Relazione al 2° Congresso Istituto

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

KARL MARX – FRIEDRICH ENGELS

istcom@libero.it

 

2° CONGRESSO

 

 

DIRIGERE

 

LA TRANSIZIONE

 

 

 

La presente relazione rimanda e presuppone tutto l’elaborato sin qui prodotto dall’Istituto in questi undici anni. In modo particolare:

Genetica,

Scienza Medica,

Centralità Operaia e sviluppo scientifico e tecnologico – relazione di Modena, ott. 2002,

Proclama

Linee Programmatiche, relazione al 1° Congresso, marzo 1997.

La relazione si pone in continuità organica con la relazione presentata ed approvato al 1° Congresso, che è stata confermata appieno dai sei anni trascorsi.

Questo significa che tutto quanto qui non detto, presuppone quanto in tali elaborati è stato detto.

Le Tesi Congressuali per il 2° Congresso sono assunte per intero e costituiscono l’asse della relazione.

La presente relazione è integrata dagli interventi dei Direttori di Dipartimento.

 

 

 

 

 

Napoli, 29. novembre. 2003

Hotel Cesare Augusto.

 

La pesante offensiva del campo imperialista scatenata a partire dal 1984, che ha avuto come suo culmine, ossia il raggiungimento dell’obiettivo strategico che si era prefissato, l’assalto al proletariato e dentro questo l’abbattimento dei paesi socialisti dell’Europa orientale, è finita.

Il blocco sociale mondiale che l’imperialismo aveva unito attorno a sé, per conseguire l’obiettivo strategico, che per programma la spartizione del bottino delle ricchezze dei paesi socialisti ed i lauti profitti attraverso il feroce sfruttamento del proletariato e dei popoli coloniali, si è prima incrinato, crisi dei mercati asiatici del 1996 e poi spaccato, la cui manifestazione netta è il movimento dei contadini di Bovè e quello dei contadini dei paesi coloniali, per andare, poi, definitivamente in frantumi con il movimento NO Global, anch’esso di carattere mondiale, espressione dell’opposizione della piccola e media borghesia delle cittadelle dell’imperialismo.

Unitamente a questo, e base di questo, l’opposizione crescente dei popoli coloniali alla rapina imperialista che ha portato alle importanti affermazioni negli incontri internazionali di Domar, Dohar e poi Cancun.

Questo movimento è espressione del complesso movimento delle classi borghesi: coloniali, piccola e media borghesia, contadini, che si sono staccati dal blocco sociale prima e successivamente hanno iniziato a sviluppare un’opposizione e lotta.

L’assalto al proletariato mondiale avveniva sulla base dell’esigenza, ed illusione, di frenare la crisi capitalistica che precipitava rovinosamente verso la recessione: l’ombra di Wall Street. Essa è stata leggermente ritardata per non più di cinque anni, per scoppiare, poi, ancora più violenta di prima. Nel suo operare violento ha spazzato via l’intero e solido blocco sociale, pazientemente costruito dall’imperialismo per oltre 20 anni. Le forze produttive hanno cioè proceduto alla velocità del fulmine e con la potenza del tuono, nella forma che è loro solita come immane forza distruttiva.

L’assalto al proletariato, pure se ha conseguito un vantaggio momentaneo, ha aggravato le più generali condizioni della riproduzione capitalistica allargata, in modo specifico ha modificato il carattere ed il ritmo della crisi agraria, imponendo così una svolta nello stesso carattere della crisi capitalistica. Ha mostrato appieno la giustezza dell’analisi marxista sul rapporto forze produttive e rapporti di produzione, confermando appieno quanto nel maggio 1992 scrivevamo nel Proclama.

“ La società è irrimediabilmente dilaniata dalla contraddizione che vede opposte le moderne forze produttive ai rapporti di produzione capitalistici dominanti.

La società è irrimediabilmente dilaniata dalla lotta che vede opposta la vecchia società alla nuova società, che già prorompe da ogni poro dell’antico regime capitalistico.”.

Il blocco imperialista si trova, così, isolato nelle colonie ed in difficoltà crescente entro i suoi stessi paesi; inoltre si trova spaccato al suo stesso interno: un asse anglo-statunitense ed un altro europeo e tra i due il Giappone che cerca di inserirsi tra i due per erodere spazi di sopravvivenza.

Essi sono ancora assi e non ancora blocchi.

Le guerre imperialiste hanno costituito, allora, la risposta a tale isolamento: la 1° guerra balcanica

( Albania ), la 2a guerra balcanica ( Kossovo – Jugoslavia ), la 1a e 2a guerra del Golfo, la 1a guerra afgana, la 3a guerra del Golfo. Ma hanno finito per aggravare la situazione, giacché tende ad allargare il fronte e ad estendere una pericolosa linea di guerra, un pericoloso fronte di guerra, che rischia di stringere le potenze imperialiste in un possente anello di accerchiamento, in una tenaglia.

A nulla sono valsi i possenti rivoluzionamenti dei mezzi di produzione, o rivoluzione scientifica e tecnologica, ed ancora meno le feroci scalate ed imponenti fusioni e joint venture.

A nulla sono valsi i feroci rastrellamenti di capitali con l’immiserimento e proletarizzazione di vaste fasce di piccola e media borghesia e la disperazioni dei piccoli e medi risparmiatori che si sono visti incenerire in una seduta di borsa decine di milioni e tutta le prospettive della loro vita.

Assoluta impera la legge scoperta da Karl Marx sulla caduta del saggio medio generale del profitto, determinata dalla divaricazione crescente tra il capitale costante ed il capitale variabile.

Ed ancora più assoluta la diagnosi che Marx ed Engels hanno formulato nel lontano 1848:

“ Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi.”.

La pesante e feroce accelerazione della penetrazione capitalistica in Africa, Asia, America Latina ha determinato la disgregazione di quel tessuto di classi che aveva consentito fin qui di operare per mantenere distinto il movimento di lotta di classe del proletariato da quelli dei popoli coloniali. Distruggendo la borghesia nazionale ed impoverendo la compradora si ritrova in questi paesi con cricche di potere che non hanno alcuna forza, se non quella delle armi dell’imperialismo ed esse stesse assai poco fidate, oscillanti da un campo all’altro, perché esse stesse minacciate nella loro posizione di privilegio. La tendenza in atto in questi paesi diviene sempre più sostituire il personale locale con quadri delle cittadelle dell’imperialismo, instaurando feroci regimi di colonialismo puro, unitamente alla lotta feroce che i vari paesi imperialisti si fanno in ciascun singolo paese ed in ciascuna singola zona di ciascun singolo paese per la spartizione del territorio.

Lo sviluppo di un proletariato locale, anche se i processi produttivi avvengono con macchinari arretrati degli anni Sessanta-Settanta ed a volte anche con quelli degli anni Cinquanta, salda la lotta del proletariato dei paesi imperialisti con quella del proletariato di questi paesi, ponendo ovviamente problemi nuovi. Ma qui rimandiamo alla relazione di Modena.

Il risultato, il fenomeno più appariscente di questo processo, sono poi le lotte fra cricche di potere diverse, le altalenanti cricche che si succedono in questo o quel paese da una parte e l’esodo biblico di popolazioni da questi paesi verso le coste del Mediterraneo. Il movimento di tale massa di uomini e donne è il risultato di quella penetrazione capitalistica che ha distrutto il precedente tessuto economico, ossia la precedente struttura basata sul mercato locale e regionale, e gettato al rango del proletariato milioni di contadini poveri, artigiani, semiproletariato che prima in quella economia locale trovavano ancora un pezzo di pane per non morire e che adesso prendono la via dell’emigrazione.

Per la comprensione corretta di questo processo, legato al più generale processo del mercato del lavoro, resta ancora il testo di Bucharin, “ Economia mondiale e Imperialismo”, che costituisce la base su cui Lenin elaborerà il suo scritto “ L’Imperialismo”, venendone così di fatto a costituire la parte prima del lavoro di Lenin, L’Imperialismo. Il lavoro di Bucharin va ovviamente sottoposto ad indagine e rielaborato alla luce delle condizioni nuove, ma sono tracciati bene lì i principi generali e le linee tendenziali generali di sviluppo del processo.

Tutto questo ha, allora, determinato la fine della possente offensiva capitalista e le condizioni oggettive per una nuova grande ripresa, e successivamente offensiva, delle forze del cambiamento ed in primo luogo della lotta di classe del proletariato.

Gli anni 1999-2003 hanno visto il crescere di questa nuova ripresa. Ha superato la difficile fase di transizione tra cessazione dell’offensiva nemica ed inizio della ripresa, per presentarsi oggi in tutta la sua potenzialità offensiva.

La fase di transizione, che è la fase più difficile e delicata di tutto il movimento di lotta, pur se superata, per il modo spontaneo e non organico con cui è stata superata, lascia in eredità problemi, che caratterizzano, poi, il modo di come tende a dispiegarsi la potenzialità offensiva.

Si tratta allora di ben intendere la natura oggettiva di questa fase di ripresa e poi di offensiva generale, comprenderne bene i vari momenti contraddittori che la compongono e le diverse fasi che la compongono e quale sia il movimento contraddittorio tra questi, i nessi e le interconnessioni che determinano il movimento reale e concreto del processo.

Quella che si presenta alle soglie del XXI secolo è la più complessa ed ardita fase di transizione, mai verificata nella storia degli uomini, dinanzi alla quale tutta la precedente esperienza può apportare assai poco. E’ assolutamente inedita e richiede strumenti assolutamente inediti.

E’ assolutamente inedita e richiede giganti del pensiero in grado di elaborare e formulare mezzi, forme, teorie ed idee inedite. Solo una classe può adempire ad un tale compito e formare i quadri adeguati: una classe che per le sue condizioni oggettive non ha interessi particolari in questo o quel modo di produzione, in questa o quella lettura parziale dei processi e le cui condizioni di vita lo proiettano con forza naturale come forza mondiale, planetaria. Questa classe è il proletariato mondiale. In tutta una fase iniziale esso dovrà ristrutturarsi al suo interno, formare nuovi quadri e formarsi esso stesso per i compiti inediti che gli stanno di fronte. In Scienza della Politica e Centralità Operaia abbiamo affrontato alcuni di questi tempi ed a cui rimandiamo.

La fase che si apre dinanzi a noi sarà una lunga fase, che attraverso alti e bassi, passi indietro ed in avanti, pesanti sconfitte e sfolgoranti vittorie, con rapidi e violenti capovolgimenti di fronte si chiuderà con la transizione dalla società capitalista a quella socialista.

E’, cioè l’epoca aperta dalla Rivoluzione d’Ottobre, che dopo la fase della spinta propulsiva e l’esaurimento di questa, correttamente evidenziata da Berlinguer, ha attraversato un lungo periodo di assestamento e nuova accumulazione quantitativa di fase – per una comprensione di questo concetto e del rapporto accumulazione quantitativa di fase e rottura rivoluzionaria, rimandiamo a Processi della transizione – ed oggi si presenta nella sua seconda fase di nuova offensiva.

