Relazioni al 3 congresso

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

KARL MARX – FRIEDRICH ENGELS

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3° CONGRESSO



LAVORO E CENTRALITÀ OPERAIA

 

NELLA CRISI





La presente relazione rimanda e presuppone l'intero elaborato dell'Istituto fin qui prodotto ed in particolare le relazioni:

  • La categoria Crisi ed Errore

  • Programma

  • Genetica,

  • Scienza Medica,

  • Centralità Operaia e sviluppo scientifico e tecnologico – relazione di Modena, ott. 2002,

ed il dibattito su Nuove Tecnologie e Movimento delle Classi in Italia sviluppatosi dal 2012 ad oggi.



La presente relazione si pone in completa continuità con tale elaborato.

Le Tesi Congressuali per il 3° Congresso sono assunte per intero e costituiscono l’asse della relazione.

Il presente lavoro è integrato dalla Relazione del Consiglio scientifico di Giovanni Coruzzolo



Napoli, 12 Ottobre 2013

Sala Tommaso Campanella

 

 

 

Compito dell'Istituto è individuare e porre all'attenzione dei quadri operai quegli elementi che identificano la ripresa soggettiva di classe ed avviano la più generale fase di controffensiva del proletariato, la cui natura abbiamo visto al precedente Congresso.

Questa che stiamo attraversando è una lunga fase di transizione dalla società capitalistica ad un'altra società, la società dei produttori. Si richiede, pertanto, ai quadri operai di abbandonare ogni visione settoriale, ogni comodo rimando a soluzioni passate e di rielaborare i dati della realtà secondo le linee che conducono questa transizione. Si richiede, cioè, una lettura a tutto campo dei processi di trasformazione della società; si richiede ai comunisti di farsi carico di questa trasformazione attraverso lo sviluppo di una nuova rivoluzione scientifica, culturale e politica senza la quale quella transizione non può compiersi.

In questa fase di innalzamento dello scontro di classe, borghesia e proletariato si ritrovano faccia a faccia. Sotto il peso della crisi, viene meno l'egemonia della piccola borghesia sul proletariato, condizione questa che ha caratterizzato il movimento delle classi fino ad oggi.

Questo trovarsi faccia a faccia richiede, e richiedeva già ieri, la presenza di un gruppo dirigente preparato e di una adeguata formazione di quadri che, però, non si è verificata riassegnando, così, alla piccola e media borghesia un ruolo di egemonia nella lotta contro il grande capitale monopolistico. L'attuale fase, infatti, vede consumarsi un feroce scontro interno alla borghesia dove la piccola e media occupa letteralmente l'intero campo della scena politica e istituzionale. Le forze del lavoro sono a margine di questo scontro e vengono usate come massa di manovra.

La reazione della piccola e media borghesia è caratterizzata da un crescente moto di “ribellione”confusa, di “rivolta” spontanea che permea di sé tutte le forme di lotta e resistenza contro il grande capitale restando, però, ancora dentro l'alveo della società borghese; le teorie e le idee di “rivolta” promosse da questa classe si diffondono nella società e, agendo da freno allo sviluppo delle forze produttive ed al più generale processo della transizione, costituiscono motivo di sconfitta per il proletariato.

Da questo preciso fatto deriva il persistente stato di frustrazione e sconfitta che i quadri operai vivono avendo assimilato e fatto propri quei temi, quelle forme, quegli obiettivi.

Un limpido esempio di questo processo è l'esperienza italiana dei movimenti di lotta del periodo 2009-2012.

In quegli anni, a fronte di una forte mobilitazione di partiti e sindacati, si produce una completa sconfitta delle forze che più esprimevano il lavoro. Un'intera stagione di lotte viene consegnata alla borghesia -come le elezioni politiche del 2013 dimostreranno.

