso il potere: e quindi l'unica tradizione delle masse popolari. Anticlericalismo, poi, anche perché per l’opposizione del Vaticano all'unità, la borghesia, per impadronirsi delle vaste proprietà terriere e dei beni della Chiesa, sviluppa ed alimenta all'inizio dell'unità d'Italia l'anticlericalismo. Antonio Gramsci aveva ben chiaro questo quadro e questa vasta e complessa problematicità quando ne " I Quaderni dal Carcere", " Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce" , scrive: " Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente ad una molteplicità di uomini-massa, la propria personalità è composita in modo bizzarro; si trovano in essa elementi dell'uomo delle caverne e princìpi della scienza più moderna e progredita, pregiudizi di tutte le fasi storiche passate, grettamente localistiche ed intuizioni di una filosofia dell'avvenire, quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Criticare la propria concezione del mondo significa dunque renderla unitaria e coerente ed innalzarla fino al punto in cui è giunto il pensiero mondiale più progredito. Significa anche criticare tutta la filosofia finora esistita, in quanto ha lasciato stratificazioni consolidate nella filosofia popolare. L'inizio dell'elaborazione critica è la coscienza di quello di quello che è realmente, cioè un ' conosci te stesso' come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un'infinità di tracce accolte senza beneficio di inventario. Occorre fare innanzitutto un tale inventario." [ pag.4-5 ]

Si prospetta così davanti a noi una massa esplosiva ed eversiva, ribellistica, parcellizzata, dispersa, letteralmente polverizzata i cui confini non vanno oltre la propria individualità o del momento contingente. Poiché " Il popolo lavoratore si trovava schiacciato dunque da una parte da antichi abusi, retaggio non solo dei tempi feudali, ma ben anche dell'antichità, dall'altra parte, dal più vorace sistema fiscale che mai sistema borghese abbia inventato" ( Engels a Turati), tutto questo spinge alla lotta ed all'opposizione, di qui il carattere immediatamente di rivolta che i movimenti popolari assumono, ed in quanto tali tendenti ad infiammarsi all'improvviso e così spegnersi, senza lasciare traccia alcuna di organizzazione e di formazione. E questi erano poi i quadri di movimento, " i capi-popolo", tutt'al più ' tribuni', che tali movimenti erano in grado di produrre. Sconfitti, questi movimenti si ritraggono confusi e scoraggiati, ma per ripresentarsi di lì a poco con lo stesso carattere: altri capi occasionali e nuovamente repressi e ricacciati indietro.

****** L'Intellettuale. Il tipo di sviluppo capitalistico determina sùbito, all'indomani dell'unità, una frattura profonda e mai più ricomposta tra la borghesia e gli intellettuali, che pur avevano sostenuto ed appoggiato il processo di unità nazionale ed il moto ascensionale della borghesia al potere. La cultura che la borghesia impone al paese, nel tentativo di attuare un processo di egemonia culturale ed espressione dell'alleanza tra borghesia industriale agraria - la " banchiera d'Europa" - e gli agrari del sud è una cultura provincialistica, asfittica, pomposa, retorica da una parte e vuota e povera di contenuti dall'altra: tutta chiusa dentro un'angustia provinciale nel timore che un rapporto con le altre culture borghesi ne intaccassero il progetto di egemonia. Il maestro di musica di questa operazione è la cultura ed il livello culturale sabaudo-piemontese: il più povero e bigotto nel quale non si potevano riconoscere - e non si riconoscevano - gran parte degli intellettuali italiani, non le nuove generazioni.

Debolissima e servile l'operazione culturale del De Sanctis, insulsa e meschina l’operazione memorialistica: all'indomani dell'unità d'Italia si ebbe tutta una pubblicistica di memorie garibaldine ed unitarie; totalmente ridicola l'operazione culturale del Tommaseo-Bellini con il " Vocabolario della lingua italiana", che incontrerà la giusta sferzata del Cattaneo. Tutto ciò lacera il rapporto della borghesia con gli intellettuali, per cui si avrà il sostegno e l'incoraggiamento del servilismo e dell'inettitudine teorica, mettendo fuori e privandosi, così, delle intelligenze più vive della società capitalistica italiana e l'assorbimento dall'altro dell'alto quadro burocratico e dei paglietta: avvocati, notai, giuristi... . Per cui l'ala più sensibile e quella più reietta avvertono tutti i limiti e l'asfissia delle scelte della borghesia, ne avvertono tutta la soffocante cappa provincialistica in contrapposizione al respiro europeo che essi avvertivano. Il positivismo e le scoperte scientifiche di fine secolo accelerano questo processo. Si avrà così nella rivolta degli intellettuali italiani una miscela esplosiva di reazione e critica al sistema che andranno dal socialismo feudale, il cristianesimo eretico, il socialismo piccolo-borghese: di tutto dall'idealismo hegeliano nella peggiore versione, al razionalismo giobertiano, al pragmatismo macchiavelliano, l'anelito nazionale-europeo ed i sentimenti patriottici e patriottardi: il tutto ben spruzzato dal più bieco formalismo logico e inconsistenza teorica, per l'assenza dello sviluppo di una corrente materialistica nazionale e di una forte battaglia teorica. Erano comunque nella sostanza le migliori energie, le più intelligenti e sensibili; quelle volgarmente servili, ed incapaci di un benché minimo elaborato, aveva trovato di che sistemarsi al servizio del sabaudo.

Il primo momento di rivolta forte è rappresentato dalla scapigliatura milanese, il verismo meridionale: Capuana, Verga, Petito.

Sarà crisi lacerante con le elezione del 1886.

Questo blocco troverà nelle aspirazioni del nascente movimento socialista italiano il suo sbocco: vi troverà i motivi del pauperismo cristiano: del ricco e del povero e della redenzione dei poveri e quindi del socialismo in quanto giustizia sociale, riscatto delle plebi; i motivi della critica capitalistica e dei mali e quindi sia del socialismo feudale che del socialismo piccolo-borghese. Vi troverà, perché così leggerà la dialettica, l'evoluzionismo sguaiatamente meccanicistico coniugato con il positivismo retrivo: fiducia nel progresso, progresso che essi in Italia non vedevano, ma a cui anelavano e nel frattempo che anelavano, si beavano di vederne gli effetti in Francia, Inghilterra. Ci sarà di tutto, meno il marxismo. E il marxismo stesso non aveva le basi sufficienti per radicarsi saldamente nel nascente movimento operaio e svilupparsi, così, vigorosamente. A questo blocco di sinistra si opporrà uno stucchevole neoclassicismo del Carducci e la ‘ scientificità’ reazionaria del Lombroso. Tutti questi verranno quindi a fare spesa da noi. Saranno loro che gestiranno fino al 1920 il processo politico e di formazione della coscienza del proletariato italiano. E quindi le teorie che guideranno il movimento operaio e socialista, e quindi la formazione della sua coscienza e della sua tradizione teorica e della sua memoria storica, saranno il prodotto di questo filtrare. Nella fase iniziale del suo nascere e svilupparsi il movimento operaio dipende dagli intellettuali borghesi, sono essi che possiedono gli strumenti della conoscenza, successivamente il proletariato produce suoi intellettuali.

Ecco questo è il quadro entro cui nasce e si sviluppa il movimento operaio e socialista italiano. Voi vedete bene allora come quelle particolarità del sistema capitalistico italiano e della borghesia italiana poi predeterminano le particolarità del movimento operaio e socialista italiano. Noi vedremo allora, più che le lotte, come procede il processo di formazione della coscienza di classe del proletariato italiano, le idee, le teorie che prevalgono al suo interno, come vengono superate e come attraverso questo superamento il proletariato italiano forma la sua avanguardia e si costituisce classe a sé.

La divisione in periodi - la periodizzazione - della Storia del Movimento Operaio Italiano sarà:

1848 - 1892

1892 - 1914

1914 - 1926

1926 - 1948

1948 - 1962....

 

 

 

NASCITA E FORMAZIONE DI UNA PRIMA AVANGUARDIA: 1848 - 1892

L'avanguardia del proletariato nasce dall'ala mazziniana, a differenza per esempio di quella francese che nasce su un terreno ben più avanzato, ossia nasce dall'ala giacobina e già durante la rivoluzione francese, riuscendo ad imporre una sua costituzione quella del 1793.

E questo già di per sé la dice lunga. Nasce sotto l'alto protettorato della borghesia moderata piemontese. La prima forma di organizzazione del movimento operaio sono le società di mutuo soccorso: esse erano delle strutture assistenziali e di prima difesa economica. Poiché i periodi di disoccupazione si alternavano a quelli di lavoro, chi era socio della cassa si mutuo soccorso versava durante il periodo che lavorava una quota e ne riceveva una somma durante il periodo di disoccupazione. Questo negli aspetti più avanzati, il più delle volte erano delle strutture assistenziali caritatevoli. Solidarietà di classe e filantropia borghese si confondevano tra di loro in questa fase. Successivamente questa funzione delle " casse" sarà assolta dallo Stato; vedremo in seguito situazioni analoghe, in cui sia per la lotta di classe, sia per esigenze proprie della borghesia e dell’organizzazione capitalistica del lavoro, lo Stato assorbirà funzioni e ruoli di organizzazioni operaie.

Le casse di mutuo soccorso costituiranno in Italia le prime forme organizzative del Movimento Operaio, i primi passi del movimento operaio entro cui esso si svilupperà e crescerà e da cui si articolerà nelle sue forme tradizionali: politica, sindacale, culturale. Già verso la prima metà del 1800 si sviluppano in Italia varie forme di organizzazione del nascente movimento operaio. Nel clima di relativa libertà consentita dallo Statuto albertino, ossia consentita dalla casa Savoia, nasce l'idea di collegare le singole società del regno piemontese. A Torino nel 1850 si danno così convegno i rappresentanti delle società di Pinerolo, Casale, Novi Ligure, Tortona e Torino che gettano le prime basi di una timida organizzazione operaia: articoli provvisori di aggregazione temporanea ed impegno a fornire reciproca assistenza agli operai che migravano da una città ad un'altra. L'anno successivo si riuniscono sempre a Torino 33 società. Esse dopo aver riconosciuto come scopo " il miglioramento delle condizioni morali e materiali della benemerita classe operaia", votano un nuovo patto in sette articoli con il quale si stabiliva " l'aggregazione generale " delle loro società, cioè la loro federazione e la mutua assistenza degli operai migranti e dando mandato alla Società di Torino il compito di formulare un progetto di Statuto generale, da sottoporre ad una terza assemblea. Nel maggio del 1852 sempre a Torino si tiene la terza assemblea dove Agostino Depretis presenta un lungo progetto di Patto di fraterna solidarietà tra le società di mutuo soccorso degli operai con il quale si proponeva una confederazione generale sulla base di un regolamento unificato delle società.

E' ad Asti: ottobre 1853 con il primo congresso delle " Casse di Mutuo Soccorso" che nasce, ufficialmente, il Movimento Operaio Italiano.

Ad esso seguirono altri sei congressi:

Alessandria: 1854,

Genova: 1855,

Vigevano: 1856,

Voghera: 1857,

Vercelli: 1858,

Novi: 1859.

L'Ottavo congresso avviene già in un'Italia unificata, Milano, 26. ottobre. 1860, e vede sostanzialmente l'affermarsi dell'egemonia cavouriana sul movimento operaio tramite Boldrini, emissario di Cavour. Ma già si apre la lotta tra l'ala cavouriana e quella mazziniana.

E' la mazziniana che rappresenta la sinistra, qui vale tutto il discorso di Gramsci sul partito mazziniano, dipendente ideologicamente dai moderati e sul ruolo subalterno del Partito d'Azione. Essa si batte perché si introducano ordini del giorno di carattere politico contro la caparbietà della direzione moderata: lo sciopero, condizioni igieniche di fabbrica, arbitrato nelle vertenze operaie, necessità per le " casse di mutuo soccorso" siano organizzate per mestieri. Ciò facilitava il passaggio delle " casse " da organo di assistenza ad organo di resistenza. La gran botta i mazziniani la danno con l'ordine del giorno " Garibaldi": propongono che siano raccolti fondi per la spedizione dei Mille. Il rappresentante di Cavour, Boldrini, si fece in quattro contro tale ordine del giorno: è sconfitto. Si raccoglieranno i soldi per l'impresa. Cavour ordinerà al generale Persano di impedire militarmente la spedizione navale e di giungere a Marsala. Solo la protezione della flotta britannica permetterà a Garibaldi di sbarcare in Sicilia.

Con il IX, X, XI Congresso l'organizzazione operaia, che prenderà il nome di " Società Operaia Affratellata", vedrà il predominio netto dei mazziniani.

Inizia qui il lungo e tortuoso calvario delle scissioni e delle formazioni di decine di aggruppamenti: anarchici, operaisti, mazziniani, radicali, socialisti... .Tutte correnti queste che si ritroveranno all'atto della costituzione del partito: P.S.I., il cui gruppo dirigente sarà costituito da repubblicani moderati, che in un broglio elettorale si staccheranno dal Cavallotti ed aderiranno al socialismo. Essi erano raggruppati attorno alla rivista " Cuore e Critica", che diventerà" Critica Sociale".

La componente dell'hegelismo napoletano, che era assai vivace e si era posta all'attenzione europea, seguire solo marginalmente questo processo politico rivoluzionario. Il Labriola una volta " convertitosi" al socialismo, farà da pungolo, a volte anche da comare, ma non assolverà mai un ruolo dirigente, salvo a tirare dietro le quinta le fila del turattismo. Ma tutto questo non ci dà, assolutamente non ci dà, neppure lontanamente l'idea della realtà di allora, se non si considera:

1. confusione ed innesti innaturali tra positivismo-evoluzionismo-hegelismo-socialismo utopistico-marxismo.

2. il prevalere della corrente socialista ( diversa da marxismo ) non avviene sulla base del superamento attraverso un bilancio politico ed un rifiuto del passato, attraverso cioè una battaglia teorica contro le precedenti idee, teorie. Esempio ne sono il passaggio di Andrea Costa dall'anarchia al socialismo e la relativa costituzione del Partito Socialista rivoluzionario di Romagna mostra chiaramente che egli non critica il passato anarchico, non critica l'anarchia. In sede dei lavori per la convocazione del Psi. ossia durante tutto il periodo 1880-1892 sarà proprio il Costa a fare da " centro" tra socialisti ed anarchici, ad opporsi ad una rottura totale e definitiva con l'anarchismo. Ma cosi anche il passaggio del Maffi dal repubblicanesimo al socialismo; ed il passaggio di Gnocchi-Viani dall'operaismo al socialismo.

3. la funzione di confusione e disturbo operata dalla massoneria nelle fila del Movimento Operaio, basti pensare che il Costa era un massone. Tale " infiltrazione" aveva una base reale per la mancanza di una linea di demarcazione tra borghesia e proletariato, tra marxismo e non marxismo. Essi portavano dentro il Movimento Operaio Italiano tutta la paccottiglia reazionaria borghese e piccolo-borghese: e molti di questi assurgeranno subito a funzioni dirigenti : i Loria per esempio.

E' veramente difficile seguire tutti questi raggruppamenti ed i loro giornali, riviste, atti di congresso, dichiarazioni, oltreché la politica di alleanza che vanno a fare sui temi del suffragio universale, ecc. e più in generale il rapporto con il " Fascio della Democrazia".

" Seguire" nel senso di una trattazione singola, ci darebbe una visione spezzettata e non organica. Si seguirà quindi il metodo dell'accorpamento: una corrente sarà seguita per tutto un periodo e cosi le altre e di volta in volta - attraverso le conclusioni - si formulerà il quadro complessivo, i nessi reciproci. Le cose si facilitano dopo il 1892 fino al 1915, dove si tratterà di seguire le varie correnti che si vanno formando nel PSI, dalle quali scaturirà il Partito Comunista d'Italia, sezione della III Intenzionale. Le cose si semplificheranno dopo il III Congresso: Lione 1926, dove la vittoria della linea marxista sostenuta da Gramsci riporta l'unità e la coesione ideologica e politica.

Fin d'ora possiamo dire che:

1. Non vi è mai stato un serio ed approfondito dibattito teorico sulle questioni centrali, se non in rari casi, che via via si ponevano, mai si è partiti dal marxismo. Il suo carattere scientifico è stato sempre snobbato. deriso, svuotato, caricaturizzato. Si è proceduto sempre a lume di naso nella risoluzione delle questioni. Questo ha determinato un certo quadro di partito e sindacale, una certa propaganda ed una certa agitazione e consequenzialmente una certa formazione ed educazione della classe operaia e delle masse lavoratrici.

2. Lenin ha giustamente indicato: " Il PSI non è mai stato un partito socialista, non è mai il partito della classe operaia italiana."

E' ovvio che tale affermazione va intesa nel senso che nonostante tutto ciò nel periodo 1892-1921 non c'è stato niente di meglio ed il PSI ha espresso esattamente lo stato reale della classe operaia italiana e della sua avanguardia.

3. Nelle vaste masse influenzate dal socialismo vi era una concezione errata: si innestava sul filone della rivoluzione l'attesismo messianico della terra promessa: la rivoluzione verrà, il capitalismo crollerà, si innestava la corrente anarchica, si innestava la corrente moderata dell'evoluzionismo, si innestava la matrice cattolico-mazziniana sulle cooperative e la collaborazione lavoro salariato e capitale, si innestava l'hegelismo metafisico con venature meterialistico volgari: il tutto sulla base dell'assenza di un'esperienza rivoluzionaria delle masse, la loro assenza ed esclusione e repressione dal processo di unità nazionale, per la scelta operata dalla borghesia italiana della " rivoluzione passiva", della " rivoluzione dall'alto", di cui si è ampiamente detto nella Storia del Capitalismo Italiano.

E qui uno stralcio: in definitiva la lotta Bordiga-Gramsci ad un attento esame era la lotta tra il vecchio ed il nuovo, tra il vecchio socialismo del movimento operaio italiano ed il nuovo: Gramsci, appunto. Le teorie di Bordiga non erano, allora, il frutto di posizioni di un isolato, ma rappresentavano la continuità di tutto ciò di negativo che vi era nel movimento operaio italiano e delle sue bislacche teorie; la continuità dell'anarchismo, dell'operaismo milanese, del mussolinismo del 1915.

Ma queste tematiche saranno ampiamente trattate quando si affronterà il periodo 1915-1926.

Riprendiamo ora il discorso lasciato al IX Congresso delle " Casse di mutuo soccorso".

Il IX, X, XI Congresso vedono il prevalere e la decadenza del mazzinianesimo sul movimento operaio italiano.

Il Nono Congresso vede la battaglia aperta tra le due tendenze con in più la caduta di volontà, già presente nel precedente congresso, di mantenere l'unità a tutti i costi. Si fronteggiano subito:

l'ala moderata decisa a difendere la tradizione assistenziale delle casse,

l'ala mazziniana decisa a rafforzare la vittoria ottenuta all'VIII Congresso, decisa a portare il movimento operaio sul terreno della lotta politica, borghese, senz'altro, ma ciononostante un passo in avanti rispetto al paternalismo borghese cavouriano.

E' di questi passi in avanti che avanza, qui, il movimento operaio italiano!

Tra le due si pone con funzione centrista, pro sinistra, Boldrini, emissario di Cavour, che cercava di mantenere comunque un influenza, per attirare in futuro l'ala mazziniana sotto l'ala cavouriana: ossia continuare, in forme nuove, la dipendenza del Partito d'Azione ( Mazzini ) dal Cavour: prima per l'unità nazionale, poi per il controllo del movimento operaio.

La battaglia si accende subito per la definizione dell'ordine del giorno. La questione riguardava se le " casse di mutuo soccorso" dovessero occuparsi o no di politica. I mazziniani ottengono la vittoria con la risoluzione Montanelli " l'assemblea dichiara che le questioni politiche non sono estranee ai suoi istituti, quante volte le riconosca utili al suo incremento e consolidamento.".

All'atto della votazione 101 delegati moderati si ritirano, dei 104 rimasti: 74votano a favore, tra cui Boldrini, e 30 sono contrari. E' questa la prima scissione nel Movimento Operaio Italiano

I temi usciti dal dibattito:

1. unità nazionale e concordia sociale tra le classi basate sull'uguaglianza civile diventano condizioni reciproche;

2. il Salvi nel suo intervento lega i destini della classe operaia alla democrazia borghese, ritenuta il massimo per elevazione morale, politica e culturale della classe operaia;

3. condanna dello sciopero come funesto per gli operai;

4. rivendicazioni: istruzione operaia, ecc..

Le stesse rivendicazioni giuste di carattere democratico-borghese, non inquadrandosi all'interno di una linea, di una strategia e di una tattica rivoluzionarie e nell'assenza di una teoria, di un'analisi e di un programma, fanno rimanere il movimento operaio legato all'ombelico della borghesia.

Recidere questo cordone ombelicale: ecco il problema centrale che si troverà l'avanguardia del proletariato in tutto questo periodo; come reciderlo: questo il perno della questione.

Le rivendicazioni lanciate al IX Congresso sono:

istruzione laica obbligatoria,

suffragio universale,

abrogazione degli articoli del Codice Penale, che puniscono le coalizioni operaie.

Non bisogna dimenticare che siamo nel 1861, quando il marxismo ha già sviluppato il centro fondamentale delle sue posizioni.

Questo congresso pur segnando la netta e schiacciante vittoria - ma poi fino ad un certo punto, dato l'abbandono di 101 delegati su 205! - dell'ala mazziniana, e pur costituendo un passo in avanti: perché ci si libera dei moderati, perché lo stesso Mazzini entra in un vicolo cieco e si brucia, segna la sconfitta del mazzinianesimo, che sarà ratificata all'XI Congresso. L'uscita dei moderati determina dialetticamente la cessazione del mazzianianesimo quale ala sinistra del movimento operaio, giacché le posizioni uscite, portando avanti fino in fondo le posizioni di Mazzini, lo pongono a destra del Movimento Operaio. La storia successiva dimostra che con queste posizioni: quelle uscite dal IX Congresso, i mazziniani si sono isolati- specie sullo sciopero! - dalle masse operaie e popolari e predeterminato la loro futura sconfitta.

Il X ed XI Congresso vedono il lento esaurirsi dell'egemonia mazziniana.

Il X Congresso, Roma 9. 0ttobre. 1963, è totalmente senza storia.

Le risoluzioni adottate sono:

1. Pubblicazione del " Giornale delle associazioni operaie italiane",

2. studio del problema delle banche del lavoro, pallino di Mazzini e della responsabilizzazione operaia alla produzione;

3. diffusione dell'istruzione nelle campagne.

L'XI Congresso con 57 società, di cui 12 napoletane, si tiene a Napoli, 1864. Si trascina tristemente alla conclusione. L'unica cosa di rilievo è la decisione di prendere parte al Congresso dell'Internazionale l'anno seguente, 1865. Si tratterà dell’Intenzionale di Marx ed Engels, la cui presenza mazziniana è funzionale all'appoggio della risoluzione del Wolff, emissario di Mazzini nell’Internazionale.

