Cagliari, 6 giugno 2002

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx - Friedrich ENgels

istcom@libero.it

www.istcom.it

 


Lo sviluppo scientifico e tecnologico

e

la centralità operaia

 

 Cagliari, 06. 06. 2002

 

 

Iniziamo qui un viaggio nei problemi del marxismo.

Chi vuole alla fine della relazione potrà scendere, altri potranno continuare il viaggio con noi o da soli, per indagare il nuovo, riattrezzare il marxismo per renderlo all’altezza della sfida dei tempi.

 

E’ indubbio che lo sviluppo possente delle forze produttive, o sviluppo scientifico e tecnologico, ha comportato modifiche profonde tali da far tramontare l’idea che avevamo di classe operaia.

Se non intellegiamo in maniera scientifica, corretta, esatta, attenta tali modifiche ci diviene impossibile dare un significato a termini quali.“ centralità operaia”, “ classe operaia”, “ transizione”; facendoli, invece, divenire vuote affermazioni, ed in definitiva in catechesi, dogmi, liturgia.

Ci diviene impossibile stabilire l’orientamento e la direttrice di marcia, e conseguenzialmente, gli strumenti da mettere in atto. In altri termini non siamo in grado di stabilire la teoria e la tattica.

E’ altresì indubbio che abbiamo accumulato enormi ritardi nell’ultimo quarantennio.

I nuovi processi produttivi ci sono passati sotto gli occhi e non li abbiamo visti e così la realtà oggettiva si modificava senza che noi ne avessimo coscienza, che modificavano le stesse condizioni ed i modi e le forme della Scienza della Politica e dell’agire politico.

Quando l’Imperialismo ha scatenato l’offensiva noi siamo stati colti di sorpresa e sotto tale possente, organico, complesso, multiforme offensiva ci siamo sbandati, rispondendo, e continuando a rispondere tuttora, in maniera confusa, disordinata, o innalzando steccati o subendone in pieno tutta la subalternità ideologica.

Dico a tuttora, giacché, come vedremo, non dissimile è la risposta che si tende a dare all’attacco che viene oggi condotto sul piano dell’organizzazione del lavoro di cui la punta è l’attacco ideologico all’articolo 18, che ha dato vita al possente movimento in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori dei recenti mesi, che se fa ben sperare, al tempo stesso ferma in maniera inequivocabile limiti, steccati e subalternità, che vanno rimossi, per dare il più ampio e possente respiro al movimento in atto.

Si tratta allora di ben comprendere la necessità di superare tali ritardi, di lavorare con impegno, dedicandovi le sufficienti energie, avendo ben presente la necessità di affrontare le sfide dei tempi, nella piena ed assoluta coscienza che la teoria e la tattica e quindi la concezione e gli strumenti: Partito, Sindacato, ecc. ora in nostro possesso sono decisamente obsoleti. Essi vanno ripensati e ridefiniti e riconfigurati sulla base di quanto l’analisi concreta delle cose concrete indicherà.

Nella piena coscienza della più elementare verità scientifica che se un dato modifica in tutto o in parte una teoria è la teoria che in tutto o in parte modificato e non il dato negato e che è la teoria che deve confermarsi alla luce dei fatti e comprovare la sua ancora attualità e non la teoria che deve legittimare il dato.

E qui prima di iniziare il nostro ragionamento, occorre fare i conti con il grave errore commesso sul finire degli anni Cinquanta del ventesimo secolo, quando si volle ancorare MarxEngels ed il marxismo ad Hegel ed a Madame Philosophye, disancorandolo dalle Scienza Naturali e Sociali: di qui poi gli attacchi ad Engels, a “ Dialettica della Natura”, al materialismo dialettico. Su questa base si è voluto sviluppare con dotti studi i rapporti oltre Hegel-MarxEngels, anche Marx-Vico e quant’altro, quasi che MarxEngels ed il marxismo dovessero legittimarsi, ed ottenere legittimazione, da Hegel, Vico, ecc.

Occorre, allora, per iniziare il nostro ragionamento operare la più profonda, netta, radicale rottura con questa tradizione di pensiero e riposizionare MarxEngels ed il marxismo sull’asse delle Scienza Naturali, abbandonando i Vico, ecc. per Bacone, Heisenberg, Pontecorvo, Clarke, Oparin, Micurin, Pavlov, …… Rutheford, Cavendish, …. .

Ed è questa poi la tradizione di pensiero a cui l’Istituto ha inteso saldarsi e che poi costituisce uno dei motivazioni forti della sua costituzione.

