Potenza20luglio

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx - Friedrich ENGELS

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 Disamina critica

 

In risposta al

 

LIBRO BIANCO


 


Potenza, 20. luglio 2002

Sala della Provincia.




 

1. Valore teorico e scientifico del ‘ libro bianco’.

 

Il libro bianco si poggia su ben precisi assunti teorici che non trovano riscontro alcuno né nella consolidata scienza dell’Economia Politica borghese, né in dati sperimentali. Risultano così esclusivamente assunti ideologici.

 

Il primo assunto che è poi quello cardine è il mercato del lavoro.

 

Esso viene letto come entità a sé stante e non come risultante del processo produttivo e staccato dalle condizioni oggettive del mercato più generale, dalla composizione organica del capitale, dalla reale situazione finanziaria e produttiva italiana, europea, mondiale, che è univocamente caratterizzata dalla crisi di sovrapproduzione. E sarà proprio l’ostinazione nel non voler riconoscere il carattere di sovrapproduzione della crisi che straccia l’intero sistema capitalistico poi la causa unica e principe di tutta l’inconsistenza del documento in disamina. Ed infatti se introduciamo questo elemento tutta la costruzione crolla.

 

Operata una tale scissione il mercato del lavoro viene a configurarsi come la bacchetta magica che risolve la crisi e l’attuale situazione sul mercato del lavoro come l’unica responsabile dello stato di cose presenti.

 

L’attuale situazione a sua volta viene isolata dal contesto più generale e ridotta unicamente alla presenza di un monopolio che irrigidisce il mercato del lavoro, sottraendogli dinamicità ed imponendogli una tremenda rigidità. Questo monopolio, in netta opposizione ai valori della libertà in generale e della libertà del mercato del lavoro in particolare è costituita da una struttura sindacale che attraverso contratti impone rigide norme e vincoli in contrasto con le libertà individuali ed in opposizione a quella necessaria flessibilità, l’unica in grado di consentire alle aziende di potersi modellare sul mercato e rispondere prontamente alle esigenze del mercato stesso.

 

Anche qui si ignora la più elementare ed oggettiva realtà.

 

Sul mercato del lavoro esiste un monopolio naturale, che è dato dai possessori dei mezzi di produzione, che per leggi oggettive vengono a costituire e ad agire sul mercato come monopolio ed esiste un monopolio soggettivo, costituito dai venditori di forza lavoro, ossia dai lavoratori, che in risposta al monopolio naturale si organizzano quale difesa. Il mercato del lavoro è così costituito da un duopolio.

 

Se si sopprime quello soggettivo resta quello naturale, a meno che non si sopprime anche la classe proprietaria dei mezzi di produzione, ossia la borghesia, diversamente si instaura sul mercato del lavoro una dittatura, ossia il dominio assoluto del monopolio naturale. Lasciare alla libera contrattazione individuale una seriei di norme, ecc. è il prevalere unicamente del monopolio naturale.

 

Di segno opposto vengono costruiti arbitrariamente rapporti di interdipendenza che non esistono come per esempio tra mercato del lavoro e aumento occupazionale.

 

E’ il caso questo, per esempio, dell’art. 18.

 

Si sostiene, infatti, che una liberalizzazione nella possibilità di licenziamento consente una maggiore occupazione, crea nuove possibilità di occupazione. Esiste, quindi, un rapporto diretto tra licenziamento di una unità ed aumento dell’occupazione.

 

Sul piano strettamente teorico e scientifico non esiste un tale rapporto: licenziamento ed aumento dell’occupazione rispondono a criteri diversi e sostanzialmente opposti.

 

L’aumento di occupazione, le nuove possibilità di occupazione sono determinate dalle leggi del mercato, ossia dal ciclo economico, se cioè si è in fase di espansione o in fase recessiva, se cioè quella merce ha un mercato, se esiste una domanda insoddisfatta tale da richiedere un aumento della produzione. L’aumento della produzione non sempre comporta automaticamente un aumento dell’occupazione, entro certi limiti essa può essere soddisfatta aumentando i ritmi di lavoro.

 

Per esserci aumento di occupazione, per esserci le nuove possibilità di occupazione occorre che tale domanda insoddisfatta sia di una entità tale, e quanto meno di medio-breve periodo, da far divenire conveniente l’aumento di una unità lavorativa. Se è solo un aspetto contingente, in questo caso non conviene aumentare l’occupazione in quella fabbrica. Nelle condizioni date della sovrapproduzione, infine, tale domanda insoddisfatta deve essere di tale entità da superare la massa delle merci invendute nei precedenti cicli produttivi.

 

Il licenziamento di una singola, o di singole unità lavorative non comporta in nessun caso un aumento dell’occupazione, ma solamente una sostituzione.

 

Il licenziamento non per chiusura e contrazione della forza lavoro impiegata, il licenziamento di una singola unità risponde invece a criteri e regole dettati dal codice civile, oltreché da quello penale.

 

Ma questo comporta unicamente ed esclusivamente la sostituzione di quella unità lavorativa con danni nell’immediato all’impresa ed alla produttività, giacché l’unità sostituita deve essere immessa nel ciclo produttivo e di solito occorrono 5-8giornate lavorative prima che la nuova unità impiegata entri a pieno regime.

 

Per giustificare tali affermazioni si operano letture arbitrarie di singoli fatti, isolati dal contesto più generale, oppure veri ma in una precedente fase storica.

 

Ancora.

 

E’ il caso del rapporto che si tende a costruire tra il livello salariale ed occupazione.

 

E’ vero che esiste un rapporto tra il livello salariale e quello occupazione, ma questo rapporto non è assoluto e non è univoco, ossia non si può abbassare indifferentemente il livello salariale.

 

Oltre una certa soglia, che è storicamente e tecnologicamente determinata, tale contrazione si traduce in una contrazione netta della domanda e quindi nella contrazione della produzione ossia nella recessione. E’ questa una consolidata realtà storica data appunto dall’esperienza della crisi del 1929.

 

E’ questa una consolidata teoria che mostra come la compressione salariale determina una contrazione della domanda e quindi una ricaduta sui livelli produttivi e quindi determina una recessione.

 

I più consolidati dati sperimentali dell’attuale crisi e di quella degli Stati Uniti dicono che la contrazione occupazionale e del salario reale, determinano una depressione del mercato interno è sono queste le principali cause della crisi in questo paese, che si riversa sull’intera economia capitalistica mondiale.