Marx ne parla in una lettera ad Engels.

Per otto anni non vengono convocati congressi.

Il XII Congresso si convoca a Roma, 1-6.novembre. 1871, ossia dopo la Comune di Parigi.

Intanto sin dal 1864 Bakunin si era stabilito in Italia e lavorava contro l'Internazionale di Marx ed Engels.

La Comune di Parigi aveva fatto correre sulla bocca di tutti il nome dell'Internazionale anche in Italia, ed in Italia l'Internazionale si identificava con Bakunin e l'anarchia. Bakunin ha così facile gioco di Mazzini ed è lo stesso Mazzini che gli facilita il compito:

1. attacco forsennato alla Comune;

2. durante il Congresso è Mazzini che raccomanda di evitare che il congresso si caratterizzi politicamente, sicché egli ora fa quanto all'VIII e IX congresso avevano fatto i moderati contro di lui.

Nel Marzo 1872 muore Mazzini ed intanto si sviluppano a destra ed a sinistra scissioni.

L'ala sinistra mazziniana: i repubblicani ribadiscono: " l'operaio non può raggiungere un miglioramento stabile alla sua condizione, senza occuparsi di questioni che sono anche politiche; senza protestare contro le tasse ingiuste, senza resistere quando è colpito da leggi inique e da più iniqui arbitrati, senza opporsi costantemente ad ogni abuso di potere da parte dell'apparato dello Stato.".

L'ala destra mazziniana, invece, approfitta della morte di Mazzini per organizzare un congresso da contrapporre al XII, al quale non aveva partecipato. Questo XII congresso-bis si terrà a Roma il 17. aprile. 1872.

Quest'ala non avrà più alcuna storia.

Noi seguiremo l'ala sinistra: i repubblicani, che faranno propri i principi mazziniani della fratellanza.

Prima di addentrarci nella storia del bakuninismo in Italia e quindi dell'influenza dell'anarchia sul movimento operaio italiano, occorrono delle conclusioni su questo periodo: 1853 - 1872:

A. qualità e bontà delle tematiche politiche;

B. Cavour e Mazzini rispetto al movimento operaio italiano,;

C. Mazzini e Bakunin.

Viene sùbito una domanda: " Ma su che base è avvenuto il passaggio dalla direzione cavouriana a quella mazziniana e su che basi il bakuninismo ha soppiantato il mazzianianesiomo?".

Le posizioni dominanti sono cadute più per intrinseco esaurimento che per la profondità del dibattito dell'opposizione. La stessa opposizione, non ha conquistato la direzione per la sua capacità politica, per la giustezza delle posizioni. Essa stessa non ha mai teso ad approfondire le questioni; esse sono abbozzate con toni di ambiguità. In definitiva l'opposizione ha sostituito la direzione maggioritaria perché unica.

Questo non forma quadri.

Questo non forma cultura.

Questo non forma letteratura operaia.

Le posizioni di Mazzini passano più perché nessuno vi si oppone, chi lo fa abbandona la sala, che per la capacità teorica di Mazzini di conquistare gli oppositori. Questa "battaglia" non investe le confederazioni associate; la prevalenza dei delegati e del gruppo dirigente è costituito da avvocati, medici; gli operai sono assenti, gli artigiani hanno una presenza irrilevante.

Ma tali annotazioni sono insufficienti; occorre andare a fondo e scandagliare la questione:

Cavour-Mazzini,

Mazzini-Bakunin.

Nonostante le contumelie scambiatesi, le tre concezioni per metodo non divergono dall'ideologia borghese e comunque esse non escono fuori dai limiti dell'ideologia borghese. Esse perpetuano il legame classe operaia-borghesia; impediscono al movimento operaio di costruire la sua autonomia di classe: ideologica, politica e teorica, oltreché organizzativa. Impedisce al movimento operaio di acquisire la sua concezione teorica scientifica organica, che è l'unica che fa di un insieme di uomini sottoposti allo sfruttamento capitalistico una classe: la classe operaia.

Ma a parte queste facili convergenze andiamo a fondo.

Cavour-Mazzini.

Valgono qui tutte le considerazioni di Gramsci.

Mazzini sarà subalterno alle scelte strategiche del capitalismo italiano, espresse nella strategia di Cavour. I colpi di man falliti, il disprezzo per le masse, i piani avventuristici facilitavano la direzione moderata sul movimento rivoluzionario italiano. Anche dopo l'unità nazionale, Mazzini assolve ad un ruolo subordinato al cavourismo nel movimento operaio: perché poi, ed in realtà, l'unico ad avere un'analisi, un programma, una strategia ed una tattica era Cavour, e lui per la " banchiera d'Europa". Ecco perché Boldrini al IX congresso ha tentato la via l " centrismo": proprio per poter mantenere una posizione dirigente ed essere in grado nel futuro di assorbire l'ala mazziniana e subordinarla alla politica della casa Savoia. Vedremo in seguito la funzione dei mazziniani di sinistra: i repubblicani, all'interno del movimento operaio.

Mazzini - Bakunin

Li unisce per metodo la non comprensione della funzione delle masse e della classe operaia in particolare nel processo rivoluzionario, ciò facendo essi le lasciano alla direzione governativa.

Li unisce la non comprensione dell'XI Tesi su Ludwing Feuerbach di Marx, così pure la X Tesi, e cioè la differenza tra il materialismo volgare ed il materialismo storico-dialettico e la funzione della classe operaia e dell'ideologia del proletariato.

Li univa cioè la non comprensione che la realtà andava trasformata e accelerata la trasformazione.

La classe operaia e le masse popolari uscivano mortificate dal processo rivoluzionario, in questa situazione le posizioni di Mazzini prima, di Bakunin poi creavano sfiducia e confusione, impedendo la crescita e formazione della classe operaia come classe a sé e per sé.

Si sarebbe dovuto concentrare un gran lavoro ideologico, politico ed organizzativo tra la giovane classe operaia innanzitutto tra quella lombardo-piemontese e tra la classe operaia meridionale, lasciata in eredità dall'industrializzazione borbonica. Contrastare nell'asse lombardo-piemontese, in quello che veniva ad essere il cuore della borghesia italiana, l'egemonia della borghesia e metterla in difficoltà: sia nei suoi rapporti con la classe operaia e sia alla sua politica di compromesso con le varie ali presenti all'interno dello schieramento borghese. Contrastare nell'asse meridionale la destrutturazione industriale, costruendo qui l'unità politica di classe. Questo avrebbe consentito alla classe di ottenere margini e spazi politici, nella misura tale lavoro si sarebbe coniugato con quello presso la classe operaia del sud, si sarebbe stato in grado di allearsi con la borghesia locale, che veniva repressa dalle autorità centrali. Questo lavoro, unito a quello per l'organizzazione dei braccianti e dei contadini poveri d'Italia avrebbe permesso l'entrata possente delle masse nel processo rivoluzionario e rotta la strategia della borghesia lombardo-piemonte e sbaragliata la linea della " rivoluzione passiva": che era il cuore della problematica, che era il centro strategico da conseguire, per poter consentire di impostare successivamente una strategia per la conquista del potere politico da parte della classe operaia italiana, per la costruzione di una società socialista.

Ma né Mazzini né Bakunin prendono in benché minima considerazione la possibilità di una presenza autonoma sulla scena politica italiana delle masse e meno che mai del proletariato. Con il loro operato avvallano la " via italiano al capitalismo". Essi rappresentano quindi le due facce di una medesima medaglia: l'infantilismo del movimento operaio organizzato, prodotto entrambi della " via italiana al capitalismo".

E qui tutta l'importanza per il movimento operaio italiano della XI Tesi su L. Feuerbach: si trattava di trasformare la realtà, di accelerare un processo in direzione rivoluzionaria e non piegarsi su di essa, e non modellarsi su di essa.

Qui e solo qui, in questa incomprensione della XIa Tesi su L. Feuerbach l'economicismo endemico del movimento operaio. Esso ha preso forme diverse, a volte anche opposte: dal piatto economicismo, al riformismo, al velleitarismo parolaio.

Nonostante tutto la vittoria di Bakunin costituisce un passo in avanti.

La storia del movimento operaio italiano è costellata di " questi passi in avanti":

posizioni che in linea generale sono errate, ma che in contrapposizioni a posizioni ancora più errate ne costituiscono la sinistra. Ma una volta avutane la direzione bruciano in pochi momenti il loro prestigio e forza e permettono il venir avanti di posizioni " più corrette", per quanto lo possono, rispetto alle precedenti. E' certo che con Bakunin si allargano le tematiche che il movimento operaio italiano si trova ad affrontare; è questo un fatto che di per sé qualifica il passo in avanti, inoltre questa vittoria prepara le condizioni per la costituzione dei primi circoli socialisti, la formazione di aggruppamenti e giornali e riviste che daranno vita 20anni dopo al PSI.

Il Bakuninismo

Una serie di organizzazioni operaie repubblicane si sciolgono ed aderiscono al bakuninismo, e qui gioca anche la confusione operatasi, ossia che l’Internazionale e la Comune di Parigi (1871) si identificavano con il bakuninismo, pur esistendo già nell'Internazionale chiare e nette le divergenze. Se tali scioglimenti nel 1873 costituiscono un fatto isolato, essi assumono un'importanza centrale per tutta la storia futura. Tracciano la via per la costruzione del PSI, ossia lo scioglimento di correnti nel socialismo, loro assorbimento nel socialismo. Per la storia del movimento operaio assume per ora un'importanza marginale il fatto che Bakunin manovra la sezione italiana contro l'Internazionale. Assumerà, invece, tutta la sua importanza al III Congresso della Federazione Italia, quando usciranno opposizioni alle tematiche bakuniane, Per ora si assiste ad una pacifica convivenza.

Prevaleva in Italia, attorno al 1872, nettamente la dottrina della spontaneità: il movimento operaio si era appena liberato dalla protezione della borghesia liberale, prima cavouriana e poi mazziniana, ed il suo movimento di espansione avveniva in maniera primitiva, priva ancora della consapevolezza del suo ruolo e dei suoi compiti.

Il I Congresso della Federazione Italiana ( agosto 1872 ) è preceduto da lavoro di far aderire alcune sezioni repubblicane all'anarchismo, in nome dell'Internazionale. Il centro organizzatore sarà la sezione di Bologna, con il nome di " Fascio Operaio di Bologna", e più in generale la Romagna che al Congresso sarà presente con 7 sezioni su 21. E' tutto un tono anti-Internazionale: e la solita tiritera anarchica contro l'autorità, la centralità per le decisioni assembleari, questo per rompere la decisione maggioritaria di Marx-Engels. Il congresso si fa promotore - in contrapposizione alla Conferenza di Londra - della convocazione di un " Congresso anti-autoritario " a Neuchantel in Svizzera, contro il Congresso dell'Internazionale dell’Aia. Il congresso sancisce inoltre che gli organi centrali avevano solo una funzione di corrispondenza; inoltre dà un'interpretazione faziosa alla dichiarazione contenuta negli statuti dell'Internazionale: " l'emancipazione economica del lavoratore è perciò il grande fine al quale ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo.".

L'Internazionale intende qui sottolineare l’importanza per la classe operaia di emanciparsi dalla dipendenza della borghesia, che attraverso il possedimento dei mezzi di produzione, controllava, subordinava a sé il lavoratore: e quindi conquista del potere politico.

Bakunin interpreta, invece, qui semplicemente come abbattimento di ogni autorità: anarchia.

Il II Congresso si tiene a Bologna il 15-17. marzo 1873.

Si ribadisce il principio della " libera e spontanea associazione dal basso verso l'alto", della " federazione delle libere associazioni e comuni" nella quale " l'amministrazione autonoma dell'interesse e delle moltitudini operaie deve sostituire in tutto e per tutto il governo politico.".

L'anarchia rivela qui tutta la sua totale incapacità di comprendere il rapporto tra Società e Stato, lotta economica e lotta politica, di qui l'astrattismo, gli estremismi, l'infantilismo, l'isolamento. Ma tutto questo non ci dà l'idea esatta della realtà e le conseguenze gravi che la direzione Bakunin comporterà.

Sotto il nome dell'Internazionale si appiattisce e mistifica il marxismo, trasforma l'analisi scientifica sulle leggi che regolano il capitalismo, che ne determinano il suo crollo, in una vuota frase attesistica. Questo perché stacca opportunisticamente le conclusioni dalle indagini e studi marxisti di carattere economico dall'XI Tesi di Marx su L. Feuerbach.. A tale distacco segue, è consequenziale, per corollario, la concezione etico-pietistica della figura dell'operaio: la riduzione dello sfruttamento all'aspetto etico, e non invece, come lo pone Marx, il carattere borghese di esso, determinato dalle leggi proprie della merce in un sistema capitalistico e dal suo ( della merce ) duplice valore: valore d'uso e valore di scambio.

Una lettura sia pur rapida e superficiale del " Compendio al Capitale " di Cafiero dimostra quanto detto.

Bakunin attraverso la sottomissione della coscienza alla spontaneità nega la Xa Tesi, crea, cioè, confusione tra il materialismo volgare ed il materialismo dialettico e la sua natura di classe, confusione, che il movimento operaio si trascinerà dietro per molti decenni, fino al III Congresso del Pcd'i, Lione 1926!

Antonio Gramsci, che aveva chiaro tutta questa complessità e problematica, opporrà una vincente resistenza a tale confusione, portando chiarezza: tutta la sua battaglia nel Partito tra il 1922 ed il 1926 è funzionale a ciò.

Torniamo a Bakunin.

Il III Congresso si tiene a Firenze: 21-22. ottobre. 1876.

Esso vede lo sfaldamento di Bakunin, i vari congressi regionali vedono lo scollamento ed il costituirsi di vari aggruppamenti.

In realtà la cadenza dei Congressi già dà tutto il senso dell'andamento delle cose in casa Bakunin. Quando è forte i congressi si susseguono a breve: il primo nell'agosto 72, il secondo a distanza di appena 6mesi: marzo 1873, poi il terzo 3anni e 7mesi dopo!!

Il dato che qui va colto è l'estremo infantilismo di un operare in tal maniera: il congresso in quanto ratifica formale ed il diluire nel tempo del congresso quando si inizia ad andare in difficoltà. Questo dimostra ampiamente la totale incapacità di un gruppo dirigente di gestire le difficoltà a cui fisiologicamente un organismo va incontro ed il farsi poi scoppiare tra le mani le questioni, con conseguenti scissioni, contumelie, ed a quant'altro fervida fantasia umana può dare corso. I lavori precongressuali di Firenze vedono a Milano la battaglia tra Pezza ( anarchico) e Chuno ( marxista), vede la costituzione dell'aggruppamento" Figli del lavoro" con il giornale " La Plebe". Questo aggruppamento assolverà ad una funzione importante per la costituzione del PSI. La sua formazione costituisce un fatto importante:

1. prima opposizione più o meno seria al bakuninismo, che troverà il pieno appoggio di Engels;

2. prima impostazione del problema dell'autonomia di classe.

Ma una lettura attenta dello Statuto mostra che l'opposizione non avviene sulla base del marxismo, pur professando apertamente simpatie per il socialismo tedesco, ma il superamento avviene sulla base dell'evoluzionismo. Esso nega il partito, confonde il partito con una federazione di mestieri. Queste carenze la porteranno a caratterizzarsi come forza operaista, il cui primitivismo organizzativo e l'economicismo negano, nei fatti, le simpatie per il socialismo tedesco. Nonostante tutto apre nel movimento operaio nuove tematiche ed a quelle che ci sono dà un respiro più ampio, prospettando soluzioni corrette. Per esempio sulle elezioni, che sarà un banco di prova decisivo, le accetta in linea di principio e della partecipazione ne fa un aspetto della tattica; per quanto riguarda l'Italia ne propugna - e giustamente! - l’astensione, data la restrizione dl suffragio, impegnandosi nel frattempo all'interno del " Fascio della Democrazia" per l’estensione del suffragio stesso: ossia preparando le condizioni per una partecipazione del proletariato alle elezioni. Il fatto qui di enorme importanza è l'applicazione di una posizione alla realtà specifica italiana, con tutta un'articolazione tattico-strategica.

In ottobre, assieme ad altri circoli di studi economici e culturali, viene costituita la " Federazione dell'Alta Italia dell’Internazionale" in opposizione così al III Congresso anarchico. E' la contrapposizione a Bakunin ed il richiamo ai dettami della Ia Internazionale, e consequenzialmente al marxismo, anche se questa consequenzialità sarà in realtà molto attenuata.

E' da notare che l'Internazionale vive in Italiad o p o il trasferimento dell'Internazionale dall’Aia a New York, ossia d o p o il suo scioglimento.

Il III congresso bakuniano vede l'inizio delle due internazionali contrapposte, ma vede anche il costituirsi dei primi circoli socialisti: Roma, Napoli, Trapani, Palermo e poco dopo il passaggio di Andrea Costa dal bakuninismo al socialismo. E' il declino: il tentativo di insurrezione nel beneventano-avvellinese ed in altre zone d'Italia sono facile gioco della repressione. Con il fallimento delle insurrezioni anarchiche si chiude il capitolo anarchia in Italia, da qui esso non avrà più storia, vivrà ai margini del movimento operaio.

C O N C L U S I O N I

Non è un caso che il bakuninismo sarà battuto e si isolerà sulle stesse due questioni sulle quali furono battuti ed isolati i mazziniani:

questione dello sciopero,

questione elettorale:

che poi erano le stesse questioni, nella sostanza politica, sulle quali i mazziniani avevano battuto i moderati ed erano stati battuti sai bakuniani e che ora vedono battuti i bakuniani.

I mazziniani riprovavano lo sciopero e sostenevano l'arbitrato; i bakuniani disapprovavano lo sciopero generale, e più in generale il lavoro tenace di organizzazione della classe operaia e delle vaste masse, sognando grandi insurrezioni anarchiche.

Con motivazioni diverse essi giungono allo stesso risultato, perché avevano lo stesso metodo: astratta considerazione della realtà e presunzione di far dipendere la realtà dal proprio pensiero.

E' in definitiva la questione de " i buoni sentimenti e la realtà di classe ".

Circa la questione elettorale.

I mazziniani saranno restii fino all'ultimo al suffragio universale: sia l'ala moderata che i repubblicani; questi ultimi dopo essere stati restii e dopo avervi partecipato all'ultimo momento, si faranno cacciare fuori il loro candidato: Falleroni, che con il suo caparbio " non giuro" si faceva espellere da Montecitorio.

I bakuniani si opporranno al suffragio universale e saranno tagliati fuori dal grande dibattito politico che si svilupperà e così saranno fuori anche dal " Fascio della Democrazia", che raggruppa le forze democratico-borghesi, che lottavano per l'ampliamento della democrazia.

Ma l'identità non è solo tra Bakunin e Mazzini, ma anche tra moderati e Bakunin.

Un'attenta riflessione mostra tale identità.

E' noto che all'VIII Congresso delle " casse di mutuo soccorso" i mazziniani si battono perché siano organizzate per mestieri, mentre i moderati si battevano contro tale innovazione, giacché essa permetteva il facile - e quasi spontaneo - passaggio da centri di assistenza a centri di resistenza.

Bene tale era la questione allora.

Negli anni 1870-1880 il problema non è quello del passaggio dall'assistenza alla resistenza, ma il rafforzamento ed estensione di quella tendenza, la sua generalizzazione, per permettere il salto di qualità.

Bene. La formulazione bakuniana tende unicamente a fossilizzare, impedendone il passaggio alla fase successiva, determina la degenerazione nel corporativismo. Questo è accaduto perché lo stesso Bakunin non ha mai rotto con l'ideologia borghese, ne è rimasto sempre all'interno, costituendo così la " longa manus" dei moderati che prima attraverso Mazzini e poi attraverso Bakunin cercheranno di mantenere l'egemonia sul movimento operaio.

Ma se Bakunin ha trovato spazio in Italia, significa che c'era un terreno a lui favorevole; e se per un certo momento ha assunto una funzione dirigente significa che questo terreno era fertile a simili concezioni errate.

Vengono qui in tutta la loro importanza le conseguenze della " via italiana al capitalismo"; la mancanza di una " Encycopedie" italiana, e cioè l'assenza di un lavoro teorico che facesse i conti con l'ideologia feudale in Italia e gettasse saldi radici per una coscienza nazionale di classe borghese. L'intrecciarsi, invece, in Italia dei più svariati filoni ha determinato confusione e facili possibilità per le posizioni di Bakunin di prevalere, e queste non al sud, bensì in Italia e con particolare riferimento al nord d'Italia. La stessa rivoluzione borghese è stata un compromesso con le forze feudali ed il tratto determinante di tutti i vari filoni con i loro intrecci è il cattolicesimo, i quanto matrice ideologica feudale.

Il suffragio universale

Al congresso moderato di Roma ( aprile 1972 ) si ricollega il I congresso nazionale delle società di mutuo soccorso ( 28-31. ott. 1877). Esso si pronuncia a favore di una legislazione per le società operai, ma è contraria a che la legislazione statale si ingerisca nella vita interna di queste. La questione sollevata ha a sua validità, giacché Maiorano-Calatabiano avevano presentato in parlamento a nome del governo-Depretis ( 9.giugno. 1877) un " Progetto di legge sul riconoscimento giuridico delle società di mutuo soccorso". Il Congresso dell'ottobre 1877 respinge nettamente il principio dell'autorizzazione, della tutela e del controllo governativo, contrapponendo un progetto secondo il quale il riconoscimento giuridico andava concesso sulla base della semplice registrazione anagrafica. Bakuniani e repubblicani ( i mazziniani di sinistra) sono contrari a tutte le proposte e respingono in linea di principio qualsiasi controllo e riconoscimento giuridico. La loro posizione è errata: giusta l'opposizione al controllo, errata quella del riconoscimento, senza di questa è negata a priori la possibilità di queste a qualsiasi trattativa. E' noto che da queste associazioni nasceranno i sindacati; c'è poi tutta la lotta per il passaggio delle casse da organo di resistenza ad organo di organizzazione della lotta e quindi il problema del riconoscimento giuridico ha una sua validità. Il progetto di legge governativo è ritirato. Il II° Congresso delle " Casse di mutuo soccorso" si tiene sempre a Bologna ( 31.ot - 2. nov.- 1880) esso respinge anche il secondo progetto governativo Micelli. La partecipazione a queste lotte democratico-borghese sono di grande importanza per partiti ed aggruppamenti operai, giacché costituiscono una palestra di lotta ed importanti esperienze di alleanze verranno elaborate. Infine la lotta per il riconoscimento giuridico è preliminare per la lotta per il suffragio universale sia per accumulare forze sufficienti e su tale questione indebolire il governo, sia perché una volta riconosciuta la validità giuridica delle associazioni operaie e la loro possibilità di trattare, diventa assurda l'assenza di queste forze dalle elezioni; e... una volta dato il suffragio universale la lotta per imporre la trattazione con le organizzazioni operaie viene facilitata. In definitiva: tale lotta per il riconoscimento giuridico è lotta per scrollare di dosso dalle masse l'apatia e la noncuranza della loro assenza dalle lotte elettorali ed il mettere il dito nella piaga dell'assenza delle libertà democratico-borghesi. Ma repubblicani ed anarchici non possono capire la complessità di questa questione e la riduzione a banalità e quindi si isolano dalle masse e si isteriliscono.