Antonio Gramsci, infine, ha costantemente sottolineato, in modo specifico in “ Americanismo e Fordismo”, che ogni modifica dei processi produttivi, ogni innovazione nei modi della produzione e dell’organizzazione del lavoro avrebbe, prima o poi, comportato modifiche sul piano economico, politico, sociale, culturale, sessuale.

Che cosa è successo dunque?

E’ evidente che non abbiamo più la grande concentrazione operaia, la Fiat con i suoi 140.mila operai.

Abbiamo, invece, la scomposizione del processo produttivo e la dislocazione di varie fasi sul territorio, che può essere quello più immediatamente vicino o dislocate su un àmbito territoriale più vasto: cittadino, provinciale, regionale, nazionale, europeo, mondiale.

E all’interno di una stessa fabbrica vari momenti del processo produttivo sono scorporati dalla centralizzazione e affidati a varie società in appalto, molte volte prestanomi.

Che cosa è successo?

E’ successo che lo sviluppo scientifico e tecnologico ha comportato modifiche nel processo produttivo, che hanno determinato a cascata modifiche sul piano dell’organizzazione del lavoro e conseguenzialmente su quello politico, sociale, culturale, istituzionale. E’ quindi modificata la composizione delle classi con una ristratificazione e nuova gerarchizzazione sociale e del comando del capitale sul lavoro.

Sul piano del processo produttivo si è avuto:

lo sviluppo delle forze produttive ha consentito di rompere quel continuum, nel quale il sistema fordista aveva cementato il processo produttivo, per potenziare la produzione di massa, e quindi di separare le varie fasi, autonomizzandole.

In passato il problema era quello di abbattere, o quanto meno contrarre i tempi morti, ossia i tempi tra le varie fasi del processo produttivo, i tempi del trasporto del semilavorato da una stazione produttiva all’altra, di qui poi il sistema fordista della catena di montaggio, le pedane scorrevoli, le macchine in grado di trasportare una massa maggiore di semilavorati o di materie prime del processo lavorativo da un posto ad un altro.

Oggi invece si separa quanto prima si tendeva a concentrare.

Questo è stato possibile sia perché è stato modificato il rapporto spazio-tempo, per cui si è in grado di trasportare una massa maggiore di merci in minore tempo per uno spazio maggiore e sia per un forte innalzamento della produttività del lavoro, in grado di compensare i tempi che tale che una tale scomposizione delle fasi del processo lavorativo comunque comporta.

La società, cioè, è più ricca, lo sviluppo della scienza e della tecnica ha consentito, e consente ancora di più in linea tendenziale, una conoscenza alta della Natura tale da accrescere la ricchezza della società mondialmente intesa.

 

La rottura di quel continuumcomporta, allora, non solo la liberazione di una parte del tempo da dedicare al lavoro, ma anche la sottrazione dell’uomo e della sua vita dai ritmi che quel continuum imponeva e sui quali veniva disegnata l’intera vita degli uomini. Quei ritmi scandivano, cioè, la vita degli uomini. Di qui allora la non solo la liberazione di una parte del tempo da dedicare al lavora, ma anche la sottrazione dell’uomo e della sua vita dai ritmi che quel continuum imponeva e sui quali veniva disegnata l’intera vita degli uomini. Quei ritmi scandivano, cioè, i ritmi della vita degli uomini. Di qui allora tutta una serie di nuove di altre figure lavorative e di altra organizzazione del lavoro, in grado di poter disegnare, questa volta per la prima volta in tutta la storia dell’Uomo – i ritmi del processo produttivo sulle istanze dell’uomo, attuando, così, un autentico capovolgimento nel rapporto Uomo- processo produttivo, Uomo – Lavoro.

Il punto decisivo da tener fermo è che lo sviluppo scientifico ha comportato – e tende vieppiù in tale direzione – l’abbattimento, e comunque la contrazione, di quel rapporto di necessità che determina la legge del valore-valore, secondo la quale la merce viene scambiata in base al tempo di lavoro socialmente necessario. Ogni passo in avanti dell’innalzamento della produttività del lavoro era un passo sulla via del sottrarre l’uomo da tale necessità. La fase che noi stiamo vivendo vede una modifica forte di tale necessità in direzione della liberazione da tale necessità.

Noi stiamo, cioè, vivendo la fase iniziale della transizione ad un’altra società: da una società basata su tale necessità, che ha poi determinata la nascita, la formazione ed il declino delle varie società basate sulla proprietà privata, ad una società liberata da tale necessità che determina le società basate sulla proprietà collettiva, ossia dalla società degli sfruttatori alla società dei produttori.

 

Il carattere di transizione non deve mai essere smarrito o attenuato.