La Cgil indice 6 scioperi generali e almeno 7 manifestazioni nazionali maggiori cui si aggiungono quelle Europee e quelle a sostegno di altri movimenti (“se non ora quando”, ecc). La Fiom da sola indice 8 scioperi generali, organizzato almeno 3 grandi manifestazioni nazionali oltre che essersi fatta carico di organizzare 2 eventi di incontro con i pariti e i movimenti in difesa dello Statuto dei lavoratori, sui temi della democrazia e del Lavoro. Il periodo 2009-2011 si apre con i moti spontanei dei lavoratori contro la crisi, gli accordi separati e prosegue con quelli in difesa dell'art.18 che, al netto di una certa stanchezza dovuta alla crisi e alle continue mobilitazioni, si sono verificate in tutta Italia.

La Cgil confederale si caratterizza per un sostegno attivo ai giovani precari, ricercatori ed alte professionalità e alla loro esigenza di Lavoro e soprattutto di Diritti; oltre che alle questioni del Fisco e della Cittadinanza e contro le manovre del governo Berlusconi. Manifestazioni, presidi iniziative hanno seguito a ritmi serrati. La Fiom ha contrastato le manovre del governo, gli Accordi separati di Cisl e Uil, gli atti antidemocratici e ricattatori della Fiat ed ha partecipato attivamente a tutti gli eventi di mobilitazione, discussione e organizzazione dei Movimenti contro la crisi e contro Monti (Viola, Alba, No Austerity, Cambiare si può, ecc). A tutto questo bisogna aggiungere gli scioperi e le manifestazioni del Pubblico impiego, FLC e delle altre categorie, incluso lo SPI, direttamente e duramente attaccate dalle leggi di Berlusconi e Monti.

Bisogna poi ricordare che queste lotte sindacali sono state affiancate da un vasto fiorire di proteste e di movimenti. A ridosso delle lotte operaie, la società è scossa dal fiorire di movimenti civici trasversali alle forze politiche: oltre a quelli per il referendum sui beni comuni e per le amministrative del 2010, vanno ricordati i “Viola”, poi divenuti “Alba” in parte confluiti in “Cambiare si può” le cui redini sono state affidate a Ingroia; il movimento degli “Indignati” e quello del “No Austerithy” e quello del “no Monti day”, più radicale e con una maggior presenza di quadri sindacali e politici operai. I membri o partecipanti a questi movimenti saranno gli stessi che ritroviamo nelle lotte studentesche e in quelle operaie.

Anche le forze politiche di sinistra, Prc e Pdci, non sono state a guardare ed hanno seguito e sostenuto sia le lotte operaie sia i movimenti, con una presenza costante nei vari coordinamenti e assemblee nazionali che si sono succedute dal 2009 al 2012.

In sintesi i quadri operai sindacali e politici c'erano!

Come mai raccoglie solo Grillo e l'astensionismo?!?

 

Per provare ad aprire un ragionamento su questo risultato occorre fare alcune rapide considerazioni sul periodo 2008-2012. I fatti che si esaminano sono: i moti operai, quelli studenteschi e quelli legati ai Beni Comuni.

Nel periodo 2008-2010 assistiamo al nascere di moti operai spontanei e/o guidati dalla sola Cgil. L'intera fase è ricordata come la “salita sui tetti” degli operai. Quei moti operai avevano due caratteristiche forti: nascevano spontaneamente e si diffondevano anche tra tecnici e ricercatori, gente che fino a quel giorno di lotte sindacali sapeva assai poco ma che ha saputo mettere in campo risposte forti, capaci di tirare fuori dal silenzio assordante dei media e della politica ufficiale l'operazione “Liquidazione” che il governo Berlusconi e poi Monti favorivano. Bisogna ricordare infatti che dal 2008-2009 inizia nel paese una operazione di liquidazione degli asset industriali (a partire da quelli obsoleti e sono molti in questo paese vista la mediocrità e il basso profilo della classe imprenditoriale italiana), inclusi quelli ad alta tecnologia e di importanza strategica per il paese. Quella che viene chiamata “deindustrializzazione” altro non è che la ristrutturazione economica dei grandi gruppi multinazionali che si accompagna ad una più profonda penetrazione delle risorse pubbliche del paese: Università, Scuola, Ricerca, ecc senza dimenticare gli appalti milionari e gli interessi delle assicurazioni in Sanità, servizi, ecc.