Anche il secondo progetto di legge è ritirato.

Questi successi incoraggiano le forze democratiche ad avanzare la proposta del suffragio universale. Ferveva, infatti, in quel momento il dibattito sul suffragio universale. Era in discussione al parlamento - di riflesso - la nuova legge elettorale, promessa dalla sinistra sin dal 1876, ed era stata questa un suo cavallo di battaglia. Questo obiettivo vede l'unità di tutte le forze sinceramente democratiche: era indetto a Roma nel novembre 1880 un grande comizio nazionale. Intanto l' " Associazione democratica bolognese" approfitta della presenza in Bologna del II Congresso nazionale delle casse di mutuo soccorso per indire una " Conferenza per il suffragio universale", in preparazione del comizio nazionale. La circolare di convocazione della conferenza è firmata da: Saffi-Carducci-Genere, aderisce Andrea Costa, la massoneria al completo, insomma!

Durante la prima giornata dei lavori del II Congresso, Saffi propone che venga messo all'ordine del giorno la questione del suffragio universale: passa a maggioranza. Il pomeriggio del 1.novembre nei locali del congresso nazionale delle casse di mutuo soccorso si tiene la " Conferenza per il suffragio universale". Saffi, da buon mazziniano, sostiene il principio della democrazia borghese e della collaborazione di classe. Il Costa tiene un acceso discorso in cui dichiara tra l'altro: " Dico dunque che il suffragio universale non basta; per il momento servirà per incominciare la lotta contro l'ordine."

Bardanti-Brodano, per il gruppo milanese Gnocchi-Viani - ossia " I figli del Lavoro", con il giornale " La Plebe -, riconosce alla rivendicazione per il suffragio elettorale un valore reale e non puramente agitatorio, nel senso di un allargamento degli spazi democratici per la lotta del proletariato in nome del socialismo evoluzionista. La replica di Saffi non si fa attendere: passa la sua impostazione. La mozione finale dice di "richiamarsi al principio della sovranità popolare, al diritto naturale proprio della persona civile", ribadisce il concetto della concordia nazionale, respingendo la posizione della lotta di classe; oltre ad indicare nella lotta per il suffragio universale il mezzo di redenzione nazionale.

Il Costa accetta le conclusioni, respingendone le premesse sulla base della sua dichiarazione; " distinguo" vengono fatti anche da Bardanti-Brodano.

Costa ed il socialismo.

Prima di passare a trattare il socialismo in Italia, occorre soffermarsi sul " passaggio " di Andrea Costa ( massone ! ) dall'anarchismo al socialismo italiano - diverso, come si è visto , dal socialismo scientifico di Marx ed Engels.

In premessa occorre far notare come dopo il 1876 il dibattito nel movimento operaio italiano si sposta dai congressi tutti interni al movimento operaio italiano ai problemi sociali e politici del paese, ove il movimento operaio per un verso o per un altro è tirato dentro. Ed è da questo dibattito che si viene ora formando la sua ossatura. Ecco perché diviene centrale seguire questo dibattito e come il movimento reale nel paese, si riflette dentro il movimento operaio e le sue organizzazioni.

Veniamo ora al Costa.

Costa ribadisce la positività dell'anarchia in Italia, pone il cambiamento perché l'anarchia non basta più, è limitata, divenuta tale dopo aver assolto alla sua funzione in Italia. Cambiare, quindi, perché ci si trova alla vigilia di un rinnovamento, perché in generale negli altri partiti prevale la direzione socialista e la corrente bakuniana è stata sconfitta, per cui egli cambia cavallo. Non fa alcun accenno, pur essendone stato l'artefice assieme a Cafiero, Pezza ed altri della funzione anti-Internazionale della sezione italiana, né che questa sezione è stata l'artefice di un congresso internazionale contro quello dell’Aia ed in contrapposizione alla " Conferenza Internazionale" di Londra. Pone la questione con superficialità, volutamente, sostenendo che l'Internazionale ha assolto una funzione positiva in Italia fino ad allora, pur sapendo benissimo che era l'internazionale anarchica. Ecco quanto dice espressamente a riguardo: " Ci troviamo alla vigilia di un rinnovamento (...) tutto ciò che abbiamo fino ad ora non basta più per soddisfare né la nostra attività, né quel bisogno di movimento senza cui un partito non può esistere; sentiamo che dobbiamo rinnovarci. [ ...]. Ciò che facemmo ebbe la sua ragion d'essere. [ ...]. Noi facemmo quello che dovevamo fare [ ...]; ma in sostanza dobbiamo restare quello che fummo."

Ma che concezione ha Costa del socialismo?

Egli non parla mai del marxismo, né di Marx ed Engels.

Esprime invece una concezione fatalistica dell'avvento del socialismo, operando così una scissione tra l'attività politica quotidiana e l'avvento del socialismo.

Ma in che cosa consiste la società socialista di Costa?

Egli la riduce, appiattendola, al collettivismo, che sarebbe il mezzo per giungere all'anarchia.

Cos’è il collettivismo?

E' l'accomunamento dei mezzi di produzione, che determina l'abbondanza e quindi l'abolizione delle leggi e istituzioni che regolano la distribuzione della produzione... quindi si potrà attuare il comunismo anarchico. Ecco quanto espressamente dice a riguardo: " (...) l'esperienza ci ha dimostrato che la rivoluzione non è affare né di un giorno, né di un anno. Perciò aspettando e provocando il suo avvenimento fatale, cerchiamo qual è il programma generale intorno cui raccogliere tutte le forze vive e progressiste della generazione nostra. Questo programma è il collettivismo come mezzo, l'Anarchia come fine, programma di oggi, che fu il nostro programma di ieri. L'accomunamento della terra e degli strumenti da lavoro avrà per conseguenza necessaria l'accomunamento dei prodotti del lavoro; e quando questo accomunamento abbia luogo, ogni legge che regoli i rapporti tra gli uomini deve necessariamente sparire giacché è l'abbondanza della produzione e la nuova educazione, che le nuove condizioni sociali e la pratica della solidarietà umana daranno all'uomo, le renderanno inutili. Allora potrà attuarsi quel comunismo anarchico, che oggi appare come il più perfetto ordinamento sociale.". ( Andrea Costa " Ai miei amici di Romagna, La Plebe, n. 30, 3. ag, 1879 ).

Posizioni errate vengono espresse anche riguardanti il partito, cui accenna nella lettera citata, dove si nega il carattere di classe, oltreché la funzione dirigente..

La nostra attenzione per comprendere appieno il " passaggio " di Costa va fermata sul " trasformismo", ossia su quel processo politico-sociale-culturale che attraverserà il Paese tra il 1875-1880.

Il " trasformismo" è quel preciso, ed esatto, movimento politico-sociale cultuale che investirà l'Italia e che porterà la " Sinistra" al governo e che vedrà il passaggio di intere schiere di uomini cavouriani nel gruppo della sinistra e che vedrà in Depretis un uomo chiave.

Quel Depretis, uomo cavouriano, che nel maggio del 1852 alla III Assemblea delle casse di mutuo soccorso presenta un progetto di " Patto di fraterna solidarietà..". Il " passaggio " del Costa è quindi tutto dentro questo più generale processo trasformistico in atto nel paese, che vedrà la destra cavouriana " cedere" la direzione del paese alla sinistra.

Il socialismo in Italia

Il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna ( Psr) si costituisce a Rimini nell'agosto 1881; le distanze con il bakunismo aumentano nel 1883, ma non romperà mai definitivamente con esso.

Il II Congresso è caratterizzato dall'opposizione governativa al diritto di sciopero, assieme a tale questione si articola quella, ad essa connessa, degli arbitrati.

Il II congresso decide di rafforzare per l'occasione 'accordo con i repubblicani con i quali aveva condotto assieme la lotta elettorale.

Il III Congresso si tiene a Forli, 20. luglio. 1884.

Tre sono le questioni affrontate:

1. la presenza di anarchici al congresso, sostenendo che ci si opponeva al programma-statuto del partito non poteva partecipare al congresso. La sua importanza è che è un'ulteriore rottura con il bakunismo ed il tentativo di mantenere le distanze.

2. il rapporto con il " Fascio della Democrazia".

Nel 1879 era stata costituita la " Lega della Democrazia" con il compito di lottare per il suffragio universale. Essa aveva esaurito la sua funzione dopo l'ottenimento del suo obiettivo e dopo la campagna elettorale del 1882. Ma tale iniziativa non si era fermata qui ed era giunta fino alla costituzione di una specie di cartello elettorale: " Fascio della Democrazia". Esso era un tentativo di opporre un fronte anti-trasformista al trasformismo di Depretis.

Viene costituito il 5. maggio 1884 su iniziativa dell'Associazione Democratica milanese ( repubblicana ) che nel suo direttivo chiamerà a farne parte Bovio, Cavallotti ed il Costa, che accetterà il mandato con riserva.

( La questione del fronte elettorale merita un discorso a parte ed a parte è stato precedentemente trattato; nelle conclusioni ad esso sarà riservato un paragrafo a parte.).

La terza questione affrontata al Congresso di Forlì, del 20. luglio. 1884 è: il tema, per la prima volta affrontato, dell'organizzazione della gioventù in " sezioni preparatorie", la proposta è di Adamo Mancini.

L'altro principale centro del movimento operaio, dopo la Romagna, è la Lombardia.

Seguiamo adesso i movimenti in questa importante regione.

Seguiamo spezzettati i movimenti e le regioni, per il carattere spezzettato e frammentato del Movimento Operaio in sé in questo periodo.

In questo modo, restituendo il processo nella sua frammentarietà, ci è possibile coglierne meglio il movimento generale così come esso si è venuto ad articolare e cogliere meglio i problemi che il Movimento Operaio aveva dinanzi a sé e cogliere così meglio tutta l'eredità che riceve dal processo di unità nazionale; del suo essersi venuto configurando come movimento di settori e spezzoni territoriali e non come movimento unitario: il piemontese che successivamente si allea con il lombardo e successivamente l'asse lombardo-piemontese stringere patti ed alleanze con frange di borghesia marchigiana ed emiliana e tutte assieme stringersi in un blocco storico con la borghesia nobiliare latifondista meridionale.

Veniamo, allora alla Lombardia.

Si è visto che al III Congresso della sezione italiana dell'Internazionale, sotto l'influenza di Bakunin, si opera la scissione: Pezza-Chuno, e si va alla costituzione di due sezioni italiane dell'Internazionale: quella di Bakunin e quella della Federazione Alta Italia dell'Internazionale.

Il II Congresso della " Federazione dell'Alta Italia" si tiene a Milano, 17-18. febbraio. 1877 ). Esse sono in tutte 15 federazioni di cui 12 del Lombardo-veneto-piemontese, una di Cagliari, una di Carrara, una di Nicotera. Questa esigua forza rappresentava tuttavia l'embrione di un socialismo italiano, che si liberava dall'estremismo anarchico senza ricadere nel mazzinianesimo e tracciava le prime linee di sviluppo, che porterà quindici anni dopo alla formazione del PSI.

Nella sua relazione Osvaldo Gnocchi-Viani dichiara: " [ ...] le rivoluzioni non s'improvvisano né si fanno ad ora fissa: bisogna attendere per amore o per forza. E in questo frattempo se il socialismo non si dà altri mezzi, se non viene con altri mezzi a porgere un sollievo alle classi più sofferenti, arrischia di intorpidirsi, di sfiduciarsi, lasciando intanto aperto l'adito agli avversari astuti di cacciarsi in mezzo alle classi sofferenti, illuderle con ripieghi, acquistarne le simpatie ed intralciarne così l'opera nostra ."

E' evidente qui la scissione che si opera tra la lotta quotidiana, che serve per accumulare le forze e la lotta per la rivoluzione socialista. La lotta quotidiana è vista per impedire ad altri di intrufolarsi tra le " classi sofferenti" per portare sollievo. In effetti è il discorso che le lotte quotidiane, portando sollievo, ci permettono di intrufolarci tra le " masse sofferenti", poi quando è il gran giorno tutti seguiranno noi alleviatori di masse sofferenti. E' in definitiva il discorso: noi buoni!.

Residui di anarchismo pervadono ancora le idee di questi socialisti evoluzionisti.

Ma questo passaggio dall'anarchismo al socialismo evoluzionista è il riflesso di tutto un dibattito internazionale, che sfocia nel congresso internazionale di Gand ( settembre 1877 ).

Qui si fronteggiano due posizioni: l'anarchia e l'evoluzionismo con venature più o meno marxiste. Erano presenti anche Costa, Bignami e per la Sicilia Zanardelli, il futuro primo ministro del governo Giolitti-Zanardelli.

Esso vede la sconfitta in campo internazionale dell'anarchismo e ribadisce nei suoi punti centrali la dichiarazione conclusiva del Congresso dell’Aia.

L'autorità di Bignami e di Gnocchi-Viani all'interno della " Federazione dell'Alta Italia" viene rafforzata dalle conclusioni di Gand.

Il III Congresso della " Federazione dell'Alta Italia" costituisce il tentativo- dopo Gand - di raccogliere attorno al socialismo evoluzionista quanto restava dell'Internazionale anarchica; è il tentativo di mantenere unite le due correnti. Il tentativo fallisce, esso ratifica il definitivo distacco tra le due correnti. Questo fallimento assumerà un'importanza alla lunga, quando si tratterà di lavorare per l'unità e per la convocazione del PSI; quando cioè Costa propugnerà l'unità anche con gli anarchici. Ma il problema dell'unità non investe solo le avanguardie, ma anche le organizzazioni di massa operaie.

In Milano c'erano due organizzazioni di massa operaie:

l'una la " Associazione generale di mutuo soccorso", costituita nel 1860 a direzione moderato-borghese. Era un'organizzazione di tipo paternalistico, dedita alla previdenza.

l'altra il " Consolato Operaio" a direzione radical-borghese.

Era una federazione di mestieri; dello stesso tipo ve ne erano anche a Como, Pavia, Brescia, Mantova: questi preparano il terreno alle future Camere del Lavoro.

Il " Consolato Operaio" di Milano si pone il problema di dare una direzione unificata a questi consolati, a questo scopo è convocato il Congresso della Confederazione Operaia Lombarda.

Il I Congresso si tiene a Milano, 25-26. sett. 1881.

Gli scopi della Confederazione sono quelli di additare come obiettivi prossimi il miglioramento operaio nella partecipazione agli utili. Si ripresenta qui la vecchia tematica mazziniana, sostenuta dalla direzione radical-borghese. Essa in definitiva non era che la scissione a sinistra delle Società Affratellate, dopo la morte di Mazzini. Alla proposta di miglioramento con la partecipazione operaia agli utili vi è l'aggiunta da parte della federazione pavese sulla resistenza operaia e l'appoggio alle agitazioni operaie. Questa aggiunta avviene con grandi resistenze e con un'alta percentuale di voti contrari. Ma per compensare questa aggiunta, si fa approvare un articolo dove si dice che le vertenze devono essere affidate a commissioni paritetiche. Tale congresso esprime il carattere riformistico-borghese della Confederazione. Ma 'aggiunta approvata sposta decisamente il centro della questione dalla predicazione alla lotta. La votazione attorno a questa aggiunta caratterizza in maniera sufficientemente consapevole la tendenza operaista. La tendenza operaista manifestatasi in questo congresso, sfocia nella costituzione del Partito Operaio: Milano, maggio-agosto 1882. La sua costituzione è sollecitata dalle votazioni a suffragio universale: il problema era quello di sottrarre gli operai lombardi alla direzione radical-borghese. E' su questa organizzazione che " La Plebe" punta per aprire una nuova strada per il partito unificato della classe operaia, abbandonando quella, rivelatasi impraticabile e senza sbocco, dell’intesa tra le varie correnti ideologiche.

Il programma del Partito Operaio:

se gli toglie l'aperta dichiarazione di lotta contro il capitale e la rivendicazione del diritto di sciopero di fronte allo Stato, esso non si discosta dai programmi di allora della democrazia borghese e non comprende altri punti che possono qualificarlo socialista.

Pr quanto riguarda la politica internazionale esso non va al di là della generica proclamazione della fratellanza universale e l'indipendenza di tutti i popoli.

L'importanza però di questo programma sta nel fatto che ha quel tanto sufficiente da bastare a caratterizzarlo come programma di classe, rivendicando l'autonomia di lotta e di organizzazione della classe, quel tanto che entrava in aperto contrasto, a Milano, contro la democrazia radicale, per sottrargli operai.

Il II Congresso della Confederazione Operaia Lombarda è impegnato per la formulazione del programma elettorale.

Vi è l'opposizione del mazziniano Ascheri, che propugnava l'astensionismo e chiedeva la libertà per ogni federazione di regolarsi come meglio credeva. LA sconfitta elettorale del Partito Operaio ne determina la sua scomparsa. I suoi militanti sviluppano il dibattito all'interno dell'Unione Operaia Radicale. Qui entrano in lotta due posizioni:

una sosteneva la necessità di estendere il mutuo soccorso anche a quei lavoratori che erano stati licenziati per lotta o per essersi opposti a riduzioni salariali;

l'altra' vi si opponeva.

E' evidente qui il carattere di classe di questa posizione, che trasformava le casse da organi di resistenza ad organizzazioni di combattimento della classe; i suoi sostenitori si organizzano nella " Lega dei Figli del Lavoro": così organizzati daranno battaglia al III, IV e V Congresso della Confederazione Operaia Lombarda. ( 1883 - 1885 ).

Il III Congresso si apre con due schieramenti contrapposti: la lotta tra la destra radicale e la sinistra operaista.

Il IV Congresso vede lo scontro innalzarsi e poste sul tappeto e senza mezzi termini:

collaborazione o lotta di classe,

mutuo soccorso o resistenza,

paternalismo borghese o indipendenza ed autonomia della classe.

Il IV Congresso vede su questi punti la battuta d'arresto degli operaisti; trionfano invece nettamente e senza difficoltà sulla questione dello sciopero. Il progetto governativo Depretis-Berti viene bollato come reazionario, esso voleva imporre alle società operaie di occuparsi unicamente della previdenza, allo scopo di ricondurle sotto l’egemonia liberal-borghese.

L'ordine del giorno approvato all'unanimità è redatto in termini nettamente anti-governativi; ciò costituisce un passo in avanti per il successivo congresso, giacché qui la destra radicale pur uscendo vincente su tutti i punti, meno che su quello dello sciopero, in effetti ne esce perdente perché si rafforza il principio dell'autonomia della classe operaia dal liberalismo-borghese, della contrapposizione classe operaia-governo borghese, perché è respinto il principio governativo.

L'ordine del giorno testualmente dice:

" Il IV Congresso delle Società Operaie Lombarde di Milano,

ritenuto che la legge sugli scioperi proposta dal governo non tenda ad altro che a dare sanzione eguale agli arbitrii che sistematicamente si compiono in Italia a danno dei lavoratori, che esercitano il loro diritto di coalizione contro la prepotenza del capitale, condanna come indegna di discussione la suddetta legge, come lesiva ai principi di equità e giustizia ed invita tutte le associazioni a promuovere un'agitazione nazionale per impedirne l'emanazione e protesta ancora una volta contro gli articoli 385-6-7 del Codice Penale."

Intanto gli anarchici tengono congresso a Forlì, 15. marzo. 1885:

è un vero disastro. Tale congresso ha la sua importanza in quanto sancisce il declino del bakunismo. Esso cercherà inutilmente di mantenersi in piedi, attraverso una difesa chiusa.

La maggior parte dei residui anarchici, quando non intendono il significato dei primi movimenti di grandi masse lavoratrici caratteristici di questi anni e non passano al socialismo, tendono a rinchiudersi nel più stretto massimalismo, nell'attesa della grande rivoluzione sociale, in nome della quale è considerato un compromesso inammissibile ogni forma di lotta che si svolga nell'àmbito dell'attuale organizzazione sociale, e quindi non solo le cooperative sono condannate, ma anche gli scioperi vengono considerati inutili e dannosi ed in quanto tali condannati e respinti.

" La Plebe", giornale della Lega dei Figli del Lavoro", operaisti si porrà come centro organizzatore delle grandi manifestazioni nella Valla Padana, mentre il Psr di Costa lo sarà per le lotte in Romagna.

La via dell'unità per la costituzione del PSI.

Gli operaisti sono incoraggiati dalla vittoria riportata al IV congresso, affermando una rude ma precisa coscienza di classe contro ogni posizione di paternalismo e di riformismo nel movimento operaio italiano.

Al V Congresso prendono la parola, difendendone le posizione del Partito Operaio, tutti i suoi maggiori dirigenti: Croce - non Benedetto Croce, ovviamente! - Lazzari, ecc. La mozione finale votata al congresso vede la vittoria degli operaisti.

Essa dice:

" Il congresso riconoscendo che l'emancipazione completa dei lavoratori della città e della campagna è il criterio che li deve dirigere nel loro movimento, proclama la resistenza come uno dei mezzi utili di organizzazione arte per arte, onde ottenere un miglioramento delle loro condizioni e l'affrancamento di tutti gli operai tanto della campagna che delle città, incarica la commissione direttiva di preparare un congresso straordinario con l'accordo delle altre associazioni per l'unione di tutte le forze operaie in un unico partito."

LA vittoria al V Congresso spinge gli operaisti ad accelerare i tempi per la costituzione del Partito Operaio Italiano, anche per mandato ricevuto dal V Congresso.

Il congresso costitutivo del Partito Operaio Italiano avviene a Milano, 12. aprile. 1885.

Dopo l’esperimento elettorale del 1882, il gruppo dirigente del Partito Operaio sceglie la strada di unire attorno un gruppo omogeneo, che nei congressi della Confederazione Lombarda aveva raccolto i consensi delle società operaie esistenti. Assieme a questi costituiscono il partito, come organizzazione federativa di tutte le società che sono d'accordo con il programma.

Lo scopo dichiarato del Partito Operaio Italiano è di organizzare arte per arte - come dice la mozione conclusiva del V Congresso - le falangi del proletariato, cioè di costituire un'organizzazione economica e sindacale, non politica. La lotta politica è considerata un diversivo dei borghesi per distogliere gli operai dalla difesa dei loro veri interessi, per cui è assolutamente estraneo ad ogni partito politico e religioso. L'adesione a questo partito è limitata unicamente, come dice lo statuto, a " operai manuali di ambo i sessi, tanto dei campi che delle officine, salariati ed alla diretta dipendenza dei padroni imprenditori o capitalisti."

La preoccupazione del Poi è quella di eliminare l'utilizzo della forza operaia da parte dei borghesi. Questo intento-preoccupazione è espressamente detto da Gnocchi-Viani: decisa volontà di farla finita con il predominio in seno al movimento operaio di forze estranee alla classe operaia, che avevano "guastato l'indole popolare di tante società operaie, facendole diventare o piccole congregazioni di carità o succursali di partiti politici."