Passa da qui, oggi, la netta linea di demarcazione tra le forze rivoluzionarie e quelle della conservazione; tra il proletariato e le altre classi ed in modo specifico tra il programma del proletariato e quello della piccola borghesia.

Questo comporta allora quelle ’ nuove figure lavorative’, che sono poi al centro del dibattito al pari di quello sulla ‘ scomparsa’ della classe operaia.

Ed in effetti quella Fiat con i suoi 140mila operai non c’è più e non ci sono più molte altre fabbriche, come quelle dell’Italsider di Napoli, o…con una riduzione netta di operai, classicamente intesi, ed il pullulare di figure lavorative non classiche.

La fabbrica di questo accendino una volta era costituita da una massa di 3000operai, voi vedete che oggi quella stessa fabbrica non è composta che da 100-150operai intenti solo ad alcune fasi del processo lavorativo.

Voi siete abituati a considerare la classe operaia di una fabbrica come quella che materialmente è concentrata in un determinato opificio.

Questa vostra visione non c’è più.

E’ scomparsa la classe operaia?

E’ solamente scomparsa la vostra visione di classe operaia.

E le citazioni a poco servono, poco valgono non diversamente dai proclami e le professioni di fede ai sacri principi.

Per poter comprendere correttamente il reale non resta che il marxismo in quanto metodo, il materialismo storico dialettico in quanto Logica ed il seguire l’insegnamento di V. I. Lenin:

andare a prendere consiglio da Marx ed Engels”.

Il Capitale” indica la strada da seguire per l’analisi.

MarxEngels parte dalla merce, ne segue il cammino e ne svela così l’arcano.

Prendiamo, allora, la merce accendino, scomponiamolo, seguendo a ritroso il suo cammino.

Vedremo allora che il petrolio e poi la raffinazione li si ottiene in Arabia Saudita, la trasformazione in plastica in …, i pezzi in ferro in…, i meccanismi in…., l’assemblaggio in… – diciamo Uganda, Corea del Sud, Argentina - ed infine il marchio e l’imballo a Cagliari, ove vi sono i 100-150operai. Prima l’intero processo di produzione dell’intero processo avveniva a Cagliari con una massa di 7 00-1000operai.

Questo implica, allora, che la classe operaia di questo accendino non è data dai 100-150operai di Cagliari, che voi materialmente vede entrare ed uscire dai cancelli di quella fabbrica, ma è data, invece!, dalla somma degli operai, tecnici, amministrativi impiegati n Uganda, Corea del Sud, Argentina, più quella di Cagliari.

E questo è un aspetto.

L’altro è che i vari settori una volta distinti, oggi si intersecano, si scompongono/disarticolano per ricomporsi/riaggravarsi dando vita a nuovi settori merceologici non intelligibili con la precedente visione e quindi assimilabili alle precedenti categoria a noi note.

Questo comporta importanti questioni sul piano della teoria e della tattica ed in specifico per quanto attiene il Partito ed il Sindacato, in quanto forme organizzative della tattica, e più in generale la Scienza della Politica.

Vediamo con calma. Esistono qui almeno quattro livelli di difficoltà e di gradi di cui la problematica si compone.

 

Innanzitutto l’organizzazione deve essere in grado di espandersi, distendersi, per essere in grado di abbracciare tutti questi vari momenti del processo produttivi, una volta concentrati in un solo luogo materiale ed ora distribuiti su un vasto àmbito territoriale, giacché tali singoli momenti del processo produttivo sono distinti sul piano del processo lavorativo, ma sono posti sotto la direzione di grandi holdings internazionali, di qui la necessità di un’organizzazione comune nella battaglia comune contro la stessa impresa capitalistica, organizzatasi in holding.

E già questo pone una massa di problemi i n e d i t i, assolutamente inediti, sul piano della teoria, del programma e della tattica.

E questo non è che l’aspetto più immediato ed in definitiva anche il più semplice.

 

Il secondo grado di difficoltà è dato dalle modifiche che questa nuova organizzazione del lavoro comporta.

Ha comportato lo sviluppo diffuso di industrie nei paesi D’Asia, Africa, America Latina con una forte penetrazione capitalistica nelle campagne e quindi l’innalzamento del processo di proletarizzazione e conseguenti espulsione di masse enormi contadini, artigiani, lavoratori, questi sì!, autonomi legati ai vecchi processi produttivi, al mercato locale e tutt’al più regionale, ecc. Voi ne vivete solo l’onda lunga, l’ultimo epilogo di questa immane tragedia di tanti popoli, di questo feroce, brutale e sanguinario processo di proletarizzazione ed immiserimento con le navi di immigrati che sbarcano lungo le coste italiane e le varie leggi di regolamentazione, ultima la Bossi-Fini.