In questa lunga e complessa fase, qualsiasi evento, qualsiasi movimento di opposizione, si risolve comunque e sempre come funzionale alla fase di offensiva del proletariato, dentro cioè il più generale avanzamento della lotta di classe per il socialismo.

Ovviamente non basta che esistano le condizioni oggettive, se non si costruiscono le condizioni soggettive, ossia una teoria ed una tattica all’altezza delle sfide dei tempi e dei quadri sulla base della teoria e della tattica elaborati.

Si tratta allora di ben intendere la natura ed i limiti della fase offensiva che si dispiega.

Essa si inquadra, ed è tutta dentro, la più generale fase di transizione da una società all’altra e ne costituisce il momento finale e risolutivo. La sua durata è data dall’azione soggettiva del proletariato, e quindi dai suoi quadri e dalle capacità della classe della borghesia di attrezzare strumenti di difesa; la capacità di attrezzare una linea bunkerizzata1 dall’assalto delle moderne forze produttive e dalla capacità del proletariato, e quindi dei suoi quadri,di saper costruire cunei in questa salda linea bunkerizzata: l’equilibrio complessivo di questo movimento complessivo determina la durata della fase, la qualità della fase e le fondamenta della nuova società.

Occorre ribadire, e tenere ben fermo, che in questa fase qualsiasi sconfitta anche “ epocale”, qualunque rapido e rovinoso capovolgimento di fronte , tale da far sembrare persa qualsiasi prospettiva ed il futuro senza sbocco, sul lungo periodo esse si riveleranno unicamente come assestamento, diverso riposizionamento delle forze, un prendere fiato, o accumulazione quantitativa di fase.

In queste particolari fasi, che hanno caratterizzato tutte le fasi di transizione da una società all’altra – rimandiamo qui a “ Processi della Transizione”,il movimento è contraddittorio, confuso e nelle forme più immediate si può presentare come forte riaffermazione di vecchi e decrepiti principi, idee e valori nella coscienza degli uomini. Essa in realtà si rivelerà come potente processo carsico, che prorompe all’improvviso alla superficie, dalle più profonde viscere della terra per imporsi con la velocità del fulmine e la potenza del tuono. Il processo carsico costituiva, cioè, il delicatissimo movimento di consolidamento delle nuove forze produttive e delle nuove forme della nuova società, che ha scavato nel profondo della fondamenta dell’ancient regime, ed attuato un lento e possente processo di disarticolazione molecolare dell’intera e complessa struttura.

Il processo si fa per mille e sconosciute forme e modi e tempi.

La fase si presenta, infine, come divaricazione parossistica tra la sviluppo delle forze produttive che marciano nella direzione del dissolvimento dei vecchi rapporti di produzione e la coscienza degli uomini, ed i più immediati aspetti fenomenici, in una direzione diversa ed a volta in netta rotta di collisione. E’ stata questa, per esempio, la fase tra il VI-IV secolo ac, quella del 1500-1750.

Si caratterizza sul piano immediato come stadio di acuta crisi di offuscamento totale delle prospettive e della coscienza degli uomini che si sviluppano nell’immediato in direzione diverse dalle forze produttive ed a volta anche in netta rotta di collisione. La coscienza degli uomini è la manifestazione della forma che prende la lotta che l’ancient regime conduce contro le moderne forze produttive a livello del controllo del consenso, al livello dell’egemonia.

Lo sviluppo delle forze produttive, in assenza di una direzione razionale che solo la società dei produttori può essere in grado di dare, procede in maniera disordinata, disorganica, scardinando ora questo ora quel punto delle antiche certezze, ma essendo nella fase dello sviluppo iniziale non sono in grado di indicare un quadro referente complessivo, non sono in grado di tracciare le linee del loro approdo, tanto che può capitare, che tale loro procedere tumultuoso può incontrare ostacoli e opposizioni, anche da parte di chi crede in tal mondo di favorire lo sviluppo e l’avanzata delle nuove forze produttive e dei nuovi rapporti di produzione, finendo, poi, per impattarsi con tale realtà ed esserne spazzato via.

In “ Genetica” abbiamo trattato questo aspetto e lì rinviamo.

Questo procedere delle forze produttive crea nella coscienza degli uomini il terrore del salto nel buio, facendo loro preferire il certo per l’incerto, accentuato anche da battute d’arresto delle nuove forme della società nuova. Nasce da qui quella scissione parossistica, che si indicava, già, nel maggio 1992 nel Proclama:

“ Si affermano linee e tendenze, concezioni e teorie irrazionalistiche, che si imperniano attorno al misticismo, con forme non secondarie di fanatismo religioso e settarismo dottrinario, che avvelenano le coscienze degli uomini, delle donne e dei giovani. Ma la coscienza civile e culturale degli uomini del 2000 è una coscienze materialista, per cui si tende a presentare queste teorie e concezioni sotto una veste scientifica al fine di darvi razionalità e sostanzialità teorica: di qui le più acrobatiche mistificazioni, le più sofisticate manipolazioni delle più elementari verità e dei più elementari dati. Tutto questo comporta – e la vita civile, sociale e culturale di quest’ultimo decennio è lì a comprovarlo – un imbarbarimento nella cultura, nella ricerca scientifica e negli stessi rapporti tra gli uomini. […]. La classe dominante dinanzi alla pesante crisi che oppone le forze produttive ai rapporti di produzione capitalistici arretra, abbandona le sue più radicate convinzioni e nel tentativo disperato di difendere la sua proprietà privata si dà in braccio a quelle teorie irrazionalistiche che più e meglio le consentono di resistere all’assalto delle forze produttive per una nuova società.”

Il problema allora di intelligere, di comprendere, il movimento oggettivo delle forze produttive e dirigere tale processo, contrastando le classi dell’ancient regime e sostenere i nuovi livelli della coscienza degli uomini: in una dirigere la transizione, è decisivo.

La fase attuale della ripresa contiene due momenti:

uno quello di controffensiva per ricacciare indietro il nemico e riconquistare il terreno perduto ed avanzare su nuove e più avanzate posizioni, che è quello che noi viviamo e vediamo.

E questo costituisce l’aspetto immediato, un muoversi ancora e tutto dentro l’offensiva capitalistica, entro i quadri della compatibilità dello status quo;

l’altro quello di coniugarsi dentro la più generale epoca della transizione, dentro il più generale movimento oggettivo delle forze produttive, divenendo espressione ed interprete di tale movimento.

I due movimenti non tendono per loro natura, se non nel più generale processo storico, a confluire; e meglio il primo momento per sua natura non tende a convergere sul secondo, ma ad esaurirsi in sé e quindi tende a produrre una teoria ed una tattica esaustiva in sé.

Lo stato della sinistra, delle sue teorie, idee e programmi è esattamente questo muoversi entro i confini ed ambiti di questo primo movimento. Nasce da qui la visione di meglio definire i termini del presente status per una sua restaurazione, per ripristinare, cioè, le conquiste sociali, civili, istituzionali, culturali degli anni Sessanta-Settanta. Ecco allora i limiti delle proposte, lo stato di difficoltà, di impaccio, di eterno oscillare di posizioni e conseguente produzione teorica atta a legittimare questa o quella posizione. Ecco, allora, quel formulare vago di proposte e l’appello volontaristico ad una unità, ad un coordinamento di sforzi.

Le condizioni più generali raggiunte dalle lotte di classi, lo sviluppo delle moderne forze produttive richiedono altri scenari, altri e più ampi orizzonti e coordinate, che non quelli degli anni Sessanta-Ottanta, che non quelli che costituiscono, invece, il sostrato profondo dell’intera sinistra.

Questo comporta la controffensiva per riconquistare il terreno perduto richiede altri ambiti in mancanza di essi esaurirà ben presto tutta la sua forza propulsiva fino ad isterilirsi.

La stessa riconquista del terreno perduto può avvenire solo nella misura in cui tale movimento sfocia nel secondo, sfocia nel più generale movimento del dirigere la transizione.

Uno spaccato reale è dato dal Forum dell’8 e 9 novembre 2003 a Roma, ove erano presenti tutte le forze della sinistra ed agli alti livelli: e quindi test attendibile.

Il dibattito non si è schiodato da generali affermazioni sulla necessità dell’unità della sinistra, ma già l’orizzonte entro cui tale unità viene perseguita: divenire maggioranza di governo, è limitato, anche se può costituire momento tattico, ma solo se esiste un referente generale, un programma ed una strategia. Un intervento ha fermato la necessità di una formulazione più attenta.

Quando però il dibattito ha cercato di muoversi su un terreno concreto ha mostrato appieno i suoi limiti. Il ragionamento è stato, infatti, sviluppato tutto entro i precedenti àmbiti degli anni Settanta e si è articolato sui modi, le forme ed i tempi per il ripristino di quel welfare, quale punto del programma della sinistra al governo.

Ora il welfare degli anni Sessanta-Settanta costituisce una risposta valida in quelle condizioni, in quegli equilibri politici interni ed internazionali, in quel livello dello sviluppo scientifico e tecnologico, in quelle condizioni in cui avveniva il processo produttivo, la produzione della ricchezza sociale dentro cui quel welfare costituiva una delle forme, certamente tra le principali, della ridistribuzione della ricchezza sociale prodotta. Quel welfare si inquadrava entro una ben precisa cornice, dentro una ben precisa concezione della società e del rapporto tra gli uomini.

E’ ancora riproponibile?Sono rimaste inalterate quelle condizioni e quel quadro?

Ed a ben vedere noi siamo già andati ben oltre quel welfare, ne abbiamo assimilato appieno i limiti e prospettato linee più avanzate, linee di sviluppo superiori: il progetto Meidner, il progetto Meidner-Olaf Palme, elaborato dalla L.O., il sindacato svedese, e dalla socialdemocrazia svedese sul finire degli anni Settanta.

Non diversamente la tematica del Lavoro.

Essa non può essere letta ancora entro i quadri concettuali degli anni Sessanta-Settanta. I processi produttivi, lo sviluppo scientifico e tecnologico- rimandiamo qui alla Conferenza di Modena – hanno determinato profonde modifiche e modificato il quadro referente generale entro cui avviene il lavoro, la produzione della ricchezza sociale, il rapporto capitale-lavoro, il comando del capitale sul lavoro, il rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione. Eppure contributi importanti vi sono stati, in modo particolare D’Antona ha fermato in modo lucido il nuovo scenario:

Il lavoro se ne va, ma la società è più ricca.”.

Certamente in assenza di un nuovo scenario, di un nuovo quadro concettuale, la battaglia può svilupparsi entro i limiti della precedente cornice. Ma porterà prima o poi ad una empasse, giacché i limiti emergono.

Si tratta di comprendere che le nostre difficoltà nascono da questi ritardi, da questo nostro persistere di muoverci ancora entro precedenti àmbiti, pur vincenti e che ci hanno fatto avanzare, che consentono alla borghesia di tenerci inchiodati all’angolo e presentarsi lei come rinnovatrice.