 

Ancora.

 

E’ il caso di quando si vede coniugare allargamento della base produttiva e innalzamento della produttività.

 

Questa legge economica, ossia questo rapporto e leggi economiche consequenziali, è stata vera nel periodo storico 1560-1860, ma poi con i primi sviluppi della Chimica e della Fisica applicata alla produzione ha cessato di avere qualsiasi validità. Ed infatti noi abbiamo che un innalzamento della produttività, che è determinato in via prioritaria e quasi assoluta dal progresso scientifico e tecnologico, fa riscontro una contrazione della base produttiva e/o una contrazione dell’orario di lavoro.

 

L’applicazione, cioè, della Chimica e della Fisica ai processi produttivi hanno determinato un nuovo rapporto, e quindi nuove leggi economiche, stabilendo un rapporto inverso tra innalzamento della produttiva ed allargamento della base produttiva, lì dove esisteva in precedenza un rapporto proporzionale o diretto.

 

Riproporlo nella fase dello sviluppo della Biologia, Genetica, ecc. e dell’Astrofisica ai processi produttivi diviene unicamente una mera amenità.

 

Non diversamente quando si vuole costruire artatamente una separazione e distinzione netta tra lavoro cosiddetto autonomo e lavoro dipendente.

 

Nelle attuali condizioni tecniche della produzione e del processo di concentrazione monopolistico non si pone più alcuna forma di lavoro ‘ autonomo’, risultando essere unicamente forme tecniche diverse in cui si esplicano fasi del processo produttivo, e quindi forme mascherate di lavoro dipendente. Si è avuto, cioè, il decadimento del lavoro autonomo sotto quello subordinato, divenendo esso stesso subordinato e dove alcuni nuovi processi produttivi, rotto il continuum del sistema fordista, si sono autonomizzati, determinando nuovi ed altri rapporti e nessi. Queste forme possono avere e ricevere solo per imprimatur ideologico veste di “ autonomo”. Tanto è vero che si giunge al ridicolo: una stessa figura lavorativa è “ collaboratore” se esterna, ma è salariale se interna. E dicendo questo abbiamo già abbondantemente ceduto sul terreno delle concessioni teoriche, giacché parlare di lavoro autonomo è una contraddizione in termini, il lavoro in quanto tale non è mai autonomo, è sempre il risultato della cooperazione tra gli uomini e questo sin dalla comparsa dell’uomo sulla Terra. Il lavoro in quanto tale non può, per sua natura, essere svolto da un singolo uomo ma sempre da una comunità uomo, storicamente determinata: la tribù, il villaggio, la Nazione, il Mondo. Le storie alla Robinson Crosue appartengono al mito ed alla letteratura di svago e non alla Scienza.

 

E’ il caso, infine, della regionalizzazione del mercato del lavoro, ossia l’idea di disegnare l’organizzazione del lavoro avendo a base l’àmbito territoriale regionale.

 

Nell’attuale fase, cosiddetta ‘ globalizzazione’ termine decisamente improprio ed ideologico, ma qui serva per indicazione generale, è una contraddizione in termini.

 

I nuovi livelli del processo di concentrazione monopolistico - di cui i processi di integrazione europea ne sono un momento, altri sono in atto – i raggiunti livelli scientifici e tecnologici comportano il superamento degli attuali àmbiti statuali classici – lo Stato-nazione – ed il disegnarsi di nuovi quello confederale da un lato e nuovi ambiti ove il termini ‘ regione’ acquisisce dimensioni territoriali diversi, ingloba aree geopolitiche e geoeconomiche fino ad ora diverse tra di loro, che trasversalizzano gli attuali àmbiti regionali classici, dando vita alle regioni transfrontaliere.

 

L’àmbito regionale, ma anche qui esso si disegnava in confini diversi, ha avuto un senso fino al 1870, ma già con la crisi del sistema manifatturiero del 1880 ha cessato di averlo.

 

Questo mostra l’assoluta ignoranza dei reali processi in atto e delinea nettamente ed inequivocabilmente la natura, il carattere e l’intento esclusivamente ideologico del documento in disamina.

 

L’operazione ideologica diviene pacchiana allorquando si cerca di dare dignità di modernità a tale elaborato e proposte consequenziali.

 

Si ha così il proliferare di termini nuovi, molte volte in lingua inglese, che fa più ‘ in’ del tipo

 

telelavoro”; “ lavoro a contratto”, “ lavoro a progetto”, “ Agenzia di lavoro”.

 

Telelavoro? Lavoro a domicilio!

 

Lavoro a contratto? a progetto? lavoro a cottimo!

 

Agenzia di Lavoro? Caporalato!

 

E su questa riforma del mercato del lavoro, l’Agenzia appunto, occorre fermarsi un attimo.

 

Le agenzie di lavoro costituiscono ad una lettura scientifica la riproposizione di un rapporto di natura feudale, servile.

 

La società borghese ha costituito un rivoluzionamento nei rapporti tra gli uomini ed ha liberato l’uomo dal rapporto servile impostando un rapporto di libertà. Sul mercato si presentano due soggetti liberi: il proletario ed il borghese. Il proletario è libero da un punto giuridico formale – Marx chiama questo fictio iuris – di non lavorare, salvo poi a morire di fame, ma non vi è un vincolo servile con il borghese ed il suo rapporto non è per tutta la vita ma solo per le ore di lavoro stabilite che egli vende al borghese e vende tale disponibilità ogni giorno e non una volta per tutte.

 

Il rapporto borghese elimina rapporti servili ed instaura un rapporto di libertà.

 

Si transita così dal suddito al citoyen, dal suddito al cittadino.

 

Bene nel momento in cui si insedia l’Agenzia del Lavoro tale rapporto cessa.

 

Nel momento in cui il lavoratore deve un miliardesimo di centesimo all’Agenzia è già il rapporto feudale. L’interposizione di un terziumnondatur nel mercato del lavoro, non è nel rapporto giuridico borghese, ma feudale. Se poi si mette che il lavoratore si impegna in un rapporto di obbedienza con tale agenzia e che alcune forme di lavoro sono a chiamata, ossia il lavoratore sta a casa ma dichiara la sua disponibilità all’occorrenza di andare per un’ora o una giornata o un mese, o … a lavorare per quella fabbrica, ma non può contrarre impegni con altre fabbriche, perché ha ceduto la disponibilità formale della sua vendita della forza lavoro questo è già rapporto servile. Questo è il rapporto feudale di servaggio!

