La Rivoluzione Passiva

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx- Friedrich Engels

 

istcom@libero.it

 

 

Convegno:


"Il ruolo e la funzione della classe operaia

nel Novecento per il progresso sociale, civile,

democratico ed economico"

 

LA RIVOLUZIONE PASSIVA


 

La presente relazione rimanda ai lavori dell’Istituto:

La rivoluzione borghese in Italia 1646-1648, ‘ Masaniello’,

Storia del Capitalismo Italiano,

Storia del Movimento Operaio Italiano,

Gramsci.

 

Lunedì, 30. Aprile, 2001 – Hotel Terminus

 

 

 

 

 

 

 

Il processo rivoluzionario borghese in Italia si caratterizza come Rivoluzione Passiva, si caratterizza cioè come assenza del movimento contadino e del movimento di massa cittadino; per l’assenza della riforma agraria, frammentazione del latifondo nobiliare-feudale e formazione della piccola proprietà contadina; per l’assenza di un movimento rivoluzionario e quindi per l’assenza di un’esperienza storica rivoluzionaria delle classe subalterne e consequenzialmente di una coscienza nazionale borghese.

L’unità d’Italia si farà cioè attraverso gli accordi diplomatici e l’esercito regio professionale: l’esercito sabaudo.

Questa strategia moderata, di Cavour, diviene linea per l’intero movimento rivoluzionario dopo il 1849, ossia dopo la sconfitta di Novara e la chiusura disastrosa della 1a guerra d’Indipendenza.

E’ importante fermare l’attenzione sul come Cavour diviene maggioranza.

Il periodo 1830-1847 è caratterizzato dal tentativo di Mazzini di assorbire la Carboneria, che costituiva l’ala sinistra ed esprimeva gli interessi della borghesia rivoluzionaria.

Attraverso proclami fumosi, azioni sconsiderate ed avventuristiche il mazzinianesimo lavorò per Cavour, giacché le sue azioni screditavano la via rivoluzionaria e consequenzialmente la via della mobilitazione delle masse, mostrandone attraverso azioni individualiste l’inconsistenza e la impraticabilità di una via rivoluzionaria, accreditando così la via moderata.

Oltre a ciò il mazzinianesimo mandava al massacro sincere forze rivoluzionarie, demoralizzandone altre, spingendone altre ancora alla passività; dissanguando il movimento rivoluzionario lo impoveriva ed inaridiva, cacciandolo nelle secche dell’inattività o del cavourismo.

Il punto di svolta è caratterizzato dalla conduzione della 1a guerra d’Indipendenza.

Piero Pieri in “ Storia militare del Risorgimento” dimostra come l’ala cavouriana, ossia lo Stato sabaudo, durante la 1a guerra d’Indipendenza massacra, umilia, mortifica, sfianca l’ala rivoluzionaria.

Non solo ghettizzando e massacrando le ‘ camicie verdi’ di Carlo Cattaneo, ma l’intera conduzione della guerra avviene al fine di perdere la guerra. Nella sostanza delle cose viene condotta contro le forze rivoluzionarie, che in massa avevano aderito al moto rivoluzionario risorgimentale e che aveva conquistato l’Italia intera: Milano, Venezia, Brescia, Napoli, Palermo, Firenze.

La conduzione militare della guerra mostra la volontà soggettiva di portare il movimento alla sconfitta per rendere così sostenibile la via moderata cavouriana, per rendere credibile la via della conquista regia., Il problema stava nel fatto che una vittoria delle forze popolari e contadine avrebbe poi significato la distruzione del latifondo nobiliare e la distribuzione della terra ai contadini ed il riconoscimento di un ruolo alle forze popolari nel futuro Stato nazionale. tutte cose che l’ala cavouriana non poteva accettare, essendo essa stessa una forza agrario-nobiliare, che aveva interessi, però, nel processo capitalistico e quindi spingeva per un allargamento del mercato sabaudo all’intera Italia centro-settentrionale.

Durante la tregua che i Savoia concessero a Radetzky gli consentirono di trincerarsi nel quadrilatero e quindi accettarono poi battaglia quando il Radetzky, riorganizzatosi e ricomposte le linee interne e di collegamento con Vienna, si presentò a battaglia, concedendogli anche il luogo.

L’esisto della battaglia di Novara nonostante ciò non era assolutamente scontata per gli austro-ungarici, ma le forze moderate sabaude avevano già deciso di farla finita e di perdere.

Carlo Alberto dopo aver buttato in maniera scoordinata le forze regie che aveva in battaglia, si arrende, capitola fino all’abdicazione pur di non far scendere in battaglia 10.000 uomini, tutti sinceri patrioti, rivoluzionari in grado di capovolgere le sorti della battaglia. Carlo Alberto non tenta neppure una minima sortita con queste truppe fresche ed altamente motivate: si arrende, capitola, abdica. E questa la dice lunga sulla reale volontà di vincere o di contrastare gli austro-ungarici.

Ma l’ombra di Novara aleggerà minacciosa su tutto il futuro corso della storia d’Italia e già nel giro di un cinquantennio ne presenterà tutto il conto amaro alla borghesia italiana.

Sarà, Novara, la Villabar italiana!

La stessa esposizione del 1848, delle “ Cinque giornate di Milano”, di Cattaneo è indicativa di quanto le forze sabaude tramassero ai danni delle forze rivoluzionarie e lavorassero per la loro sconfitta.

La 1a guerra d’Indipendenza venne in realtà condotta contro le forze rivoluzionarie e popolari al fine di rendere spendibile la via moderata.

Sono soprattutto i varchi provocati da questa azione violenta, repressiva - vi sono attendibili documentazioni di favori che la casa Savoia assieme alla Reale casa britannica fece agli organi di repressione austriaci per tutto il periodo 1821-1859 - che consente all’interno dell’ala sinistra spazi ad elementi centristi e filomoderati di prevalere e quindi consentire poi lo spostamento verso l’ala moderata e che consentirono l’accettazione in tutto il movimento della linea moderata.