A chiusura il V Congresso decide di tenere il prossimo in unione con quello della Confederazione Operaia, con sede in Mantova. Qui esisteva un centro di movimento socialista legato a Costa con il giornale

" La Favilla".

Intanto nell'estate del 1884 - sotto l'onda delle lotte della Valle Padana - viene costituita ad opera di Siliprandi l'Associazione Generale dei Contadini Italiani: organizzazione di lotta dei braccianti della provincia, superiore per forza numerica e per combattività a quante ne esistevano nella penisola, così come superiore ad ogni precedente movimento di massa erano gli scioperi agrari sviluppatisi in quell'anno nel mantovano.

Nel gennaio 1885 l'indirizzo dell'Associazione era precisato in un’assemblea tenuta a Spineta che deliberava l'uso della resistenza legale contro i padroni e conduttori di fondi, stabiliva le tariffe agrarie da rivendicare per i vari lavori campestri ed escludeva dal seno i soci onorari.

E' il giornale " La Favilla" che ne dà 'annuncio: n.8 del 15. gennaio 1885 ed il n. 9 del 29. gennaio, così come aveva pubblicato l'articolo di Siliprandi, ove si annunciava il proposito di costituire questa Associazione.

Il giornale " Il Fascio Operaio" - giornale del Poi - plaudiva a questa iniziativa e chiamava i contadini del mantovano a raccogliersi sotto la bandiera del Poi.

Il II Congresso del Poi in concomitanza con quello della Confederazione Operaia Lombarda si tiene, come stabilito, a Mantova e segna la fusione del Poi e la Confederazione Operaia Lombarda.

La ferma demarcazione viene rafforzata dalle poche aggiunte.

All'articolo 1 a " Il Partito è assolutamente estraneo ad ogni partito politico e religioso" si aggiunge " e parteciperà alle lotte della vita pubblica come classe distinta che tende alla sua emancipazione.".

Al Congresso partecipa anche l'Associazione Contadina: vi si dibatte il problema della terra e Lazzari propone " la terra a chi la lavora" e sul piano immediato la terra demaniale in assegnazione alle famiglie contadine.

Il Poi è costituito e vi confluiscono oltre il Partito Operaio: Lazzari, Croce, la Confederazione Operaia Lombarda, l'Associazione Generale dei Contadini, la " Lega dei Figli del Lavoro" e quindi Gnocchi-Viani e tutto il gruppo dirigente raccolto attorno al giornale " La Plebe".

Il congresso del Poi è stato effettivamente un deciso passo in avanti: esso si è posto alla testa del movimento operaio e contadino di Lombardia, ha compiuto un grande sforzo di unificazione sulla base di una posizione sufficientemente di classe e dichiaratamente proletaria, ha battuto la prevalenza borghese in seno al movimento operaio, ha rivendicato alla classe operaia la direzione del movimento contadino.

Risulta qui evidente però che lo sforzo di organizzare la classe operaia autonomamente lo è sul piano organizzativo ed economico-sindacale, oltreché politico, ma manca sul piano ideologico, manca, cioè, il marxismo, senza il quale è assolutamente impossibile qualsiasi autonomia reale della classe. registriamo cioè qui il ritardo della penetrazione del marxismo in Italia, nonostante uno sviluppo sostanziale del movimento di classe. Tutto ciò non toglie che il I Congresso del Poi costituisce un decisivo passo in avanti.

Il Poi viene rapidamente estendendosi oltre i confini della Lombardia.

In Piemonte: a Torino numerose società operaie aderiscono al partito e

nel giugno 1886 nasce la " Lega mista dei figli del lavoro";

a Casale esiste un sottocomitato al quale fanno capo numerose sezioni contadine del

Monferrato;

ad Alessandria la sezione, retta da un sottocomitato, si articola in dodici sezioni di mestiere più

una mista;

a Novara al locale comitato viene respinta l'adesione perché dedita all'assistenza e non alla

resistenza; ma comitati si formano ad Intra, Pallanza, Vercelli, Biella.

In Liguria: Savona, Trione, San Remo.

In Emilia : esistono nuclei che svolgono un'attività di propaganda a favore del Poi a Parma, Piacenza, Reggio, ove nascono comitati e sezioni e così a Bologna e ad Imola: roccaforte del Costa.

L'azione di solidarietà e sostegno alle lotte da parte del Poi si estende ben oltre questa presenza, durante lo sciopero, per esempio dei tipografi napoletani.

 

 

Il Psr di Romagna va avanti, estendendo la usa influenza: circoli socialisti di indirizzo anarchico si vengono trasformando sotto l'influenza del Psr.

A Reggio Emilia nasce " La Giustizia di Prampolini, che dedica l'intera prima pagina del suo primo numero a Costa, propugna instancabilmente l'organizzazione di società operaie svincolate da patronati borghesi e le esorta ad aderire al Partito Operaio Italiano.

A Torino il gruppo de " La questione sociale" abbandona il circolo di propaganda socialista dominato da anarchici disfattisti e fonda la

" Lega socialista": ' per ridestare la coscienza dei lavoratori alla rivendicazione dei loro diritti".

La rottura del Psr con il " Fascio della democrazia", forte motivo di dissenso tra il Poi ed il Psr, avvicina ulteriormente i tempi dell'unificazione.

Il congresso propugna l'unità tra i due partiti.

Essi si sviluppano e spesso nelle stesse città esistono entrambe.

Al congresso sono presenti le regioni: Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia, Romagna, Toscana, Lazio, Marche e Napoli, Brindisi e Palermo.

La politica unitaria di Costa

Le carenze teoriche, precedentemente analizzate quando ci si è soffermati sulla lettera di Costa " Ai miei amici di Romagna", assumono, ora, quando si tratta di elaborare il piano di unità tutta la loro ampiezza: il non rifiuto dell'anarchia, il tentativo di dargli un corpo teorico, una giustificazione teorica come momento necessario per l'Italia.

Costa sostiene una posizione giusta quando sostiene che la lotta economica e politica costituiscono due aspetti della complessa lotta di classe; classe in seno alla quale - a differenza delle varie frazioni della borghesia - non esistono antagonismi di classe. Ma dopo questa affermazione giusta, estende tale concezione alle teorie anarchiche, in verità egli aveva elaborato queste posizioni giuste, proprio per poter estendere il suo " slancio unitario" all'anarchia.

Egli utilizza questa tesi per poter sostenere che anarchia e socialismo sono entrambi momenti necessari, quindi perfettamente conciliabili all'interno del movimento operaio: ove ' socialismo' stava per il momento economico e " anarchia" stava per il momento politico.

Agli anarchici, ai legalitari come Gnocchi-Viani che respingevano il principio della dittatura del proletariato, agli operaisti: ostinati nella pregiudiziale economicistica, Costa offriva come base di unificazione, uno schema conciliativo teorico, nel quale ciascuna di queste correnti era sublimata, come momento ideale della lotta per l'emancipazione dei lavoratori. Prospettava l'unità come possibile coesistenza sulla base della reciproca tolleranza, di socialisti e operaisti, di socialisti ed anarchici, di evoluzionisti , positivisti e rivoluzionari; si limitava, cioè, a proporre di non far nulla contro la " naturale" unità che si sarebbe compiuta naturalmente, date le radice di classe comuni ai diversi gruppi.

Costa non comprese mai che uno sforzo unitario comportava la divisione dalle idee errate; la battaglia ferma sui principi.

Questa impostazione errata che dà all'unificazione è causa non secondaria dello spegnersi dello slancio che aveva animato Monza: unificazione Partito Operaio, Confederazione Operaia Lombarda, Associazione Contadina...costituzione del Partito Operaio Italiano.

Le elezioni del 1886

Durante le elezioni del 1886 la lotta tra radicali, organizzati nell'Associazione democratica ed il Poi è molto aspra.

Nei collegi provinciali della Lombardia radicali e Poi sono nella stessa lista, ma è a Milano che la lotta assume toni molto aspri.

I risultati elettorali sono soddisfacenti per il Poi, complessivamente raccoglie 17.161voti; le affermazioni più forti sono quelle di Lazzari a Cremona 3359voti, e di Croce a Monza 2950voti nelle liste radicali.

Nel commento dei risultati elettorali il giornale " Il Fascio Operaio"

" denuncia i metodi sleali di lotta dei radicali". Cavallotti da parte sua, sul giornale " Secolo" ribatte con la calunnia, riprendendo l'accusa, già corsa durante le elezioni, secondo la quale il Poi era strumento della questura. Alla richiesta di ritirare l'accusa, presentando al Cavallotti i registri contabili, il Cavallotti risponde con un comunicato sibillino e fa sapere di voler presentare un'interrogazione alla Camera sul comportamento del Depretis, insinuando la convivenza tra il governo ed il Poi.

La questione si riflette all'interno dell'Associazione democratica del Cavallotti: un gruppo di personalità democratiche, appartenenti alle professioni liberali: medici, avvocati, professori, ecc., con a capo Filippo Turati si dimette dall'Associazione, che si era pronunciata contro il " Fascio Operaio".

La decisione di questo gruppo di persone andava oltre la critica a quell'Associazione ed investiva tutta la democrazia borghese ed in particolare il Cavallotti, leader di quella.

Attraverso la crisi aperta dal conflitto tra democrazia borghese e movimento operaio nuove forze, che avranno presto un ruolo considerevole, si spostano nel campo del proletariato e vi portano il loro patrimonio di cultura tradizionale, che sarà elemento importante nella formazione della coscienza socialista.

In realtà questa crisi va letta dentro la più generale crisi che investiva il progetto egemonico della borghesia. Va letta dentro la più generale crisi esprimentesi nella scapigliatura milanese ed il verismo Verga-Capuana. Va letta dentro il più generale processo di unità nazionale e le contraddizione che esso comporta, già all'indomani dell'unità d'Italia: tutti questi intellettuali insoddisfatti verranno a fare spesa da noi. come si è detto all'inizio.

Inoltre questa grave lacerazione nel progetto egemonico della borghesia si acutizza con il processo di costruzione del mercato nazionale ed il consequenziale processo di concentrazione capitalistico. Esso determina un pesante attacco alle precedenti condizioni economiche del paese, determinando un forte ridimensionamento della piccola borghesia rurale ed urbana, ed un consequenziale processo di proletarizzazione: di qui un'acutizzazione della crisi anche a livello sovrastrutturale ed a livello degli intellettuali di queste classi che escono ridimensionate dalla costruzione del mercato nazionale.

Attorno a Turati c'era la redazione della rivista " Cuore e Critica", che diviene " Critica Sociale" e che sarà la rivista teorica del futuro PSI e che assolverà sin d'ora ad una funzione centrale nel processo di unità e di propaganda del socialismo.

Ovviamente il socialismo della " Critica Sociale" era il socialismo di Turati, ossia l'evoluzionismo, letto dalla peggiore angolazione, quella del meccanicismo volgare. Questo socialismo in realtà altro non celava che un progetto più avanzato e moderno di ristrutturazione capitalistica dell'Italia: costituiva cioè il progetto di un'ala illuminata della borghesia, di cui Turati ne era espressione organica di classe. Questo socialismo borghese italiano nelle condizioni date diverrà tout court socialismo, con buona pace del socialismo scientifico. E troverà questo " socialismo di Turati" lungo la strada intellettuali all'Antonio Labriola, che ne illumineranno la strada e gli daranno ' spessore' - si fa per dire - oltreché credibilità 'teorica'.

La redazione di " Cuore e Critica", divenuta " Critica Sociale", costituirà, poi, la maggioranza del gruppo dirigente del PSI.

Dal XIII Congresso al XVI Congresso delle " Società Affratellate"

Il XIII Congresso delle Società Affratellate: mazziniani, si tiene a Roma 29-31. ott. 1874, avviene in un momento di ripresa delle associazioni operaie repubblicane.

Il dibattito concernente la " questione economica" aveva al centro la posizione da prendere sullo sciopero.

Lo sciopera andava divenendo anche in Italia un fenomeno sempre più frequente. Ma i mazziniani si intestardiscono nelle loro posizioni idealistiche a forte matrice cattolico-collaborazionista.

Essi sosterranno infatti che lo sciopero è immorale, perché abitua gli operai all'ozio.

In sede di votazione Busco-Onnis propone dopo le parole :

" che gli scioperi sono in massima dannosi", di aggiungere " e segnatamente là dove il diritto di sciopero non ha la difesa della legge né la forza dell'arbitrato legale, come si verifica in tutti i paesi nei quali il capitale industriale e fondiario è il complice necessario del privilegio politico.". Interviene un delegato della questura che ne impedisce la messa a votazione, e così anche su altre questioni quali il diritto di eredità e l'imposta progressiva, sotto il ricatto dello scioglimento dell'assemblea.

Il XIV congresso si tiene a Genova: 24-26. sett. 1876

La relazione è di stretta osservanza mazziniana, ove si articola la proposta sulle cooperative, ove neanche i pensionati e gli invalidi sono risparmiati.

La relazione dice:

" che la cooperazione, cioè l'associazione economica, è il mezzo più sicuro per giungere, senza scosse, senza ingiustizia, senza arbitrio ad emancipare l'operaio dalle ingiuste pretese, dalla servitù, dalla prepotenza a cui soggiace sotto l'attuale ordinamento del lavoro."

Circa la posizione da prendere riguardante l'elezione il congresso prende la posizione settaria, e profondamente errata, che manteneva fuori i mazziniani dal dibattito politico, che allora investiva le vaste masse italiane: la partecipazione prima per il suffragio universale e poi per la partecipazione alle elezioni.

La decisione presa è sintomatica dell'indecisione nel campo mazziniano, riflesso questo della lotta di classe al loro interno: non avrebbero preso parte se non dopo la convocazione di un'assemblea costituente, che avesse sancito il suffragio universale. A favore della partecipazione erano: Saffi, Campanella ed altri. Questo astensionismo graverà pesantemente anche sul futuro partito repubblicano, che si troverà tagliato fuori. I repubblicani, non offrendo alle aspirazioni democratiche né la via parlamentare né la via delle " barricate anarchiche": ossia la falsa sovversione, perderanno a destra ed a sinistra. Ma ciò è da collegare al ruolo subalterno che essi svolsero, svolgono e svolgeranno rispetto alla politica governativa.

Il XV Congresso si tiene a Genova, 22-25. giugno. 1882

Questione sociale e questione elettorale forniscono i temi del dibattito.

Gli scioperi si erano estesi dalle officine ai campi e quindi il problema aveva assunto un'importanza centrale, a cui nessuno più poteva sottrarsi, in più tali scioperi avevano visto una direzione socialista specie da parte del Partito Operaio, da la " La Plebe", dal Psr.

Il Congresso sceglie allora una posizione opportunista tendente a mantenere una posizione per non sparire dalla scena, ma tale posizione è anche il riflesso della lotta di classe che si aveva all'interno. La posizione presa è il riconoscimento in linea generale dello sciopero in quanto forma " talvolta inevitabile imposta da forza maggiore".

Un altro punto all'ordine del giorno riguardava le casse di mutuo soccorso interne. Erano così chiamate le prime organizzazioni operaie sul luogo di lavoro, che erano spesso dominate dai capitalisti, ma come casse di mutuo soccorso tendevano a trasformarsi in organi di resistenza. Esse rappresentavano, quindi, un primo momento di organizzazione della lotta di classe sul luogo di lavoro.

I mazziniani rimproveravano a queste di " perseguire unicamente gli interessi particolari e solamente materiali, senza dare spazio all'educazione, alla scolarità...". E' la copertura nel tentativo di liquidare, proprio quando la tendenza ad evolversi verso la resistenza diventava irresistibile.

Ma la direzione moderata non riesce ad impedire al congresso di dare la sua adesione alle agitazioni in Romagna contro le leggi di pubblica sicurezza ed in particolare contro l'istituto dell'ammonizione.

Il Congresso era chiamato a pronunciarsi definitivamente sulla posizione da prendere sulle elezioni del 1882. E' questo l'ordine del giorno centrale: l'ambiguità non poteva più essere mantenuta.

Il Congresso si pronuncia contro la partecipazione con una motivazione infantilistica, espressione proprio dell'idealismo piccolo-borghese mazziniano. La motivazione è che

" non essendosi ottenuta l'assemblea costituente, che sancisse il suffragio universale non si è ottenuto nessun mutamento nelle condizioni politiche generali, quindi non c'è motivo di abbandonare l'intransigenza."

Tutto si dovrà ridurre - secondo la mozione finale - :

" ad un atto di protesta morale e politica",

ad una dimostrazione da parte degli operai mazziniani

" di non essere per nulla opportunisti".

Così mentre i radicali borghesi da una parte ed i socialisti dall'altra si apprestavano alla lotta elettorale, i repubblicani s’isolavano senza di alcuna via d'uscita.

Il III Congresso del Partito Operaio Italiano.

Si tiene a Pavia il 18-18. sett. 1887

Costa vi interviene per distinguere le due funzioni di un partito e di un organismo di massa: un delegato aveva proposta che l’adesione fosse legata ad una ideologia precisa. Costa sostiene che fin quando il POI intende essere organizzato per mestieri non può fare alcuna distinzione ideologica.

In realtà il Costa voleva che il POI rimanesse quale organizzazione sindacale, per riservare a sé ed alla sua organizzazione il ruolo politico di fondare il partito unificato.

A meno di un mese di distanza dal III Congresso, si tiene il

10. ott. 1887 il Congresso delle cooperative e la costituzione della Federazione delle Cooperative Italiane, che vede accomunati Lazzari ( operaista), Costa, il mazziniano Muti, i radicali Maffi e Romussi, fino ai liberali moderati come Luigi Luzzatti.

In questa sede Lazzari e Costa lottano uniti contro il tentativo di ridurre il congresso a questioni tecnico-organizzative ed impostano, invece, il problema politico.

Lazzari riesce a far approvare una sua mozione ove si dice che compito della " Federazione" era l'appoggio " al movimento generale di organizzazione e di miglioramento della classe lavoratrice". Si vede, invece, respingere due mozioni tendenti ad assicurare al movimento l’appoggio finanziario delle cooperative agli scioperi.

Intanto il processo intentato contro il POI per istigazione alla rivolta, che si tiene a fine anno 1887, vede il trionfo del POI, che vede ritornare al loro posto di lotta i suoi dirigenti. Il commento del " Fascio Operaio" - giornale del POI - è una vera e propria dichiarazione di guerra. Ma questo spirito aggressivo nasconde una profonda incapacità a risalire la china, in cui la repressione aveva gettato il partito.

Il IV Congresso infatti che si tiene a Bologna, 8-9.sett. 1888 ) si protrae stranamente verso la fine, e si perde in questioni tecnico-organizzative. In effetti la cosa sta così: il livello dello scontro di classe cresceva e richiedeva una ben più ampia visione politica, che non quella che il POI aveva. Le sorti di questo partito sono legate unicamente a questa sua capacità di darsi una visione più ampia ed organica, ossia di crescere.

I tempi della costituzione del PSI si avvicinano, da lì a quattro anni ci sarà la convocazione del Partito dei Lavoratori Italiani, che al secondo congresso prenderà il nome di Partito Socialista Italiano.

Importante per il 1890 sarà la costituzione della Lega Socialista, che accoglieva i membri del POI socialisti, escludendo gli anarchici, ed i socialisti di vari raggruppamenti. Essa è costituita da Turati-Lazzari.

Il III Congresso del Partito Socialista di Romagna

Si tiene a Ravenna il 19. ott. 1890.

Di per sé non costituisce alcuna importanza, convocato sulla questione delle recenti elezioni, il tentativo di Costa di far essere presente il Turati, in maniera strumentale, fallisce, come fallisce il tentativo di dare maggior respiro al Psr.

Il congresso si tiene nella clandestinità per la repressione poliziesca. E' in sostanza un congresso locale per l'assenza di tutti i maggiori dirigenti del socialismo italiano: Gnocchi-Viani, Lazzari, Turati, ecc. Il Psr di costa era rientrato così entro i confini della provincia romagnola, dalla quale vanamente aveva tentato di uscire e porsi come punto di riferimento per il partito operaio nazionale, che si andava costituendo.

Ciò che caratterizza questo congresso è la lettera di Turati ai congressisti, ove Turati espone nelle linee generali la sua visione del socialismo.

Tale lettera conteneva:

1. la critica-avvertimento a non confondersi con la democrazia borghese ed a non far diventare tale congresso solo una tribuna per candidati in cerca di poltrone a Montecitorio; richiamava ai congressisti i limiti della democrazia radicale - e necessità di mantenere la netta linea di demarcazione - che confinava la questione sociale in assai secondo piano e sperava tutto nell'armonia tra le classi.

2. La questione del rapporto coscienza-spontaneità nella forma della funzione degli intellettuali nel movimento operaio italiano.

Era questo un tema di scottante attualità:

Turati vede il partito che viene costituendosi spontaneamente

( " per azione spontanea" ) delle vaste masse in opposizione al capitalismo ( " le condizioni di fatto" ). La funzione dei teorici è quella di offrire le armi più generali e comuni, ma " non possiamo e non dobbiamo turbare il movimento proletario con proposte anticipate, prematuramente astratte". ). Ossia: noi teorici abbiamo la verità e man mano la istilleremo secondo il caso, l'opportunità... . E' questa la concezione borghese e filistea del movimento operaio ritenuto incapace di elevarsi; ritenuto incapace di capire e di andare al di là delle questioncelle economiche e contingenti.

Da qui all'economicismo il passo non è breve... è d'obbligo!

Perché, poi, a ben guardare dietro l'economicismo vi è sempre una teoria che fa dei quadri intellettuali borghesi i capi di quel movimento, mentre ai proletari viene lasciato il settore di intervento delle questioni più immediate e contingenti, che poi vengono ridotto e ricondotte alle più immediate rivendicazioni economiche, quelle che più immediatamente l'operaio sente, per legarsi agli operai, per far vedere loro che noi stiamo dalla loro parte, ecc. ecc. ecc.!

Labriola, invece, sosterrà una posizione di " sinistra", secondo la quale era possibile una formazione spontanea di quadri operai.

La posizione più corretta a riguardo, ancora una volta, è quella del POI, in cui a tale tema non vi si dava eccessiva importanza, si poneva la questione della preminenza della classe operaia..., ma non si rifiutava il contributo che poteva venire dagli intellettuali borghesi, passati nel campo del proletariato.

A latere va annotato che nel 1889, in occasione del I centenario della rivoluzione francese, si tiene un convegno internazionale, l'Italia sarà presente con una delegazione unitaria composta da socialisti ed anarchici, quelli che si raccoglievano attorno alla rivista " Rivendicazione" ( si definivano comunisti-anarchici).

E sempre a latere va annotato che al Congresso di Halle della socialdemocrazia tedesca ( SPD ) viene inviato un " Indirizzo", firmato dalle correnti più significative e redatto dallo stesso Labriola.