 

Qui non c’è più il citoyen ma c’è tutto il suddito.

 

E allora in questo quadro di restaurazione deve essere modificato lo stesso rapporto con il sindacato ed il sindacato subire modifiche profonde, che comportano a caduta modifiche nella stessa natura del Partito politico. L’argomento merita una trattazione a parte, noi qui la bypassiamo, una traccia è allegata in appendice, ma sarà tema specifico sia di Napoli in settembre che del Convegno sul lavoro dell’ottobre 2003.

 

E questo mette fine a tutta la prosopopea circa le riforme e l’anima riformista ed innovatrice del Governo e della Confindustria, delineando nettamente ed inequivocabilmente la natura ed il carattere di tali modifiche: Contro Riforma, nell’accezione piena e classica del termine, Restaurazione.

 

 

 

Detto questo non significa esserci liberati dai problemi che vi sono, a cui il ‘ libro bianco’ cerca di dare una risposta ideologica. Si tratta invece di raccogliere a tutto campo le sfide dei tempi e rilanciare, sfidando l’avversario sulla progettualità e sul terreno dell’egemonia, intesa in senso gramsciano, ossia nella capacità di elaborare una più alta progettualità, capace di comprendere il reale e prospettarne soluzioni migliori.

 

E’ indubbio che lo sviluppo possente delle forze produttive, o sviluppo scientifico e tecnologico, ha comportato modifiche profonde tali da far tramontare l’idea che avevamo di classe operaia, di processo produttivo, organizzazione del lavoro, ecc.

 

I problemi che ci stanno dinanzi sono allora la comprensione di questa nuova realtà, che chiede una lettura a tutto campo.

 

E’ evidente che non abbiamo più la grande concentrazione operaia, la Fiat con i suoi 140.mila operai.

 

Abbiamo, invece, la scomposizione del processo produttivo e la dislocazione di varie fasi sul territorio, che può essere quella più immediatamente vicina o dislocate su un àmbito territoriale più vasto: cittadino, provinciale, regionale, nazionale, europeo, mondiale.

 

E all’interno di una stessa fabbrica vari momenti del processo produttivo sono scorporati dalla centralizzazione e affidati a varie società in appalto, molte volte prestanomi.

 

Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha comportato modifiche nel processo produttivo, che hanno determinato a cascata modifiche sul piano dell’organizzazione del lavoro e consequenzialmente su quello politico, sociale, culturale, istituzionale. E’ quindi modificata la composizione delle classi con una ristratificazione e nuova gerarchizzazione sociale e del comando del capitale sul lavoro.

 

Sul piano del processo produttivo si è avuto:

 

lo sviluppo delle forze produttive ha consentito di rompere quel continuum, nel quale il sistema fordista aveva cementato il processo produttivo, per potenziare la produzione di massa, e quindi di separare le varie fasi, autonomizzandole.

 

In passato il problema era quello di abbattere, o quanto meno contrarre i tempi morti, ossia i tempi tra le varie fasi del processo produttivo, i tempi del trasporto del semilavorato da una stazione produttiva all’altra, di qui poi il sistema fordista della catena di montaggio, le pedane scorrevoli, le macchine in grado di trasportare una massa maggiore di semilavorati o di materie prime del processo lavorativo da un posto ad un altro.

 

Oggi invece si separa quanto prima si tendeva a concentrare.

 

Questo è stato possibile sia perché è stato modificato il rapporto spazio-tempo, per cui si è in grado di trasportare una massa maggiore di merci in minore tempo per uno spazio maggiore e sia per un forte innalzamento della produttività del lavoro, in grado di compensare i tempi che tale scomposizione delle fasi del processo lavorativo comunque comporta.

 

La società, cioè, è più ricca, lo sviluppo della scienza e della tecnica ha consentito, e consente ancora di più in linea tendenziale, una conoscenza alta della Natura tale da accrescere la ricchezza della società mondialmente intesa.

 

Lo sviluppo spontaneo delle nuove figure professionali sta ad indicare, in maniera ancora indistinta e confusa, il configurarsi di una nuova ed altra organizzazione del lavoro di un nuovo ed altro modo di produzione. Si tratta allora di studiare con attenzione questo sviluppo spontaneo per comprendere quali sono le linee di tendenze in atto e verso cosa sta transitando l’attuale società, l’attuale sistema di produzione e quale società a grandi linee tende a delineare.

 

Il primo dato è una conferma dell’ulteriore liberazione di una parte del tempo da dedicare al lavoro, ma anche la sottrazione dell’uomo e della sua vita dai ritmi che quel continuum imponeva e sui quali veniva disegnata l’intera vita degli uomini. I ritmi di quel continuum scandivano, cioè, la vita degli uomini, su quei ritmi veniva disegnata l’intera vita degli uomini. L’attuale livello dello sviluppo scientifico e tecnologico, che è ancora nella usa più timida ed iniziale fase, indica chiaramente la possibilità reale di una nuova organizzazione del lavoro e quindi di nuove ed altre figure lavorative in grado di poter disegnare, questa volta per la prima volta in tutta la storia dell’Uomo – i ritmi del processo produttivo sulle istanze dell’uomo, attuando, così, un autentico capovolgimento nel rapporto Uomo- processo produttivo, Uomo – Lavoro.

 

Lo sviluppo delle forze produttive, o sviluppo scientifico e tecnologico, ha determinato una liberazione dell’uomo dal lavoro, avendo determinato un forte innalzamento della produttività del lavoro.

 

Di qui il dato che la società è più ricca non più povera.La crescita senza occupazione non spinge al sottosviluppo ed alla povertà. La produttività cresce e con essa la ricchezza soprattutto la quantità di beni a disposizione e quindi il lavoro si contrae, come dice D’Antona “ se ne va”.

 

Tutto questo però non si traduce in un vantaggio per la comunità-uomo, ma nelle attuali condizioni in maledizione, giacché si traduce in una perdita secca di sicurezza sociale, in un maggiore impoverimento materiale e spirituale.