E’ l’assenza di queste forze sinceramente rivoluzionarie, isolate o morte o imprigionate che facilita il processo, essendo state nelle condizioni di non poter contrastare l’omologazione al centro.

Si origina qui, e così, quel fenomeno che più tardi sarà chiamato “ trasformismo” e che caratterizza l’intera storia dell’Italia borghese.

Il passaggio all’ala cavouriana è stato frammentario per cui la modifica progressiva della composizione delle forze moderate è stato un fenomeno più complesso.

Da una parte ed in un primo momento tali forze hanno avuto modo di assorbirle; appunto perché sono esse che si sono spostate, e si sono spostate ‘ annacquando’, diluendo, le loro originarie posizioni. E questo ne facilita l’assorbimento, la metabolizzazione.

E’ solo successivamente che parte di quegli elementi innovatori, già passati per il doppio pesante setaccio del passaggio e delle lenti delle forze moderate verranno accettati, ma oramai hanno perso tutta la loro carica rinnovatrice e poi pesi isolatamente ed in un ben altro contesto.

Il “ trasformismo” è poi questo ben più complesso processo di metabolizzazione, questo complesso processo di interazione.

E sarà poi questo il corposo processo da cui formerà la classe dirigente italiana: la classe della borghesia più l’intellettualità borghese.

Sarà così questa esatta, concreta, materiale classe della borghesia che ne uscirà e guiderà il Paese.

Il danno sui medi e lunghi tempi - l’ombra di Novara - sarà di enorme portata.

La borghesia pagherà a caro prezzo la via scelta della via moderata, privandosi di forze, intelligenze e tradizioni di pensiero in grado di dinamicizzare i cambi generazionali ed intelligenze in grado di intelligere ed affrontare le sfide dei tempi. Dovrà così affrontare le sfide dei tempi senza alcun rapporto con le corrente più vive della società, avendole massacrate e sconfitte. Dovrà affrontare le sfide dei tempi senza alcun rapporto con il movimento popolare: operaio e contadino, avendo in precedenza abbattuto con la violenza tutti i ponti con esso e con quanti potevano fungere da ‘ cinghia di trasmissione’.

La disgregazione del Partito d’Azione, mazziniano, aveva determinato che la democrazia borghese non seppe mai crearsi una base popolare; la democrazia non diversamente lo Stato e la società civile, culturale e sociale borghesi.

La classe della borghesia italiana si trova così assediata e circondata da forze ostili o indifferenti e da turbe minacciose di manifestanti decisamente che sentivano il nuovo Stato ostile e nei migliori dei casi indifferente e non diversamente il Parlamento baronale dell’Italia unita.

Si trova accerchiata, ed accerchiatasi da sola, per non aver voluto svolgere alcun ruolo di educazione politica della coscienza nazionale borghese.

Alla sconsideratezza post 1849 si associa la sciagura politica di Bronte, ove all’alienazione del sostegno contadino sostituisce l’odio e l’opposizione profondi, radicali, che fu fenomeno nazionale e che nel mezzogiorno d’Italia si espresse nella forma armata; che coinvolse nel resto del Paese non solo masse contadine, ma anche la piccola e media borghesia intellettualizzata: impiegatizia, amministrativa e scolastica.

A questo quadro va aggiunta la situazione della classe della borghesia all’indomani del Congresso di Vienna, 1815, che ci consentirà di leggere l’altra componente chiave della rivoluzione passiva.

Nel Paese esistevano nuclei di classe dirigente omogenei territorialmente, prodotto dal fenomeno Comune-Signoria-Principato non evolto in Stato nazionale ma ossificatosi in baronie dinastiche, ma la cui tendenza ad una unificazione era assai problematica.

Ciascun nucleo nel suo àmbito territoriale non erano ‘ dirigenti’.

Questi nuclei non volevano ‘ dirigere’ nessuno, cioè non volevano accordare i loro interessi ed aspirazioni con le aspirazioni ed interessi di altri gruppi.

E’ cioè il “ particulare” guicciardiano l’essenza della politica della classe borghese italiana.

Essi volevano ‘ dominare’ non dirigere. Di qui l’affidarsi al Piemonte quale forza arbitra.

E così non un gruppo sociale è il dirigente di altri gruppi, ma uno Stato: il Piemonte, quale forza arbitra.

E così non un gruppo sociale è il dirigente, ma uno Stato: il Piemonte che assolve così ad una molteplicità di funzioni:

* di Partito, ossia personale dirigente di un gruppo sociale,

** Stato/gruppo sociale dirigente.

Il movimento più generale della rivoluzione passiva è caratterizzato cioè dalla egemonia della classe degli agrari, della nobiltà agraria che aveva spostato i suoi interessi nell’alveo della produzione industriale.

In quanto tale essa non poteva perseguire una politica che preferisse e privilegiasse i rapporti con tutta la nobiltà agraria e latifondista della penisola e consequenzialmente in netta opposizione alla classe contadina ed qualsiasi riforma agraria.

Il blocco sociale che viene quindi a cementarsi vede un nucleo di borghesia industriale letteralmente accerchiato e decisamente minoranza e postosi su posizioni decisamente moderate.

L’intero blocco sociale si caratterizza così come un blocco sociale di conservazione, di resistenza alle innovazioni, ben delineato dal Lampedusa ne “ Il Gattopardo”.

La via italiana al capitalismo sarà allora, come bene la caratterizzerà V. I. Lenin, la “ via prussiana”, la via cioè dove invece dell’abbattimento dei vecchi rapporti di produzione feudale, si ha l’innesto sul vecchio troncone feudale dei rapporti di produzione capitalistici.

Nasce così lo Stato italiano e consequenzialmente la borghesia italiana, già conservativo, ossia già strumento delle scelte conservatrici del blocco sociale, che guiderà il Paese.