Quelle lotte operaie capirono o intuirono la portata dell'attacco e, se pur ancora lotte sindacali, avevano in tempi record maturato la consapevolezza dello scontro di classe messo in campo dal grande capitale monopolistico ponendo questioni nuove sullo sviluppo del Lavoro e della Ricerca nel Paese cui si è risposto in maniera fallimentare. Da un alto, infatti, la sinistra extra parlamentare ha accompagnato passivamente questi moti, esaltandoli ma senza fornire loro basi di sviluppo e prospettive e per questo sono stati scaricati alle elezioni; dall'altro, il sindacato ha risposto con gli schemi classici della difesa del Lavoro, portando quel movimento allo stallo. Intendiamoci. Non si vuol dire qui che il sindacato o quel partito non ha voluto...o che....si vuole dire invece che lo schema di risoluzione dei conflitti del lavoro attuati fino al giorno prima non andava più bene. Quella in atto è una pesantissima ristrutturazione economica di carattere internazionale che richiede un'azione di tipo diverso,una organizzazione in campo di forze di tipo diverso, una diversa profondità e raggio di azione che non sia più solo l'incontro con la controparte e l'interessamento di alcuni ministri o la solidarietà davanti ai cancelli della fabbrica. In altre parole, gli strumenti messi in campo erano del tutto obsoleti e spesso sono stati inefficaci o hanno dato risposte parziali e difficilmente mantenibili nel tempo.

Ragionamento analogo sulla Scuola. I forti movimenti studenteschi montavano nello stesso periodo e potevano costituire un alimento per le lotte operaie. Anche in questi settori, che ricomprendono Università e Ricerca, si era compreso l'intento di mettere sotto un più stretto controllo dei grandi gruppi monopolistici tutta la ricerca universitaria. Le proteste studentesche e dei ricercatori puntavano in alto e denunciavano chiaramente il disegno di riscrivere una scuola di classe per i soli ricchi ricacciando i lavoratori al rango di esecutori, di braccia da impiegare, di carne da cannone denunciando allo stesso tempo l'appropriazione della Conoscenza (inteso correttamente quale “Bene Comune”), da parte di quei gruppi monopolistici. Senza contare tutto il movimento contro al “Precarietà” che ha raccolto adesioni da tutte le figure del mondo del lavoro, soprattutto quelle medio alte.

Appare allora chiaro come tutta quella forte attività politico-sindacale messa in campo dal 2008 ha finito per “agitare” ma non ha dato prospettive e sviluppi a quei movimenti.

 

Un altro esempio è costituito dalla grande affermazione del Referendum suiBeni Comuni, anche questa sottovalutata da molti compagni o archiviata a “ripublicizzazione” ma che, invece, rappresenta un primo, contraddittorio, passo verso la definizione di una diversa forma di proprietà che si sottragga alla logica del Profitto capitalistico. Verso, cioè, una proprietà sociale. Si è trattato di una esperienza di lotta che nasce e si sviluppa comemoto trasversale fra la classe della piccola borghesia (ala sinistra) ed il proletariato e ne costituisce un primo momento di unità, portandole alla vittoria. È questa una piccola rivoluzione cui non si è riuscito a dare seguito e che anzi costituisce quasi un momento di ulteriore sconfitta per il fatto che la volontà espressa in quelle urne referendarie viene spesso e volentieri ignorata e cancellata.

Dopo queste due esperienza importanti di lotta si è visto ben poco disperdendo quanto fino a lì fatto e gettando progressivamente i quadri in uno stato di sconforto, quando non di rassegnazione.