Ma quel rinnovamento è in realtà un’autentica restaurazione reazionaria, giacché è la borghesia che impossibilitata a dare sviluppo alle forze produttive, tenta disperatamente di imporre le vecchie condizioni del lavoro degli anni Cinquanta, come momento per imporre lo status dei primi dell’Ottocento. Ma i nostri ritardi ci impediscono di inchiodare la classe della borghesia a tali sue difficoltà, consentendole nel contempo di presentarsi come innovatrice.

Gli sviluppi raggiunti dalla scienza e dalla tecnica proprio negli ultimi 25 anni consentono di delineare scenari produttivi, sociali, civili assolutamente nuovi e quindi un nuovo e più avanzato welfare, un nuovo e più avanzato lavoro.

Ma si tratta allora di abbandonare in toto il vecchio quadro concettuale.

Quello di “ un altro mondo è possibile” non è assolutamente in grado di darci un nuovo quadro concettuale. Esso si muove ancora tutto dentro il letto della precedente visione. Cerca non il superamento del precedente, ma le compatibilità del nuovo con quel vecchio, finendo, così, per rimaneggiarlo qui e là, creando da un lato l’illusione dell’alternativa e dall’altra inchiodando la sinistra nella situazione di empasse in cui si trova.

Lo sviluppo possente e tumultuoso ed assolutamente imprevedibile delle moderne forze produttive è incompatibile con quel quadro concettuale delle compatibilità. Richiede invece un altro, in grado non di dirigere il quotidiano, bensì la possente fase di transizione.

Si tratta, allora, di dispiegare appieno le forze in quadro strategico nuovo, che ponga al centro il lavoro ed il mondo del lavoro, in opposizione netta con la centralità dell’impresa e del mercato, in grado di dirigere questa delicata fase della transizione.

Sul piano teorico occorre condurre una battaglia per le idee su tre punti strategici:

1. centralità del lavoro e del mondo del lavoro, in opposizione alla centralità dell’impresa e del mercato;

2. centralità della concezione e cultura materialiste;

3. modernità e necessità del Socialismo.

 

1. Centralità del Lavoro.

Per quanto attiene una presunta centralità dell’impresa e del mercato, esiste in merita una diffusa mentalità tra i quadri, tra i lavoratori e tra i comunisti stessi, che accredita ed avvalla, in vario modo ed a vari livelli, una qualche validità teorica e pratica all’impresa, all’iniziativa privata ed affida al mercato un ruolo di garante della democrazia e dei valori di libertà e di democrazia. Questa mentalità diffusa finisce per proiettare una realtà mitica, totalmente falsa e deformante del modo concreto nel quale avvengono i processi produttivi. In sostanza recepisce e fa propri i valori e le proiezioni mitiche della classe della borghesia, ossia dell’autoalienazione della classe della borghesia.

Nella realtà economica non agisce affatto la singola impresa, il singolo imprenditore e non esiste in alcun modo il rischio di investimento, l’anticipazione di capitali, ecc. ecc. ecc. e tutte le favole ed i miti che la più smaccata propaganda elettorale della classe della borghesia va mettendo in giro.

Rimandiamo qui a lavoro “ Tendenze del capitalismo mondiale 1980-2000”.

Il processo di concentrazione monopolistico è giunto ad un tal livello che non più di 10 mila famiglie controllano l’80% di tutta la ricchezza mondiale: materie prime, produzione, finanze, distribuzione. L’integrazione e la trasversalizzazione dei vari gruppi monopolistici ha comportato il superamento della struttura in trust, sindacato e cartello, analizzato da Lenin e mantenutosi sostanzialmente fino alla 2° guerra mondiale, e la sua evoluzione nella holding.

La struttura del FMI e della Banca Mondiale, sorti all’indomani della 2° guerra mondiale, ha accelerato e spinto ad un alto processo di concentrazione dei capitali finanziaria e quindi ad un controllo molto stretto sull’economia dei singoli paesi a livello planetario.

Si ha così che queste holdings non sono che un centinaio in tutto il mondo.

Singole holdings hanno un fatturato che supera il bilancio statale di interi paesi imperialisti messi assieme: Francia, Germania, Italia, Giappone, ecc. ed alcune che superano il bilancio statale degli Stati Uniti. Sono esse le vere ed uniche padrone del mondo. L’intera amministrazione Busch è totalmente controllata da alcune holdings, quella del petrolio ha la sua ex amministratrice nel governo. In tali condizioni la singola impresa non ha alcun ruolo o funzione, la sua attività è determinata dalle holdings ed in realtà si configura, quando non lo è direttamente, quale succursale, filiale delle holdings: sono queste che decidono la vita o la morte di tale impresa controllando le materie prime, le finanze mondiali, la catena di distribuzione. Consequenzialmente non ha alcun senso parlare di mercato, libertà del mercato libera iniziativa privata. Il mercato è totalmente drogato e totalmente sotto il controllo di queste holding, ma questo lo aveva già indicato Lenin. Quello a cui si assise è, invece, la lotta mortale di queste grandi holdings per la spartizione di fette di mercato.

Esse hanno totalmente asservito i governi degli Stati nazionali, li controllano e appropriandosi delle entrate fiscali ed altri beni e ricchezze di questi Stati portano avanti le loro iniziative capitalistiche.

Scaricano sugli Stati nazionali i costi della ricerca e tutto quando non conviene loro sostenere, ma poi razzolano a man bassa quelle imprese statali più redditizie. Avendo sottomesso gli Stati nazionali tramite leggi si creano particolari condizioni di vendita, si fanno affidare settori della vita dello Stato in appalto o attraverso cosiddette azioni di privatizzazioni si impadroniscono delle ricchezze in quei settori particolarmente ghiotti: forniture di elettricità, dei trasporti, sanità, ecc.

Adesso queste grandi holdings hanno puntato la loro attenzione sui beni artistici degli Stati: monumenti, immobili agrari ed urbani, pinacoteche, ecc. al fine di potersi sviluppare nel settore del turismo e gestire in primo i lauti incassi. Nuova idea geniale di questo capitale monopolistico è quello di farsi affidare dagli Stati l’incasso delle tasse: per l’anno 2004 gli introiti delle tasse di uno Stato è per esempio 1000, lo Stato al costo di 800-750lire, che incamera ad inizio anno, consente ad una finanziaria o società ad hoc di incassare gli introiti dell’anno 2004. Si torna così alle gabelle ed ai gabellieri di spagnola memoria. Questa autentica spoliazione e rapina va sotto il nome di cartolarizzazione. Queste grandi holdings prima hanno impoverito e rapinato gli stati nazionali, innalzando il debito pubblico, che è determinato dal loro scaricare su tali stati le loro difficoltà e spese, poi hanno fatto incetta dei titoli di stato che consentiva loro di avere il controllo di questo debito pubblico, adesso attuano la spoliazione e spartizione del bottino delle ricchezze dei singoli stati nazionali. Marx in “ 18 Brumaio di Luigi Bonaparte” analizza bene il feroce meccanismo che consente ai capitalisti di guadagnarci tre volte sul debito pubblico e di come essi si sforzino per allargarlo sempre più. Da questo punto di vista quindi: niente di nuovo sotto il sole.

Da questo punto di vista quindi non ha alcun senso parlare di libera iniziativa o del capitalista che rischia i suoi soldi: quello che rischia sono le risorse, le entrate e le ricchezze degli Stati Nazionali che ha asservito.

Il controllo totale ed assoluto del mercato da parte di queste grandi holdings determina l’esistenza di prezzi di cartello: una merce, indipendentemente da chi la produce, ha un unico prezzo di vendita, che è un prezzo di monopolio. La guerra commerciale avviene, infatti, su altre questioni: premi, concorsi, optional, ecc. Ed essa interessa sia le singole holdings che assi imperialisti, come la guerra commerciale in atto tra Usa ed Europa, Usa, Europa, Giappone.

Le contraddizioni interimperialistiche nascono da questa lotta feroce che questo centinaio di holdings conducono per accaparrarsi fette di mercato e quindi per garantire ciascuna a se stessa un profitto a danno di tutte le altre e contro cui ciascuna conduce una lotta mortale per cacciarla dal mercato, scalarla, controllarla, sottometterla.

Si tratta qui di ben comprendere, sia pure per sommi capi, la struttura di una holding, per comprendere come essa è in grado di attuare una rapina su tutto il pianeta in maniera coordinata.

Innanzitutto esso produce e controlla la produzione di molte merci ed ha il controllo di centinaia e migliaia di imprese attraverso la compartecipazione azionaria, oltre al fatto che ha il controllo delle banche, che usa in maniera lecita ed “ illecita” per sottometterle, scalarle, ecc.

Essa è divisa in sezioni: produzione, ricerca, finanzia, distribuzione, materie prime.

Ciascun settore controlla più branche di questa: la produzione interessa molte merci, la ricerca lo stesso e così la distribuzione e marketing, e le altre.

La sezione finanza per esempio ha il compito di procurare capitali per la ricerca, per la produzione, per il marketing; la ricerca ha il compito di studiare innovazioni in grado di abbassare il costo di produzione, ecc. L’azione di ciascuna singola holding è il Pianeta.

Vediamo l’azione della sezione finanza.

L’India viene messa in condizioni di dover ricorrere alla Banca Mondiale o al Fondo Monetario Internazionale per attuare uno sviluppo di alcuni settori al suo interno a tal fine le vengono concesse prestiti a tassi variabili. Il governo indiano quindi decide al fine di incoraggiare gli investimenti al suo interno di attuare dei prestiti e sovvenzioni agli investimenti ad un tasso molto basso, diciamo del 1,5%. A questo punto interviene la sezione finanza della holding, essa era da prima a conoscenza di tutto questo movimento del governo indiano, quando non è stata essa stessa a spingere il governo indiano a porlo in essere, e se non questo tramite il FMI e la Banca Mondiale suoi consiglieri presenti in tali organismi hanno sponsorizzato il prestito. La sezione finanzia tramite sue filiali in India rastrella oltre l’80% del capitale messo a disposizione dal governo indiano, mettendo fuori gioco le imprese nazionali, giacché quella filiale in India è di certo più solida, dà garanzie più solide di restituzione del prestito. In questo modo la sezione finanzia rastrella in India ed in tutte le altre parti del mondo capitali che poi indirizza ad altri fini, quelli che il Consiglio d’amministrazione della holding decide: ma il suo scopo di rastrellare fondi per la holding a basso costo l’ha raggiunto.

Il problema per tale holding di essere ben salda nel governo dei principali stati imperialisti presenti in India, nel nostro caso, è la condizione fondamentale per attuare questo rastrellamento.