Nasce quale frutto del compromesso con le classi reazionarie dell’ancient régime.

E’ quindi una borghesia bottegaia nel senso pieno della parola, i cui confini non vanno oltre i limiti della propria azienda, del “ profittarello”, del “ particulare” e della categoria degli “ ostinati” di guicciardiana memoria. La cui cultura, ossia la cui coscienza, non va oltre il populismo demagogico e la roboante retorica coniugantesi con le idee e concezioni più generali, sciatte ed ovvie: “ gli ostinati” del Guicciardini appunto! e dove l’insulso e mentecatto umanesimo retorico ne vorrebbe coprire la coscienza usuraia e parassitaria.

Incapace, e messasi da sola, di svolgere ad un qualche ruolo di direzione, di assolvere ad un benché minimo ruolo se non di avanguardia di timido democratismo, non sa che mettersi nelle mani di una intellettualità sorta e formatisi sul terreno agrario ed affidare ad essi la direzione dello Stato e dell’Amministrazione, riservando per sé la conta dell’incasso giornaliero.

Federico Engels nella lettera del 26. gennaio,. 1894 a Filippo Turati così ne scriveva:

La borghesia, giunta al potere durante e dopo l’emancipazione nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria, Non ha distrutto i residui di feudalità né ha riorganizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare il Paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalistico, esso gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non contenta di ciò, perdette in ignobili bindolerie bancarie, quel che le restava di rispettabilità e di credito.”

E’ questa esatta, concreta, materiale situazione che si riflette nel Movimento Operaio Italiano, costituendone le tare ereditarie, le stimmate. La classe del proletariato esce dalla classe della borghesia e ne porta le stimmate. E’ la borghesia, infatti, che nella sua lotta di emancipazione prima e poi nella lotta contro tutte le altri borghesie ed in quella chela vede contrapposta al suo interno tra le varie fazioni che forma ed educa il proletariato.

E’ la classe della borghesia che in quanto classe dirigente informa di sé tutta la società e quindi il livello tecnico e culturale e sociale e civile dell’intera società.

Esiste cioè un ben preciso, esatto, concreto, materiale rapporto che salda la classe della borghesia alla classe del proletariato. esse in effetti sono le due facce della stessa medaglia. Ciascuna forma l’altra. Ciascuna interagendo nella lotta che li vede antagoniste educa l’altra ed entrambe costituiscono la realtà oggettiva costituiscono cioè l’unità dialettica.

Il proletariato francese viene educato dalla classe della borghesia francese che a partire dal 1760 la educa alla lotta ed alla coscienza di classe nazionale borghese e le insegna i primi elementi di organizzazione. Ed è poi dall’ala sinistra del processo rivoluzionario francese che escono gli elementi avanzati della classe del proletariato.

E’ il naturale processo della rivoluzione borghese che comporta che ad un livello dello scontro di classe l’ala sinistra entra in rotta di collisione con il centro e la destra del processo rivoluzionario, ossia con la classe della borghesia.

In Francia, per esempio, questa rottura dell’ala sinistra porta alla Costituzione del 1793 ed è dal giacobinismo che nascono e si formano le prime avanguardie della classe del proletariato, il cui atto di nascita è la costituzione francese del 1793.

Il movimento proletario nasce cioè avendo un’esperienza rivoluzionaria positiva, che ne informerà tutto il futuro sviluppo.

Il movimento rivoluzionario non ha al suo attivo alcuna vittoria, ma solo sconfitte, emarginazioni ed umiliazioni: la sua base di partenza è appunto la rivoluzione passiva.

La classe del proletariato italiano viene educata, formata ed organizzata, tramite le casse di Mutuo Soccorso, dall’ala moderata ed esce da questo processo mortificata ed umiliata e senza un’esperienza politica rivoluzionaria positiva. Nel periodo 1848-1860 è organizzata ed egemonizzata da Cavour, tramite Boldrini: successivamente la direzione cade nelle mani del mazzinianesimo [ Salvi] per poi cadere in quelle bakuniane.

L’intero processo, e di grande importanza ed a cui rimandiamo, è stato analizzato in

Storia del Movimento Operaio Italiano”.

Le condizioni materiali in cui si attua questa prima forma di educazione politica ed organizzativa è il plumbeo clima dei rapporti agrari e della cultura cattolica, saldamente ancorate alle sue posizioni più conservatrici. I rapporti di produzione capitalistici si sviluppano timidamente e tra mille compromessi con le forze nobiliari ed in quelle condizioni delle singole unità dagli àmbiti territoriali ben circoscritti con quel ‘ particulare’ guicciardiano di cui si è detto.

Il Movimento Operaio Italiano allora per tutto il periodo 1848-1875 dovrà condurre da solo una lotta per trovare una sua strada passando per i cavouriani, i mazziniani, i bakuniani ed infine i massoni ed i cui tratti, che si porterà fino al 1919, sarà il passare dal massimalismo parolaio al più sconcio evoluzionismo riformistico e la cui carta d’identità sarà il rivendicazionismo spicciolo all’operaismo esasperato e subordinazione ideologica ed i cui quadri non andrà oltre i turati, i Labriola ed i Costa.

Ed in questa battaglia per costituirsi con una sua autonomia di classe, dovrà farsi carico, ed essere soggetto trainante, dei processi di democratizzazione dello Stato e di rinnovamento culturale a cui la classe della borghesia aveva allegramente abdicato.

Ricadrà, cioè, sulle spalle del giovane proletariato italiano il compito di allentare i pesanti vincoli della proprietà agraria e latifondista e della sua ideologia fondante il clericalismo.

I princìpi della tolleranza, dell’eguaglianza, della democrazia saranno portati avanti contro la borghesia stessa dalla giovane classe del proletariato italiano, che imprimendo il suo orientamento, pur debole e contraddittorio, costringe frange borghesi a staccarsi dal carrozzone e farsi portatrici di quelle istanze, ben pronte a disfarsene non appena si apre uno spiraglio di un seggio parlamentare, di una prebenda, di una commissione. E comunque e sempre in cambio di accordi: legislazioni, decreti favorevoli a quei nuclei industriali, alla borghesia agraria nobiliare.