Il V Congresso del POI

Il C.C. non impegna il congresso sulla questione elettorale e lascia alle varie organizzazioni locali di discuterne, fermo restando le direttive generali.

il congresso del Fascio dei lavoratori di Milano si occupa delle elezioni in comune con il Consolato Operaio ( organizzazione operaia dei repubblicani), capeggiato da Maffi. Anche se non si riesce a trovare l'accordo questo fatto segna una svolta, che avrà importanti sviluppi per la costituzione del PSI.

Il V Congresso si tiene a Milano: 1-2. nov. 1890

Si fa obbligo ad ogni sezione di includere nel proprio statuto lo sciopero come obbligo sociale e di prevedere i mezzi per la sua attuazione, il che comportava l’esclusione definitiva delle società di mutuo soccorso, le cui funzioni venivano ad essere incorporate. In specifico la delibera congressuale dice:

" la resistenza ai capitalisti è la caratteristica dell'organizzazione del Partito Operaio, perché con essa i lavoratori possono difendere la loro posizione di sfruttati. Gli scioperi sono la manifestazione materiale della resistenza nel campo economico, perciò ad essi devono essere coordinati tutti gli sforzi dei soci del partito."

Anche se vi è una riduzione al fatto economico, esso costituisce un altro passo in avanti; l'esclusione delle case di mutuo soccorso se costituisce di per sé un assottigliamento quantitativo, costituisce al tempo stesso un rafforzamento qualitativo, costituisce un chiudere con l'ambiguità.

L'altro argomento dibattuto in sede di congresso era la costituzione delle Camere di Lavoro, di cui da tanto tempo si discuteva in Italia e che il Convegno Internazionale di Parigi aveva caldeggiato.

A Milano si era già costituita la Camera del Lavoro ad opera di Gnocchi-Viani, giacché da consigliere comunale aveva condotto la.

Progressi si facevano anche a Pavia, Piacenza, Firenze, Torino, ... .

Le Camere del Lavoro erano concepite allora come uffici di collocamento gratuiti, che avrebbero dovuto assolvere alla funzione di disciplinare il mercato del lavoro, eliminare la concorrenza tra i lavoratori, momento organizzativo: " istituzione destinata esclusivamente a difendere gli interessi della mano d'opera contro il capitale'".

tale definizione, tratta dalla relazione Cabrini, era funzionale per mettere in guardia i lavoratori dal tentativo liberal-borghese di utilizzare le Camere del Lavoro per mitigare la lotta di classe. La risoluzione congressuale a riguardo dice:

" Le Borse - così si chiamavano - del lavoro altro non sono e non possono essere che il mercato del lavoro."

E' questo l'ultimo congresso del POI; esso aveva avuto la sua ragion d'essere: attraverso di esso era stata riaffermata l'autonomia e l'indipendenza della classe operaia in quanto forza politica indipendente dalla borghesia, contro le manovre e utilizzi borghesi; era stata affermata l'idea della lotta di classe e la distinzione del partito della classe operaia dagli altri partiti politici.

Volendo fare un breve bilancio più generale del Poi esso è altamente positivo:

il meglio del proletariato italiano viveva nel Partito Operaio Italiano; le sue esperienze migliori, il suo patrimonio politico ed ideale viveva nel Partito Operaio Italiano, in quanto era stato il Partito Operaio Italiano ad organizzarle ed a dirigerle.

I temi affrontati in sede congressuale sono i più articolati e vivaci, oltreché corrispondenti alla realtà e le posizioni emerse sono le migliori si per quanto riguarda l'unità in un unico partito, sia per quanto riguarda le lotte operaie e contadine e l'organizzazione operaia. Tiene sempre le posizioni più avanzate ed è sempre il Partito Operaio ad impostare, nel migliore dei modi, le questioni e le tematiche sia di linea generale che di tattica: elezioni, " fascio della democrazia", rapporto con gli anarchici, casse di mutuo soccorso, funzione delle cooperative.

Un discorso a parte merita l'opera scolta tra i contadini, di organizzazione e di lotta, esso è il primo ad impostare la questione delle campagne e ben presto assorbire l'Associazione Nazionale dei Contadini, così come sarà il POI a dirigere le grandi lotte bracciantili della Valle Padana e porrà la questione della " terra ai contadini", eliminazioni delle terre demaniali e comunali e ripartizione tra i contadini.

Sarà il confluimento di questa componente nel Partito Socialista che ne determinerà - per tutto il corso della sua vita ( 1892-1921 ) - il carattere di classe.

La rivista " Critica Sociale".

Essa assolve alla funzione, come " Cuore e Critica" di unire tutta una serie di intellettuali, che gravitano attorno alla democrazia piccolo-borghese, attraendoli nell'area del socialismo. Questi intellettuali andranno a costituire un corpo omogeneo nella direzione del PSI. Era stata, nel periodo 1886.1890, strumento della corrente sociologico-positivista, che si muoveva nell'area del socialismo. Cercherà di tenere unite tutte le forze possibili, fatta eccezione per quelle dichiaratamente nemiche. Ciò non aiuterà la chiarezza ideologica, ma sul filone socialistico avranno così diritto di cittadinanza ad innestarsi tutte le più svariate sfumature dell’ideologia borghese " contestataria" e " scientificizzante". Ma d'altra parte il socialismo di Turati non era esattamente e propriamente questo socialismo?

E d'altra parte attorno agli anni 1900 non va avviandosi la revisione del marxismo, che daranno diritto di cittadinanza a queste teorie borghesi? La Conferenza di Gand è lì a dimostrarlo.

Non vi era la visione del marxismo in quanto ideologia del proletariato, in quanto concezione scientifica organica del proletariato ed in quanto tale sintesi e punto più alto della coscienza e del progresso scientifico nel suo evolversi in più di 10mila anni. Veniva, invece, visto ora questo ora quel frammento, staccato dal resto, per cui occorreva integrarlo con il positivismo filosofico, lì con la " scuola austriaca" in campo economico, là con la scuola sociologica di Pareto, lì ancora con l'evoluzionismo più alla moda.

Ed a questo proposito va fermata l'attenzione sulla lungimiranza di Federico Engels che sin dal 1870 e poi fino alla sua morte, 1895, condurrà una battaglia inflessibile proprio esattamente su questo fronte scientifico. Tutto il suo elaborato di questo periodo ruota in definitiva proprio ed esattamente attorno a questo tema:

dall'Antiduhring a dialettica della Natura a Ludwing Feuerbach a.. .

 

Il socialismo di Filippo Turati

Transfuga dalle fila della democrazia borghese e di impostazione positivistica, Turati si avvicinerà al socialismo più per disgusto della borghesia, che per assimilazione della funzione del proletariato e dell'importanza teorico-pratica del marxismo, che Turati in definitiva respinge come concezione generale del mondo e se ne serve in quanto copertura. Il suo ' avvicinamento' al marxismo occorre inquadrarlo all'interno della " scapigliatura milanese", ossia della ribellione di intellettuali borghesi che negli anni 1870-1880 si ribellano alla borghesia per come aveva condotto la rivoluzione prima, e per come guidava il paese poi. Essi avvertivano la mancanza della stessa cultura nazionale borghese.

In effetti, per tornare a noi, Turati non appena ne avrà l'occasione cercherà di utilizzare le forze del proletariato organizzate nel PSI per spingere la borghesia ad attuare quella rivoluzione che essa non aveva fatto. Qui la base di fondo dell'alleanza decennale Giolitti-Turati, che porterà Bonomi prima e Turati poi a salire le scale della residenza di Umberto di Savoia. Qui tutta la sua politica riformista, il suo abbellimento della democrazia borghese.

In definitiva il gruppo facente capo alla direzione maggioritaria del PSI è continuatore della politica di subordinazione del partito di opposizione alla politica governativa; ossia si fa continuatore della tradizione del Partito d'Azione ( Mazzini ).

All'inizio la questione si pone come mancanza di certi aspetti del marxismo, che per certi aspetti possono farsi risalire alle lacune proprio del socialismo italiano, ma in definitiva esprimono le reali intenzioni di Turati.

Il programma elaborato dalla Lega Socialista, ossia l'unione tra il Costa ed il Lazzari per unire i socialisti, che costituirà la base programmatica del socialismo italiano, viene elaborato da Turati ed è sintomatico, giacché in un certo senso esprime i limiti del socialismo italiano.

Turati ci toglie tutto quanto era contenuto nella " Critica al Programma di Gotha", che proprio nel 1890 era stato da Engels pubblicato; testo che Turati conosceva: vi si ripete, invece, nel programma elaborato da Turati, il concetto lassalliano, criticato da Marx, del diritto al " reddito integrale del lavoro", ma qualche anno dopo Turati non esiterà a citare questo scritto di Marx nel punto riguardante la critica a Lassalle.

" Non si può considerare - scrive Marx in polemica con Lassalle - la borghesia come una unica massa reazionaria", questo al fine di giustificare l'errata politica del PSI di alleanza con Giolitti. Qui è il PSI che si poneva a rimorchio del partito governativo giolittiano, e a chi ne criticava la scelta, Turati sbatteva in faccia la frase di Marx di " Critica al Programma di Gotha".

Ancora.

Tale programma della Lega Socialista, elaborato da Turati, esprime tutta la concezione evoluzionistica della lotta di classe. Il marxismo è liquidato ed al suo posto è sostituito il socialismo evoluzionistico.

Siamo sempre al punto cardine della non comprensione della X e XI Tesi su Ludwing Feuerbach.

Nel Programma espressamente si dice:

" Perché il socialismo è sì un prodotto della storia moderna, il suo avvento è certo, è nel moto delle cose, ma occorre diffondere nei lavoratori la consapevolezza di questo moto della storia, affinché essi ne traggano stimolo all'organizzazione e lottino con una prospettiva più lunga di quella delle immediate rivendicazioni economiche.

Questo è il compito del partito socialista, che deve essere interprete fedele e cosciente dell'avanguardia di codesto movimento del proletariato militante."

E' qui che bisogna riannodare quanto Turati dice nella lettera ai congressisti di Ravenna sulla funzione dei teorici di " non disturbare con proposte anticipate.. il movimento proletario".

E' tutta questa massa di concezioni errate la base del gruppo dirigente maggioritario del PSI e della " Critica Sociale" in particolare.

Il Convegno Operaio si tiene a Milano il 2. agosto. 1891.

I fili di tutto un lavoro di organizzazione fatto dalla " Lega Socialista" vengono tirati appunto in questo convegno operaio.

E' chiaro che qui vengono al pettine tutta una serie di questioni in maniera definitiva, ove Turati assumerà le posizioni più corrette. Il primo scontro lo si ha sulla questione della politica, ossia se il proletariato dovesse avere una sua politica in quanto forza politica organizzata autonoma dalla borghesia.

All'inizio con l'opposizione si schierano anche degli operaisti, mentre Lazzari, Croce, Gnocchi-Viani sostengono giuste posizioni ed su queste vi sarà anche Turati: La mozione Turati passa per l'azione politica del congresso di staccare gli anarchici, capeggiati da Gori, dagli operaisti.

L'importanza sta nel fatto che viene ribadita fermamente la necessità per il proletariato di fare una sua politica, la politica di classe. Il centro della battaglia avviene attorno alla costituzione del partito: il nome da dare era solo un involucro formale, che conteneva la sostanza: che tipo di partito fare.

Prevale Turati, che cercherà di prendere dal meglio quello che secondo lui era il meglio del POI, eliminandone l'aspetto che escludeva forze singole, ma accettando la proposta Prampolini di poter accettare anche intere sezioni e confederazioni.

Anche se i temi trattati sono importanti, è facile notare che il tono de cade e la complessità delle tematiche anche, a differenza dei congressi del POI.

Il PSI, cioè, nasce perdendo, e non riuscendo ad esprimere nella sintesi, il meglio che il proletariato italiano aveva pure espresso. Non riuscirà a centralizzare l'esperienza del POI, che nella sostanza politica e teorica non costituirà il PSI, anche se tutti i suoi dirigenti e militanti vi aderiranno.

Nasce, cioè, monco.

Ciò che conta qui notare è che Turati non centra il punto nevralgico, ma inizia qui la sua politica degli ' opposti estremismi': ossia contrapporre le posizioni a quelle anarchiche, cioè ricondurre l'opposizione alle sue posizioni a quelle anarchiche, combattere le posizioni anarchiche e così liquidare tutta l'opposizione, che in questo caso voleva esprimere, anche se in forma a volte errata e/o contorta, confusa, la fermezza sui princìpi e la solidità dei princìpi.

Le questioni che il Convegno Operaio doveva affrontare erano:

1. la lotta di classe non quanto fine a se stessa, ma in quanto funzionale alla dittatura del proletariato; invece con la scusa della polemica anarchica Turati esclude questa questione;

2. Il marxismo in quanto concezione scientifica organica del proletariato.

3. La funzione egemone del proletariato nella rivoluzione socialista.

4. La netta demarcazione dagli anarchici in quanto la loro ideologia è estranea al proletariato e fuori del movimento operaio. Turati alcuni anni dopo sosterrà la piena cittadinanza dell'anarchia quale ideologia del proletariato.

Esplicitamente dirà:

" noi non pensiamo - come i socialisti tedeschi - che l'anarchia sia l'estremo sviluppo e la logica conseguenza del principio borghese."

5. La netta linea di demarcazione dalle varie ideologie borghesi.

Il PSI si trova a costituirsi già nel clima del revisionismo bernesteniano e ne subirà tutte le conseguenze, senza averne vissuto gli slanci e le conquiste del marxismo del periodo 1848-1890:

si fa cioè sentire il ritardo dello sviluppo stesso del capitalismo, oltre che il tipo di sviluppo capitalistico: " la via italiana al capitalismo".

Dal XVI al XVIII congresso delle

" Società Affratellate".

Prima di arrivare alla costituzione del PSI, occorre fare un passo indietro e vedere i tre congressi dei mazziniani, ove una corrente cospicua si staccherà, con alla testa Maffi, e confluirà nel PSI.

Il XVI Congresso si tiene a Firenze: 24 - 27. giugno. 1886.

Ad una disamina superficiale potrebbero sembrare, i tre congressi in questione, semplici occasioni per rinverdire la propaganda dei princìpi mazziniani e tentativi andati a vuoti di riogarnizzarne le fila.

In realtà questi tre congressi sono di estrema importanza, si inizia a delineare qui la lotta contro la destra, capeggiata da Saffi, opposizione che sfocerà in quello che viene chiamato repubblicaneismo socialista, capeggiata dal Maffi.

Sull'argomento della questione agraria De Nobilis, relatore, propone come soluzione ultima la nazionalizzazione delle terre; il che è eresia, oltreché bestemmia nel congresso mazziniano.

La risposta della destra è immediata e rabbiosa, il che mostra debolezza e stanchezza: in una Italia agricola retta dalla mezzadria ( che è sudditanza semifeudale ) non c'è niente di meglio da auspicare che una riforma agraria.

Sul problema dei braccianti Sartore, relatore, attacca le lotte bracciantili nel mantovano, che secondo lui dimostrerebbero l'erroneità della lotta di classe.

Sulla questione della Camera del Lavoro le si accetta, ma come strumento per ammorbidire la lotta di classe.

Sullo sciopero, compiendo un passo n avanti notevole, lo accetta. il sostenitore di questa tesi è il moderato Nathan.

Tutto ciò è causa di grossi sconvolgimenti nelle fila mazziniane, Ma a parte le relazioni ed i relatori, negli interventi spiccioli si avverte che una grossa insofferenza domina i congressisti, che tentano, e imboccano, la via della resistenza alla direzione piccolo-borghese reazionaria del Saffi. E' il caso, per esempio, del delegato Magliano che dichiara di non capire perché un congresso operaio debba preoccuparsi della protezione dei grandi industriali.

La ventata della lotta di classe è venuta ad agitare, anche,

l'aria stagnante del pantano mazziniano.

Il XVII Congresso si tiene a Napoli, 20-24. giugno 1889.

E' preceduto da un grande dibattito, che aveva investito le " Società Affratellate".

Nel giornale " l' Emancipazione" e nella commissione direttiva prevaleva F. Albani, che portava avanti un'aperta politica di alleanza con i socialisti ed n politica di ammodernamento del partiti mazziniano. Egli non ha problema a dichiarare il giornale: " repubblicano socialista".

La reazione della destra è quella di accelerare l'unità con Cavallotti ed a questo proposito affretta i tempi del congresso che si doveva tenere a Bologna Ma Albani non gli dà alcuna importanza sull'organo del partito mazziniano, oltre a fare di tutto per farlo fallire, giungendo persino a dare scarsissima, o nessuna, importanza al manifesto di convocazione del congresso stesso.

Il Congresso si risolve in un totale insuccesso e quindi con un pesante smacco per la destra, capeggiata da Saffi. Albani ne approfitta ed intensifica per partire " lancia in resta" contro il Saffi e la destra ed intensifica la sua propaganda-azione a favore del repubblicanesimo socialista intransigente. Il commento fatto del Congresso di Bologna dalle colonne del giornale è in termini nettamente ed esplicitamente ostili.

L'insuccesso aveva gettato i mazziniani nell'isolamento, di questo ne approfittava Albani, per intensificare l'azione di unità con i socialisti. Albani va ben al di là: propugna la costituzione di un partito repubblicano-socialista ed incoraggia le varie organizzazioni locale a darsi questo nome, cosa che alcune organizzazioni locali faranno, come l'organizzazione dell'Umbria, Livorno, Bologna, ecc.

Tali iniziative avevano il totale appoggio dell'organo centrale.

Il De Marinis inizia una campagna per il rinnovamento del mazzinianesimo, basata sull’affermazione che il pensiero politico del Mazzini era ancora valido, ma che occorreva integrarlo con le posizione economiche elaborate da Marx ed Engels.

I lavori pre-congressuali vedono delinearsi i rapporti di forza tra le due parti:

in Romagna la destra è sonoramente battuta e 173 Società Affratellate nella loro maggioranza appoggiano e sostengono le posizioni repubblicano-socialiste del Renzetti-Fantini. Il loro ordine del giorno chiede: l'abolizione della proprietà priva ed in sua sostituzione la collettivizzazione dei mezzi di produzione. E' importante che qui cade totalmente in oblio il concetto di repubblica, quale strumento di emancipazione sociale.

Alla vigilia del Congresso di Napoli si presentano contrapposti:

la sinistra del gruppo collettivistico: De Marinis, Arturo Labriola, Magliani, De felice, Petrina, De Nobilis, Chiesa, Albani;

la destra con Saffi e Palleone.

Si va subito alle relazioni contrapposte, ove le parti espongono le rispettive posizioni.

Nella sua relazione la sinistra afferma:

" oggi siamo nell'evo borghese, il quale economicamente si chiama regime capitalistico... è il capitale che domina ed ha assoggettato tutta l'economia del paese e dirige autocraticamente le masse che a sé sottomette... socializzazione quindi... .

Ma a ciò occorre aggiungere:

" non si tratta di distruggere lo Stato, come vorrebbe l'irrealizzabile teoria anarchica, ma si servirsi dello Stato per la trasformazione economica, e questo è il concetto comune ai mazziniani ed ai socialisti... .

Da notare che qui " anarchica" sta per marxismo!

Ma questa trasposizione di termini è del Turati, non del De Marinis.

La destra ribadisce le su posizioni: fedeltà a Mazzini, ecc.

A votazione conclusiva la mozione De Marinis ottiene 108 voti a favore, la mozione Frati della destra ne ottiene 411.

L'opposizione si va ad organizzare meglio.

Ma di che socialismo intendevano parlare i repubblicani?

Possiamo assumere le posizioni di Mormina-Perna, quale posizione tipo. Non c'è un pensiero organico né originale: espone delle teorie del socialismo per quello che ne ha capito, per quello che ne ha voluto capire, per quello che la sua visione piccolo borghese lo porta a capire-recepire e per giunta da opere divulgative di carattere borghese per lo più.

I concetti fondamentali e conclusivi dei suoi scritti rimangono fermamente mazziniani. Attinge dalle sue letture la denuncia dei mali della società capitalistica, ma le soluzioni che propugna sono mazziniane, ovverosia piccolo borghesi: instaurazione della sovranità popolare, la spontanea virtù dell'associazione, incoraggiata dallo Stato popolare, ecc. .

Posizioni queste del Perna, proprie dei repubblicani, ma posizioni proprie anche di Turati e del gruppo dirigente del PSI. Ma che tali posizioni non erano specifiche del Perna, con sufficienti agganci con il turattismo, ma convinzione generale lo prova la relazione del De Marinis a nome di tutta l'ala sinistra.

Il XVIII Congresso si tiene a Palermo, 26 - 19. maggio. 1892.

Segna la vittoria dell'ala sinistra che riuscirà a trascinarsi molti della destra, . Sarà dato mandato alla commissione direttiva di organizzare entro sei mesi un'unica organizzazione dei lavoratori. Il tentativo del Maffi era quello di gettare sul piatto della bilancia al Congresso di Genova le forze organizzate delle " Società Affratellate", per far spostare a destra il Partito Operaio, che nasceva a Genova, farlo spostare su posizioni mazziniane e restaurare così l'egemonia mazziniana. Il tentativo fallisce per l'opposizione del De Marinis, che lotterà perché si introduca il concetto di lotta tra capitalisti e salariati.

A Genova nel 1892 viene fondato il Partito dei Lavoratori Italiani, il Maffi e le " Società Affratellate" vi aderiranno due mesi dopo. L'anno successivo, al suo secondo Congresso, prenderà il nome di Partito Socialista Italiano.

I primi anni di vita del PSI: 1892-1900 sono caratterizzati da una feroce repressine e da un'ascesa forte delle lotte operaie e popolari.

Le prime grandi repressioni si hanno in occasione dei moti dei " Fasci siciliani". In Sicilia, dopo la sconfitta del movimento dei contadini all'epoca della campagna garibaldina, il malcontento nelle campagne era permanente. La situazione generale di oppressione e di sfruttamento del popolo, di corruzione era aggravata della sopravvivenza di forti residui feudali; ed in Sicilia, più che nel resto del Paese, si avvertivano, per le masse popolari, le conseguenze della nuova politica doganale protezionistica.

Nel 1893 alcuni gruppi socialisti e democratici avanzati siciliani cominciarono ad organizzare i lavoratori in Sicilia. Queste prime organizzazioni hanno il nome di " Fasci dei Lavoratori": esse si diffondono nell'isola, svolgendo ance una certa attività assistenziale. Si affermano nuovi dirigenti del movimento popolare: Bosco, Barbato, De Felice: piccolo borghesi legati alle masse popolari e contadine.

L'organizzazione e la lotta dei contadini siciliani strappa patti agrari migliori, determinando lo sviluppo su tutta l'isola di un forte movimento contadino. La lotta assume toni forti: occupazione delle terre, assalti agli uffici del fisco, incendi dei catasti. La risposta della borghesia siciliana e dello Stato è: violenze, minacce ed intimidazioni contro i capi, gli associati dei fasci e tutti i contadini, centinaia di assassini, migliaia di arresti, stato di assedio. Viene varata una spietata legislazione, sciolti i circoli dei lavoratori in tutta Italia, le organizzazioni sindacali, le società operaie, il diritto di associazione abolito.