 

La classe della borghesia cioè si dimostra incapace di far godere i vantaggi della scienza e della tecnica all’intera società, per cui agisce come un possente filtro distorcente ove tutto si trasforma in maledizione per gli uomini. La logica del profitto individuale, la ricerca del profitto individuale, il conseguimento del profitto medio sono poi la causa vera di tale distorsione.

 

Il punto decisivo da tener fermo è che lo sviluppo scientifico ha comportato l’abbattimento e comunque la contrazione – e tende vieppiù in tale direzione –, di quel rapporto di necessità che determina la legge del valore-lavoro, secondo la quale la merce viene scambiata in base al tempo di lavoro socialmente necessario. Ogni passo in avanti dell’innalzamento della produttività del lavoro era un passo sulla via del superamento di tale legge economica, che ha costituito la legge fondamentale per l’esistenza delle società basate sulla proprietà privata.

 

La contrazione della legge del valore-lavoro comporta una contrazione di fatto del profitto, che è la base della riproduzione allargata in una società capitalistica. I singoli capitalisti, i gruppi monopolistici surrogano tale contrazione di profitto attraverso una intensificazione dello sfruttamento ed una subordinazione della forza lavoro – il libro bianco per intenderci – attraverso uno scaricare sulla comunità i costi di gestione: sgravi degli oneri sociali, sgravi fiscali, processi di privatizzazione, facilitazioni nell’acquisto di materie prime e nella vendita di prodotti, ecc. determinando un forte innalzamento del debito pubblico, che prontamente viene scaricato con la contrazione delle spese sociali: previdenza, sanità, scuola, ecc. ed un aumento dei costi dei servizi e dei prezzi in generale. Surrogano tale contrazione con un uso scellerato della natura che comporta poi quella distruzione non solo delle condizioni naturali per la riproduzione, ma la distruzione delle condizioni future, tanto da far parlare di “ diritti delle generazioni future”. E’ qui tutto il pesante inquinamento che non è solo atmosferico, ma è dato anche dalla distruzione di specie animali e vegetali di cui un momento per certi aspetti è la manipolazione genetica in campo vegetale ed animale, che è anche la sofisticazione ed adulterazione alimentare non solo umana ma anche animale e vegetale, di qui i casi di ‘ mucca pazza’ e pesante intossicazione di vegetali tramite sostanze chimiche, ecc.

 

La fase che noi stiamo vivendo è la fase iniziale della transizione ad un’altra società: da una società basata su tale legge del valore-lavoro, che ha poi determinata la nascita, la formazione ed il declino delle varie società basate sulla proprietà privata, ad una società liberata da tale necessità: la società dei produttori.

 

Il carattere di transizione dell’attuale fase non deve mai essere smarrito o attenuato, altrimenti si finisce per guardare i processi dal buco della serratura.

 

 

 

Ancora

 

Lo sviluppo scientifico e tecnologico, la rottura di quel continuum, avendo comportato una modifica dei processi produttivi e dell’organizzazione del lavoro, hanno comportato la modifica nella composizione e configurazione della classe operaia, oltreché di tutte le altre classi.

 

Le difficoltà della Sinistra nascono poi da qui.

 

Quella Fiat con i suoi 140mila operai non c’è più e non ci sono più molte altre fabbriche, come quelle dell’Italsider di Napoli, o…con una riduzione netta di operai, classicamente intesi, ed il pullulare di figure lavorative non classiche.

 

La fabbrica di questo accendino una volta era costituita da una massa di 3000operai, voi vedete che oggi quella stessa fabbrica non è composta che da 100-150operai intenti solo ad alcune fasi del processo lavorativo.

 

Voi siete abituati a considerare la classe operaia di una fabbrica come quella che materialmente è concentrata in un determinato opificio e questa poi ha determinato tutta l’attuale organizzazione dei lavoratori in Partito e Sindacato e quindi tutta la nostra esperienza, l’arco intero della nostra visione delle cose è ancora tutta dentro quella Fiat di 140mila operai.

 

Questa vostra visione non c’è più.

 

E’ scomparsa la classe operaia?

 

E’ solamente scomparsa la vostra visione di classe operaia, la vostra visione di organizzazione del lavoro e dei processi produttivi.

 

Il marxismo in quanto metodo, il materialismo storico dialettico in quanto Logica ed il seguire l’insegnamento di V. I. Lenin: “ andare a prendere consiglio da Marx ed Engels”, confermano appieno tutta la loro validità.

 

Vediamo.

 

Il Capitale” indica la strada da seguire per l’analisi.

 

MarxEngels parte dalla merce, ne segue il cammino e ne svela così l’arcano.

 

Prendiamo, allora, la merce accendino, scomponiamola, seguendo a ritroso il suo cammino.

 

Vedremo allora che il petrolio e poi la raffinazione si attuano in Arabia Saudita, la trasformazione in plastica in …, i pezzi in ferro in…, i meccanismi in…., l’assemblaggio in… – diciamo Uganda, Corea del Sud, Argentina - ed infine, mettiamo, l’assemblaggio, il marchio e l’imballo a Matera, ove vi sono i 100-150operai. Prima l’intero processo di produzione avveniva a Matera con una massa di 7 00-1000operai.

 

Questo implica, allora, che la classe operaia di questo accendino non è data dai 100-150operai di Matera, che voi materialmente vedete entrare ed uscire dai cancelli di quella fabbrica, ma è data, invece!, dalla somma degli operai, tecnici, amministrativi impiegati in Uganda, Corea del Sud, Argentina, più quella di Matera.

 

E questo è un aspetto.

 

L’altro è che i vari settori una volta distinti, oggi si intersecano, si scompongono/disarticolano per ricomporsi/riaggregarsi dando vita a nuovi settori merceologici non intelligibili con la precedente visione e quindi assimilabili alle precedenti categoria a noi note.

 

Il quadro, allora, che si viene profilando è quello di una disarticolazione complessiva dell’intero schieramento delle forze della trasformazione e dalla obsolescenza della teoria, della tattica e del programma in nostro possesso, che pure ci hanno guidato fino ad ora.

 

Questo ci porta alla necessità di dover reimpostare un’altra questione chiave quella della centralità operaia: la comprensione di quali siano, o quale è, le figure, la figura, chiave attorno alla quale riorganizzare e ritessere le fila dell’unità della classe soggetto principale della trasformazione.