Saranno infatti le forze della giovane classe del proletariato italiano che condurranno tra il 1880-1890 la battaglia per l’estensione del suffragio universale maschile, tirandosi indietro frange della borghesia. E sarà la fermezza dei suoi elementi avanzati che determinerà una proficua spaccatura nel fronte borghese pro-suffragio, quella che attraverserà il gruppo di Cavallotti e la rivista “ Cuore e Critica” da cui fuoriusciranno forze che approderanno al movimento socialista: Turati e la rivista “ Critica Sociale”.

Sarà infatti la giovane classe del proletariato delle campagne assieme alla classe dei contadini che inizierà ad incrinare i rapporti agrari con i “ Fasci Siciliani” e con l’organizzazione delle leghe contadine e delle prime forme di organizzazione sindacale dei braccianti nella pianura padana, che determinerà spazi nuovi per la penetrazione capitalistica nelle campagne e che spingerà per l’ammodernamento tecnico e delle culture.

In questa lotta essi troveranno l’intero blocco sociale borghese-agrario nobiliare contro, che temeva l’introduzione di innovazione per non turbare gli asfittici equilibri nel terrore parossistico che tali spazi sarebbero potuti essere utilizzati dalla nuova classe. A riguardo illuminate è l’artico della contessa Pasolini sul “Giornale degli Economisti” dell’epoca, come riporta e ben inquadra Emilio Sereni in “ Il capitalismo nelle campagne”.

Sarà cioè la classe del proletariato che nella lotta per migliorare le sue condizioni di vita e di lavoro si fa carico di incrinare l’equilibrio moderato e spostare i rapporti tra la rendita agraria-nobiliare e la borghesia industriale. E’ cioè il proletariato che si fa carico del più generale e complessivo ammodernamento ella società civile. La giovane classe del proletariato italiano sin da qui da prova della sua natura generale: nella sua lotta per liberare se stesso libera l’intera società civile ed è motore di progresso e civiltà e democrazia per tutti.

E’ il proletariato che con le sue lotte attira nel suo campo le migliori energie intellettuali, spaccando il vecchio archetipo dell’intellettuale retorico-umanistico dell’Italia preunitaria ed introducendo elementi rinnovatori ed imprimendo dinamismo e vivacità all’ambiente culturale.

La borghesia italiana aveva subito all’indomani dell’unità d’Italia bruciato sull’altare della via moderate le migliori energie intellettuali del centro nord, che vi si ribelleranno dando vita al movimento della “ scapigliatura”; resterà alla borghesia il melenso movimento postunitario degli Abba.

Parte consistente di questo intellettuale attirato nel campo del proletariato costituirà l’intellettualità dello Stato borghese. Sarà infatti l’asse Giolitti-Turati il vero motore delle trasformazioni del Paese.

L’ottusa e rigida organizzazione di classe del potere borghese, imbalsamatosi nell’asse agrario-nobiliare e nuclei industriali, comporterà che qualsiasi movimento di critica, non ancora di opposizione poteva avvenire soltanto appoggiandosi al campo del proletariato.

La cosiddetta sinistra di governo non sarà portatrice di alcun rinnovamento, ma continuatore in forme diverse, l’operazione gattopardesca, del blocco sociale uscito dal Risorgimento.

Non poteva essere diversamente, mancando alle forze borghesi dominanti l’humus ed il retroterra teorico-culturale, avendo tagliato i ponti con questo con la battaglia di Novara.

L’organizzazione delle masse bracciantili nelle leghe e di masse di lavoratori nel sindacato, assieme allo sviluppo delle cooperative costituirà quel legame e quella base di popolo, chela borghesia non era stata in grado di costruire, agendo così da possente fattore di trasformazione dell’eversivismo protestatario delle masse in azione politica programmatica. E sarà attraverso questa azione che si verrà formando, in condizioni diverse, una coscienza nazionale statuale.

E’ ancora la giovane classe del proletariato che liberando se stesso libera l’intera società dai ceppi agrario-nobiliare, che porta avanti la rivoluzione democratico-borhese, che sposta in questa direzione forze e forma coscienze e questo nella più violenta e brutale opposizione della classe borghese e del blocco sociale che lo governava: i massacri dei “ Fasci Siciliani”, i cannoni di Bava Beccaris, ecc., l’imprigionamento di centinaia di migliaia di lavoratori e migliaia di dirigenti sindacali, delle cooperative, del partito socialista.

Ed è ancora il proletariato che deve farsi carico dell’ammodernamento culturale del Paese, rompendo la plumbea cappa cristianea, che costituiva l’intelaiatura ideologica dell’intero blocco sociale, e per nuovi rapporti tra gli uomini. Saranno infatti le forze intellettuali attratte nel campo del proletariato che si faranno carico di critiche alle teorie religiose, spingendo al rinnovamento e che troveranno nella giovane classe del proletariato sostegno, asilo e legittimazione.

Le lotte operaie, bracciantili, contadine costringeranno a timide innovazioni tecniche, rompendo quella morta gora basata unicamente sullo sfruttamento intensivo ed in assenza di progresso tecnico.

Spinge la stessa intellettualità borghese al puro fine di reggere il confronto, al fine di attrezzarsi per i nuovi livelli ed alle nuove condizioni di rammodernare il suo apparato concettuale ed a rivisitare, sia pure nella forma dell’imbellettamento tutto il suo bagaglio teorico concettuale. Ma potrà farlo solo per contrappasso alla classe del proletariato, tant’è che il suo massimo teorico Croce, attratto egli stesso dal campo del proletariato, trarrà da questo campo gli spunti per attrezzare il suo armamentario proprio ed esattamente in opposizione al proletariato, al fine di costituire una risposta credibile da contrapporre ed in netta rottura a quella del proletariato: non diversamente Gentile.