Contemporaneamente altri moti di carattere popolare scoppiano nella Lunigiana: uguale la spietata repressione. Ma un grande valore lo ha la risposta politica della classe operaia e delle masse popolari italiane: nelle elezioni del 1895 Barbato e De felice, detenuti per la condanna subita per le lotte contadine in Sicilia, vengono eletti nei collegi del centro-Nord: a Milano, Cesena, Roma; a sua volta Andrea Costa, presentatosi candidato a Palermo, deve cedere per pochi voti:

comincia così a manifestarsi su scala nazionale la solidarietà tra le forze popolari.

La carestia del 1897, rendendo intollerabile la miseria, suscita una nuova serie di rivolte popolare che nel 1898 culminano nei " moti di Milano" del maggio 1898.ià nei primi mesi dell'anno rivolte locali erano scoppiate in Sicilia, ad Ancona, nelle Marche, in Umbria, a Firenze, a Voltri; nei mesi successivi il movimento si estende: la repressione brutale: la polizia spara a Modica e Troina in Sicilia, a Livorno ed a Firenze.

I fatti più gravi accadono il 6. maggio: si tumultua a Milano, Livorno, Firenze ed in altre parti d'Italia: nel corso della manifestazione degli operai contro un arresto arbitrario a Milano, i carabinieri sparano uccidendo 5operai. Le masse popolari milanesi insorgono: erigono barricate. Bava Beccaris fa intervenire l'esercito che spara con i cannoni contro le barricate; la repressione sarà della stessa ferocia e brutalità delle truppe d’occupazione austriache guidate da Radesky, quando Milano era insorta nel 1848. Si hanno centinaia di morti, migliaia di arresti e ordinato lo scioglimento non solo delle organizzazioni socialiste, ma anche di quelle repubblicane e cattoliche.

In queste condizioni la direzione del PSI non può che sviluppare una opposizione, anche se sarà tiepida sui fatti e con Bava-Beccaris ed ostile ai Fasci Siciliani, tentando di tenerlki a freno.

Intanto, nell'ultimo decennio del secolo, la borghesia italiana consolida ed organizzala sua dittatura , tenta la prima avventura coloniale, reprime violentemente e nel sangue i moti popolari e l’organizzazione stessa de lavoratori. Ma l’opposizione sociale è forte ed insopportabili le condizioni di miserie ed abbrutimento. Di fronte a questa situazione ed alla crescente opposizione sociale, la borghesia trova una via d'uscita nella politica liberale di Giolitti.

Si apre una nuova fase della vita politica italiana.

L'Epoca giolittiana

La direzione socialista avrà grandi meriti nell'organizzazione della classe operaia nella C.G.L., nel Partito Socialista, nelle Cooperative ed associazioni culturali, nell’amministrazione di comuni, nella crescita politica e culturale della classe operaia.

Ma tutto questo sarà dentro i limiti di una concezione ed una visione socialdemocratica, ma comunque dentro un più generale e complessivo processo di avanzamento del proletariato mondiale. Ecco che allora se vi sarà la diffusione delle teorie marxiste, avverrà secondo le interpretazioni di natura piccolo-borghese di quel gruppo di intellettuali, che si erano separati dalla borghesia e che erano venuti a fare spesa da noi.

Ecco che allora il passaggio di Costa, di Turati, ecc. al socialismo avverrà su una base poco chiara e sarà un socialismo loro. Ed il loro passaggio avviene all'interno del più generale e complessivo processo di trasformismo che caratterizzava, ed ha caratterizzato - e continua a caratterizzare - il clima politico e culturale italiano.

In realtà non si insisterà mai abbastanza su questo carattere così decisamente caratterizzante della vita politica, culturale ed economica italiana: il trasformismo.

Esso marchierà a fuoco tutto il processo di formazione culturale italiano, predeterminandone lo sviluppo e la formazione dell'intellettualità italiana.

L'inizio del nuovo secolo vede l'estendersi della lotta operaia, il rafforzamento politico ed organizzativo del PSI, della C.G.L, fondata nel 1906, del cooperativismo.

La repressione sarà feroce, l’assassinio di centinaia di lavoratori, gli arresti in massa, la messa fuori legge del PSI non possono fermare l'avanzata del movimento operaio italiano, che serra le fila ed impone alla borghesia la capitolazione ed il licenziamento dei suoi uomini-carnefice. La spedizione in Africa 1895-96 era fallita pietosamente, i moti popolari sviluppatisi tra il 1894-98 avevano messo in ginocchio la borghesia, che chiama al governo Giovanni Giolitti.

Inizia qui l'asse Giolitti-Turati, consistente nel concedere vantaggi e privilegi politici alla direzione del PSI in cambio Giolitti chiedeva ed otteneva di abbandonare il sud.

Giolitti cedeva miglioramenti alla classe operaia del nord, questo comporterà lo sviluppo del Psi-Cgil.

L'asse era una unità della classe operaia del nord con la borghesia lombardo-piemontese, per lo sviluppo capitalistico italiano.

Questa l'essenza della politica turattiana.

E non solo non organizzerà le lotte del sud, non solo non si opporrà ai movimenti operai e popolari che lì si svilupperanno: isolandoli; ma sarà il prima a dare la stura, a dare inizio, alla diffusione e propaganda dell'antimeridionalismo, alla teoria - oramai classica - de " i nordici ed i sudici"

In effetti sarà l'ala sinistra del Psi, che inizierà ad impostare il dibattito sulla " questione meridionale", con Salvemini: ma la direzione turati da questo lato non ci sentirà.

Il fatto è che la direzione Turati non aveva compreso i compiti nuovi che stavano dinanzi al movimento operaio italiano all'indomani dei grandi movimenti di massa che avevano portato la borghesia a licenziare i suoi uomini-carnefice.

Non aveva compreso che

il governo Giolitti era una vittoria di quel movimento e

non concessione della borghesia.

La direzione Turati non aveva capito il passaggio successivo:

organizzazione nazionale della classe,

unità, attorno alla classe operaia, di altre classi: piccola

borghesia, artigiani, contadini e lotta per affermare la sua

centralità.

Turati invece si attarda per circa un ventennio sulle posizioni precedenti il 1892, a quando cioè la frantumazione in aggruppamenti vari era il prodotto di una condizione spezzettata e frantumata del movimento operaio italiano. Ed in realtà la direzione del Psi non vedrà tutta la complessità dei mutamenti che stavano avvenendo in Italia e subisce in definitiva l'influenza e l0'iniziativa della borghesia, perpetuando così l'influenza e l'egemonia della borghesia sul movimento operaio e riperpetuando, sia pure in condizioni nuove, quella subordinazione del partito mazziniano alla direzione borghese cavouriana.

Federico Engels con lungimiranza aveva visto lo sviluppo tendenziale della situazione italiana nella lettera del gennaio 1894.

Gli anni 1900-1906 sono caratterizzati da una ripresa economica.

Tutta l'economia italiana è ben presto dominata completamente dalla coalizione tra l'alta banca, l'industria pesante ( Siderurgia, metallurgia, cantieristica, armatori), i cotonieri e gli agrari-latifondisti.

Si prevede un'era di grandi affari e perciò ci si incammina senza tante esitazioni verso crescenti investimenti; né gli scioperi incutono più tanta paura come in precedenza: le richieste di miglioramento riescono piuttosto agevoli esaudirle per i grossi margini di profitti che si hanno e si attendono.

Fino al 1906 tutto, o quasi, va a gonfie vele.

Le importazioni crescono più delle esportazioni, ma il deficit è compensato dalle voci attive del bilancio ( rimesse degli emigranti, turismo). Il bilancio dello Stato si chiude in avanzo. Il cambio della lira è sostenuto. L'eccedenza di ora consente l'acquisto di molti titoli collocati all'estero.

In questo clima improntato al più generale ottimismo, il regime liberale si consolida, le incertezze iniziali si attenuano, il nuovo trasformismo giolittiano trova sempre più ampi consensi.

Nasce e si sviluppa l'industria dell'automobile a partire dai primi del 1900, avvalendosi di procedimenti tecnici moderne, che le consentono di affermarsi anche sui mercati esteri.

Si sviluppa l'industria tessile: quella cotoniera in soli sette anni raddoppia la produzione egli impianti, quella siderurgica, quella del legno, ecc.

L'importazione di carbon fossile, che era stata di due milioni di tonnellate nel 1881, sala e quasi 11milioni di tonnellate nel 1913, la produzione di energia elettrica raddoppia.

Nasce e si afferma l'industria chimica.

Il movimento operaio è anch'esso in ascesa. Nel 1901 si hanno 1.710 scioperi, di cui 1042 nell'industria, con 190mila scioperanti e 629 nell'agricoltura con 230.mila scioperanti. Sia nell'industria che nell'agricoltura prevalgono gli scioperi di conquista su quelli difensivi; nell’industria gli scioperi per ottenere aumenti salariali e diminuzioni nelle ore di lavoro furono il 69%, nell'agricoltura il 73%.

Aumenta la durata degli scioperi, che nella maggior parte sono vittoriosi. SI calcola che nel 1901 i lavoratori strappano aumenti salariali per 150milioni di lire annue.

Queste grandi agitazioni si accompagnano infatti ad un rapido e grandioso sviluppo dell'organizzazione: le Camere del Lavoro salgono a 58 nel 1901, a 71 con 284mila iscritti nel 1902; erano 4 nel 1898 e 19 nel 1900.

Per dirimere i contrasti tra le Camere del Lavoro e le Federazioni di categoria, di tendenza più corporativa o riformista, si tiene a Milano nel 1902 un congresso comune dei due tipi di organizzazione: ne nasce il Segretariato Generale della Resistenza, primo germe della futura Confederazione Generale del Lavoro, che sarà costituita nel 1906.

Nel 1901 nasce a Bologna la Federterra.

Sulla base delle trasformazioni capitalistiche dell'economia e della lotta di classe, anche la legislazione sociale si sviluppa: varie leggi vengono approvate tra il 1900 ed il 1904 da quelle sull'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro a quella sul lavoro delle donne, dei fanciulli, sulla emigrazione e sulla istituzione del Consiglio Nazionale del Lavoro: ne facevano parte 13 rappresentanti dei sindacati, delle cooperative, delle mutue.

Prendeva così corpo tutta la politica riformista giolittiana, volta ad assicurare determinate concessioni agli strati operai del centro-nord come risposta capitalistica alla marea montante della lotta di classe in Italia e come esigenza stessa per uno sviluppo ulteriore del capitalismo italiano.

Ma nonostante tutta l'apertura e la volontà di andare verso rapporti di produzione capitalistici più avanzati, la borghesia italiana, e Giolitti per essa, sarà incapace ed impossibilitata ad affrontare il problema della terra e sciogliere positivamente per il capitalismo italiano stesso il nodo della terra e quindi la base stessa della sua riproduzione allargata e della base di classe del suo sistema e quindi la stessa alleanza con la borghesia latifondista del mezzogiorno.

Il fatto è che la politica riformista non poteva contare in Italia su una larga base di massa: al contrario, già, nel decennio 1900-1910 si verificano nel movimento socialista ed operaio delle crisi radicali, che indicano la spontanea reazione delle masse contro la politica dei capi riformisti. Di questa reazione è espressione la corrente sindacalista, capeggiata da un gruppo di intellettuali meridionali. In questa fase della storia del movimento operaio italiano il sindacalismo appare come " l'espressione istintiva, elementare, primitiva, ma sana, della reazione operaia contro il blocco con la borghesia, per un blocco con i contadini ed in primo luogo meridionali." ( A. Gramsci ).

Facendo proprie le teorie del Sorel, i sindacalisti giungevano a negare qualsiasi funzione al partito politico .Essi sostenevano che la politica e l'economia sono attributi del sindacato, dove c'è l'iniziativa e la spontaneità della classe operaia e vedevano nei sindacati le cellule dello Stato socialista.

Sul terreno della lotta essi sostenevano la validità degli scioperi generali e la necessità di preparare il proletariato a questi.

Attraverso questi scioperi generali il proletariato avrebbe finito con il rovesciare la borghesia ed instaurare il socialismo.

Il Psi vede, sia pure con fasi alterne, sostanzialmente l'egemonia turatiana fino al 1912, quando con il Congresso di Reggio Emilia viene sconfitta la politica turatiana.

Ma già a partire dal 1908 inizia un lento e contraddittorio processo di liberalizzazione dall’influenza turatiana, che passerà per l’opposizione nel 1911 all'aggressione italiana alla Libia, per sfociare nella " settimana rossa" del 1914.

Questo lungo e tortuoso processo sarà caratterizzato dallo spezzettamento e frantumazione non solo del Psi, della direzione Turati-Bissolati, ma anche all'interno degli stessi elementi avanzati e combattivi del proletariato.

Tra il 1908 ed il 1917, e fino al 1926, regnerà una grande confusione nel campo del proletariato. Comincerà a chiarirsi un po' la situazione dopo il 1917 e fino al 1921: anche se in verità i termini della confusione rimarranno tutti e saranno sciolti e chiariti solo dopo il 1926 con il Congresso di Lione.

Sarà questo un processo che passerà prima per una chiarificazione e separazione all'interno della destra, del centro e della sinistra del Psi. Si avrà la separazione e distinzione della destra ( Bonomi, Bissolati) dal centro ( Turati): il punto chiave qui è il congresso di Reggio Emilia, quando l'ala destra verrà espulsa. Andrà avanti il processo di chiarificazione all'interno dell'ala sinistra tra sindacalisti, massimalisti, meridionalisti e primi nuclei marxisti. Tutta questa ala sinistra sarà fortemente condizionata sia da tutto il precedente bagaglio teorico sotto cui era stato smerciato il marxismo:

meccanicismo,

volgare evoluzionismo,

ascetismo,

messianesimo

e sia dal condizionamento dell'

elaborato teorico di Antonio Labriola.

Questo elaborato sarà molto mistificato:

nella sostanza non sarà diverso dal volgare evoluzionismo e materialismo meccanicistico, ma per il modo come Labriola - docente universitario di filosofia - lo presenta, assume un aspetto di tutto riguardo ed in veste ' scientifica'.

L'asse teorico di questo elaborato sarà la riduzione del marxismo a canone di interpretazione storica, ossia strumento per conoscere la storia. Viene così in questo modo totalmente, ed in un sol colpo, espulso tutto il carattere ed il contenuto scientifico dell'elaborato di Marx ed Engels. Scompare il rapporto capitalismo-socialismo, il superamento del capitalismo e la sua sostituzione con una nuova società non più basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, ecc. ecc.

Il periodo che si apre tra la " settimana rossa" ( 1914) e l'occupazione delle terre e delle fabbriche" ( 1919 - 1920) costituisce il periodo di formazione di una nuova avanguardia del proletariato italiano.

L'Italia in guerra.

La prima guerra mondiale accelera il processo di separazione del proletariato dal riformismo, prevalendo nel Psi lo spirito antimilitaristico e di pace. Il Psi, a differenza di tutti gli altri partiti della II Internazionale, non sosterrà la propria borghesia, adottando la linea del " non aderire, né sabotare".

La rivoluzione d'Ottobre agisce da acceleratore e da potente elemento di chiarificazione teorico e politico.

I campi sono netti:

da una parte Turati e la destra: Bissolati, Bonomi, D'Aragona;

dall'altra la sinistra che si rifà alla Rivoluzione d'Ottobre.

Nella sinistra si ripresentano tutte le vecchie precedenti visioni errate:

il massimalismo,

il sindacalismo,

l'invettiva piccolo-borghese

ed il puritanesimo socialisteggiante.

Noi abbiamo qui esultato dalla funzione della II Internazionale, il dibattito: Bernstein, Kautsky, ... Lenin per concentrarci sull'Italia, perché in definitiva queste posizioni e l'intero dibattito non circolava in Italia, si verranno a conoscere dopo, con la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre.

Di fronte al tradimento revisionista la reazione spontanea è il settarismo, la negazione della politica, delle alleanze, della tattica: il massimalismo, appunto.

E' questa nella sua prima forma la manifestazione, come si è già detto, di un sano spirito proletario, ma portato sul piano della lotta politica diviene la negazione della funzione dirigente del proletariato e la condanna all'isolamento ed alla sconfitta.

Sulla base della Rivoluzione d'Ottobre si sviluppa il dibattito anche in Italia.

La nascita della III Internazionale ( 1919 ) ed il problema dell'accettazione delle " 21 condizioni di ammissione" costringono tutti a prendere posizione e quindi si opera una prima grande chiarificazione teorica, premessa indispensabile per la ripresa del processo rivoluzionario.

Si apre, cosi, in Italia il secondo grande dibattito, dopo quello sviluppatosi tra il 1850 ed il 1892.

La prima fase è quella della separazione dal riformismo e la formazione di un autentico partito comunista bolscevico.

In questa prima fase converge tutta l'ala sinistra, ma già al suo interno si distinguono due posizioni:

quella di Bordiga,

l'altra quella di Gramsci, che avrà al centro l'esperienza dell'occupazione delle fabbriche e dei consigli operai delle maggiori fabbriche tra cui la Fiat.

Già Lenin in " L'Estremismo, malattia infantile del comunismo" aveva criticato la concezione di Bordiga e nelle " Tesi sui compiti fondamentali del II Congresso dell’Internazionale Comunista" aveva sostenuto apertamente le posizioni di Gramsci e dell' " Ordine Nuovo". Aveva criticato l'anti-parlamentarismo di Bordiga nel suo " Discorso sul parlamentarismo" al II Congresso dell'Internazionale Comunista.

Fondato il nuovo partito a Livorno: 21. gennaio. 1921 sia pare nel movimento comunista italiano - anche qui esuliamo da tutti i riferimenti internazionali - la battaglia per l'egemonia tra Bordiga e Gramsci. Bordiga aveva già la maggioranza assoluta del C.C., in effetti Gramsci era solo: sia Terracini che Togliatti staranno in questa fase con Bordiga. Gramsci paga di essersi occupato solo di Torino e del Piemonte e di non avere negli anni precedenti costruito una rete organizzativa sulle sue posizioni, che invece era andata sviluppandosi attorno al giornale " Soviet" di Bordiga, che raccoglierà cosi, in questa fase, tutta l'opposizione alla direzione riformista del Psi.

Sarà Bordiga il segretario generale del Partito Comunista d'Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.

I nodi al pettine.

Si trattava di :

* liberarsi di tutta la precedente tradizione e fondare salda mente il marxismo in Italia: mettere Karl Marx saldamente sulla sua testa.

** Dare alla classe ed all’avanguardia un nuovo partito in grado di assolvere i compiti dettati dalla fase nuova in cui era entrato il capitalismo: ossia l'Imperialismo.

*** Liberare il proletariato dal massimalismo, che lo avrebbe condotto all'isolamento.

**** Liberare il proletariato italiano dal revisionismo turatiano.

***** Far acquisire a tutto il proletariato italiano l'esperienza storica della Rivoluzione d'Ottobre.

Bordiga aveva tutto il Partito con sé.

Si tratta va di impostare una battaglia per conquistare tutto il Partito, senza lacerazioni e scissioni: era questa l'unica condizione per liberarsi una volta e per sempre del passato.

ANTONIO GRAMSCI

Per comprendere appieno il ruolo ed il significato, e quindi il contributo di Gramsci, occorre innanzitutto comprendere qual era la situazione nel Movimento Operaio Italiano all'alba del 1917 e quale sarà quella che lascerà, quando cadrà prigioniero del nemico di classe.

Accenniamo qui per brevissimi tratti, rimandando ad una trattazione organica, agli studi dell'Istituto sulla Storia del Capitalismo ( 1100-1960/70) e del Movimento Operaio ( 1848 - 1960/70).

Essi costituiranno punti chiave dell'Anno Gramsciano.

All'alba del 1917 il Movimento Operaio Italiano si trovava da una parte sotto l'influenza del riformismo di Turati-Bissolati-D'Aragona e dall'altra dell'operaismo. Ora entrambe queste influenze erano abbastanza frastagliate tra di loro, si andava così dal piatto riformismo, allo sciovinismo patriottardo ( Avanti!, 1915 -Mussolini! ), all'intellettualismo vuoto e retorico, al dottrinarismo idealistico di Antonio Labriola e dal lato dell'operaismo al settarismo, al purismo parolaio e magniloquente, al sindacalismo.

In generale gli elementi avanzati del proletariato italiano nella loro maggioranza, come reazione spontanea, naturale al riformismo di Turati-Bissolati-D'Aragona vanno verso l'estremismo, come ben ha indicato V.I. Lenin in " L'estremismo, malattia infantile del comunismo" ed i documenti dell'Internazionale Comunista.

Bisogna qui, inoltre, accennare - ma rimandiamo per una più organica trattazione ai due studi su accennati - alle condizioni di base del Movimento Operaio Italiano. Essi sono decisivi per comprendere il carattere e la natura del Movimento Operaio Italiano e quindi la complessa e decisamente intricata situazione, le secche nelle quali il Movimento Operaio Italiano si trovava e che solo il genio di Gramsci, con un sol colpo riuscirà a tirar fuori e proiettarlo in avanti di almeno 30anni.

Sono decisivi, cioè, la comprensione di questi elementi di base, per comprenderne le sue peculiarità.

Il cosiddetto ' risorgimento', o rivoluzione borghese in Italia, ossia il processo di unità nazionale non avviene puntando sulla mobilitazione delle masse contadine e delle forze rivoluzionarie e patriottiche italiane. Esso non avviene neppure liquidando i residui feudali, ma innestando sul vecchio troncone feudale i rapporti di produzione capitalistici. Questo determina non solo l'assenza di un'esperienza rivoluzionaria vincente delle masse contadine e delle forze rivoluzionarie e patriottiche italiane, ma ha determinato che questo movimento e queste forze ne sono uscite umiliate, mortificate, massacrate. La stessa ala borghese che guiderà il processo cosiddetto di ' unità nazionale' provvederà prima, tra il 1830-1849, a liquidare e massacrare e mortificare ed umiliare il movimento rivoluzionario per poter condurre poi il processo attraverso la via diplomatica ( accordi di Cavour-Napoleone III, Plombiers ) e tramite eserciti regolari sabaudi. Questo ha determinato, a differenza della Francia, per esempio, che gli elementi avanzati del proletariato, usciti dall'ala sinistra della borghesia, in Francia sono usciti dall'ala giacobina: Babeuf e la Costituzione del 1793 ed in Italia da Mazzini-Garibaldi-Pisacane, il che è già tutto dire. Con uno sviluppo capitalistico, inoltre, non solo asfittico, per l'innesto anziché la liquidazione dei residui feudali, ma con una presenza assai poco significativa di consistenti nuclei operai tra il 1865 ed il 1875. Sono queste le tare e l'eredità da cui il Movimento Operaio Italiano prende l'avvio e che si faranno pesantemente sentire su tutta la sua storia.

( Qui basti tanto, rimandiamo ai su accennati studi ).