La sezione ricerca si salda con la ricerca di vari Stati nazionali, indirizzandola secondo i suoi interessi e le sue esigenze e quindi scarica su tali Stati nazionali costi per la ricerca che dovrebbe supportare la holding. determinando una divisone internazionale del lavoro nel campo della ricerca, nel nostro caso. Questo comporta di fatto un abbassamento del costo della merce prodotta sulla base di tali ricerche: la merce, cioè, contiene in sé anche frazione del costo della ricerca che si è dovuta sostenere, ma la holding non ha sostenuto spese in tal senso se non in minima parte, per cui si appropria di un valore che la merce incorpora, quello inerente la ricerca nel nostro caso, innalzando così il profitto. Tutta la storiellina che la Moratti va raccontando circa la riforma universitaria, il mercato regionale, l’assist ricerca-mercato, ecc. ecc. altro non è che la costruzione di questo saldo cordone ombelicale che asserve la ricerca alle grandi holdings.

Ed infine. Quando essi parlano di libertà dallo Stato, essi non chiedono affatto una minore presenza dello Stato nell’economia, senza la quale queste holding non potrebbero esistere neppure un minuto, parlano unicamente di meno Stato nel welfare; ossia un utilizzo più vasto ed a tutto campo delle ricchezze dello Stato ed una loro presenza in questi campi che lo Stato abbandona. La storiellina dei fondi pensioni, ecc. è l’abbandono di questo settore da parte dello Stato e l’ingresso delle holding in questo ricchissimo settore; non diversamente da quella circa il mercato, il collocamento e la libertà del singolo lavoratore di essere liberato dalla dittatura del collocamento per una sua libera scelta, altro non è che l’abbandono dello Stato da questo campo e l’ingresso di queste holdings che tramite agenzie interinali rastrellano un profitto parassitario, dato dall’incombenze che trattengono sul salario del lavoratore per l’assistenza prestata per la sua andata al lavoro.

Muoiono qui tutte le teorie sull’impresa, il mercato regionale, la libera iniziativa, ecc.

L’impresa, sia pure la holding, ha una visione limitata, parziale, angusta, asfittica e tende quindi a imbrigliare lo sviluppo della scienza e della tecnica e della stessa società civile dentro questo angusto orizzonte che è dato dal “ solito profittarello” di quella singola holding, di quel singolo gruppo monopolistico in opposizione e contro a tutti gli altri gruppi monopolistici e holdings.

Ciascuno tende così ad imprimere alla società l’indirizzo del proprio profittarello.

Esiste, cioè, una contraddizione irrisolvibile, antagonista, tra il “ profittarello” della singola holding, delle holdings e lo sviluppo generale della società.

La distruzione dell’ambiente è il risultato di questa contraddizione irriducibile, antagonista.

L’altro elemento da mettere bene in chiaro e che costituisce un mito è quello del mercato, ritenuto garante e base della stessa democrazia, della libera iniziativa, della libertà.

Nella società capitalistica tutte le forme diverse dalla proprietà borghese dei mezzi di produzione vengono ostacolate e viene impedita l’esistenza di tutte le altre e policrome forme di proprietà non basate sulla proprietà privata. La cooperativa, per esempio, è coartata dentro la logica della proprietà privata borghese dei mezzi di produzione e costretta ad agire entro tali àmbiti e dentro tali leggi della proprietà capitalistica pena il fallimento/morte e così tutte le altre forme di proprietà non basata sulla proprietà privata capitalistica.

Il mercato livella non solo in generale, ma livella soprattutto sulla base del punto più alto raggiunto in un determinato momento dal processo di produzione capitalistico della proprietà dei mezzi di produzione: fase mercantile, fase manifatturiera, fase del capitale monopolistico. Nelle specifiche condizioni attuali livella sulla base delle condizioni del capitale monopolistico: le altre società capitalistiche o si attrezzano con una struttura monopolistica o soccombono: i prezzi, le materie prime ed i semilavorati, la distribuzione, ecc. sono determinati dal capitale monopolistico, che in quanto tale stabilisce tutte le regole del gioco del mercato.

E’ il mercato, cioè, che appiattisce la poliedricità, che placca in area il dinamismo del ricambio organico, che tende ad esprimersi per sua natura in mille forme, in quanto risposta ‘ naturaliter’ a quelle specifiche condizioni a quelle specifiche condizioni materiali di quell’area, ecc.; è il mercato, si diceva, che appiattisce imponendo la via, per altro tortuosa, dispendiosa ed asfittica, del modo di produzione consono alla proprietà privata borghese dei mezzi di produzione.

Solo una visione miope può far ritenere che il mercato agisce da regolatore e che la libertà del mercato, la democrazia del mercato sono il motore forte del dinamismo e non vedere che quanto più sono alte la libertà del mercato e la democrazia del mercato tanto più violenta è la repressione di tutte le altre forme e modi di produzione; tanto più impera la Dittatura più sfrenata dell’unico modo di produzione, quello basato sulla proprietà privata borghese dei mezzi di produzione.

Il mercato non è la soddisfazione dei bisogni degli uomini, ma la loro massificazione sulla base del profitto capitalistico. Nella società borghese italiana, per esempio, vi è più bisogno di case, scuole, sanità, previdenza, assistenza che non scarpe Nike, ogm, bombe all’uranio più o meno impoverito, di guerre e di armamenti sofisticati e costosissimi. Il mercato impone alti livelli di disoccupazione, impedisce che nuove ed altre forme del lavoro si esprimano, inchioda il lavoro entro le condizioni sostanziali del modo di produzione capitalistico. Il mercato, la Dittatura del modo di produzione capitalistico, impone che gli sviluppi scientifici e tecnologici nei loro effetti sul Lavoro abbiano l’indirizzo del profitto, l’indirizzo dell’autovalorizzazione del capitale. In concreto lo sviluppo delle moderne forze produttive consente un’altra organizzazione del lavoro, consente per la prima volta nella storia degli uomini la più totale rivoluzione nella vita degli uomini. Consente, cioè, che la vita degli uomini non sia più scandita dai tempi del lavoro, ma i tempi del lavoro venire scanditi dai tempi della vita degli uomini, o come scrive D’Antona “ il lavoro se ne va, ma la società è più ricca”.

E’ il mercato che inchioda tutta la tematica del lavoro negli asfittici ambiti della proprietà privata borghese dei mezzi di produzione; è la dittatura del modo di produzione borghese che impedisce che si esprimano nuove forme di organizzazione del lavoro e della vita degli uomini e quindi un altro rapporto uomo-natura, un altro modo di attuare il ricambio organico uomo – natura. Il mercato determina una così totale, assoluta, dittatoriale deformazione della realtà che nella situazione in cui “ il lavoro se ne va, ma la società è più ricca” la risposta della borghesia mondiale è il prolungamento dell’età pensionabile, giungendo a mantenere in servizio gli ultra sessantenni. E questo al fine di ottenere una contrazione del costo della forza lavoro per la competitività oligopolistica, ossia per ottenere un profitto ed il mercato livella l’intera vita degli uomini entro questi ambiti.

Impresa e centralità dell’impresa,

Mercato e centralità del mercato

si rivelano, così, unicamente forme ideologiche per il mantenimento del consenso al fine di attuare uno sfruttamento brutale e sconclusionato delle ricchezze del pianeta sia naturali che umane.

Lo sviluppo scientifico e tecnologico sino ad ora raggiunto pone invece la centralità del lavoro e la centralità del mondo del lavoro, ossia la centralità dei produttori, giacché essi non sono condizionati da una qualche angolazione di lettura, da interessi particolari che limitano lo sviluppo delle forze produttive, ma i loro interessi materiali coincidono con una lettura a tutto campo ed un dispiegamento alto dello sviluppo non condizionato da interessi, e quindi visioni, parziali, individuali, contingenti, ristretti.

Il problema allora diviene come dare visibilità alla centralità del lavoro ed alla centralità dei produttori. Noi pensiamo che occorre puntare su due idee-forza e scommettere su queste:

Piano per il Lavoro

Alleanza dei Saperi.

La nostra idea è che occorre riprendere l’idea ed il metodo, superandone i limiti e ponendolo in una prospettiva ben più ampia che non quella entro cui è nata, riprendere, cioè, l’idea-forza del Piano per il Lavoro.

Noi pensiamo ad un nuovo grande Piano per il Lavoro in grado di indicare in un quadro generale le linee di sviluppo, le priorità ed i tempi e modi e forme di questo da imprimere alla società.

Un nuovo grande Piano per il Lavoro che costituisca un momento decisivo del più generale compito di dirigere questa transizione, che consenta al quel primo momento di avere uno sbocco, di poter confluire dentro questo.

Si tratta di aprire un profondo dibattito su tale tema in grado di recepire l’intera esperienza del movimento operaio e sindacale italiano ed europeo, ma anche la grande esperienza del movimento cooperativo italiano. Esso richiede una visione a tutto campo del lavoro e del mondo del lavoro.

E qui occorre fermare l’attenzione sulle condizioni nuove nelle quali avviene il processo produttivo, ossia le condizioni nuove nelle quali si pone il rapporto tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.

Lo sviluppo della scienza e della tecnica hanno comportato un più alto livello in cui si attua il processo produttivo con un ruolo maggiore di tecnici, ricercatori, scienziati.

Il nuovo Piano per il Lavoro diviene impensabile sia nella sua formulazione che nella sua attuazione senza la partecipazione organizzata di queste figure.

Nasce da qui l’idea-forza dell’Alleanza dei Saperi.

Su questo si tratterà di aprire un dibattito ed una ricerca ed una sperimentazione in grado di farci individuare per approssimazioni successive la forma e le caratteristiche migliori, più idonee.

Noi qui intendiamo fissare l’idea-forza più generale

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Centralità della Cultura Materialista.

Dirigere questa transizione richiede una particolare ed inedita sensibilità alle questioni inerenti le coscienze degli uomini.

Lo sviluppo tempestoso della scienza e della tecnica comporta una lacerazione profonda nelle coscienze. Idee, teorie, valori, certezze, comuni sentire millenari vengono pesantemente stracciati.

“ Tutte le stabili ed arrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono e le nuove invecchiano prima ancora di aver potuto fare le ossa.”.2 Teorie e pratiche nuove che sembrano segnare una svolta, che sembrano definitive e stabilizzanti nel giro di alcuni anni vengono esse stesse travolte, ridimensionate e nuovi scenari si aprono assolutamente inediti e sconvolgenti.

Si tratta di ben comprendere che con la scoperta del DNA e la fondazione della Genetica, si è chiusa la lunga preistoria dell’Uomo e si è aperta una delicata fase di transizione dalla Preistoria alla Storia degli Uomini.

Tutto un vecchio mondo millenario tramonta, si decompone e con esso tutto il suo complesso, ricco, policromo patrimonio teorico tramonta – come abbiamo indicato in Genetica – ed un nuovo mondo si fa sotto i nostri occhi, pezzo per pezzo, in maniera caotica, disorganica, contraddittoria proprio dei grandi sconvolgimenti epocali, solo che questo è il più grande sconvolgimento epocale in tutta la plurimillenaria storia degli uomini.