Nonostante questa immensa forza di spinta per il rinnovamento, la classe della borghesia opporrà una forsennata resistenza, vanificando in parte tali spinte rinnovatrici.

Questa classe, nata accerchiata ed assediata da forze ostili, conosce solamente il terrore più puro delle classi subalterne e dal quale è letteralmente paralizzata: ed è questa la spinta fondamentale che la tiene unita, che le fa serrare le fila a qualsiasi cambiamento, giacché non sa intendere altro equilibro che quello che la sorregge e non sa immaginare altra società, altra gerarchizzazione e stratificazione sociale che quella che quel blocco sociale esprime. Una classe in ultima istanza di vedute decisamente ristrette, in questo senso ottusa.

Quando si troverà nelle condizioni, sotto la duplice spinta delle lotte operaie popolari e delle nuove condizioni tecniche: il fordismo più la Rivoluzione d’Ottobre, di dover attuare un serio processo di riammodernamento produttivo, di dover rompere l’alleanza con la classe agrario-latifondista, pur esistendone tutte le condizioni, essa sceglierà la via dell’opposizione netta, la via della compensazione dei nuovi processi produttivi: il fordismo appunto, la via dello sfruttamento bestiale della manodopera e la saldatura con il blocco sociale agrario-nobiliare: il fascismo.

Il fascismo fu sostanzialmente questa reazione, come ben documenta Gramsci in “ Americanismo e fordismo”.

In opposizione alle nuove tendenze scatenate dal blocco sociale, Gramsci annota:

Un’analisi accurata della storia italiana prima del 1922 ed anche prima del 1926 .. deve giungere alla conclusione che proprio gli operai sono stati i portatori delle nuove e più moderne esigenze industriali ed a modo loro le affermarono strenuamente; si può dire anche che qualche industriale capì questo movimento e cercò di accaparrarselo ( così è da spiegare il tentativo fatto da Agnelli di assorbire l’ ” Ordine Nuovo” e la sua scuola nel complesso Fiat, e di istituire così una scuola di operai e di tecnici specializzati per un rivolgimento industriale e del lavoro con sistemi ‘ razionalizzati”: .. .”

Il fascismo non era l’unica strada percorribile per il sistema capitalistico italiano, fu la via adottata dall’ottusità della classe borghese, dalla sua piccineria, da quel suo ‘ particulare’.

Il sistema capitalistico italiano aveva ancora margini oggettivi di manovra, aveva ancora scelte da operare per attutire e metabolizzare l’assalto delle forze del proletariato. Aveva ancora da manovrare sul gap di crescita della classe rispetto ai compiti rivoluzionari che la situazione le poneva dinanzi. Aveva ancora da proporre modifiche all’assetto agrario tale da spostare verso di sé parte consistente del movimento contadino. Era nelle condizioni ottimali per liquidare tout court l’eredità postrisorgimentale e rinnovare dal profondo il blocco sociale sul quale era sorto e sul quale si era mantenuto: il blocco agrario-nobiliare più nuclei industriali.

Questo le avrebbe consentito nel corso degli anni 1917-1921 di spostare il movimento contadino e l’ala destra del proletariato, imprimendo dinamismo al quadro sociale ed imprimendo dinamismo in quel blocco amorfo e ricettacolo delle più insulse teorie: il blocco della piccola borghesia italiana.

L’eversivismo di questa classe poteva essere diversamente indirizzato e diversamente inquadrata questa classe.

Avrebbe potuto nelle modificate condizioni internazionali, determinate dalla Rivoluzione d’Ottobre, allentare quei pesanti e soffocanti vincoli inglesi e francesi e seppe solamente mettersene di nuovi e più pericolosi: quelli statunitensi.

Avrebbe potuto, infine, attingere dalle più complessive riserve strategiche del sistema capitalistico.

La proposta avanzata dalla Fiat al gruppo dell’Ordine Nuovo, di cui si è detto, aveva alla base questo attingere.

Ma ciò avrebbe richiesto un ben altro quadro politico ed un ben altro personale intellettuale: politico ed amministrativo, che non poteva esserci per il modo come aveva perseguito l’emancipazione nazionale, giacché per la fissità del blocco sociale, veniva incementata qualsiasi seria politica di ricambio generazionale.

Venivano così al pettine quelle scelte del 1848-49.

L’ombra di Novara, si staglia minacciosa e presente l’amaro conto.

L’ombra di Cattaneo tornava minacciosa a ricordare tutta l’inanità e piccinerie del ’48 milanese, che implacabilmente Cattaneo aveva messo alla berlina, ma che la stessa borghesia milanese aveva messo a tacere. Minacciosa tornava l’ombra del Politecnico cattaneo!

Con quella scelta del 1848-49 la classe della borghesia si era cioè preclusa la strada a qualsiasi serio sviluppo futuro, autoinchiodandosi ad un ruolo subalterno e mentecatto: “ imperialismo straccione” e consegnandosi così legata ostaggio delle forze agrarie nobiliari.

E su questo cammino non poteva trovare un Cattaneo, ma fu costretta a raccattare un Croce ed un Gentile che di quella sciagurata scelta se ne fecero, invece, sostenitori e teorici dotti, proiettando così tutta una falsa e mendace coscienza: ideologia, “ Filosofia dello Spirito” e “ Logica” di don Benedetto ben fermano e sublimano: l’aulica e rarefatta contrapposizione delle scienze umaniste alle scienze naturali, non ritenute degne dell’appellativo di Scienze per la loro natura pratica e per il loro perseguire fini materiali e non della conoscenza in sé; e che costituisce la quintessenza della teorica agrario-nobiliare, di quella cultura agrario-latifondista universalistica ed enciclopedica, ma non politecnica, che invece era “ il Politecnico” cattaneo.