Questo comporta, a questo livello di difficoltà, due ordini di problemi.

  • la scomparsa sostanziale di una borghesia nazionale, oramai sulla via della proletarizzazione, che voi ben conoscete e che costituisce la base poi di quei processi di rivoluzione democratico-borghesi e di unità nazionali. Questo comporta che quella tattica di rivoluzione democratico-borghese in tali paesi, che costituiva un elemento chiave della tattica del Movimento Comunista Internazionale, non è più perseguibile.

Resta appieno il problema, comunque, delle due vie del processo di transizione alla società socialista, che prima mantenevano un carattere distinto ed oggi tenderebbero ad unificarsi.

Possiamo avanzare l’ipotesi teorica della rivoluzione di Democrazia Progressiva?

  • Il secondo ordine di problemi, sempre di questo secondo livello, è quello che prima la F.S.M. [ Federazione Sindacale Mondiale ] tendeva ad attuare una tattica diversificata in questi paesi. Da una parte le imprese legate ai gruppi monopolistici, quasi sempre legati all’estrazione delle materie prime ed a volte alla prima lavorazione di queste, ma con adeguamenti tattici, plasmandosi sulle contraddizioni interimperialiste; dall’altra le imprese artigianali, della borghesia nazionale, ecc. ove si tendeva a spingere ad una unità e spingere la borghesia nazionale nel fronte antimperialista.

Oggi questa tattica non è più valida, è obsoleta e richiede una nuova tattica. Questo perché il pianeta si presenta oramai come un unico grande campo diviso in due parti da una parte un gruppuscolo di non più 900-1000famiglie, che controlla oltre l’80% dell’intera ricchezza mondiale: materie prime, mezzi di produzione, finanze, ecc. e dall’altra oltre l’80% della popolazione.

 

Un altro problema è dato dal processo europeo in atto, che richiede il superamento dell’attuale organizzazione della classe operaia e la necessità di una sua transizione ad un livello europeo sia sindacale che politico. Ed anche questo costituisce una massa di problemi di natura teorica, pratica ed organizzativa, data dalle diversità delle esperienze, dei vissuti e dei percorsi dei singoli movimenti operai: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco molti diversi tra di loro, per esperienza politica, per livelli e gradi organizzazione, ecc. ma che richiedono un processo di unificazione, che è complessità e non omologazione o livellamento.

 

 

 

Il terzo è dato dalla merce in sé.

Nella produzione dell’accendino, per stare la nostro esempio, concorrono diversi modi di produzione: da quelli precapitalistici a quelli fordisti a quelli tecnologicamente avanzati con tratti di lavoro servile e con mezzi di produzione diversi ove si va da quelli tecnologici a quelli obsoleti degli anni Cinquanta. Questo comporta una complessità di problemi, tra i quali i diversi livelli retributivi per la identica figura lavorativa, dati dalla diversità dei mezzi di produzione e dei modi di produzione che si stratificano e sovrappongono: livelli diversi di operai, tecnici, amministrativi, capi linea e produzione, direttori che presentano non pochi problemi ed a cui si contrappongono una sostanziale unità dei livelli più alti: manager, ricercatori e scienziati, ecc.

Si rispecchia e centralizza così in una unica merce, nell’accendino nel nostro caso, l’intera legge dello sviluppo ineguale del capitalismo, che comporta lo sviluppo ineguale di aree e zone, concentrando nel singolo accendino, nella produzione di ogni singolo accendino, l’intera massa delle contraddizioni della società capitalista e che richiede, nel campo del proletariato, di una direzione che non può essere la piatta omologazione ma non può, al tempo stesso, essere la codifica di tale sviluppo ineguale.

Questa estrema complessità noi la ritroveremo, poi, all’interno delle nuove aree geografiche, oggi si dice geopolitiche, disegnate sulla base degli àmbiti territoriali ed è da noi analizzata, ed a cui rimandiamo, “ Lo sviluppo scientifico e tecnologico ed i problemi nuovi della Scienza della Politica”.

Questo ordine di problema si innalza per il rapido processo di proletarizzazione, che vede una costante modifica delle classi e della loro composizione: ed anche qui si pongono, esponenziandosi, i problemi della doppia velocità. Si va, così, dal continuo spostamento in avanti del rapporto lavoro manuale-lavoro intellettuali e precarizzazione costante del lavoro intellettuale ad alta e media tecnologizzazione e conoscenza scientifica e tecnica, al processo di proletarizzazione della piccola borghesia tecnologizzata dei paesi imperialisti e dai processi di inurbamento e proletarizzazione dei paesi coloniali di strati contadini, borghesia nazionale e ceti intellettuali legati a tali realtà.