A difesa di questo vecchio mondo millenario si ergono tutte le vecchie teorie, le vecchie convinzioni, le vecchie certezze ed i vecchi credi e comuni sentire che si sono acriticamente stratificati nella coscienza degli uomini, tutte le forze, anche le più sopite e moribonde rinascono a nuova vita e scendono in campo mostrando una grande vitalità. Il vecchio mondo nella sua difesa evoca dalle sue viscere più profonde tutte le più recondite e sopite forze. La possente offensiva ad ondate successive spinge forze fino ad ora ostili tra di loro a compattarsi in un solo fascio - Convention di Chicago – minacciate di scomparire per sempre, cercano i più remoti punti di incontro per fare fronte comune e su cui attestarsi per resistere e contrattaccare, senza distinzione di epoca storica, di fedi e credi religiosi diversi: tutto viene gettato nella mischia.

Le coscienze degli uomini sono così rivoltate ripetutamente, lacerate e costrette a misurarsi, a schie-

rarsi, a battersi.

A questo incedere maestoso, ma disorganico il vecchio mondo contrappone le sue solide certezze, il ricco patrimonio teorico che legittima quelle teorie, quei valori, quei credi, quelle certezze ed a cui il nuovo non è in grado, proprio perché tale, di opporre se non il suo incedere tempestoso ed il suo elaborato ancora incerto, incompleto, contraddittorio, le sue sconfitte, i suoi passi indietro.

Il vecchio mondo oppone un’azione cosciente, razionale, coordinata atta a frenare, contrastare il nuovo che avanza, atta a condizionarne gli sviluppi e le interpretazioni dei nuovi sviluppi, atta a linearizzare, ridurre, scomporre, impoverire il nuovo fino a farlo rientrare negli schemi del vecchio mondo, ossia fino a farlo entrare nella misera cruna dell’ago della vecchia concezione, della vecchia teoria, del vecchio sentire comune.

E’ il vecchio mondo che se ne va, che non vuole morire, e si oppone in tutti i modi.

E’ il mondo sorto sulla base della proprietà privata il cui insufficiente sviluppo delle forze produttive ne aveva determinato la nascita e lo sviluppo plurimellanario e che adesso quello stesso sviluppo, che esso stesso ha determinato e sostenuto, non legittima più, avendo modificato quelle condizioni oggettive, che determinavano la necessità della proprietà privata.

Lo sviluppo delle forze produttive nei secoli è proceduto passo dopo passo spostando costantemente quel rapporto Necessità – Libertà fino al punto di aver determinato nuove ed altre condizioni oggettive, che determinano il superamento della proprietà privata tout court ed un nuovo altro mondo, una nuova altra società, la società dei produttori.

E’ il vecchio mondo che se ne va.

La plurimillenaria società basata sulla proprietà privata se ne va, quel vecchio rapporto che legava gli uomini in un rapporto di Necessità con la Natura se ne va. Un nuovo rapporto si delinea all’orizzonte e quindi una nuova società

La sua fine è già segnata, ma resiste.

Dirigere questa transizione significa dirigere anche questo aspetto decisamente delicato.

La battaglia sul piano teorico, la battaglia per le idee, si coniuga da parte del vecchio mondo con la più complessiva forza politica e militare del vecchio mondo. Tutte le figure ed i momenti che trovano la loro legittimazione nel mantenimento della proprietà privata sono spinte a fare blocco.

Il vecchio mondo si trova così nella condizione di essere detentore di una notevole forza distruttiva: materiale e spirituale. Dirigere questa transizione significa disarticolare questa straordinaria forza, come si è accennato nella Conferenza di Modena.

Si tratta, allora, di unite tutto il complesso mondo del lavoro, i produttori, ( Alleanza dei Saperi ) Sul piano teorico, quindi, si tratta di condurre una grande battaglia per le idee su alcune questioni centrali, diversamente diviene difficile procedere, il cui punto cardine è l’opposizione netta alle teorie idealiste, mistiche e religiose.

“ Neghiamo qualsiasi valore sociale, umano, civile all’idealismo ed alle teorie religiose in particolare. Esse sempre si sono opposte con il terrore materiale e spirituale al progresso scientifico e sociale dell’umanità. Esse sono portatrici, invece, del più spietato fanatismo, del più bestiale imbarbarimento dei rapporti tra gli uomini. Sempre nella storia quando queste teorie hanno dominato una società, questa si è caratterizzata per l’individualismo sfrenato, per il servilismo ed il più ottuso oscurantismo culturale, oltre che per il più brutale sfruttamento. Con una pesante cappa ideologica hanno oppresso e violentato le coscienze, giungendo fino agli eccidi di massa più mostruosi ed ai più efferati delitti.”3

Su questo tema occorrerà riprendere tutto l’elaborato teorico del vecchio materialismo, che la sinistra oggi ha velocemente messo da parte, coniugandolo con una serie di risposte articolate rispetto al nuovo elaborato di queste teorie.

Vogliamo fermare qui un aspetto che a noi sembra centrale e sul quale non si può fare alcuna concessione e contro cui occorre sviluppare una battaglia alta.

Si tende ad identificare un credo religioso con la civiltà dell’area in cui tale credo ha avuto un certo sviluppo.

Si parla così di civiltà cattolica per indicare l’europea, di civiltà mussulmana per indicare la vasta area araba: balcanica-asiatica- basso mediterranea. Unitamente a questo si tende ad identificare i valori di questi credi religiosi con i valori ideali degli uomini: fraternità. solidarietà, fratellanza, ecc.

Consolidata esperienza, millenaria, conferma che non esiste alcun rapporto tra civiltà degli uomini e credi religiosi. Consolidata esperienza conferma invece l’opposto e l’erroneità di un tale segno di uguaglianza, giacché i due termini sono inconciliabili, si escludono l’uno con l’altro. Un credo religioso in quanto tale non può esprimere alcuna civiltà degli uomini, ma inciviltà, giacché esso presuppone di essere detentore di una verità alla quale gli uomini a priori devono sottomettersi e questo di per sé porta al blocco dello sviluppo della civiltà e a una sua irreggimentazione.

Non diversamente dal segno di uguale tra credo religioso e valori umani.

Il credo religioso in quanto tale costituisce la negazione dell’Uomo, giacché subordina l’Uomo ad una unità superiore ed estranea all’uomo stesso e da cui tutto dipende ed a cui l’uomo deve sottostare e conformare la sua vita ed il suo pensiero, costruisce cioè un rapporto subordinato e schiavizzante dell’uomo rispetto a tale entità superiore. Questo di per se stesso è già la più totale ed assoluta negazione dell’uomo e dei suoi valori e delle sue alte istanze di conoscenza e di liberazione.

Noi qui non abbiamo preso in esame il ruolo che poi tali teorie della subordinazione svolgono nella pratica sociale, ossia che tali credi religiosi, sempre nel corso di tutta la loro storia, sono state a fianco delle classi sfruttatrici e strumento per far accettare le disumane condizioni materiali e spirituali di sfruttamento. Le attuali teorie tendono invece a far dimenticare esattamente tale ruolo sanguinario e criminale dei credi religiosi e proiettarli in un eterea realtà mistica.

Voler identificare i valori di tali credi religiosi con i più generali valori del convivere sociale degli uomini, che poi le società basate sulla proprietà privata, ossia le società sin qui avutesi e quindi i credi religiosi sin qui avutisi, costituisce un autentico falso. Questi sono valori naturali dell’essere sociale dell’uomo, di cui tali credi religiosi si sono impossessati al fine di dare una veste credibile di accettazione al fine di adescare, corrompere, avvelenare le coscienze degli uomini ed incatenarle nei dogmi, nei fanatismi, nelle verità delle cricche e delle combriccole religiose.

Tali valori hanno un’applicazione esclusivamente entro l’ambito della comunità di ciascun credo religioso, ma non vengono riconosciuti né vengono estesi alle altre comunità aderenti ad altri credi religiosi. Il credo religioso in quanto tale è portatore di verità assolute ed in quanto tale di fanatismo e dogmatismo ed intolleranza materiale e spirituale questo di per sé, ipso facto, annulla, nega qualsiasi valore di socialità, solidarietà, fratellanza. Quando essi vengono applicati a membri di altri credi è solo al fine di conquistarli al proprio credo, ma non costituisce un impianto teorico dei credi religiosi la tolleranza ed il riconoscimento della diversità. Il credo religioso, infatti, in quanto tale persegue l’obiettivo della omologazione di tutti gi uomini a quel credo religioso e ritiene tutti gli altri errati, peccaminosi e quanto fervida fantasia è in grado di inventare.

Al tempo stesso è indubbia che la vecchia concezione materialista non è sufficiente e che essa mantiene tratti irrazionali quale la contrapposizione falsa ed artificiosa tra materia e spirito, ecc.

Essa stessa è parte, assieme a quella idealista, di quel vecchio mondo che se ne va e con esso tramonta anche il vecchio materialismo. In Bioetica abbiamo affrontato questa tematica di come lo sviluppo scientifico e tecnologico determini il superamento di tali vecchie concezioni religiose e la inadeguatezza di tutto il passato pensiero.

Il vecchio mondo che se ne va assieme a teorie e concezioni lascia in eredità teorie, idee, conoscenze e sul piano della teoria più generale lascia la logica formale aristoteliana e la logica razionale, o logica dialettica.

Il problema di un bilancio, di una risistematizzazione teorica in grado di stabilire quali e quanto di queste teorie mantengono ancora una validità in tutto o in parte ed in quale nuovo contesto vengono ad iscriversi si pone con una certa sollecitazione.

In questo campo si affastellano idee e teorie e concetti e categorie scientifiche che si sono nel corso del tempo acriticamente stratificate, determinando una grande incertezza nello stesso prosieguo del cammino della Scienza.

Questo stato di cose determina una molteplicità di coscienze scientifiche, che consente poi a chiunque di giustificare qualsiasi teoria o idea, saccheggiando da questa o quella teoria acriticamente stratificatasi nel corso dei secoli.

Abbiamo avanzato in “ Scienza Medica” e poniamo al centro della nostro attività per i prossimi dieci anni, la grande idea di dare l’avvio ad un nuovo Illuminismo, una nuova Enciclopedie.

Si tende oggi a legittimare il nuovo sulla base del vecchio pensiero, si tratta invece di trascinare tutto il precedente pensiero dinanzi al Tribunale della Ragione, dinanzi alla critica criticante, e lì dimostrare la sua ancora validità o precipitare nel mito, nella superstizione, nel passato pensiero.

E’ questo il passaggio obbligato perché un nuovo materialismo possa svilupparsi saldamente, quale nuovo livello ed espressione del nuovo livello della Scienza: un nuovo materialismo per una nuova società, che sappia coniugare ai nuovi livelli il binomio inscindibile materia-spirito, che sappia esprimere una nuova e più alta logica, che non la logica formale aristoteliana rivelatasi impossibilitata ad esprimere e contenere i nuovi sempre più avanzati sviluppi della conoscenza e dove tale logica formale si configura come funzione tecnica della nuova logica razionale, o dialettica.