 

{ Nell’epoca di Marx ed Engels noi avevamo la figura, diciamo così, dell’operaio-artigiano, ossia dell’operaio che faceva per intero una parte del processo lavorativo.

 

Questo successivamente è stato scomposto in molti momenti con l’organizzazione fordista del lavoro, ossia con la catena di montaggio, dando vita all’operaio della catena di montaggio, l’operaio-massa.

 

Marx ed Engels organizzano la classe, e quindi formulano i problemi relativi alle forme di organizzazione della tattica: il Partito, il Sindacato, ecc. attorno a questa figura dell’operaio-artigiano.

 

Queste figure nelle condizioni tecniche date della produzione costituivano oggettivamente il nodo cruciale, il nodo di svincolo o strategico dell’intero processo produttivo. Questo consentiva oggettivamente di assolvere al ruolo di centro dell’intera classe.

 

L’attività teorica, politica e pratica di propaganda, agitazione ed organizzazione aveva al centro l’educazione della classe ed in modo specifico la comprensione da parte di questi della centralità del loro ruolo, trasformando le condizioni oggettive in coscienza.

 

Successivamente V. I. Lenin, avendo compreso, ed in anticipo, le modifiche che le innovazioni tecniche e scientifiche comportavano, lesse le modifiche e in risposta all’organizzazione fordista del lavoro individua nell’operaio-massa, l’operaio di linea, la figura centrale, il nodo di svincolo dell’intero processo produttivo e su questa basa concepisce il nuovo partito.1 }

 

L’Istituto di Studi Comunisti Karl Marx – Friedrich Engels ha avviato da alcuni anni una ricerca ed un dibattito al suo interno al fine di individuare come si pone oggi tale problematica.

 

E questo diciamo è il primo grande blocco di questioni.

 

E già a questo livello la Sinistra ed il Movimento Operaio e Sindacale tutto marcano ritardi ed incomprensioni e questo impedisce loro di avere un programma per la trasformazione in grado di guidare questa transizione, che si presenta in modo assolutamente inedito. Questo li pone in una condizione di sudditanza ideologica rispetto alla classe borghese, per cui ne subiscono l’offensiva, l’iniziativa ed i temi culturali, teorici e le interpretazioni ideologiche dei dati scientifici.

 

Nascono poi da qui le difficoltà e le divisioni, le incomprensioni e contrapposizioni, ove ciascuno raschia il fondo del proprio barile, cercando nel passato risposte che non vi possono in alcun modo essere, giacché è la teoria che deve essere profondamente rivisitata alla luce dei progressi scientifici e tecnologici e riallineata a questi e non questi fatti entrare per forza entro quegli àmbiti oramai divenuti angusti, asfittici e non più in grado di contenerli.

 

Di qui poi i limiti nella lettura dei processi reali, ossia i ritardi di cui si diceva.

 

E sono poi tali ritardi che spingono alla quotidianità senza un progetto per la trasformazione ed al piegarsi alla quotidianità, come unico elemento di resistenza all’offensiva capitalistica. Nascono anche da qui le attuali differenti valutazioni sul percorso da seguire circa il libro bianco e le risposte da attrezzare.

 

Indubbiamente la situazione oggettiva si presenta complessa, tremendamente confusa e contraddittoria, ove livelli di problematiche diverse si accavallano e sovrappongono in maniera disordinata, caotica, rendendone difficile la lettura. Ma questo è proprio delle fasi di transizione in generale, che qui si esponenziano fortemente per il carattere inedito di questa transizione.

 

Ed è proprio qui il senso alto della sfida e la prova del fuoco se le forze della trasformazione sono all’altezza di prendere la direzione della società e traghettarla verso la società dei produttori.

 

 

 

Esiste qui una complessità che va ben disaggregata.

 

Vediamone qui alcuni e più immediati aspetti.

 

Innanzitutto l’organizzazione deve essere in grado di espandersi, distendersi, per essere in grado di abbracciare tutti questi vari momenti del processo produttivo, una volta concentrati in un solo luogo materiale ed ora distribuiti su un vasto àmbito territoriale, giacché tali singoli momenti del processo produttivo sono distinti sul piano del processo lavorativo, ma sono unificati sotto la direzione di grandi holdings internazionali, di qui la necessità di un’organizzazione comune nella battaglia comune contro la stessa impresa capitalistica, organizzatasi in holding. In concreto tutta la questione della Fiat pone la necessità di un rapporto Torino-Detroit o si crea una tale saldatura tra questi due tronconi di una stessa classe operaia metalmeccanica di una stessa impresa o la battaglia ha assai poche speranze.

 

E già questo pone una massa di problemi i n e d i t i, assolutamente inediti, sul piano della teoria, del programma e della tattica.

 

E questo non è che l’aspetto più immediato ed in definitiva anche il più semplice.

 

 

 

Il secondo grado di difficoltà è dato dalle modifiche che questa nuova organizzazione del lavoro comporta: la diffusione di industrie nei paesi D’Asia, Africa, America Latina con una forte penetrazione capitalistica nelle campagne e quindi l’innalzamento del processo di proletarizzazione e conseguenti espulsione di masse enormi di contadini, artigiani, lavoratori, questi sì!, autonomi legati ai vecchi processi produttivi, al mercato locale e tutt’al più regionale, ecc. Voi ne vivete solo l’onda lunga, l’ultimo epilogo di questa immane tragedia di tanti popoli, di questo feroce, brutale e sanguinario processo di proletarizzazione ed immiserimento con le navi di immigrati che sbarcano lungo le coste italiane e le varie leggi di regolamentazione, ultima la Bossi-Fini. Tutto questo comporta una modifica sostanziale delle classi in questi paesi in modo particolare sia la scomparsa di una borghesia nazionale progressista, democratica e sia lo sviluppo di una classe operaia, ma dove i processi di produzione ed i livelli dell’organizzazione del lavoro avvengono con macchinari e tecniche molte volte obsolete.

 

E questo comporta poi una complessificazione nella composizione della classe operaia mondiale attraversata da diversi gradi dei processi produttivi e da diversi gradi di applicazione dell’innovazione scientifica e tecnologica, che concorrono poi tutti nella produzione delle singole merci, per quella disarticolazione e diffusione dei processi produttivi sul territorio, di cui si è detto e che richiede nuovi ed altri momenti di unificazione.