Questo determina all'alba del 1917 che quei tratti generali presenti nel Movimento Operaio e Comunista, e ben tracciati da Lenin: riformismo ed estremismo, si caratterizzano e si sostanziano in Italia in un ben determinato modo, ove quelle tare costituiscono autentico macigno. A queste tare si era aggiunta tutta la politica compromissoria del Psi del periodo giolittiano: alleanza del gruppo turatiano con la borghesia industriale del nord, che aveva comportato ' vantaggi' e ' privilegi' all'agitazione e propaganda del gruppo turatiano e salari meno di fame per gli operai del Nord in cambio da parte della direzione del Psi dell'abbandono del movimento rivoluzionario e contadino del meridione, in cambio cioè di lasciare indisturbata la borghesia nobiliare-latifondista meridionale. " L'Italia - dirà Turati a sigla di quella alleanza - si divide in nordici e sudici.".

Inoltre le singole correnti erano attraversate trasversalmente da tutte queste impostazioni errate: si andava così da un estremismo parolaio e velleitario che poi finiva per schiacciarsi su un piatto sindacalismo, sul più immediato rivendicazionismo spicciolo ad un riformismo velleitario e parolaio, pronto poi alle peggiori alleanze: il mussolininismo del 1915-1917, per esempio.

Se a questo si aggiungono le anime che avevano dato vita al Psi nel 1892 e che poi ne costituivano le varie ' correnti':

* ala sinistra del mazzinianesimo ( Maffi ),

** anarchismo e massoneria ( Costa ed il Psr di Romagna),

*** operaismo ( Gnocchi-Viani, Lazzari ),

**** democratico-liberali( Cuore e Critica e Turati ),

si può avere un quadro sufficientemente tratteggiato della situazione all'alba del 1917.

Tutte queste saranno attraversate dalla Rivoluzione d'Ottobre da una parte e dal crollo del riformismo turatiano e quindi dell'alleanza Turati-Giolitti e saranno queste le animatrici della scissione di Livorno e quindi della costituzione del PCd'I.

E tutto questo in una situazione economica del paese, e di sviluppo capitalistico che si è detto, con un tumultuoso movimento delle classi: accelerato e brutale processo di immiserimento e proletarizzazione di strati consistenti di piccola e media borghesia.

Ecco questa, grosso modo, è la intricata situazione che Antonio Gramsci si trovava dinanzi all'alba del 1917:

tirare fuori da questa situazione un gruppo dirigente bolscevico omogeneo e saldo, formare un'avanguardia del proletariato era un'operazione assolutamente disperata.

In meno di dieci anni, in realtà tra il 1919-20 ed il 1925, ossia in sei anni, l'azione geniale di Antonio Gramsci riporta la situazione a chiarezza, getta le basi per la formazione del gruppo dirigente e dell'avanguardia del proletariato: il partito comunista.

Attraverso una cosciente e razionale azione: strategia e tattica, Gramsci riesce a tirare fuori il Movimento Operaio e Comunista dalle secche nelle quali si era andato a cacciare e proiettarlo in avanti di almeno 30anni. E l'azione che svolge in carcere, " I quaderni dal carcere" è la continuazione di quanto aveva fatto tra il 1919-10 ed il 1926, come vedremo nella seconda parte.

Tornando ora al periodo 1917 - 1926.

Occorre considerare che Bordiga, segretario, era il riflesso ed il prodotto di tutta questa intricata e confusa situazione, che si rifletteva in maniera caleidoscopica nelle posizioni di Bordiga: un po' estremiste e velleitarie, ma quel tanto di operatività pratica, ove l'efficientismo organizzativistico di Bordiga agiva da collante e dava dignità a vacuità teoriche ed assenza di analisi; e dove la personalità ' forte' di Bordiga ed il suo iper-attivismo era momento di collante decisivo per tenere assieme questo quadro caleidoscopico.

Dell'occupazione delle fabbriche e del periodo 1919-20 e del ruolo di Gramsci, della Fiat e dei Consigli se ne è trattato a lungo.

Il punto chiave qui da fissare è che in questo periodo Gramsci si forma ed afferma come dirigente del proletariato. E' in questo periodo che matura la visione organica della realtà del Movimento Operaio e del Capitalismo italiani e traccia già qui le linee fondamentali della sua strategia e tattica, che si dipaneranno tra il 1922 ed il 1926.

Al Congresso di Livorno, le tesi dell' " Ordine Nuovo" e quindi di Gramsci, sostenuta apertamente da V.I. Lenin e dall'Internazionale Comunista esce minoritaria. E' l'ala bordighiana che esce maggioritaria assieme ad una consistente minoranza di destra, anche perché l'Ordine Nuovo non si era mosso su scala nazionale, come invece avevano fatto Bordiga e la destra. Tutta l'attenzione di Gramsci era stata per l'occupazione delle fabbriche ed il movimento dei Consigli di Fabbrica.

La linea dell'Ordine Nuovo è presente nel C.C. con il solo Gramsci, la maggioranza era tutta con Bordiga. Ciononostante il C.C. non si presentava unito, esprimeva, invece, la complessità delle varie anime che dal Psi verranno al PCd'I, mentre una parte consistente - i cosiddetti ' terzini': Giacinto Menotti Serrati - era rimasta nel Psi ed unendosi a Livorno con Turati, gli aveva dato la maggioranza.

Il C.C. del PCd'I vedeva quindi:

una destra: Graziadei e Tasca,

un centro: Bombacci e Marabini,

una sinistra: Bordiga, che in quanto segretario era la maggioranza,

e poi Antonio Gramsci.

Il punto è: divenire maggioranza senza lacerare ma rafforzare il Partito, numericamente e qualitativamente e consentendo a tutto il Partito di crescere e rafforzare così l’unità del Partito.

Il problema dell'unità, di condurre una battaglia teorica e senza quartiere contro idee e linee anti-marxiste e rafforzare l'unità del Partito è il punto chiave dell'intera strategia di Antonio Gramsci. Egli vuole conquistare al marxismo-leninismo gli stessi suoi oppositori e con loro costruire il Partito Comunista.

Si trattava allora di far crescere l'intero corpo del Partito, alzando il tono ed il livello del dibattito teorico, politico e culturale, aiutandolo a superare i suoi limiti, comprendendo per propria esperienza, aiutandolo a fare il bilancio dell'esperienza e sulla base di questo bilancio giungere spontaneamente, naturalmente alle posizioni del leninismo e dell'Internazionale Comunista. Attraverso, cioè, un processo critico-teorico giungere ad identificarsi con quelle posizioni, in questo modo l'intero corpo del Partito si trova spontaneamente a convergere ed identificarsi con le linee teoriche, strategiche e tattiche del leninismo e dell'Internazionale.

Gramsci, cioè, è il capo che conquista alle sue posizioni l'intero Partito, lo aiuta a crescere, sapendo rimuovere, di volta in volta, i macigni più grossi che ostacolano l'avanzamento e guidando così l'intero corpo del Partito nella rimozione di quegli ostacoli e così tutti insieme crescere e trovarsi ad un livello superiore, dove il precedente non è sanzionato da autocritiche, ma dove costante è in Gramsci l'indicare il guardare avanti, il protendersi in avanti. E l'andare avanti è poi il riconoscere, di fatto, l'erroneità o insufficienza del precedente livello. Gramsci infatti non chiederà mai a nessuno abiure, ma a tutti di procedere spediti in avanti sulla base di quanto ottenuto e consolidato, sulla base del nuovo livello raggiunto. Gramsci sa guardare diritto in avanti ed indicare all'intero partito il futuro e nel procedere in avanti superare limiti, insufficienze, tare.

In questa visione organica Antonio Gramsci si afferma Capo dei comunisti e mostra tutte le sue eccellenti qualità di Capo.

Per poter attuare questa sua direttrice strategica, Gramsci non può aprire guerra contro tutto e tutti: avrebbe solo lacerato. Ma non poteva neanche non condurre una battaglia ferma contro l'opportunismo e le idee errate nel PCd'I.

E' indubbio che il problema chiave era liquidare l'estremismo velleitario e parolaio del bordighismo, ma occorreva che tutto il partito vi arrivasse. Uno scontro immediato, diretto, contro Bordiga avrebbe lacerato e costretto i " gramsciani " a schierarsi e schierandosi isolarsi dal resto del corpo del partito. Una battaglia contro la destra all'improvviso avrebbe fatto saldare i ranghi: Bordiga ed il centro avrebbero difeso la destra al fine di isolarlo e schiacciarlo.

Si trattava di aprire una battaglia complessa, articolata, che consentisse, mentre si combatteva contro uno, riuscire a mettere in difficoltà anche tutte la altre posizioni e la vittoria su quella costituire un anello per il passaggio successivo ed in questa continuità il partito riconoscersi nella fase successiva in quanto continuazione della precedente e così giungere, poi, alla fine, alla battaglia contro il bordighismo. Tutto questo non doveva avvenire nel chiuso di un C.C., ma sciogliere nel contempo i limiti e le tare che il Movimento Operaio Italiano si portava dietro, legare l'uno all'altro, risolvere l'uno risolvendo l'altro e dove l'uno sarebbe venuto in aiuto dell'altro. Solo in questo modo il corpo del Partito avrebbe compreso e sarebbe cresciuto, giacché superava i limiti e le tare che si portava dietro ed era in grado consequenzialmente di conquistare quella massa di operai, lavoratori, contadini italiani rimasti ancora nel Psi ed al tempo stesso vedere in quelle idee, concetti, teorie di quei lavoratori socialisti, nell'essenza di quelle posizioni, in controluce, le sue stesse posizioni ed in questo processo dialettico comprendere ed assimilare le posizioni teoriche che di volta in volta Antonio Gramsci poneva. In questo modo Antonio Gramsci metteva in moto un processo dialettico, che partendo dal C.C. coinvolgeva l'intero corpo del Partito e attraverso questo l'intero Movimento Operaio Italiano.

Il problema che stava dinanzi a Gramsci, come ben si vede, era davvero immane, richiedeva un genio, un capo il solo in grado con un colpo d'occhio di abbracciare la complessità, la tortuosità e l'intreccio di una tale intricata matassa e stabilire le linee d'azione.

Antonio Gramsci dalla massa e dal coacervo di contraddizioni: destra, centro, sinistra, Turati, ecc. seppe cogliere con autentica genialità i punti, i tratti, comuni. Seppe individuare l'unitarietà sostanziale metodologica e teorica di queste contraddizioni. Seppe, cioè, coglierne la quiddità, i loro punti comuni, pur nella loro estrema varietà e difformità. Grave sarebbe stato l'errore di ridurli unicamente ai loro tratti comuni, ossia all'unità, ma ancora più grave sarebbe stato leggerli separatamente, facendosi così sopraffare dai loro tratti specifici di essere e presentarsi nella molteplicità di forme.

Da materialista dialettico eccezionale Antonio Gramsci seppe leggere l'unitarietà della materia ed il suo divenire in quelle differenti forme: trattare così l'unitarietà, tenendo presente le differenti forme nelle quali il processo diviene e liquidare così le differenti forme, liquidando quella unitarietà.

Gramsci condurrà allora la battaglia contro le varie posizioni secondo un esatto, preciso, rigoroso, scientifico piano d'azione. I punti che tratterà saranno di volta in volta nella forma quella particolare forma, ma sapendo indicare, aiutando il Partito a scorgerne i tratti unitari, la sostanziale identità metodologica e teorica con la successiva posizione teorica contro cui condurrà la battaglia fino ad arrivare a quelle estremiste velleitarie e parolaie del bordighismo. In questo modo, il quadro di Partito che uscirà da questa lotta sarà in grado di scorgere da solo 1le passate, ma soprattutto le future, posizioni teoriche errate e saprà cogliere nelle differenti forme in cui esse si presenteranno il tratto comune e l'essenza anti-marxista e quindi sarà in grado di opporvisi sin dal loro sorgere e non subirne l'egemonia.

Vediamo ora in concreto come si articola l'intero piano strategico, ove l'esecuzione tattica: gli zigzag e gli affondi rapidi e precisi e le ritirate costituiscono un autentico capolavoro, un autentico manuale di strategia politica.

La situazione nel C.C. vedeva, come si è detto:

una destra: Graziadei e Tasca,

un centro: Bombacci e Marabini,

una sinistra: Bordiga.

La destra e la sinistra si combattevano aspramente, lacerandosi e lacerando il Partito, gettandolo nell'immobilismo.

In questa situazione il centro - " la palude del centrismo" direbbe V.I. Lenin - ossia Bombacci e Marabini agivano, come li chiamerà Gramsci, da " croce rossa", ossia appoggiavano ora la destra ora la sinistra, correvano in soccorso ora di Tasca ora di Bordiga ora di Tasca ora di Graziadei onde impedire che l'uno prevalesse definitivamente sull'altro e così i suoi voti correvano in soccorso ora di questo ora di quello in maniera opportunistica ed eclettica: e questo non poteva che aumentare la confusione, l'immobilismo oltre che aggravare la situazione di ricettacolo delle più confuse stramberie e dell'opportunismo della più bell'acqua. Il centro veniva così a costituire una sicura retrovia ove sia la destra che la sinistra poteva al momento opportuno ritirarsi e sottrarsi allo scontro, perpetuando così all'infinito le posizioni. Il centro veniva così a costituire la linea di ritirata.

Il piano strategico di Gramsci è allora questo:

1. liquidare la " croce rossa", sottraendo così alla destra ed alla sinistra quella ritirata ed inchiodarle così alle loro posizioni ed una volta inchiodate sconfiggerle.

Da stratega eccezionale Gramsci provvede a chiudere la ritirata al nemico, prima di iniziare un qualsiasi attacco, altrimenti egli può sfuggire ed essere in grado, una volta riorganizzatosi, di ripresentarsi e dare battaglia o comunque essere in grado da lì di agire o per linee interne o con sortire di creare confusione, disordine e preparare così le condizioni per un suo attacco.

2. condurre una battaglia contro la destra, distinguendo e separando Graziadei da Tasca. Dei due Graziadei era il più debole ed il più esposto teoricamente per un suo lavoro di economia marxista: sconfitto Graziadei battere Tasca che nel frattempo si è indebolito.

3. liquidare il bordighismo,

nell'eseguire i punti 1 e 2 conquistare la base di 1 e 2 e conquistare elementi e parti della 3.

Ovviamente i punti che Gramsci toccherà saranno nella forma quella delle singole e specifiche posizioni, ma nella sostanza uniche di tutte e tre. La scelta cioè dei punti su cui dare battaglia è scelta a tavolino, è cioè scelta razionale funzionale ad un piano strategico.

IL CONGRESSO DI ROMA.

Nel marzo del 1922 si tiene a Roma il 2 Congresso del PCd'I.

Le Tesi congressuali esprimono appieno tutto l'orientamento settario e lo schematismo bordighiano, senza fronzoli insomma. In quanto tale esse costituiscono un documento di eccezionale chiarezza, consequenzialmente esse esprimevano teoria, strategia e tattica della concezione teorica bordighiana, la sua cecità ed il suo semplicismo e linearismo dottrinario, in netta opposizione all'Internazionale.

La destra ( Graziadei e Tasca ) condurrà una debolissima opposizione, sicura che il gruppo dell' " Ordine Nuovo" e quindi Gramsci si sarebbe opposto. La linea tattica della destra era fin troppo scoperta:

lasciare che Gramsci ed il gruppo dell' " Ordine Nuovo" si scontrasse con Bordiga, indebolire così sia Bordiga che Gramsci ed uscirne lei poi forte, pronta a correre in soccorso di Bordiga, isolando e schiacciando il gruppo dell' " Ordine Nuovo", Gramsci e la linea dell'Internazionale.

Gramsci invece non si oppone, ma vota, le Tesi di Roma.

Questa azione ha consentito ad elementi ultra destri di sentenziare ed ergersi a sinistra, alzando l'indice accusatore contro Gramsci:

errore gravissimo di Gramsci, un Gramsci ancora sotto l'influenza di Bordiga, un Gramsci che sin dal 1922 si schiera contro l'Internazionale, un Gramsci opportunista. Non è questa altro che la variante del Gramsci crociano, idealista, che ha filtrato il marxismo attraverso le lenti della filosofia idealista del filosofo fascista Gentile: la differenza è solo che questa sulle Tesi di Roma è la variante riguardante il Gramsci politico, e l'altra il Gramsci intellettuale, il Gramsci del carcere.

Lasciamo pure questi signori lì dove si trovano, come abbiamo fatto all'inizio per gli altri, cerchiamo, invece, di capire.

E' evidente che uno scontro nel 1922 con Bordiga sarebbe stato non solo errato, dati i rapporti di forza, ma avventuristico, che avrebbe condotto il Partito ad una lacerazione, ad una acutizzazione dello scontro. Certo sul piano del puritanesimo ' marxista', sul piano dei " pruriti" Gramsci avrebbe....

Avrebbe invece commesso un gravissimo ed imperdonabile errore, che neppure un discreto caporale di giornata commette: dare battaglia quando il nemico provoca e chiama alla lotta. E Gramsci non era certo un caporale di giornata, ma un autentico ed eccezionale Capo, che stabilisce lui come, dove, quando dare battaglia e su cosa condurre la battaglia; è lui che stabilisce il terreno di scontro, il luogo, la data, il quando, il come.

Quello che ad Antonio Gramsci interessa ottenere è la realizzazione del suo piano strategico: liquidare il centro: Bombacci e Marabini, cioè la " croce rossa", chiudendo ad entrambi le linee di qualsiasi futura ritirata, ponendo il gruppo dell'" Ordine Nuovo" quale centro tra Bordiga e Tasca.

L'opposizione alle Tesi di Roma sarebbe stata quindi un gravissimo errore tattico:

1. scontro prematuro con Bordiga,

2. non raggiunge l'obiettivo del piano strategico prefissatosi:

liquidare la " croce rossa".

L'opposizione, o la battaglia, emendamentaria, emendamenti o correzione di questa o quella Tesi, sarebbe stato un gravissimo ed assolutamente imperdonabile errore strategico. Avere un nemico, che esprime in maniera così chiara e netta le sue posizioni è un nemico che si autoinchioda ed a quell'autoinchiodamento va ben fissato e tenuto lì fermo per tutto il tempo occorrente a raccogliere le forze sufficienti e necessarie per iniziare l'offensiva e poi l'attacco risolutivo, che deve risolversi nella disfatta del nemico. Le " Tesi di Roma" costituiscono esattamente questo autoinchiodarsi di Bordiga; a Gramsci spettava solo il compito di fissarlo e tenerlo ben fermo a quell'autoinchiodamento.

La non opposizione sostanziale, inoltre, della destra: Graziadei e Tasca mostrava a tutto il Partito l'inconsistenza di quella opposizione e tutta la sua vacuità. La destra ne usciva così decisamente indebolita, mostrando appieno tutta la sua mancanza di risolutezza e tutta la sua adattabilità. Quindi una destra indebolita, una sinistra inchiodata alle sue posizioni ed in maniera irrevocabile ed irrefutabile e la " croce rossa" liquidata: questi i risultati che Gramsci ottiene. L'opposizione alle " Tesi di Roma" era, nelle condizioni reali, errata; l'Internazionale penserà, dal canto suo, a liquidarle, bocciandole in toto e per bocca del suo Presidente Zinoviev.

DAL 2 AL 3 CONGRESSO.

DAL CONGRESSO DI ROMA AL CONGRESSO DI LIONE, gennaio 1926.

Gramsci viene inviato a Mosca, come rappresentante del PCd'I presso l'Internazionale Comunista. In realtà sia la destra che la sinistra vogliono allontanare Gramsci dall'Italia ed avere le mani libere.

Il periodo in esame: 1922 - 1926 va diviso in due:

dal 1922 al 1924,

ossia dal Congresso di Roma alla Conferenza di Como;

dal 1924 al 1926,

ossia dalla Conferenza di Como al Congresso di Lione, gennaio 1926.

Il periodo 1922 - 1924 è il periodo in cui viene liquidata la destra, ossia il Partito si libera delle posizioni di destra di Graziadei e Tasca. Gramsci conduce prima la battaglia contro le posizioni teoriche di Graziadei. L'obiettivo è quello di indebolire la destra e fissare i limiti teorici in cui il Partito versava. Molti temi di questa battaglia saranno poi ripresi in quella successiva contro Bordiga. Graziadei costituisce effettivamente l'anello debole di tutta la catena non solo della destra, ma più in generale di tutto il Partito e quindi anche della stessa sinistra. Graziadei consentiva assai agevolmente di poter condurre la battaglia contro quelle posizioni teoriche errate ed al tempo stesso contro l'intero groviglio delle posizioni anti-marxiste che egemonizzavano il Partito e quindi attraverso Graziadei far crescere tutto il Partito.

Fissiamo per ora qui, lo riprenderemo nella seconda sezione,

questa metodo di Gramsci, ma poi di Marx, Engels, Lenin e di tutti i grandi dirigenti comunisti, quello cioè di prendere le posizioni che nella loro quintessenza per chiarezza e linearità possono assolvere al compito di maestro, di esempio al negativo.

Nel frattempo la destra taschiana, persa la via della ritirata, essendo stata liquidata la " croce rossa" e minoranza nel Partito è lei che è costretta ora, non più velatamente ma apertamente, in prima persona a scendere in campo e rendere chiare, nette, esplicite le sue posizioni; non più una generica ed indistinta opposizione all'Internazionale, ma scendere nello specifico:

1. fusione con il Psi e politica dell'Internazionale di ricomporre la rottura, pur giusta, di Livorno ed incalzare il gruppo dirigente opportunista di Turati e consentire al corpo del Psi di affluire in massa sotto le bandiere dell'Internazionale Comunista.

2. bolscevizzazione del Partito, sua struttura in cellule sui luoghi di lavoro, lavoro negli organismi sindacali, ossia struttura leninista del Partito e saldi legami con le masse.

La sinistra, Bordiga, non può apertamente schierarsi con Tasca, pena l'accelerare la sua fine e regalare quadri e direzione a Gramsci ed al gruppo dell' " Ordine Nuovo". E' cioè da una parte inchiodata dalla sua ufficialità, essendo la maggioranza del Partito ed essendo il PCd'I membro dell'Internazionale; e dall'altra è inchiodata dal suo stesso sinistrismo: la massa operaia guardava all’URSS di Lenin e all'Internazionale. La presenza di Gramsci aggravava queste sue lacerazioni interne, giacché deve manovrare per linee interne e non scopertamente per non regalare quadri e direzione al gruppo dell'" Ordine Nuovo" ed a Gramsci, ossia al leninismo.