 

Il quarto è dato dalla Genetica.

Lo sviluppo della genetica ha consentito di sottrarre la produzione agricola dalle condizioni del clima e del tempo e quindi anche del luogo.

Questo significa che i produttori di fragole devono accettare le condizioni che vengono loro imposte, giacché quel prodotto può oggi aversi in Svezia, in paesi freddi, grazie alla manipolazione genetica, che consente di trasferire nella fragola l’enzima che rende la fragola resistente al freddo, e così per tutte le altre produzioni agricole. Questo ha comportato che il rapporto Imperialismo-colonie si è modificato a favore dell’Imperialismo, che può condurre una maggiore politica di sfruttamento e di rapina e attraverso un sovrapprofitto garantirsi non solo una aristocrazia operaia, ma anche mantenere strati privilegiati di piccola borghesia in grado di assolvere una funzione di cuscinetto tra le classi, attenuare lo scontro di classe nelle cittadelle dell’Imperialismo e garantire un grado di consenso. Questo determina la necessità di una modifica nella tattica per quanto attiene le Tesi Coloniali, essendo divenute obsolete le precedenti.

Le nuove Tesi Coloniali si devono coniugare con le nuove caratteristiche del proletariato di questi paesi e le modifiche delle classi che la pesante penetrazione capitalistica ha determinato e determina, venendo così a configurarsi come un elemento della più complessiva questione operaia e della tattica.

Esiste, poi, anche un altro aspetto importante, un’altra importante modifica che la Genetica ha determinato, la modifica delle Tesi sulla Questione Agraria di Marx, Engels e Lenin e questo determinerà a cascata ulteriori modifiche nella teoria e quindi nella tattica ed anche nel Programma.

La teoria agraria di Marx, Engels e Lenin avevano al centro la teoria secondo la quale la legge del valore-lavoro non si applica nel campo agrario, valendo qui la legge delle rendita differenziale. Vigevano qui, e continuano a valere in parte, i limiti propri della produzione agricola determinati dai tempi delle varie fasi della produzione: i tempi della semina, della fioritura e della maturazione dei prodotti oltre a quelli del clima e del tempo e quindi anche del luogo, oltre ai limiti naturali di produzione propri di ciascun appezzamento di terreno, che determinava poi la legge della rendita differenziale.

Questo determinava i tempi diversi della crisi agraria e della crisi industriale, ove nella prima i tempi erano più lunghi di quelli che si avevano nell’industria.

Tutto questo è stato profondamente modificato dalla genetica e dai processi industriali, che consentono oltre a sottrarre tale produzione dai limiti del clima e del luogo, anche da quello dei tempi, ‘ industrializzando’ così la stessa agricoltura. Con lo sviluppo della Genetica nell’agricoltura, infine, tale differenza dei tempi si è modificata, determinando una modifica nei caratteri della crisi nei due rami della produzione e inchiodando il sistema di produzione capitalistico ad una crisi sistemica, ove le due crisi si coniugano1.

Noi abbiamo allora diversità e tempi e velocità diverse della crisi nelle varie aree, a seconda del grado di sviluppo della Genetica nei processi di produzione agricola, che però si ricompongono sul piano planetario proprio per quella struttura mondiale che il capitalismo ha raggiunto, e che fa parlare, in maniera non esatta, di globalizzazione. La ricomposizione avviene a livello delle singole holdings internazionali, che sono attraversate da tutte queste diverse aree ed il cui profitto è la risultante di questi diversi modi di estorsione del plusvalore e di realizzazione del profitto.

 

Il quadro che ci si viene profilando è quello di una disarticolazione complessiva dell’intero schieramento delle forze della trasformazione e dalla obsolescenza della teoria, della tattica e del programma in nostro possesso, che pure ci avevano guidato fino ad ora.

Questo ci porta alla necessità di dover reimpostare un’altra questione chiave della centralità operaia: la comprensione di quali siano, o quale è, le figure, la figura, chiave attorno alla quale riorganizzare e ritessere le fila dell’unità della classe.

Nell’epoca di Marx ed Engels noi avevamo la figura, diciamo così, dell’operaio-artigiano, ossia dell’operaio che faceva per intero una parte del processo lavorativo.

Questo successivamente è stato scomposto in molti momenti con l’organizzazione fordista del lavoro, ossia con la catena di montaggio, dando vita all’operaio della catena di montaggio, l’operaio-massa.

Marx ed Engels organizzano la classe, e quindi formulano i problemi relativi alle forme di organizzazione della tattica: il Partito, il Sindacato, ecc. attorno a questa figura dell’operaio-artigiano.