La reazione fascista in verità sorse prima sul terreno agrario-nobiliare e solo successivamente divenne scelta della borghesia industriale e finanziaria. Accettato come momento transitorio, divenne scelta definitiva nel corso della crisi Matteotti. All’interno del gruppo industriale vi era un gruppo che tenta soluzioni diverse, quella della Fiat, ma che poi si sottomise alle più generali scelte della classe borghese.

Gramsci Ordine Nuovo.

gli stessi primi interventi del governo Mussolini e quelli durante la crisi Matteotti furono scelte che favorivano ed allettavano gli strati parassitari della borghesia italiana. Costituivano autentici regali al capitale, ma non avevano alcun fine di incentivare l’ammodernamento tecnologico.

citare i provvedimenti e breve commento

In definitiva la classe degli industriali accetto la decisione agrario-nobiliare e solo successivamente lavorò per sottomettere a sé il fascismo: l’ingresso di Volpi nel governo Mussolini segna la definitiva sottomissione del fascismo al gruppo finanziario-industriale.

L’intero periodo mussoliniano non costituì alcun momento di incentivo alla ricerca, all’introduzione dei nuovi metodi di lavorazione: il fordismo e di incentivare i nuovi rami produttivi: energia elettrica e la chimica. Costituì invece il cane da guardia contro l’innovazione e l’ammodernamento tecnologico, il garante del più brutale sfruttamento della manodopera in sostituzione dell’ammodernamento come strumento per reggere la concorrenza sul piano internazionale.

Le stesse opere di bonifica non si risolsero in una penetrazione capitalistica nelle campagne con conseguente introduzione di macchinari e nuovi sistemi di produzione, la messa coltura di nuove terre si basò ancora una volta sullo sfruttamento più bestiale del lavoro umano.

Una politica di autentica rapina fiscale impoveriva il popolo lavoratore: cercava attraverso questa via di reggere la concorrenza internazionale. Ma questa massa monetaria rapinata al popolo lavoratore non si risolse in finanziamenti al progresso tecnico. Le scelte che venivano operate in altri paesi erano di incentivo alla produzione, ammodernamento tecnologico, sostegno alla ricerca e sviluppo dei nuovi settori: energia elettrica, chimica, automobilistica e settori collegati: radio, elettrodomestici, ecc. ecc.

Sarà solo dopo la 2a guerra mondiale che vi sarà l’introduzione del sistema fordista, l’ammodernamento tecnico e lo sviluppo della politica dei consumi, ma questo avverrà in un ben diverso quadro, dentro le linee strategiche di politica economica mondiale degli Stati Uniti e comunque in funzione subalterna.

L’intero periodo 1848-1919 è allora caratterizzato nel Movimento Operaio da un lento, faticoso e contraddittorio processo di separazione dalla borghesia e costituzione come forza autonoma di classe.

Questa processo avviene all’insegna di essere forza trainante dell’ammodernamento culturale, civile e sociale.

E’ un processo maledettamente contraddittorio che presenta due facce:

una borghese, assolve cioè a quanto la classe della borghesia non compie, a quanto tale classe abdica ed è spinta a ciò dal moto oggettivo di respingere le insopportabili condizioni di vita e di lavoro. Ed in questo processo si salda alla classe della borghesia, divenendo de facto l’alter ego, l’alter ego del rinnovamento. In questa veste e funzione attira nel suo campo forze borghesi oppresse e schiacciate, che trovano schierandosi in questo campo il modo di avviare un processo di ammodernamento.

una proletaria che cerca di costruire una propria identità distinta, autonoma. Le forme sono allora l’operaismo ed il massimalismo come tratti principali, ma si intreccia e si sovrappone alle lotte ed all’organizzazione sindacale delle cooperative e delle partecipazioni ai consigli comunali.

La solidarietà di classe, le lotte economico rivendicative, la difesa dello sciopero come atto politico, la difesa delle organizzazioni di classe come strumento di lotta costituiscono i momento dell’affermarsi della propria identità di classe. Saranno queste le linee guide proletarie che lo guideranno nell’indirizzare le lotte per la democrazia, per la Pace e le libertà democratiche.

Il PSI del periodo 1882-1919 è il crogiolo di queste tendenze e movimenti contraddittori, ove le varie correnti riflettevano il movimento reale di classe e delle classi nella società civile.

E tale complessità ci viene restituita, infatti, solo dalla lettura unitaria del PSI dell’intero periodo. Sostanzialmente la sua vita sarà caratterizzata dalla lotta tra l’ala massimalista e quella riformista, che per certi tratti non sono identificabili tout court con quelle che ad inizio secolo animavano Movimento Operaio Internazionale: riformismo e rivoluzione.

Il massimalismo non era identificabile con la tematica della rottura rivoluzionaria. Esso era attraversato dalla corrente estrema dell’ammodernamento: area mazziniana, De Marinis, massonica, Costa e dall’ala operaista: Osvaldo Gnocchi Viani ed il gruppo “ La Plebe” ed all’interno di questa in funzione di pura rappresentanza Cuno e l’ala marxista.

E l’anima riformista non era identificabile tout court con socialriformismo inglese, francese, tedesco, se non per la sua ala destra più estrema, caratterizzata più da carrierismo e trasformismo, ma si innesta su di essa la più generale istanza dell’ammodernamento.

L’intera politica sindacale e cooperativistica rappresentava una complessità che attraversava entrambi e non era immediatamente identificabile con l’ala riformista: c’è una complessità, uno spostarsi continuo di confini ed uno sfumare continuo l’uno nell’altro, data dalla situazione contingente, la scelta politica attuata, il quadro dirigente che lo portava avanti, i modi e le forme dell’articolazione di questa.

Entrambe trovano nell’evoluzionismo e nel positivismo la comune base teorica, che li unificava in un solo blocco, facendone una unità dialettica.