Tasca, e l'intera ala taschiana, apre il fuoco di fila contro l'Internazionale all'indomani del fallimento del progetto di fusione, all'indomani cioè del congresso di Milano del Psi: il triumvirato Nenni-Vella-Saragat con un colpo di mano ammutolisce la schiacciante maggioranza del Partito socialista ed a tappe forzate lo conduce sulla rotta di collisione con l'Internazionale Comunista. La destra si viene così a trovare sotto un triplice fuoco:

1. lotta all'Internazionale,

2. subisce l'offensiva su Graziadei,

3. Bordiga non può soccorrerla.

Gramsci nel frattempo da Mosca inizia a tessere tutto un fitto carteggio - in qualità di membro dell'Internazionale - con il gruppo dirigente del Partito ed in particolare con la maggioranza bordighiana. Attraverso la " lettera" ha modo così di stuzzicare, saggiare gli umori e quando lo ritiene affondare un attacco. La lettera di per sé non costringe a trattazioni, consente rapide incursioni su questo o quel tema e stare poi a vedere il destinatario come e quando e se reagisce. La lettera, nella qualità di rappresentante dell'Internazionale, consente a Gramsci di educare questo gruppo dirigente sui problemi internazionali, la natura del Psi e del ruolo di Turati e del tipo di formazione di quadro che il Psi ha costruito nel periodo 1892-1915. Li aiuta ad avere una visione più ampia e complessa dei problemi - che di per sé costituiva potente corrosivo alla mentalità bordighiana: di per sé semplicistica e dal piatto linearismo dottrinario, dove c'è sempre un segno di uguale da mettere da qualche parte. Spinge attraverso la proposta di una rivista teorica " Critica Proletaria" questo gruppo dirigente a studiare la realtà italiana e non lo fa in maniera saccente, lo fa da Capo: propone cioè un piano editoriale per la rivista, invitando questo e quello a scrivervi affrontando quello e quell'altro tema sulla base della specificità di ciascuno. E così ciascuno sulla base del suo settore di intervento, del settore affidatogli, è costretto ad approfondire da una parte e dall'altra a verificare da solo i limiti, le carenze, i vuoti.

In questo modo Gramsci ottiene degli immediati vantaggi tattici:

la più immediata riflessione del gruppo dirigente, ma ottiene un eccezionale vantaggio strategico: scopre in maniera impietosa come tutta l'efficienza organizzativa, la decantata efficienza organizzativa bordighiana, non essere altro che basato sull'accentramento di tutto da parte di Bordiga, che suppliva con la sua forte personalità e la sua iperattività. Era così davanti agli occhi del gruppo dirigente l'assenza del collettivo e l'essere tutto accentrato, come fatto politico attorno alla figura di Bordiga. Di qui a cogliere come la situazione di immobilismo del Partito era il prodotto proprio di questa assenza del collettivo e di analisi e conoscenze scientifiche della realtà il passo era breve.

Quando a parere di Gramsci il salto era maturo, partendo da una serie di ' gaffe', diciamo così, clamorose del gruppo dirigente, che mostrerà tutta la pochezza e vacuità della sua efficienza organizzativa, porrà bene al centro questi fatti elementari sottoponendoli alla sua irresistibile critica, fatta di piccole e minuziose cose analizzate e scandagliate a fondo e formula chiaramente il suo giudizio, che nella forma della lettera assume la forma di una conclusione veloce, di un giudizio veloce su quei fatti.

Passo passo, pezzo dopo pezzo, prima singoli elementi poi l'intero gruppo dirigente si sposta, spontaneamente, naturalmente per sua naturale e spontanea maturazione sulle posizioni di Gramsci.

Ma non è ancora il momento, c'era sì sufficiente accumulazione quantitativa, ma non c'erano ancora le condizioni sufficienti e necessarie per il salto di qualità. Intempestivo ed avventuristico sarebbe stato il passo di Gramsci se all'indomani di una lettera di Terracini, avrebbe lanciato l'offensiva, Togliatti tentennava ancora.

Il problema non era tanto Togliatti in sé, quanto ciò che Togliatti, per il suo modo di essere, sentire e fare costituiva quello che a Gramsci interessava. Togliatti veniva in questa fase a costituire - per il suo modo ponderato, per il suo muoversi con assai cautela, il suo timore di trovarsi scoperto e per il suo aver subìto l'influenza della forte personalità e delle teorie di Bordiga la cartina al tornasole di un più sostanzioso corpo del Partito, espressione del modo di sentire ed essere di una parte sostanziosa del Partito.

Togliatti all'indomani di questa lettera di Terracini a Gramsci, che dava la sua disponibilità, dà anche lui la sua disponibilità al progetto più complessivo che Gramsci aveva espresso in una lettera in risposta a Terracini, che gli chiedeva quale fosse la sua ( di Gramsci) visione. Ma quello di Togliatti è ancora un consenso incerto, che cercava di trattenere ancora per la giacca Gramsci e dall'altra dai giudizi che esprimeva, mostrava chiaramente di non essersi ancora staccato, di non aver ancora superato del tutto, il bordighismo e la forte personalità di Amedeo.

Nel frattempo, 1923, è la destra che accelera i tempi, commettendo grossolani errori tattici e collezionandone di peggiori e finendo per trascinare gli stessi bordighiani e Bordiga in prima persona in un vicolo cieco: una riunione di frazione ove si concerta un attacco all'Internazionale: modi e cosa e come dire le cose, chi deve esporsi, chi sostenere e chi fare da ponte al fine di riportare il Partito alle posizioni del 1922. I verbali di tale riunione fanno parte dell'Archivio Tasca, dove a Bordiga è affidato un ruolo ad un altro un altro ruolo, ecc. Inizia così a delinearsi in maniera chiara ed inequivocabile, almeno per il gruppo dirigente: C.C. e quadri intermedi l'identità destra e sinistra, che accelera il distacco e la maturazione verso posizioni leniniste dell'Internazionale Comunista e quindi di Gramsci e del gruppo dell' " Ordine Nuovo". In questo frangente Gramsci si conferma centro del Partito - centro in termini leniniani - tra una destra ed una sinistra entrambi imbelli. Lo stato del Partito, la sua presenza tra le masse, la stessa presenza del centro che è assente, tutto tesa a brigare e concordare chi deve condurre l'attacco, chi deve coprire e chi.. era pessimo.

Gramsci coglie che la situazione è oramai matura, sposta la sua sede da Mosca a Vienna: inizia stringere Tasca.

Inizia così da Vienna un attacco sempre più concentrico contro le posizioni di Tasca, oramai lo stesso Togliatti ha fatto il passo in avanti e Tasca si è isolato. Incalzarlo ora, non dargli tregua né possibilità di ripresa, impedire a Bordiga di sfuggire al grossolano e pacchiano errore di farsi trascinare nel frazionismo da Tasca era decisivo; maturavano, inoltre, i tempi della fusione con ' i terzini' del Psi, ossia con il gruppo di Giacinto Menotti Serrati, che si erano liberati dal colpo di mano del triumvirato Nenni-Vella-Saragat e il cosiddetto " comitato per la salvezza del Psi" era in gravi difficoltà nel Psi, erano oramai maturi. Occorreva evitare che una direzione errata gestisse un tale processo, pena il fallimento.

L'attacco di Gramsci diviene sempre più incalzante, va in crescendo per giungere in condizioni di potente offensiva alla Conferenza di Como, maggio 1924, ove si tireranno le somme con la destra. Intanto all'inizio del 1924 Gramsci è rientrato in Italia, essendo stato eletto deputato alla Camera, può, così, più agevolmente agire.

LA CONFERENZA DI COMO, Como maggio 1924.

La relazione di pugno di Gramsci è letta da Togliatti e presentata come relazione di Togliatti: ed infatti è nel volume 1° delle Opere.

Perché?

Gramsci aveva un grande rispetto per il Partito, per la sua unità: aveva ben chiari i problemi che stavano a monte, aveva cioè chiaro che le posizioni, pur se errate, presenti nel Partito erano il prodotto di ben precise condizioni materiali, il prodotto, cioè, delle reali condizioni del Movimento Operaio della sua storia e della storia del paese.

Togliatti era ancora ufficialmente della sinistra e per quel suo ruolo oggettivo che veniva a ricoprire, poteva ben costituire una transizione, un ponte. La relazione di Togliatti è ancora la relazione se non della maggioranza del Congresso di Roma, ma almeno di un suo membro.

La Conferenza di Como si chiude con la sconfitta della destra taschiana. L'intervento di Gramsci, che a differenza della relazione e della mozione finale - firmata tra l'altro da Togliatti, Terracini, Scoccimarro, Gramsci - non ottiene la maggioranza, costituisce da una parte un bilancio chiaro e netto del PCd'I dal 1921 al 1924 e quindi della battaglia contro la destra e dall'altra apre sùbito la battaglia contro Bordiga. Una parte della Conferenza di Como è caratterizzata proprio ed esattamente da questo contrasto tra la concezione bordighiana e l'Internazionale Comunista. Bordiga è oramai in difficoltà, aspanna, parte consistente del C.C. e del Partito tutto è conquistato da Gramsci. Infantile è il tentativo di tenersi in disparte, senza più partecipare attivamente al lavoro, ancora più infantile quello di negare la costituzione di una frazione in seno al PCd'I, dopo essere stato preso con le mani nel sacco.

Noi possiamo quindi dire che con la Conferenza di Como si chiude una fase della lotta per l'affermazione del marxismo in Italia, quella cioè consistente nella lotta per la chiarificazione, per liberare il marxismo da false, erronee, " interpretazioni", che egemonizzavano la parte più sensibile del proletariato, la sua avanguardia.

Occorreva ora fare il secondo passo, scatenare la battaglia tra le vaste masse operaie e lavoratrici d'Italia, per impostare il lavoro di liquidare concezioni, idee, teorie errate che le tenevano legate all'egemonia della borghesia. E' indubbio che il punto cardine era costituito da una parte dall'opportunismo, diciamo così, di Turati e dalle teorie turatiane ( Turati-Bissolati-D'Aragona ) e dall'altra da quelle repubblicano-democratiche ( popolari, giolittiani, liberali ).

Vengono ora al pettine i nodi strutturali, le tare che il Movimento Operai Italiano si portava dietro dalla sua costituzione, di cui si è brevemente accennato all'inizio ed a cui rimandiamo agli studi dell'Istituto su accennati.

Procedere oltre la Conferenza di Como contro il bordighismo, senza avere prima sciolto questo problema, avrebbe senz'altro dato la vittoria a Gramsci lo stesso - oramai la maggioranza del PCd'I era con Gramsci, tant'è che Gramsci nel C.C. di luglio è eletto Segretario Generale e ratificata la nuova maggioranza ed il nuovo gruppo dirigente - ma sarebbe stata una vittoria di Pirro, di totale ed assoluta inconsistenza, giacché permanevano gli elementi fondamentali che avevano, poi, determinato la più che schiacciante prevalenza di quelle teorie, idee e concezioni nella stessa avanguardia del proletariato e tra i suoi massimi dirigenti.

La crisi Matteotti costituisce un momento-occasione decisivo, che Gramsci sa sfruttare appieno per portare avanti il suo piano strategico. Portare il dibattito tra le vaste masse popolari ed aiutarle a liberarsi da idee e teorie e concezioni errate, inchiodare la concezione turatiana alla sua essenza e gettare così le basi per una solida egemonia, base fondamentale, unica ed insostituibile, per consentire al PCd'I di attingere di continuo quadri, ed al proletariato di saldare la sua unità e costruire la sua egemonia. Assieme alla concezione turatiana ( Turati-Bissolati-D'Aragona) occorreva liquidare quella republicano-democratica ( popolari, giolittiani, liberali ). Occorreva fare questo ed al contempo sfruttare la crisi Matteotti. Entrambi gli obiettivi dovevano confluire nell'obiettivo strategico di:

a) rafforzare ed estendere il PCd'I,

b) rafforzare ed estendere l'egemonia del proletariato,

c) contribuire alla liquidazione del sinistrismo velleitario e parolaio

bordighiano e quindi le tare del Movimento Operaio Italiano.

Stabilito il piano strategico, Gramsci stabilisce le linee direttrici del piano strategico e quindi la tattica.

Ma questo poteva avvenire, se e solo se, si aveva una corretta, scientifica analisi della situazione internazionale e nazionale, delle classi e del loro movimento oggettivo.

Gramsci non riteneva affatto che la crisi Matteotti avrebbe portato alla caduta di Mussolini, gli era ben chiaro il movimento reale che aveva portato la borghesia a scegliere il fascismo come forma di governo, il blocco che lo sorreggeva, il quadro internazionale che sorreggeva il fascismo italiano, ossia gli interessi del capitale finanziario francese ed inglese da una parte e di quello tedesco dall'altra.

Gli era chiaro che la crisi Matteotti costituiva, però, una prima seria incrinatura del blocco che sorreggeva il fascismo, incrinatura tra il capitale monopolistico e la piccola e media borghesia, che iniziava così a staccarsi dal mussolininismo. Gli era altresì chiaro il salto di qualità che il governo Mussolini aveva compiuto: dal mussolininismo al fascismo, ossia da una base ed espressione di una piccola e media borghesia urbana e rurale stracciona e sovversivistica con il sostegno della borghesia agrario-latifondista meridionale, ancora più stracciona e sovversivistica e benevolenza del capitale industriale e finanziario italiano a dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più imperialisti, più sciovinisti del capitale finanziario italiano, definitivamente sanzionato, poi, dall'ingresso di Volpi nel governo fascista ed annunziato dalla legislazione sulla revoca della nominabilità delle azioni, l'abolizione della tassa di successione per i grandi patrimoni industriali ed agrari, l'abolizione della tassa del 10% sui dividenti azionari, l'abolizione dell'imposizione fiscale sugli stipendi dei consiglieri di amministrazione, liberalizzazione dei canoni d'affitto delle terre, soppressione del limite di 48ore lavorative: tutte attuate alcune 12giorni dopo la marcia su Roma, ma il resto nel 1924 durante ed a ridosso della crisi Matteotti. In realtà il capitale monopolistico sfruttò la crisi Matteotti per stringere a sé definitivamente il fascismo e sottometterlo ai suoi stretti interessi: parte della cosiddetta opposizione aventiniana va letta da questa angolazione, che spiega poi anche il rapido dissolversi di questa; così come un'altra angolazione é quella che il capitale finanziaria sfrutta la crisi Matteotti nell'illusoria speranza di attrarre il proletariato in una grossa provocazione per annientarlo.

Era chiaro a Gramsci tutto ciò, il problema era allora non tanto quello di dimenarsi per la caduta del fascismo: quanto quello di ben fissare, questa crisi, incunearsi e lasciarvi dentro un cuneo ben saldo

e successivamente svolgere tutto un lavoro per estendere ed allargare questa incrinatura, la disgregazione del blocco e quindi la caduta.

Sarà poi sulla scia, ed in continuità, di questa linea strategica, di questo aver ben fissato la crisi e cuneizzatisi saldamente che il PCd'I negli anni '30 ( 1935) lancia il suo programma contro il fascismo, ove fa suo il Programma del PNF del 1919!

Ma torniamo ora alla crisi Matteotti.

Si trattava ancora una volta di trovare il punto centrale attorno cui ruotare tutto - l' " anello debole della catena" per dirla con V. I. Lenin - affrontando il quale era possibile affrontare in un sol colpo tutto questo intricato groviglio di contraddizioni, che tutt'assieme agiva poi da sostegno all'egemonia della borghesia ed al mantenimento di quella realtà sia nel campo della borghesia che in quello del proletariato.

Compito decisamente difficile, che solo il genio di Gramsci poteva risolvere: astrarre da una massa caotica, innervantesi ed innestantesi l'una sull'altra, dove si accavallavano questioni storiche di fondo, questioni specifiche del momento, ruggine antica, questioni tattiche diverse tra di loro a seconda delle varie classi e aspetti confusi, distorti, mistificati e mistificanti: ossia le proiezioni ideologiche; e dove non era facile venirne a capo non solo della matassa ma dei singoli fili di quella matassa, giacché spesso un filo aveva inizio lì dove un altro finiva o dove un altro in quel punto si diramava ed il cui filone principale proseguiva poi per la sua strada: astrarre da tutto ciò l'elemento chiave, decisivo questo il problema. Occorreva un autentico genio, un'aquila di monte e Gramsci era quest'aquila, che sapeva alzarsi al di sopra del momento contingente e leggerlo dall'alto.

Il materialista dialettico Antonio Gramsci sa cioè leggere tutta questa intricata matassa come unità dell'essere, unità della materia e quegli sconfinati ed aggrovigliati fili, pur diversissimi, come forme reali, concrete del divenire dell'essere, del divenire della materia. Il movimento insegnava il dialettico Engels è il modo di esistere della materia; quell'Engels Antidhuring che il materialista dialettico Gramsci metteva in mano agli operai e che poneva a base della Scuola di Partito, da Gramsci voluta e fondata nel 1924-25.

( Di " Dialettica della Natura" a quell'epoca non se ne conosceva neppure l'esistenza, lo sarà tra il 1928-1930, quando l'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca acquisirà parte dell'eredità testamentaria di Marx ed Engels acquistandola dall'SPD-Kautsky ).

Il punto chiave era proprio ed esattamente il Psi e proprio ed esattamente la concezione turatiana.

Nelle condizioni concrete italiane il Psi e la direzione turatiana aveva costituito una importante scuola di formazione di quadri per la borghesia, del più complessivo gruppo dirigente della borghesia. In una lettera del 1923 Gramsci si intrattiene a lungo su questa questione, a dimostrazione che già, almeno, dal 1923 gli era chiaro non solo ruolo e funzione del Psi, di Turati ma dell'intricato groviglio di contraddizioni e tare che si portava dietro il Movimento Operaio Italiano.

Questo consentiva, inchiodando la direzione turatiana, davanti alle masse lavoratrici d'Italia, di portare un serio colpo all'egemonia borghese e quindi portare un colpo alla più generale strategia dell'imperialismo italiano, giacché consentiva di indebolire anche quella repubblicano-democratica, nel momento in cui si indeboliva una si indeboliva il più generale quadro complessivo e si operava, poi, una separazione tra le due: si determinava, cioè, un indebolimento delle fonti dalle quali la borghesia attingeva i suoi quadri e fondava la sua egemonia di classe e si acutizzava la contraddizione tra la loro base di massa e quella di classe: ossia tra la base elettorale e di manovra e gli interessi politici generali di cui erano espressione. Dalla crisi Matteotti entrambe usciranno davanti agli occhi delle masse assimilate per imbelli ed incapaci e sostanzialmente subalterne al fascismo e proiettarsi solo il Partito Comunista come unica, reale ed effettiva alternativa al fascismo. E così tutto quanto negli anni successivi 1928-1935 la direzione socialista, cattolica e liberale farà, consoliderà questa visione e convinzione che le masse lavoratrici si saranno fatte all'indomani della crisi Matteotti e ciò le porterà ad identificarsi immediatamente nell'opposizione radicale e definitiva con il PCd'I. Di qui la tattica:

Aventino poi abbandono e presentazione alla Camera e discorso di Gramsci.

Da questa azione di pochi mesi: fine luglio-settembre 1924 il Psi perderà oltre 40.mila militanti ed il PCd'I rafforzzarsi di oltre 60mila militanti: i 40mila provenienti dalle fila del Psi, oltre ovviamente i terzini, che erano già confluiti nel PCd'I, più oltre 20mila nuovi militanti provenienti dalla classe operaia e da contadini.

Chiusa la crisi Matteotti il PCd'I riportava un brillante successo. Ma quello che più conta non è tanto il passo in avanti fatto dal PCd'I, il suo essere uscito dalle secche dell'isolamento e del passivismo, in cui Bordiga l'aveva cacciato: queste cose pur importanti non costituivano assolutamente la centralità.

La centralità è data dal fatto che l'intero corpo del PCd'I ha sperimentato in concreto la linea dell'alleanza, del compromesso, dell'accordo, dell'attacco e della difesa repentine, guidato con sapienza e maestria dal suo Capo ha riportato vittorie, successi, consensi tra la classe. Questa concreta esperienza, dopo la battaglia teorica del 1922-1924, liquida d'un sol colpo tutta la vecchia ed uggiosa ruggine dell'estremismo astensionista, tutta l'uggiosa teoria della purezza bordighiana, tutto il ciarpame del ' purismo', ovverosia de " buoni sentimenti e la realtà di classe", ossia del purismo vuoto e chiacchierone, che parte sì da buone intenzioni, ma finisce per impantanarsi e per essere ricettacolo delle più variopinte concezioni e teorie.

 

 

 

Chiusa la fase della " crisi Matteotti", Gramsci porta a termine il lavoro iniziato nel 1922: inizia così la battaglia contro l'estremismo ed il settarismo bordighiano.

Viene ora qui in tutta la sua importanza quelle " Tesi di Roma", che la Conferenza di Como avrà già ridimensionato dichiarandole " tesi di indirizzo", " documento consultivo per il IV Congresso dell'Internazionale". Il Terzo Congresso deve ora ratificare i deliberati del IV e V Congresso dell'Internazionale, la politica di bolscevizzazione e dare esecuzione alle direttive dell'Internazionale Comunista tra il 1923 ed il 1925, consolidare, infine, la fusione con i terzini.

Le posizioni di Bordiga sono ora ben fissate ed il tempo ha ampiamente dimostrato tutta la pochezza teorica di quelle Tesi e della visione più generale che le supportava; Bordiga è ora ben inchiodato alle sue posizioni e non può più sfuggire. Il corpo del PCd'I può ora ben scegliere nella chiarezza e nella pienezza della sua nuova maturità acquisita sia nell'esperienza interna, 1923-1924, che esterna: crisi Matteotti.

Il Congresso non potrà che ratificare quanto era oramai già consolidato e divenuto coscienza e convinzione profonde dell'intero corpo del Partito. L'intervento di Gramsci alla Commissione Politica, oltre il testo integrale delle Tesi di Lione, danno bene il senso di quanta strada il PCd'I abbia fatto: di come si sia lasciato alle sue spalle il pressappochismo, lo spontaneismo teorico ed organizzativo, fatto di analisi raccattate e messe assieme unendo spezzoni di dati, rabberciati alla bel meglio e sempre di terza o quarta mano, quando non sono dati per ' sentito dire'; di come si sia lasciato alle spalle la visione notarile del Partito Comunista.

Bordiga già in difficoltà all'indomani della Conferenza di Como, è oramai esausto, tenta una disperata frazione massimalistica, un non ben chiaro " Comitato d'Intesa" nel vano tentativo di rabberciare un numero di militanti da gettare contro il C.C. del PCd'I: ma non raccoglie niente, se non se stesso e pochissimi fidati. Il disperato tentativo di sciogliere la frazione per rientrare in gioco diversamente ha meno fortuna ancora. Il Congresso di Lione segnerà la sua definitiva uscita dal campo: oltre il 90% del PCd'I si schiererà con Antonio Gramsci.

Il PCd'I può ora iniziare una nuova fase della sua vita.

E' oramai pronto per iniziare la battaglia contro il fascismo, il IV Congresso prima ( Colonia 1931), la Resistenza poi, il V, e VI Congresso infine costituiscono solo il corollario di Lione. Le linee strategiche scaturite dal Congresso di Lione e la politica di formazione del gruppo dirigente guiderà il PCd'I fino al VI Congresso ( Milano, gennaio 1948 ).

 

 

* Il IV Congresso, Basilea 1933;

** la Resistenza ed il periodo 1943-1947;

*** Togliattti---*Yalta;