Queste figure nelle condizioni tecniche date della produzione costituivano oggettivamente il nodo cruciale, il nodo di svincolo o strategico dell’intero processo produttivo. Questo consentiva oggettivamente di assolvere al ruolo di centro dell’intera classe.

L’attività teorica, politica e pratica di propaganda, agitazione ed organizzazione aveva al centro l’educazione della classe ed in modo specifico la comprensione da parte di questi della centralità del loro ruolo, trasformando le condizioni oggettive in coscienza.

Successivamente V. I. Lenin, avendo compreso, ed in anticipo, le modifiche che le innovazioni tecniche e scientifiche comportavano, lesse le modifiche e in risposta all’organizzazione fordista del lavoro individua nell’operaio-massa, l’operaio di linea, la figura centrale, il nodo di svincolo dell’intero processo produttivo e su questa basa concepisce il nuovo partito, il partito bolscevico.

Voi trovate una formulazione chiara di questa problematica e la giustezza del nuovo partito in Antonio Gramsci, intervento alla Commissione Politica del III Congresso del PCd’I, sezione della III Internazionale2, ed a cui rimando.

L’Istituto di Studi Comunisti Karl Marx – Friedrich Engels ha avviato da alcuni anni una ricerca ed un dibattito al suo interno al fine di individuare come si pone oggi tale problematica.

 

E questo diciamo è il primo grande blocco di questioni.

Esso non esaurisce affatto la ben più corposa problematica che abbiamo dinanzi.

Diciamo che le problematiche sin qui affrontate costituiscono ancora l’aspetto più immediato, uno scalfire la superficie, ma non ancora l’affondare i denti, non è, cioè, ancora la questione della transizione e della direzione del processo della transizione. Essa ci consente unicamente di essere introdotti nella ben più corposa questione della centralità operai in quanto egemonia, in quanto classe egemone e dirigente in lotta per una nuova società.

Qui la massa dei problemi che ci si para dinanzi è veramente sconfinata,m entriamo, cioè, nel vivo della contraddizione che vede opposte le moderne forze produttive ai rapporti di produzione dell’ancient regime.

Si affollano e si rincorrono, accavallandosi, problemi e questioni diversi, su piani diversi e di natura diversi, che richiedono metodiche diverse per poter essere singolarmente analizzate e successivamente ricomposte ad un livello superiore.

Si tratta di non farsi dominare da un tale turbinio di questioni, che alla spicciolata ci assalgono, sapendo distinguere tra loro, separandoli dalla forma in cui essi si presentano, molte volte in un rapporto consequenziale non corretto, ma che viene suffragato dal più immediato buon senso o dalla logica formale.

Diciamo che l’intero campo può essere diviso in due grandi blocchi di questioni:

  1. la questione della società che si intende costruire,

  2. i problemi che si parano dinanzi alle forze produttive per il loro pieno sviluppo, oggi coartate entro obsolete strutture di pensiero.

1.

E’ indubbio che oggi nella lotta per il socialismo pesa la sconfitta e che questa si pone come un autentico macigno e che occorre rimuovere, se si vuole riaprire la via per la lotta al socialismo.

Questo problema, però, è appiattito sul bilancio, che è giusto portare avanti, ma ridurlo a questo diviene cecità, giacché non sviluppa la tematica di quale società si intende costruire, che è! l’elaborazione della risposta ai problemi che vi sono oggi e che tendenzialmente tendono a porsi.

Si finisce così per cadere in uno storicismo fine a se stesso, che non fa che fissare la propria subalternità al progetto egemonico della classe della borghesia.

In concreto.

Prendiamo il recente movimento di lotta in difesa dell’articolo 18.

Al di là di quanto viene scritto nel ‘ libro bianco’ del Ministero del Welfare e di quanto si è scritto e detto in Convegni, ecc. è indubbio che vi sono problemi reali, che stanno alla base, delle questioni sollevate a cui la borghesia vi dà una sua lettura e vuole imporre una sua soluzione.