Questa costituisce l’unica condizione per gettare solide fondamenta per una concezione teorica della fase della transizione che stiamo attraversando, in grado di consentire una più alta direzione di questa transizione.

 

3. Modernità e Necessità del Socialismo

E’ indubbio che l’attuale società basata sulla proprietà borghese dei mezzi di produzione è attraversata da una profonda ed inarrestabile crisi, gravida di una nuova società, che si fa, diviene, che pone a base il superamento tout court della proprietà privata dei mezzi di produzione per la società dei produttori.

Questa prospettiva che si manifesta quotidianamente nei suoi tratti oggettivi è però offuscata sul piano delle coscienze degli uomini per l’assalto vittorioso, e la momentanea vittoria conseguita, dall’imperialismo contro il campo socialista.

Il problema di un ragionamento sull’esperienza storica complessiva del proletariato mondiale e quindi dell’esperienza storica nella costruzione della società socialista, dentro la più generale esperienza del XX secolo, come abbiamo indicato, tra l’altro, nella conferenza di Modena è tutto sul tappeto.

Ma questo dibattito è totalmente ostruito da un cumulo di idee e teorie false, prese totalmente in prestito dal più immediato armamentario della propaganda imperialista. Unitamente a questo vi sono teorie ed idee che si muovono su di una base teorica e concettuale totalmente ascientifica, tutte proiettate, cioè, su di un terreno filosofico.

A riguardo l’Istituto ha prodotto un corpus di elaborati che a partire da “ I processi della transizione” del 1992-93 si sono snodati lungo questi undici anni, espressi nelle Conferenze tenute annualmente a Teramo a partire dal 1997.
In generale vanno respinte tout court sia quelle teorie che fanno ascendere al tradimento di qualcuno la causa dell’attuale stato di cose, sostituendo così il materialismo storico dialettico, le classi e le lotte delle classi al soggettivismo storico e sia quelle che fanno perno sulla categoria “ errore”, categoria appunto filosofica ma non scientifica.

Ma questo non può costituire la centralità della problematica, il centro della battaglia per le idee deve invece essere condotta sulla base della argomentazione scientifica di come lo sviluppo delle moderne forze produttive ponga il superamento degli attuali rapporti di produzione e come pur tra contraddittorietà e movimenti confusi e disorganici tendi a delineare una nuova società e quindi intelligere i tratti di questa nuova società, che devono poi guidare ed orientare la tattica e la teoria nell’azione di direzione di questa transizione; di come lo sviluppo delle moderne forze produttive agisca da dissolvimento molecolare del vecchio mondo e le vie da seguire per facilitare, incoraggiare, sostenere questo processo oggettivo nella realtà e nella coscienza degli uomini.

Ma questo deve essere inteso come movimento oggettivo di una realtà che si fa, che genericamente intendiamo e chiamiamo “ società dei produttori” ma nella piena coscienza che quello che esso sarà e come sarà non è meccanicamente predefinibile. La vita prenderà le sue strade e piegherà per i suoi sentieri. La realtà finale sarà una complessa risultante di fattori del nuovo e dell’eredità del passato che non saremo riusciti a liquidare o che non potevano liquidare; la risultante dell’equilibrio del blocco sociale che avrà guidato tale transizione e del ruolo di avanguardia che il proletariato sarà stato in grado di esercitare e dal ruolo di guida che la teoria scientifica del proletariato sarà stata in grado di esercitare, il grado di egemonia messo in essere. In altre parole e con le parole di Karl Marx “ Chiamo comunismo movimento che cambia lo stato delle cose presenti”.

Le modifiche che lo sviluppo scientifico e tecnologico determinano non sono lette come movimento di una nuova società che si fa, di un divenire che si fa, come il delinearsi confuso, contraddittorio di un’altra società, della società dei produttori. Sono invece subite lette come momenti di sconfitta, come momenti da contrastare per il mantenimento del precedente status quo.

Prendiamo per esempio l’intera tematica del lavoro.

Se essa viene letta attraverso l’impianto teorico e metodologico della teoria marxiana, in specifico alla luce della teoria del valore-lavoro, esso dimostra come il livello già raggiunto dalla scienza e dalla tecnica ha comportato la liberazione dell’uomo dai tempi del lavoro e la possibilità, per la prima volta in tutta la storia degli uomini, che non siamo i tempi del lavoro a dettare i tempi degli uomini, ma i tempi degli uomini a dettare i tempi del lavoro. Una disamina più attenta è nella relazione di Modena e nelle note critiche ai lavori di D’Antona.

Non diversamente dalla tematica Europa.

Si inquadra nel più complessivo processo di superamento degli àmbiti territoriali degli attuali Stati nazione per nuovi àmbiti e come gli attuali si trasversalizzano determinando nuovi àmbiti regionali, o regione transfrontaliere, come analizzato nel lavoro sulla Scienza della Politica.

Adesso questo processo non interessa solo l’Europa ma in gradi e forme diverse l’America Latina, una vasta area balcanico-asiatico-basso mediterranea, ecc.

Questo sottopone a forti sollecitazioni la stessa O.N.U., richiedendo una sua evoluzione e riorganizzazione e ristrutturazione come reale governo dei popoli dell’intero Pianeta.

I processi restrittivi in atto nell’O.N.U., la sua militarizzazione e le pesanti violazioni al suo stesso Statuto e la prassi divenuta norma di chiudere tutto nel solo Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U., con manipolazione del numero dei suoi componenti, e la esclusione dalla partecipazione di tutti gli Stati aderenti, costituisce la risposta a questo movimento che tende a superare la vecchia O.N.U. per una nuova ed altra O.N.U., ossia Governo Mondiale dei Popoli del Pianeta, in grado di dirigere l’attuale livello di sviluppo delle forze produttive, risultanti limitati gli àmbiti nazionali e regionali.

La teoria politica che sostanzia l’O.N.U. che pretende un suo ruolo nell’intervento delle questioni interne dei singoli popoli, la legittimazioni di interventi di alcuni stati imperialisti contro popoli e nazioni, in netta opposizione alla AUTODETERMINAZIONE ED AUTODECISIONE DEI POPOLI costituisce un altro elemento messo in campo per impedire, ostacolare l’evoluzione dei processi tra i popoli e la costruzione di un libero rapporto tra di essi, che consenta lo sviluppo dell’O.N.U. quale Governo Mondiale dei Popoli.

Non diversamente dalla tematica della Riforma Universitaria, oggetto di specifico elaborato – ove il tratto decisivo è dato dal diverso disegnarsi ed organarsi dei saperi, quale risposta all’attuale livello raggiunto dai Saperi e conseguentemente dalla struttura universitaria.

Questo comporta che lo sviluppo della Scienza, come argomentato in Genetica, richiede ed impone un altro organarsi dei saperi, diverso da quello che si è venuto ad avere nel corso della rivoluzione borghese: 1100-1789, che ha visto il dissolvimento della vecchia struttura organata nelle arti del trivio e del quadrivio e che ha visto nel tempo la costituzione delle singole scienze, che si emancipavano dalla teologia e dalla Filosofia. Espressione e funzione di questo processo erano poi le Università classicamente intese.

Nelle nuove condizioni della Scienza quella struttura è obsoleta e necessita di un riordino ed alla fine di un profondo processo di rinnovamento, tale da ridisegnarsi quale espressione e strumento del nuovo sviluppo dei Saperi degli uomini. Come vedete anche da questi singoli aspetti, da queste singole angolazioni, avete un mondo che se ne va ed il nuovo che conduce la battaglia per la sua affermazione. Il vecchio mondo è cioè sotto un costante e quotidiano e minuzioso attacco, che lo disarticola, lo disaggrega molecolarmente. O se volete avete da questi particolari aspetti, da queste singole e specifiche angolazioni, la lettura della grande fase di transizione che stiamo attraversando e la necessità di dirigere questa transizione in un piano organico ed entro un nuovo e più alto quadro teorico concettuale, risultando del tutto insufficiente ed asfittico il precedente.

 

Lo Stato del Marxismo.

Sin dal suo costituirsi, e fondamento del suo costituirsi, l’Istituto ha inteso essere rottura netta

e senza ritorno alla tradizione, avutasi a partire dagli anni Sessanta, di appiattire il marxismo su Hegel, l’hegelismo e Madame Phylosophie, riposizionandolo, invece, su gli assi e le coordinate delle Scienze Naturali. Abbiamo ripetutamente argomentato questa scelta e mostrato tutto il fallimento di quella operata negli anni Sessanta. Questa scelta ha portato ad una linearizzazione, appiattimento della teoria scientifica marxista. Si è passato dal capovolgimento hegeliano a leggere Marx ed il marxismo e tutti i suoi sviluppi successivi attraverso le lenti dell’hegelismo e delle categorie hegeliane, finendo così per ridurre il marxismo non più a scienza del proletariato ma variante di sinistra dell’ideologia borghesia. In tali condizioni la scienza organica del proletariato non è stata in grado di leggere i processi scientifici e tecnologici accumulando un ritardo di 35anni, che costituisce una delle cause fondamentali della sconfitta.

Abbiamo condotto una battaglia in questi undici anni per riposizionare il marxismo nel suo rapporto con le Scienze Naturali. Nasce da qui tutta la produzione teorica dell’Istituto: Bioetica Genetica, Scienza Medica, Scienza della Politica, Centralità Operaia, Democrazia, Scudo Stellare, lettere dell’Istituto su OGM, ecc. i comunicati sulla Ricerca scientifica , ecc e più in generale il metodo che conforma l’Istituto.

Il pesante muro che era stato costruito inizia a sfaldarsi anche perché dinanzi ai problemi ed alle sfide dei tempi quell’impostazione precedente mostra tutti i suoi limiti e incongruenze.

Occorre avere coscienza del grave ritardo che è stato accumulato e della necessità di superarlo, diversamente il marxismo non sarà in grado di assolvere il suo ruolo d’avanguardia, il suo ruolo di orientamento teorico nella grande battaglia per dirigere questa transizione, e consequenzialmente il proletariato non sarà in grado di svolgere alcun ruolo di avanguardia. Diversamente altre forze ed altre teorie la dirigeranno, facendole seguire strade tortuose e fallimentari, con battute d’arresto e oscillazioni. Occorre avere coscienza della necessità di proseguire su questa strada arricchendola ed aprendo sempre nuovi terreni di confronto.

Due sono le questioni centrali, decisive, che occorrerà affrontare:

sottrarre qualsiasi pretesa d validità al preteso rapporto con l’hegelismo;

saldare il marxismo alle scienze naturali.

Rimandiamo alla relazione al 1° Congresso ed alla Conferenza “ Il marxismo dinanzi alle sfide del XXI secolo”, tenuta ad Atripalda nell’ottobre 2003.