E’ cioè il positivismo evoluzionistico la teoria che anima e di sé informa l’intero movimento operaio italiano con le sue spinte al rinnovamento, che ben si prestava con il suo determinismo meccanicistico ad essere ponte per la componente del cattolicesimo sociale.

E’ il positivismo evoluzionistico più che l’hegelismo, che costituirà un elemento di poco conto, più delle classi colte, dell’intellettualità agrario-nobiliare, intrisa di studi classici, di umanesimo retorico e disquisizioni retoriche ed oratoria forense, ma estraneo agli stessi capi del movimento operaio e sindacale italiano. L’operazione labriolana esaspererà questo distacco, con la sua lettura tutta hegelistica del marxismo, con il suo forzare l’appiattimento di Marx su Hegel.

E lo stesso Labriola non sarà che figura marginale nel Movimento Operaio Italiano, senza influenza e più dedito a distribuire consigli al gruppo turatiano ed a brigare dietro le quinte congressuali.

Lo stesso marxismo maturerà nel grembo del massimalismo, nel grembo del positivismo evoluzionistico più che in quello hegeliano.

E non poteva che essere così dato che la massa dei quadri dirigenti provenivano dalle fila della piccola borghesia urbana e rurale.

Il processo è quello ben descritto da Federico Engels, Engels a Turati, gennaio 1894:

Il popolo lavoratore: contadini, artigiani, operai delle industrie e delle campagne si trova dunque schiacciato da una parte da antichi abusi, retaggio non solo dei tempi feudali, ma benanche dell’antichità ( mezzadri, latifundia del mezzogiorno, ove il bestiame surroga l’uomo) ; dall’altra parte dalla più vorace fiscalità che mai sistema borghese abbia mai inventato.

[..]. Nel Paese la produzione agricola prevale, e di gran lunga, sulla urbana: poche, nelle città, le industrie sviluppate, scarso quindi il proletariato tipico. La maggioranza è composta di artigiani, di piccoli bottegai, di spostati, massa fluttuante tra la piccola borghesia ed il proletariato.

E' la piccola e media borghesia del Medioevo in decadenza e disintegrazione, la più parte proletari futuri, non ancora proletari dell’oggi. E questa classe, sempre faccia a faccia con la rovina economica ed ora spinta alla disperazione che sola potrà fornire e la massa dei combattenti ed i capi di un movimento rivoluzionario. Su queste la seconderanno i contadini, ai quali il loro sparpagliamento sul territorio ed il loro analfabetismo vietano ogni iniziativa efficace, ma che saranno ad ogni modo ausiliari potenti ed indispensabili.”

E sarà questa massa della classe della piccola borghesia che costituirà i quadri e la massa dei combattenti: parte importante di essa nel corso dei primi del Novecento subirà un forte processo di proletarizzazione. Sarà allora attraverso le lenti di questi che l’intero processo sarà filtrato, gettando solide radici dell’egemonia di questa classe sul proletariato.

Questa massa viene attraversata e trasversalizzata dalla più generale opposizione: riformismo-massimalismo.

La lotta del proletariato e del popolo lavoratore per migliori condizioni e di lavoro attrae questa massa amorfa di piccola borghesia e la salda a quel processo di creare un base di popolo alla democrazia borghese, che avrebbe dovuto essere portato avanti dalla classe della borghesia.

Un discorso tutto a parte merita l’associazionismo cattolico operaio, che si salda al più generale movimento operaio italiano sulla base del cristianesimo sociale, sulla base delle teorie egualitarie cristiane, riallacciandosi così, rinnovandoli, rinverdendoli, quei movimenti ereticali che attraversarono costantemente il mondo cattolico.

Il caso Davide Lazzaretti ed il movimento del Monte Amiata ne costituisce l’aspetto più emblematico e significativo, ma esso non fu isolato, ma in forme e sfumature diverse attraversò l’intero movimento delle classi subalterne, che andava dall’antipretismo al messianesimo sociale. Ma questo stesso movimento agirà nella direzione della dissoluzione della plumbea cappa vaticanea, imprimendovi modernità, dinamismo ed imponendo infine mutamenti.

Senza questi movimenti molecolari sono poi incomprensibili una serie di orientamenti della chiesa cattolica e la sua svolta verso il cristianesimo sociale. L’enciclica in opposizione alle correnti materialiste, costituiva da una parte il disperato tentativo di far argine alla diffusione di tali teorie nel mondo contadino e popolare cattolico e dall’altro ………………….. --

Ma è ancora il movimento di lotta del proletariato e dei contadini ad imprimere dinamismo nella piatta società civile che la classe della borghesia aveva imposto ed imponeva.

Anche in questo sarà il proletariato e l’intero movimento delle classi subalterne ad assolvere a quei compiti, elementari compiti, che alla classe della borghesia competeva ed a cui aveva abdicato, di cui alla lunga beneficiò, ma a cui contrappose i cannoni di Bava Beccaris, la legislazione contro i socialisti ed il movimento sindacale, le leggi contro l’associazionismo operaio, contro gli scioperi.

Dentro questo quadro, entro questo complesso, policromo, movimento occorre iscrivere il processo di formazione della classe del proletariato in quanto classe autonoma, della sua coscienza, iscrivere la formazione dell’identità di classe e consequenzialmente la sua coscienza di classe.

In questo quadro vanno allora iscritti il riformismo ed il massimalismo: essi costituiscono, entrambi, momenti del processo di formazione della classe del proletariato, della sua identità e della sua coscienza. Esso approderà nel 1919.

Lungo questo processo due sono i momenti di svolta ove riformismo e massimalismo iniziano a divaricarsi, si avvia al loro interno la differenziazione e nei loro tratti sostanziali vanno a configurarsi ed iscriversi nelle due più complessive correnti che attraversano il movimento operaio e socialista:

il congresso di Rimini

la settimana rossa.

 

[…]

La crisi Matteotti segna definitivamente la separazione tra riformismo e rivoluzione e la decadenza della corrente socialista italiana.