La questione sorge giacché lo sviluppo scientifico e tecnologico ha determinato un forte innalzamento della produttività del lavoro da una parte ed ha consentito, come abbiamo detto in precedenza, la rottura del continuum della produzione fordista ed una società più ricca. Questo ha determinato un tendenziale superamento della teoria del valore-lavoro, in base alla quale una merce una viene venduta in base al tempo di lavoro socialmente necessario e quindi abbiamo avuto la liberazione di una parte del lavoro che prima gli uomini dovevano dedicare per la riproduzione delle condizioni materiali di esistenza. Tutto questo ha comportato una forte contrazione del plusvalore e quindi del profitto capitalistico, che trova la sua base materiale proprio in quella necessità che fa scaturire il valore di una merce dal tempo di lavoro socialmente necessario. Di qui le scelte della classe capitalistica che costituiscono la risposta borghese per mantenere un loro profitto, che non trova più, nelle condizioni tecniche e scientifiche della produzione, una base materiale.3

Il dibattito, invece, non tende minimamente a leggere questa angolazione; non tende a porre al centro come lo sviluppo delle forze produttive determini il totale ed impetuoso straripamento di queste dai confini dei rapporti di produzione capitalistici e come tale sviluppo configuri, oramai nettamente, un’altra società, che abbia alla base la società dei produttori.

Il dibattito non tende neppure a sviluppare un minimo di ragionamento di quale soluzione viene data nella società socialista, di come verrebbe organizzata la produzione e ripartito il lavoro tra tutti i membri della società e quale proposta per il tempo di lavoro liberato.

E questo è indipendente da qualsiasi ragionamento si possa fare del passato, ma è, nel contempo, decisivo per comprendere i problemi che quella società ha avuto e come li ha affrontati, giacché la contrazione del tempo di lavoro è stato un problema che quella società ha avuto ed a cui ha dato delle risposte.

Quali?

La problematica è foriera di una complessità di problemi che riguardano non solo l’organizzazione del lavoro tout court, ma tutti quei problemi che in precedenza abbiamo analizzato, ma anche il rapporto diretto-dirigente, e su un piano diverso il più complesso problema della democrazia, in quanto si tratta di stabilire come ripartire l’intero lavoro tra tutti i membri e di cosa produrre e di come, nelle condizioni tecniche e scientifiche date – qui ed ora – far partecipare i membri della società a tali decisioni e quindi il problema della democrazia. Tema decisamente spinoso e corposo, che, anche qui, non è quello che si è teso a sviluppare4

Ecco un modo concreto di come si coniugano, e vanno coniugati, i due termini del problemi: bilancio del passato e risposta ai problemi moderni nel quadro della nuova società.

Diversamente si finisce per restare sul terreno ideologico della classe borghese, sul terreno dell’egemonia borghese e si è poi incapaci di dare un respiro più ampio ad un pur vasto movimento di lotta operaio ed a fare di questa lotta un momento del più generale processo di transizione, del più generale problema di dirigere questa transizione.

I problemi così ci scivolano addosso e noi non li vediamo, non li leggiamo e non vi diamo alcun indirizzo, possiamo ,poi, anche vincerla una battaglia, ma per essere, poi, risucchiati in una più ampia strategia dell’avversario e ritrovarci da qui ad alcuni mesi o anni al punto di partenza o peggio.

 

2.

Il secondo campo è costituito dalla massa dei problemi teorici che riguardano gli ostacoli e strozzature che le Scienze incontrano per il loro pieno sviluppo, oggi coartate entro obsolete strutture di pensiero.

Lo sviluppo delle Scienze, in modo particolare di Genetica, Biologia, Scienza Medica e Fisica, avviene oggi entro un quadro di riferimento teorico e metodologico che è dato dalla logica formale aristoteliana.

Questo impianto rivela appieno tutta la sua inconsistenza nel contenere sia gli sviluppi sin qui avuti e sia quelli futuri.

Lo sviluppo delle Scienze richiede, cioè, un nuovo quadro di riferimento teorico: metodologico, teoretico, categoriale e definitorio.

Ma lo stesso elaborato metodologico su cui si è basato e si basa l’intero sviluppo delle scienze moderne di Isaac Newton espresso in “ Principia Matematica” si dimostra tremendamente inadeguato e se ne pone, anche qui, il superamento.

L’intero campo delle Scienze sta attraversando un momento fecondo di superamento del precedente assetto dei Saperi, scaturito dalla rivoluzione borghese del XVII–XVIII secolo – sorto in opposizione a quello della società feudale, organato attorno alle Arti del Trivio e del Quadrivio – basato sulle singole scienze: Fisica, Chimica, Matematica, ecc. per uno che tende a strutturarsi per aree tematiche.

Gli sviluppi scientifici hanno teso ad abbattere i confini ed i limiti di ciascuna scienza e ne hanno evidenziato l’intima interconnessione, mostrando appieno come l’una sfuma nell’altra e come esse si intersecano e sovrappongono. Questo processo si esprime in maniera contraddittoria e noi lo abbiamo conosciuto, tra gli anni Trenta e gli anni Settanta, nella forma della frammentazione e settorializzazione delle singole scienze in tanti rami e poi ciascuno costruito come ramo a sé e quindi in Scienza. questo ha fatto gridare al pericolo della frammentazione, alla crescita esponenziale di scienze, all’iperspecialismo ed alla perdita di una unità delle Scienze, che appunto si era raggiunto con la mirabile sintesi di Isaac Newton, i “ Principia Matematica”, appunto.