 

Un altro problema è dato dal processo europeo in atto, che richiede il superamento dell’attuale organizzazione della classe operaia e la necessità di una sua transizione ad un livello europeo sia sindacale che politico. Ed anche questo costituisce una massa di problemi di natura teorica, pratica ed organizzativa, data dalle diversità delle esperienze, dei vissuti e dei percorsi dei singoli movimenti operai: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco molti diversi tra di loro, per esperienza politica, per livelli e gradi organizzazione, ecc. ma che richiedono un processo di unificazione, che è complessità e non omologazione o livellamento.

 

Il punto è allora guidare la transizione, q u e s t atransizione.

 

Ed è qui che la Sinistra marca tutta la sua assenza.

 

Si tratta innanzitutto di ben fermare, ma studi attenti sui caratteri nuovi della crisi devono essere compiuti, in grado di sottoporre ad un’analisi scrupolosa, microscopica, la categoria crisi e quindi il suo tratto univoco: crisi di sovrapproduzione, determinata dallo sviluppo alto delle forze produttive.

 

Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha comportato proprio ed esattamente l’esistenza di quell’abbondanza di merci, che viene distrutta a causa dei rapporti di produzione capitalistici e quindi evidenzia come l’umanità sia stata sottratta dalla sottoproduzione, che caratterizza tutta la storia umana fino al XIX secolo, quando bastava un cattivo raccolto per scatenare le peggiori epidemie conseguenti alla fame, alla miseria, alla sottonutrizione, ecc.; di come la società abbia oramai raggiunto un livello di produzione di ricchezza sociale tale da poter destinare, anziché distruggere, al miglioramento delle condizioni di vita, della qualità della vita e di progresso della società umana. Il livello di unificazione e dell’intero pianeta consentono una gestione, una direzione, attraverso la pianificazione, il loro governo e sviluppo a livello planetario e non più regionale. Ha comportato, infine, la possibilità della contrazione delle ore di lavoro, libera cioè lavoro, liberando gli uomini dalla necessità del lavoro come costrizione, per stare ai termini di D’Antona.

 

Guidare la transizione, questa transizione” si diceva questo il centro di tutto.

 

E’ evidente come parte sostanziale di un ragionamento ruoti attorno alla distribuzione del carico di lavoro tra tutti i membri della società, quale contributo di ciascuno alla riproduzione delle condizioni materiali di esistenza, ove il tempo di lavoro diviene, a differenza del passato, l’entità flessibile, di qui la flessibilità dei modi di impiego, mentre la soluzione antagonista è quella di mantenere rigido, come per il passato in assenza dell’attuale sviluppo scientifico e tecnologico, il tempo di lavoro e fluttuante, variabile, la massa impiegata e flessibili i metodi e le forme di impiego.

 

Le due impostazioni conducono a due soluzioni ‘ salariali’ opposte.

 

La prima porta alla parità ‘ salariale’ per lo stesso tipo di livello sindacale,

 

la secondo al ‘ salario’ corrisposto per le effettive ore di lavoro giornaliere svolte.

 

La prima, cioè, sganciailsalario dalle ore di lavoro, dichiarandolo funzione della ricchezza sociale prodotta.

 

La seconda mantiene il salario funzione delle ore di lavoro svolto, come avvenuto per il passato, mantenendosi ancorata al tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione di una merce e quindi dello stesso salario, l’unico in grado di garantirle ‘ il profittarello’, che per lo sviluppo scientifico e tecnologico non si pone più nei termini ottocenteschi e dei primi del Novecento del XX secolo e che a partire dagli anni Settanta si è decisamente contratto, determinando poi quel “ liberare lavoro”, “ la produttività cresce e con essa la ricchezza e soprattutto la quantità dei beni a disposizione”,“ la crescita senza occupazione che non spinge verso il sottosviluppo e la povertà di massa” che ne costituisce poi il tratto saliente, la manifestazione netta della nuova realtà e dei nuovi livelli di vita.

 

Viene così a delinearsi una netta e grave e scissura.

 

Da una parte si configurano le reali condizioni in cui viene a trovarsi la produzione dei beni,

 

dall’altra, invece, si manifesta il mantenimento dei vecchi princìpi e delle vecchie leggi dell’economia che regolavano il ricambio organico uomo- natura, che regolavano la riproduzione delle condizioni materiali di esistenza degli uomini, superate dal tempo, superate dallo sviluppo scientifico e tecnologico, ossia dai nuovi livelli della conoscenza umana.
Si ha così questa naturale,
naturaliter, espulsione dal corpo sociale di quella classe ancorata a quelle leggi e che da quelle vecchie leggi ricavavano la legittimazione del loro ruolo economico e sociale e con essa la forma organizzativa economica: l’impresa capitalistica; leggi che esprimevano un determinato livello della conoscenza, un determinato livello entro cui avveniva il ricambio organico uomo-natura, entro cui avveniva la riproduzione delle condizioni materiale di esistenza della vita degli uomini.

 

Questa naturale espulsione di questa classe, che, decisamente e senza tante cerimonie, viene posta prima alla periferia del sistema produttivo e della società civile ed ora decisamente messa fuori e quindi estranea, out.

 

La forza richiesta per riportare quanto meno alla periferia del sistema, quanto messo inelegantemente fuori, tale da sfuggire alle linee di forza che la espellono, naturali e spontanee linee di forze che si sono venute formando, quale risultato delle modifiche intervenute e che costituiscono oramai gli elementi di equilibrio del sistema, è una possente forza distruttiva, tendente a disarticolare gli equilibri esistenti nel sistema, tali da alterare quelle linee di forza e quindi il riposizionamento quanto meno alla periferia del sistema.

 

L’intera società è, così, inchiodata da tale tentativo disperato con uno spreco immane di energie, forze, tempo e lacerazioni.

 

Questa classe approfitta, cioè, delle posizioni di forza acquisite nel corso di alcuni secoli quando la sua funzione era di stimolo al progresso della società umana, quando cioè costituiva effettivamente la centralità. Nel corso del tempo a partire dal 1848 è venuta perdendo progressivamente tale centralità, perdendola prima ( 1917-1930 ) ed espulsa infine ( 1970 ).

 

Essa tendendo, per esempio, a legittimarsi sul piano del consenso ha teso a diffondere ed affermare una linea culturale avente al centro la centralità dell’impresa e delle qualità dell’imprenditoria sintetizzate nella figura ideologica, e quindi mitica, del manager, della managerialità, del decisionismo con tutti gli archetipi e stereotipi consequenziali.