Questo tema deve essere approfondito ed i prossimi anni devono vedere impegnato l’Istituto in una battaglia per la liquidazione di questa visione e l’affermazione del rapporto Marxismo – Scienze Naturali. Vogliamo qui porre al centro altre questioni, che si integrano con le precedenti.

Si pretende di poter comprendere il marxismo attraverso lo studio di Hegel, per poi attuare il capovolgimento, di qui l’attenzione su Hegel e l’hegelismo.

Già Engels, in verità, aveva più volte ribadito che senza una conoscenza della Matematica, della Fisica e della Chimica non si poteva conoscere e comprendere il materialismo dialettico e nei suoi lavori raccolti nello scritto “ Dialettica della Natura” aveva sviluppato il metodo dialettico ed impostato la logica dialettica, non diversamente da Marx sulla Matematica e sulla biologia, corposo lavoro in 4 volumi, ecc. Ed in proposito occorre dire che la SPD ha esercitato un’autentica censura sugli scritti di Engels circa “ Dialettica della Natura”, vendette all’U.R.S.S. nel 1929 un blocco di scritti, che determinarono la prima edizione di “ Dialettica della Natura”, dichiarando che questo era tutto.

Successivamente quando l’Armata Rossa entrò trionfante in Berlino scoprì, cadendo nelle sue mani, un altro corposo blocco di scritti e lavori, che diede vita ad una più ricca edizione di “ Dialettica della Natura”. Gli scritti di Engels non sono stati tutti pubblicati ed un blocco ancora più poderoso, la maggioranza, resta negli archivi, secretato, della SPD. Si parla qui di almeno due poderosi volumi di oltre 1000-1500pagine. Gli stessi scritti sulla Biologia hanno conosciuto un’unica edizione in olandese agli inizi degli anni Settanta, i quattro volumi, per un totale di oltre due mila pagine sono oggi introvabili e da nessuno pubblicati.

Detto questo, occorre dire che lo studio di Hegel per poter attuare il capovolgimento non è cosa facile e richiede una poderosa padronanza della Filosofia e delle categorie della Logica, diversamente si finisce nei migliori dei casi per operare capovolgimenti artificiali, creando solo una formazione confusa e sciatta. Esso va attuato sulla base non solo di una poderosa conoscenza del materialismo dialettico e dell’elaborato teorico scientifico non solo del marxismo.

Richiede una salda comprensione di cosa sia stata la Filosofia e di cosa essa non è più, giacché questi costituiscono i limiti entro cui va assimilato, per poi essere capovolto, Hegel e l’hegelismo.

A partire dal VII secolo ac l’insufficiente sviluppo delle forze produttive, l’estrema lentezza dello sviluppo e della conoscenza scientifica e fino agli anni Settanta del XIX secolo hanno comportato che gli uomini avevano bisogno di una struttura omnicomprensiva in grado di guidare in qualche modo le loro ricerche ed entro cui inquadrare i risultati delle loro ricerche.

Questa struttura esaustiva in sé, questo quadro generale era dato dalla Filosofia appunto.

Ma essa per ogni dritta che ci dava ce ne rifilava almeno 20 sbagliate e per ogni passo in avanti che ci faceva compiere, ce ne imponeva almeno quattro indietro, ma il passo in avanti che ci consentiva di compiere compensava i passi indietro e le dritte fuori asse.

La peculiarità dello sviluppo della filosofia consiste nel fatto che da essa, a misura che si sviluppavano le nozioni scientifiche della natura e della società, si diramavano, l’una dall’altra, le varie scienze positive. Di conseguenza, il campo della filosofia si è andato continuamente restringendo a favore dello sviluppo delle scienze positive. Questo processo, che non si è ancora concluso, conosce oggi una nuova fase, quella del nuovo e diverso organarsi dei saperi, come indicato, appunto, in Genetica. Questa librazione delle scienze naturali e sociali dall’egida della filosofia costituisce un processo progressivo.

I creatori del dei sistemi filosofici del passato, i quali pretendevano che si potesse conoscere la verità assoluta in una istanza definitiva, non potevano tuttavia favorire lo sviluppo delle scienze naturali poiché le imprigionavano nei loro schemi, tentavano di mettersi al di sopra della scienza, imponevano alla viva conoscenza umana conclusioni dettate non dalla vita reale ma dalle esigenze di un sistema. In queste condizioni la filosofia si trasformava in un museo, in cui si trovavano ammassati i fatti, le deduzioni, le ipotesi più eterogenee ed anche semplicemente le fantasticherie. Se la filosofia poteva pur servire all’indagine, alla meditazione, essa era inadatta come strumento di intervento pratico sul mondo, come strumento di conoscenza del mondo.

L’ultimo sistema di questo genere fu il sistema di Hegel, il quale si sforzò di erigere un edificio filosofico, che raccogliesse sotto di sè tutte le scienze, imprigionandole nelle sue categorie. Credendo di aver superato tutte le contraddizioni, cadde in una contraddizione senza via d’uscita, con il metodo dialettico, da lui stesso intuito ma non compreso e, perciò, assai male applicato.

Engels ha, infatti, con forza ribadito:

“ non appena abbiamo scorto .. che il compito posto alla filosofia non vuol dire altro se non che un singolo filosofo deve realizzare ciò che può essere realizzato soltanto dal genere umano nel suo sviluppo progressivo, non appena scorgiamo questo, la filosofia intera, nel senso che finora si è dato a questa parola, è finito. Si lascia correre la “ verità assoluta” che per questa via e da ogni singolo non può essere raggiunta e si dà la caccia, invece, alle verità relative accessibili per la via delle scienze positive e della sintesi dei loro risultati a mezzo del pensiero dialettico.”

La scoperta di Marx ed Engels costituisce, come ben si vede, la fine della vecchia filosofia, cioè la fine di quella filosofia che pretendeva di poter dare una spiegazione universale del mondo.

Con Marx ed Engels la Filosofia cessa di essere sistema astratto di costruzioni di pensiero, per divenire Scienza. Marx ed Engels fondano cioè la Scienza della Filosofia: liquidano tutto i passati sistemi metafisici, recuperano da questi la dottrina del pensiero e le sue leggi: la logica formale e la dialettica. Su queste solide basi scientifiche, non irreggimentate una volta e per tutte, ma soggette esse stesse ad uno sviluppo, in tutt’uno con le scienze naturali e sociali, fondano appunto la Scienza della Filosofia, ossia la LOGICA.

Gli sviluppi scientifici degli anni Cinquanta-Ottanta hanno comportato che una sezione chiave della Filosofia, ossia la Gnoseologia, sia stata sottratta alla Filosofia e sottoposta alla rigorosa indagine scientifica delle Neuroscienze, liberandola, l’ha posta nella sua essenza, ossia Logica, appunto.

In precedenza la fisica relativistica e poi quella quantistica hanno sottratto alla Filosofia le categorie di tempo e spazio, e sottoposte alla rigorosa indagine di queste due branche della Fisica.

Queste unitamente allo sviluppo della Genetica hanno sottratto alla Filosofia le categorie di causa-effetto, sottoponendole alla rigorosa indagine di queste scienze. Gli sviluppi del nuovo organarsi dei saperi, come indicato in Genetica, pone in un nuovo ambito concettuale e categoriale lo stesso rapporto causa-effetto, restituendo a questo tutto il suo movimento contraddittorio, portando così ad un nuovo stadio quanto già la fisica quantistica aveva apportato.

Adesso in queste nuove condizioni un lavoro di lettura e capovolgimento si rivela oggi completamente inutile. E’ come se ciascuno in casa avesse invece del congelatore la vecchia ghiacciaia, costituita da una camera in stagno con pezzi di ghiaccio; o invece del forno elettrico o a gas la vecchia cucina a carbone ed accendesse il fuoco non con l’accendino ma sfregando due pezzetti di legno.

Lo sviluppo delle scienze naturali, lo studio delle scienze naturali consente di acquisire una salda concezione materialistico dialettico, di qui l’esortazione di Engels di studiare e conoscere la Matematica, la Fisica e la Chimica, noi oggi aggiungiamo la Biologia. Gli scritti di Marx ed Engels in specifico il Capitale, Dialettica della Natura, Materialismo ed Empiriocriticismo, gli elaborati sovietici degli anni Trenta-Cinquanta costituiscono una solida ed insostituibile base per l’acquisizione del materialismo dialettico e la lettura dialettica degli sviluppi delle scienze naturali.

Il metodo dialettico, l’essenza del metodo e della concezione dialettica, sono oggi mirabilmente sintetizzati sia nell’articolo che apre la tematica quantistica e sia nel discorso di conferimento del Nobel di Heisenberg. Proprio per chi non la vuole intendere c’è la Conferenza di Niels Born del 1950.

Gli sviluppi della Biologia e della Genetica costituiscono altrettanti buoni manuali di dialettica materialista e proprio per i duri di comprendonio le Neuroscienze.

L’intellezione dei processi dialettici che gli sviluppi scientifici tendono ad evidenziare è ostacolata dall’assenza di un metodo da una parte e dal persistere di idee e teorie antiquate, acriticamente stratificate e mai criticamente superate. Se non si conduce una battaglia contro queste diviene difficile intelligere il processo dialettico. E qui senza stare a scomodare Marx ed Engels un lavoro severo, rigorosamente scientifico, contro tali “ miti” è stato svolto da Bacone e dal suo “ Novum Organuum”, che continua a costituire un’eccellente base per una formazione critica attenta e puntuale ai miti del passato, le influenze negative del passato pensiero, una volta coniugato con i più recenti sviluppi della conoscenza scientifica e sulla base di un solido studio della Storia delle Scienze.

Nei prossimi cinque anni sarà impegno dell’Istituto avviare corsi di formazione teorica sia sulle scienze naturali sia di formazione teorica più generale inerente il materialismo storico dialettico.

Riprendendo qui la formazione dei quadri che il Partito Comunista seguiva, come viene bene indicato e tracciato nello scritto “ Storia di un operaio napoletano” di Cacciapuoti.

Il problema di superare un tale ritardo di oltre 35anni è decisivo per consentire al marxismo e quindi al proletariato di assolvere al suo ruolo di avanguardia.

Engels e Lenin hanno ripetuto fino alla noia la necessità che ad ogni importante scoperta ed invenzione scientifiche ed ad ogni importante innovazione tecnica occorre risottoporre il materialismo dialettico ad indagine ed arricchirlo di quelle.

 

Non basta riposizionare il marxismo sulle scienze naturali, occorre superare il gap marxismo- scienziati e ricercatori.