In opposizione a questo processo di scomposizione, diciamo così, molecolare delle singole scienze, procedeva di pari passo la interdisciplinarietà, prima e la multidisciplinarietà poi e la formazione di team di esperti delle singole scienze, organizzati attorno ad una tematica, a cui quelle varie scienze, e meglio quelle singole sezioni di varie scienze afferivano.

Come movimento spontaneo, naturaliter, le Scienze tendevano a superare la precedente organizzazione dei Saperi, propria della società borghese e scaturita dalla rivoluzione borghese, per organarsi per tematiche.

Gli anni 1890-1970 hanno visto un generoso tentativo di costruire un momento di ricomposizione organica dei tanti saperi, che nel frattempo si esponenziavano, attraverso un impianto logico nuovo.

E’ questo il tentativo di Russell-Whitedead con “ Principia Matematica”, di Burali-Forte, Zermelo, Neumann, ecc. 5. Ma è proprio tale generoso tentativo, che porta agli estremi limiti la logica formale aristoteliana, mostrando appieno la sua totale insufficienza e di come tale impianto logico costituiva oramai, con il suo apparato categoriale, definitorio, ecc. un pesante macigno sulla strada dello sviluppo ulteriore delle Scienze, che tende ad avvizzire le Scienze stesse, spingendoli in circoli viziosi ed in alcuni casi a plateali errori e comunque, e sempre, inchiodandoli al loro status.

Lo sviluppo delle scienze ha mostrato appieno sia che le singole scienze non costituiscono campi separati, ma che invece sono tutti interdipendenti e le cui linee di confine sono assai mobili, in continuo movimento e sia che non esiste un centro, che la struttura dei saperi non è piramidale con un vertice, ma che, invece, tale struttura meglio si esprime come struttura a rete, ove ciascun punto è centro ed al tempo stesso periferia. Questo decretava ipso facto, e senza, poi, tante cerimonie, la morte della logica formale aristoteliana e di tutti i tentativi messi in essere, che avevano comunque a base l’impianto aristoteliano della logica formale.

Il problema allora di condurre una battaglia nel campo delle scienze per la liquidazione dell’aristotelismo e della logica formale è decisiva ; così come esiste la necessità del superamento dei “ Principia Matematicaper una nuova logica, la logica razionale o dialettica diviene decisiva6.

Noi abbiamo affrontato tali problematiche inerente Newton nel Convegno di Genetica di Tolentino.

 

Lo sviluppo delle Scienze, infine, ha posto a partire dalla Fisica atomica e subatomica il problema dell’uso delle scienze, riponendo con forza al centro la distinzione tra la ricerca e la “ inutile violenza della mente sulla Natura”, recuperando qui appieno la lezione di Francesco Bacone, tra cui tale questione che aveva ben fermato con “ il mito di Dedalo7.

 

Sintesi.

Risolvere questi problemi significa riempire di contenuti il concetto di centralità operaia, di classe operaia in quanto classe egemone e dirigente. Significa portare la teoria e la tattica del proletariato all’altezza dei tempi e liquidare definitivamente la visione del proletariato classe subalterna e non invece classe egemone e dirigente.

 

 

1 Rinviamo qui al lavoro dell’Istituto “ La crisi economica del 1929-1931”.

2 Antonio Gramsci, La costruzione del Partito Comunista, ed. Einaudi

3 Rinviamo qui agli studi dell’Istituto in forma di commento ai lavori del Prof. D’Antona ed all’on. Maroni.

Chi è interessato può richiederli via e-mail.

Data la natura importante dell’argomento la conoscenza di questi studi è importante ed invitiamo a prenderne visione.

4 Rimandiamo qui al lavoro dell’Istituto “ Democrazia”, scaricabile dal sito internet dell’Istituto o che possiamo inviare via e-mail , ma che invitiamo a prendere visione.

5 Una buona esposizione e sintesi è in

Mangione “ Storia della Logica”., Garzanti

6 Rimandiamo qui a “ Scienza Medica”, ove la questione è ampiamente trattata o dove il superamento viene coniugato con la necessità di dare vita ad un possente movimento culturale e scientifico che ponga a base il bilancio dell’intera conoscenza scientifica, in grado di separare quanto di ancora valido, che ponga a base la Ragione e dinanzi al quale Tribunale tutto venga sottoposto.

7 F. Bacone, Novuum Organon