 

Una fugace scorsa evidenzia tutta la pateticità di tale propaganda, avvertendosi da subito e con immediatezza tutta la estraneità al mondo reale, alla vita quotidiana degli uomini.

 

Quella teoria esasperata della centralità dell’individuo, decisiva per tutto il periodo 1400-1789, è oggi patetica, buona nel Seicento per l’epoca dei Robinson Crosoue , ma decisamente fuori luogo nell’epoca dell’informatica e senz’altro di cattivo gusto.

 

La impone con la forza in virtù di quelle posizioni acquisite nel corso dei secoli quando svolgeva un ruolo di propulsione della vita materiale e spirituale degli uomini, dopo aver trasformato lo Stato prima in suo Comitato d’Affari ed ora a puntello ideologico delle sue nostalgie e delle sue proiezioni mitiche. E così quell’autoalienazione, di cui parlano Marx ed Engels, che fin qui ha costituito la legittimazione della sua funzione, diviene mito e quindi ostacolo per essa stessa nell’intellezione dei processi reali, inchiodandola a quella sua posizione out e confermandone, nel contempo, tutta l’estraneità dalla società degli uomini.

 

La impone a scapito di gravi lacerazioni nella coscienza civile degli uomini.

 

Per imporla lavora per accreditare le più deleterie teorie, rimestando nei peggiori immondezzai della storia e scavando nelle paure e nei timori che un tale processo di transizione, logicamente e naturalmente comporta, giungendo fino a scavare fossati ed eccitare la scissione e l’opposizione tra diverse generazioni, semina odio, rancori, acredine, sfiducia, paure. Specula, al fine di scavare fossati, sulle naturali ed ovvie incertezze del futuro, proiettando immagini e scenari apocalittici; rimestando infine tra idee e teorie del passato, tra la peggiore letteratura del passato, riponendole al centro, cercando di darvi una qualche dignità; vestendosi, infine, a festa delle peggiori idee e teorie del passato e finendo per stringersi in un abbraccio mortale con queste.

 

Sul piano economico e dei processi produttivi è sotto gli occhi di tutti la pervicacia, l’ostinazione ottusa di voler perpetuare metodi ed organizzazione del lavoro che siano in grado di garantirle il solito ‘ profittarello’, che poi, ed in verità, è costantemente contratto proprio dallo sviluppo scientifico e tecnologico, che essa cerca di ostacolare, frenare, deviare, ridimensionare, al fine di farlo entrare entro la cruna dell’ago del solito ‘ profittarello’ e, poi, quelle poche gocce che riesce con la violenza a far passare per tale cruna, ma il cui prezzo è la distruzione di quanto non passa, costituirebbe nella sua logica distorta ed asfittica la sostanzialità che legittima quei metodi e quell’organizzazione del lavoro, che riescono in qualche modo ancora ad armonizzarsi con il suo ‘ profittarello’. Giunge così, e definitivamente, al capolinea, ove l’ideologia si fa realtà, ove la proiezione mitica dei propri desideri vuole essere la realtà ed il cui unico mezzo è la violenza per imporre tale processo ideologico e non più reale.

 

Il problema di sviluppare, innanzitutto, una concezione ampia, poderosa, poliedrica in grado di intelligere tali problematiche è decisivo.

 

Questa transizione, assolutamente inedita, richiede che vengano attrezzati nuovi ed inediti strumenti, teorie, categorie tale da configurare tutta un’altra Scienza della Politica.

 

Essa deve essere in grado di combinare:

 

i passaggi tattici dell’oggi: le forme dell’organizzazione del lavoro, la forma dell’economia e della produzione, della politica, dei nuovi livelli istituzionali: europei e trasnazionali e quindi ruoli e funzioni degli organismi politici ed economici ed istituzionali internazionali: WTO, FMI, Banca Mondiale, ONU e le forme di organizzazione della classe: Partito, Sindacato, ecc.;

 

con la transizione di medio periodo: il superamento di quelle posizioni di forza e vincoli e privilegi e posizioni di rendita che ostacolano il progresso;

 

con la transizione generale: il superamento della proprietà privata per la società dei produttori.

 

Opera decisamente immane che per la vastità richiede assolutamente non solo e soprattutto tutta l’intelligenza collettiva della classe, ma anche la più ampia unità di tutte le forze, che di volta in volta, passaggio tattico per passaggio tattico possono essere, e devono essere, raccolte al fine di poter attuare la concentrazione massima dei saperi e delle intelligenze2; ed avendo cura a non lacerare per non pregiudicare i passaggi tattici successivi.

 

Il punto da tener ben fermo è che sino ad ora mai nessuna forza rivoluzionaria si è trovata dinanzi a simili immani problemi, la cui caratterizzazione forte è data dalla doppia transizione: dalla società capitalista e dalla proprietà privata tout court. Sino ad ora le forze rivoluzionarie, e quindi l’esperienza storica a cui attingiamo, ha conosciuto la direzione di una transizione da una società all’altra dentro la continuità della proprietà privata e quindi hanno elaborato una Scienza della Politica per tale altezza dei compiti, che si rivela per ciò stesso assolutamente inadeguata, insufficiente, inefficace ed in definitiva miserrima per le sfide dei tempi. Questo richiede consequenzialmente tutta un’altra Scienza della Politica e quindi tutta un’altra concezione, e teoria, e metodi, e livelli e forme di organizzazione politiche, sociali, istituzionali e quindi nuovi ed altri livelli della democrazia, e quindi forme di lotta e di organizzazione e nuove teorie della tattica e della strategia in grado di rispondere ai problemi della doppia transizione, a quei problemi del combinare i passaggi tat

 

tici immediati con la transizione di medio periodo con la transizione generale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPENDICE

 

 

 

INTERVENTO ALLA CONFERENZA DI POTENZA

 

 

 

Questo è il ruolo che si affida al sindacato nel Patto per l'Italia.

 

Si profila e si organizza un sindacato di tipo particolare che controlla e gestisce insieme allo stato (parte integrante di questo), al governo e alle rappresentanze imprenditoriali, tutte le fasi e i momenti che compongono e attengono al mondo del lavoro.