La crisi Matteotti segna una forte crisi nel socialismo italiano con conseguenti divisioni al suo interno, che darà vita al Partito d’Azione: formazione decisamente minoritaria, ma che avrà il pregio di unire le migliori intelligenze del socialismo democratico italiano da una parte e la corrente Serrati, che confluirà nel Partito Comunista d’Italia.

L’intero periodo fascista, messo a tacere con la violenza il proletariato, vede il dominio assoluto della classe della borghesia mostrandone appieno tutta la sua inettitudine.

La stessa soluzione alla crisi Matteotti non era la dittatura terroristica della borghesia. Il 1924 vedeva un riaprirsi di orizzonti internazionali e la possibilità di inserirsi nel quadro internazionale e nel contempo accelerare il processo di ammodernamento tecnologico. Fu scelta, invece, la via dell’imbalsamazione del processo produttivo. Il ciclo 1923-1928 vede un forte movimento di investimento in settori nuovi di punta: la telefonia, l’automobilistica, l’energia elettrica, la chimica e l’estensione del fordismo.

L’intera politica italiana fu l’assoluta inettitudine come si è detto.

Le scelte di politica economica sono decisamente di basso profilo:

la costituzione della Banca d’Italia non comporta un ammodernamento del sistema finanziario, ma solo l’arroccarsi delle posizioni parassitarie;

la costituzione dell’IRI è solo un salvataggio di aziende fallimentari ed elargizioni di denaro pubblico ad una borghesia avida ed incapace di perseguire qualsiasi progetto a medio termine.

Poteva costituire un momento di direzione per l’ammodernamento e la centralizzazione di risorse: finanziarie ed intelligenze per la ricerca ed il posizionamento in alcuni punti nevralgici di avanguardia. Seppe soltanto disperdere, oltre che mortificare, il gruppo di Panisberga.

Le stesse opre di bonifica non si tradussero in modifica nella struttura economica italiana, non si tradussero cioè nel superamento della struttura agrario-indusriale per quella industriale-agraria, che avverrà invece solo dopo il 1948.

Gli stessi disastri del fascismo non furono sufficienti per spingere la borghesia a liberarsi di Mussolini e del suo governo. Saranno invece i possenti scioperi del Marzo 1943 che spingeranno la borghesia a porsi il problema del ricambio, ma non ancora l’abbandono del fascismo.

Essa - e non solo essa: era qui in buona ed abbondante compagnia - appuntò tutte le sue speranze ed il rinvio di qualsiasi decisione definitiva sull’offensiva tedesca delle armate del gruppo Nord sul fronte di Leningrado. L’offensiva germanica fu possente, furono impiegati oltre un milione e cinquecento mila uomini, aveva il compito di forzare la situazione e attuare la congiunzione dell’Armata del Nord con quella del Centro al fine di correre in soccorso delle Armate sul fronte sud, sbaragliate a Stalingrado e che subivano la pesante offensiva dell’Armata Rossa, retrocedendo e così facendo mettevano in serio pericolo la retrovia nevralgica: i pozzi di petrolio rumeni.

Per questo fine furono concentrate le migliori divisioni e molte furono ritirate dalla Francia, dal Belgio e dall’Olanda e dallo stesso fronte africano: delle due divisioni sotto il comando di Rommell la migliore venne ritirate ed inviata sul fronte russo.

L’offensiva ebbe inizio ai primi di luglio: dopo gli iniziali e scontati vantaggi dell’offensiva: alleggerimento delle pressioni dell’Armata rossa si spense tra il 2 ed il 3 luglio e tra il 3 ed il 4 luglio tentò di arginare la possente controffensiva dell’Armata Rossa per esserne poi travolta. Churchill volerà a Washington da Roosevelt per concordare l’avvio del “ programma Manhattan”, mentre in Italia hanno inizio le grandi manovre per la riunione del Gran Consiglio del 24. luglio ed il dimissionamento di Mussolini e la nascita del governo Badoglio.

L’intero periodo 1943-1947 è caratterizzato dalla forte presenza del proletariato italiano. Anche qui la borghesia non seppe che raggranellare - diciamo così? - intellettualità dell’Azione Cattolica e della FUCI, ossia quadri della tradizione vaticanea e costruire con essi il nuovo gruppo dirigente.

Sarà la forza del proletariato che spingerà a serie modifiche: dall’assetto repubblicano, contro le forze borghesi che volevano il mantenimento del regime monarchico, alla forma definitiva della Carta Costituzionale.

L’intera politica degasperiana non andrà mai oltre gli asfittici àmbiti che avevano caratterizzato l’intera politica dello Stato italiano. Anche qui la soluzione De Gasperi adottata non era l’unica percorribile. Non vengono sfruttati gli spazi nuovi che vengono a determinarsi nel quadro internazionale all’indomani del 1945 e poi del 1949. La borghesia italiana preferirà i tranquilli lidi newyorchesi e si appiattirà su Washington. Non seppe e non volle utilizzare quelle forze che pure si erano andate forando attorno a Giustizia e Libertà ed al Partito d’Azione.

Lo stesso socialismo italiano non sarà in grado di metabolizzarli, isolandoli. E queste stesse forze non furono in grado di uscire dal minoritarismo culturale.
Atterrita dal proletariato riperpetuerà il vecchi blocco sociale.

Sarà ancora il proletariato che con le lotte per la terra ridurrà in briciole il vecchio blocco agrario, che aveva subito un’oggettiva erosione e che cercava di rinserrare le sue fila con l’aiuto delle truppe e della mafia americane. Le lotte per la terra videro la feroce repressione, un autentico bagno di sangue e la rinnovata alleanza tra la malavita organizzata: mafia, camorra e la borghesia italiana:

Portella della Ginestra ed il bandito Giuliano.

Ed alla fine riuscirà a stemperare la forza d’urto del movimento rivoluzionario per la terra per giungere alla legge stralcio.