Il marxismo negli ambienti della ricerca è guardato con grande sospetto, ed in alcuni casi con fastidio. E’ visto come una filosofia tutt’al più teoria economica di grande valore, ma di nessuno conto per la ricerca scientifica. Il lavoro generoso svolto dagli scienziati e dai progressi scientifici dei sovietici in tutti i campi e di Needman in modo particolare sono poi stati vanificati dalla sciagurata scelta dei primi anni Sessanta. La ricerca, e specie quella anglosassone, guarda con grande ostilità qualsiasi filosofia che si presenta come totalizzante ed omnicomprensiva, ossia come Metafisica ed il marxismo presentato nella veste di Filosofia omnicomprensiva è la migliore credit-card per essere messo, e giustamente, alla porta. Le Scienze hanno dovuto condurre una dura e sanguinosa lotta per separarsi dalla Metafisica e da Madame Phylosophie.

E’ indubbio che in questo campo la borghesia abbia condotto, e conduce, una battaglia disperata per ostacolare che la ricerca sfoci nel materialismo dialettico, Engels e Lenin a riguardo sono qui centrali. Manipolazioni consistenti, falsificazioni di teorie scientifiche e loro usi sconci in campo filosofico, pesanti processi ideologici tesi a condizionare la ricerca e gli sviluppi sul piano teorico più generale dei risultati della ricerca, a suon di centinaia di milioni di dollari, come il Circolo di Vienna, costituiscono la forma che la lotta di classe borghesia – proletariato prende in questo delicato e decisivo settore.

Ma nonostante questo esiste una base reale per tale indifferenza, data proprio dalla formazione culturale. I comuni sommari di “ marxismo” non riescono a penetrare la mente del comune lettore di lingua inglese.

“ L’ideologia comunista fa uso di una terminologia strana ai nostri orecchi. E’ basata sul fondamento storico di controversie [ intendi: “ contraddizioni”, Ac ]che non ci hanno mai interessati. Non è mai stata interpretata entro un quadro di convenzioni verbali a noi familiari. E’ difficile per in inglese comprendere la coerenza della filosofia comunista. Gli Inglesi pur essendo ben disposti verso la concezione materialistica sono diffidentissimi della pura logica. Un difetto apparente nella conoscenza dei comunisti rende più difficile la loro comprensione. Essi vogliono che si tenga conto della storia nel considerare altre categorie di attività umana. Essi espongono le loro dottrine senza alcun apparente riguardo al patrimonio tradizionale di coloro con i quali non sono d’accordo.”

( Contemporary Philosopky in Soviet Russia, Lancellot Hogbernm in “ Psiche”, ottobre 1931

L’anglosassone non capisce che cosa si intende dire con frasi così poco inglesi come “ materialismo dialettico” e “ la concezione materialistica della storia” nelle quali quelle che si chiamano “ contraddizioni” si susseguono senza fine; e con il passare della “ quantità in qualità” e la “ interpretazione dei contrari”; o quando vede “ tesi seguite da antitesi” e “ negazioni “ dalla “ negazione delle negazioni”, finché si raggiunge una “ sintesi”; e la “ società senza classi” è introdotta dalla “ dittatura del proletariato”, dopo di che l’infinita serie de cambiamenti dà inizio ad un analogo cammino verso un’altra sintesi, la cui natura non può al presente prevedersi.

Il problema di rimuovere tali ostacoli è fondamentale per lo sviluppo stesso del marxismo e del materialismo dialettico.

Questa grossa problematica si coniuga con l’altra inerente la più generale cultura e tradizione scientifica statunitensi. Le questioni vanno risolte entrambe.

In “ Problemi della cultura”, Teramo 1997, in “ Pavese” abbiamo analizzato la più complessiva situazione di divisione e contrapposizione per pareti stagno delle forze del cambiamento ove tale tematica veniva inserita e studiata, e lì rinviamo, unitamente alla Conferenza di Napoli del 2002 sugli Usa.

Una particolare attenzione l’Istituto dovrà dedicarla alla cultura ed alla tradizione scientifica statunitensi. Abbiamo tracciato alcune linee nei lavori a cui ci siamo riferiti, ove riprendevamo, specie in “ Pavese” il progetto di Pavese circa l’americanismo. Ma questo progetto deve essere ulteriormente elaborato alla luce delle condizioni nelle quali la realtà culturale e scientifica di questo Paese viene a trovarsi.

Marx ed Engels hanno più volte indicato che senza il movimento operaio e socialista statunitense il marxismo non sarebbe mai potuto sorgere. Si tratta, cioè, di cogliere che il movimento operaio e progressista ha due gambe, una è quella statunitense, senza il quale è zoppo e non è in grado di procedere in avanti se non con grandi difficoltà e ritardi.

Lo stesso movimento operaio e progressista statunitensi sono zoppi e non si schiodano dal liberal e dal radical. La scelta dell’antiamericanismo degli anni Sessanta ha causato gravi danni al movimento europeo, ma ancora di più a quello statunitense, gettandolo in una situazione di isolamento.

La ferocia del maccartismo, ossia la violenta e sanguinaria repressione antioperaia ed anticomunista che colpì l’intera società statunitense tra il 1946-1949 , decapitò tutte le migliori intelligenze e sensibilità di quel paese, nel campo scientifico, letterario, musicale, artistico. Da quel pesante colpo di mannaia il movimento operaio e progressista non si sono più riavuti e non potranno mai riaversi senza il combinat con il movimento operaio e progressista europei. Le condizioni civili e culturali nelle quali lo stesso movimento operaio e sindacale e comunista si trovano sono pesanti, giacché quel feroce mozzare di testa ha comportato il pullulare di idee, teorie e concezioni reazionarie, istigato e solleciti istinti e incoraggiato l’individualismo esasperato, determinando così un pesante clima civile, sociale, culturale, democratico.

 

Conclusioni.

La fase che stiamo attraversando è nella sua essenza una fase di transizione, che presenta una sua particolare specificità. Si tratta di comprenderne i tratti ed il più complessivo movimento contraddittorio. Lo sviluppo scientifico e tecnologico, l’attuale sviluppo raggiunto dalle moderne forze produttive, comportano il tramonto della vecchia società basata sulla proprietà privata e quindi della stessa società basata sui rapporti di produzione borghesi. Quello che stiamo vivendo è costituito appunto dal nuovo che diviene nelle confuse e distorte e contraddittorie forme, dalla lotta disperata che il vecchio mondo conduce per ritardare il suo tramonto e condizionare la formazione del nuovo.

Il problema chiave diviene allora dirigere questa transizione, in queste esatte condizioni che vedono tra l’altro un coalizzarsi di tutte le forze, di tutte le figure del vecchio mondo che se ne va nella disperata resistenza, un richiamare dalle viscere più profonde di tutte le assopite e morenti forze e gettarle in campo nella battaglia di resistenza. Risorgono dalle cenere tutte le vecchie idee, concetti, teorie, certezze, convinzioni, miti, paure, tradizioni, luoghi e sensi comuni che nel corso millenario delle società basate sulla proprietà privata si sono acriticamente stratificate e mai criticamente superate.

Nasce da qui l’esigenza di un nuovo Illuminismo, di un nuovo Tribunale della Ragione dinanzi al quale tutte le vecchie teorie, idee, concezioni ecc. devono essere trascinate e dinanzi al quale dimostrare ancora la loro validità o sprofondare nel mito e nella leggenda.

Dirigere questa transizione significa allora unire tutte le forze del mondo del lavoro, i produttori, in una Alleanza dei Saperi, attorno ad un nuovo Piano per il Lavoro.

Dirigere questa transizione per il proletariato significa svolgere appieno il suo ruolo di avanguardia e dirigere questa transizione verso la società dei produttori, verso la società socialista e guidare così l’intera umanità verso la società senza classi.

Nelle attuali condizioni il proletariato non è in grado di assolvere a questo suo ruolo di avanguardia per lo stato in cui si trova il marxismo, ridotto a filosofia, scisso nel suo rapporto con le scienze naturali ha accumulato in grave ritardo di oltre 35anni.

Il problema di recuperare questo grave ritardo, tra i responsabili della sconfitta momentanea che il proletariato e la lotta per il socialismo hanno subito, è decisivo.

Questa sconfitta si inquadra come momentanea battuta d’arresto, una nuova accumulazione quantitativa di fase per una nuova rottura rivoluzionaria – rimandiamo qui a Processi della Transizione – nella più complessiva fase di avanzamento della società socialista, dell’affermazione delle moderne forze produttive, per l’affermazione dei nuovi rapporti di produzione socialisti.

Dentro il processo di restituire al marxismo la sua funzione di avanguardia, e consentire così al proletariato di assolvere il suo ruolo di classe d’avanguardia si colloca il problema di rendere leggibile la teoria scientifica marxista all’intero mondo della ricerca, affinché vengano superate qui diffidenze ed ostilità, prodotte dalla lettura del marxismo in quanto filosofia e di superare la scissione operatasi con il movimento operaio e comunista e con la cultura e la tradizione scientifica statunitensi.

Il vecchio mondo se ne va, resiste disperatamente.

Conduce una battaglia disperata legale ed illegale, pacifica ed armata, dispiega la resistenza su tutti i campi: economico, politico, sociale, istituzionale, scientifico, culturale, ideologico.

Getta in campo tutta la sua consumata esperienza millenaria di inganno, di dissimulazione, nulla lascia di intentato e tutto richiama dalle sue più profonde e recondite viscere.

L’assalto poderoso che subisce spinge tutte le classi e figure e singoli, che trovano nella proprietà privata la loro esistenza, trasversalizzando uomini, cose e idee, ad unirsi in un solo fascio, coniugando a questo una duttile e trasformistica tattica in grado di insinuarsi in ogni più piccola piega per sfruttare ogni più piccola difficoltà, battuta d’arresto delle forze del cambiamento.

La caratteristica dei prossimi anni sarà allora quella dell’intensificazione della confusione ideologica e teorica, dell’avvelenamento delle coscienze con teorie mistiche, religiose, con false contrapposizioni, la costruzione ad arte di falsi obiettivi e false contrapposizioni ideologiche, religiose, razziali, nazionali tutto al fine di dividere, disperdere le forze in lotta per il nuovo mondo.

In questa furibonda resistenza straccerà vesti e maschere sotto le quali sino ad ora si era camaleontizzato, dando fondo a tutti i suoi libri paga: si apre, cioè, una fase di grande chiarezza.

Lo scontro conoscerà forti impennate ove forze e classi intermedie saranno spazzate via: in piedi resteranno solo i giganti. Perché si apre la fase dei giganti ed il proletariato mondiale è il più grande gigante di tutti i tempi.

Ciascuno è dinanzi alle sue responsabilità.

E’ tempo delle scelte e dello schierarsi netto ed in chiaro, mezze scelte e mezze figure non avranno un’alba di vita.

L’Istituto è tutto sul terreno del proletariato mondiale e della transizione e, per quanto starà in lui, farà fino in fondo la sua parte.

Gli altri facciano la loro.

 

1 In “ La concezione Politica”, Annali, tomo primo, del 1992 indicavamo già che la borghesia attrezzava una lunga linea Sigfrido.

2 Karl Marx – Friedrich Engels,, Il Manifesto del Partito Comunista”, cap. 1

3 Proclama dell’Istituto, 27. maggio. 1992