 

Tutto all'interno dei cosiddetti Enti Bilaterali.In questo senso, ad esempio, si riorganizza il servizio di collocamento, coinvolgendo direttamente le parti sociali, cui si affida la gestione di temi quali:

 

 

 

  1. Incontro tra domanda e offerta; la formazione, la selezione e la ricollocazione; i programmi formativi a frequenza obbligatoria, il lavoro interinale ( che come vedremo assume una valenza particolare ).

  2. I sevizi di orientamento, lo sviluppo delle risorse umane attraverso la scuola e la formazione

  3. La definizione dello stato di disoccupazione, dell'indennità di disoccupazione - i modi per acquisirla e per perderla e dei connessi diritti e doveri dei lavoratori ( misure queste presenti in un decreto legislativo prossimo all'esame del parlamento ).

 

Altre funzioni, ancora, affidate agli istituti bilaterali sono le protezioni integrative (..) e integrazioni al reddito.

 

In materia di Mezzogiorno, le parti sociali vengono a svolgere funzioni quali il controllo dell'effettiva operatività della riorganizzazione dei patti territoriali in materia del Contratto di Programma

 

Programma che verrà adeguatamente finanziato …definendo con le parti sociali procedure e attribuzioni anche a partire dall'esperienza della Programmazione negoziata;

 

ancora sulla “ legge obiettivo” e le opere individuate.

 

Inoltre competenza diretta del sindacato saranno le verifiche specifiche con riferimento agli investimenti infrastrutturali, all’utilizzo dei Fondi Strutturali, agli strumenti di incentivazione,

 

all’attrazione degli investimenti; al risanamento ambientale e alla sicurezza del territorio.

 

Ma ancora.

 

A questo sindacato si affidano le funzioni di servizi ispettivi per il controllo delle collaborazioni fittizie , così come il controllo periodico sulla permanenza nello stato di disoccupazione (..riordino degli incentivi.

 

Questione analoga è quella sul controllo delle forme illegali di lavoro ( il sommerso ), che il governo affida di fatto a istituzioni bilaterali - governo e parti sociali - sostituendosi a istituzioni oggi già presenti l'ispettorato del lavoro e la guardia di finanza ecc..

 

Insomma il sindacato finisce per divenire non più la controparte delle rappresentanze imprenditoriali e dei vari governi, ma parte integrante di questi.

 

Non più rappresentante dei lavoratori, ma assorbita da tutte queste funzioni espressione del progetto e delle leggi emanate dal governo in modo unilaterale.

 

Momento centrale che sigilla questa “ nuova” funzione è la questione del finanziamento.

 

Il sindacato è stato fino ad oggi espressione dei lavoratori iscritti, che ne condividono la linea attraverso l'iscrizione e il sostegno diretto personale e finanziario.

 

L'impressione che invece c'è circa il ruolo del sindacato nel patto per l'Italia, è quella di un organismo finanziato dallo stato stesso che viene di fatto a perdere quel legame con i suoi iscritti.

 

È un sindacato che trova legittimazione materiale e possibilità di vita non nel consenso dei suoi iscritti, ma per il fatto che ricopre un ruolo, istituzionale appunto, previsto dallo stato e riconosciuto dal governo, per il quale si prevedono, fondi e finanziamenti ( indipendenti dall'adesione che quel sindacato ha).

 

Come pure si ricava dal riordino degli incentivi.

 

Al sindacato, come si vede anche dall'elenco sopra fatto delle funzioni degli enti bilaterali, non è affidato un ruolo marginale.

 

Esso diviene, per le funzioni che ricopre in materia di formazione e ricollocazione dei lavoratori nel mondo del lavoro, il passaggio obbligato per un lavoratore che voglia accedere ai corsi di riqualificazione, godere dell'indennità di disoccupazione ed essere inserito nella giostra delle assunzioni.

 

Esso è quindi garantito nella sua esistenza.

 

Così descritto il sindacato pare più orientato a divenire un ufficio statale competente in materia di lavoro.

 

Più simile a quei servizi privati e privato-sociali che stigmatizza il patto per l'Italia ai quali affidare appunto tali materie ( vedi pag.3 paragrafo 3 ) che non alla funzione di contrattazione, specifica del sindacato fino ad oggi conosciuto.

 

Ma non è tutto qui.

 

Condizione fondamentale che consente ad una organizzazione sindacale per poter accedere a questa forma di sindacato istituzionale è la condivisione delle valutazione del governo e dei suoi dictat in materia di programmazione economico - sociale.

 

Ed in questo modo si accettano, ad esempio, modifiche importanti delle forme occupazionali, accettando il “ Contratto di Programma come strumento principale per le nuove politiche di insediamenti produttivi nel meridione” e la sempre più crescente elettività [cos’è? ]dei contratti interinali, a carattere temporaneo, che diviene il carattere principale di impiego della manodopera, senza peraltro accennare alle condizioni e ai diritti dei lavoratori.

 

O modifiche pericolose in materia di licenziamenti, vedi l'articolo 18.

 

E così ancora sull'arbitrato, il sindacato diviene tutto: datore di lavoro, lavoratore e.. giudice.

 

A lui è affidato il compito di ricomporre le controversie o meglio di decidere se e quando farle emergere e come e se ricomporle.

 

Un sindacato espressione sia del singolo lavoratore che del datore di lavoro: una contraddizione in termini, ingestibile.

 

Pesante e negativo è il giudizio sul contenuto di questo patto così come sulla scelta qui operata di accedere ad una forma istituzionalizzata di sindacato che abbandona il suo aspetto principale, la contrattazione, e abbraccia quello di cogestione forzata e subalterna col governo e le parti imprenditoriali.

 

Muore qui il sindacato che fino ad oggi abbiamo conosciuto e si inaugura un percorso che non è nella nostra tradizione e che segna una svolta conservativa nei rapporti tra parti sociali e governo.

 

Quali siano gli effetti sui lavoratori è facile comprenderlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Voi trovate una formulazione chiara di questa problematica e la giustezza del nuovo partito in Antonio Gramsci, intervento alla Commissione Politica del III Congresso del PCd’I, sezione della III Internazionale, ed a cui rimando.

 

2 Va qui ricordata l’intera problematica della transizione sollevata nella relazione sui Compiti della Cultura, tenuta a Teramo nel 1997 inerente, in specifico, la transizione dalla società schiavista alla società feudale, ossia la transizione

dall’Impero romano.