Il punto da fermare è che in pochi anni si sono ammassate questioni e temi ai quali si sono fornite risposte vecchie e prese a prestito da altre classi. Affrontare le sfide odierne in queste condizioni è impresa disperata.

Tutto l'attuale dibattito sulle vie di uscita dalla crisi, infatti, non si schioda dalle coordinate dei vecchi schemi sperimentati nel periodo '60-'70 e, ad aggravare la cosa, si sono diffuse negli ultimi anni teorie e visioni che riesumano forme improbabili di neokeynesismo, orientate alla definizione di un nuovo intervento dello Stato in economia al fine di mettere la museruola al grande capitale finanziario. Si riaccendono dibattiti vecchi su stato e mercato che non portano da nessuna parte giacché le loro forme e contenuti si sono modificati e così pure l'intera realtà produttiva mondiale.

Una volta su questa strada risulta impossibile finanche capire gli aspetti reali della attuale crisi capitalistica, la cui complessità e ricchezza viene ridotta al solo tratto della speculazione finanziaria costruendo una contrapposizione tra capitale finanziario “cattivo” e capitale produttivo “buono” destituita di qualunque fondamento scientifico ed empirico, al cui interno non si capisce, poi, perché questo accade, così come non si capiscono le forme esatte che legano la componente finanziaria a quella produttiva. Questa errata e schematica visone del capitalismo porta poi a commettere errori pratici gravi giacché, una volta che la si è assunta, si finisce per cercare la soluzione alla crisi attraverso un meccanismo di riequilibrio della componente finanziaria a favore di quella industriale e far ripartire così il lavoro, l'occupazione; ed allora ecco la Tobin Tax, ecc, ecc. Ma anche qui si incorre in grossolani errori di analisi dimenticando che quello finanziario è capitale fittizio, non reale; le quote azionare stabiliscono i gradi di controllo e di potere all'interno dei grandi gruppi ma non generano di per sé valore. La ricchezza che quelle quote esprimono è esattamente quella già creata nella produzione. Questa viene poi spostata e concentrata con le quote azionarie e la vendita dei titoli ma non produce capitali nuovi.

Di conseguenza, anche le lotte per il lavoro finiscono per diventare lotte di “resistenza” -contro chiusure, fallimenti, cassa integrazione, riduzione salari, cancellazione diritti e contratti, ecc- in attesa che quel piano finanziario venga riportato sotto controllo, in un modo o in un altro. E di simili “attese” si investono partiti e sindacati. Le posizioni nel panorama politico italiano a riguardo, pur avendo diversi punti di differenziazione, pur affermando e sostenendo un ruolo attivo dei lavoratori e delle lotte dei lavoratori, in realtà, ruotano attorno a questo assunto; danno tutte per scontato questo impianto.

In tutte queste visioni il Lavoro finisce per non avere alcuna centralità, se non quella di principio, un centralità, dunque, ideologica. Di fatto il lavoro in questo schema è un post, esso segue l'aggiustamento strutturale del capitalismo, attraverso un riequilibrio delle sue due componenti finanziario e produttiva. La centralità d'Impresa, da ogni parte tanto vituperata o criticata, unica responsabile della distruzione materiale e immateriale in atto, resta paradossalmente l'unica via di uscita.

La categoria “crisi” in sé va vista come unità dialettica di diversi momenti: quelli distruttivi/regressivi (chiusure, Cig, ecc) e quelli progressivi/innovativi (accumulazione per nuovo salto tecnologico). Dietro la feroce rapina della ricchezza sociale è già in atto un processo di rivoluzionamento della produzione che avviene quotidianamente ma in modo spontaneo, caotico ed interamente diretto dalla borghesia. Il lavoro e le sue organizzazioni restano decisamente al margine di questa sfida. Questo rivoluzionamento della produzione pone problemi nuovi sul piano della Politica e della Scienza ma di tali questioni i quadri operai sembrano disinteressarsi, rallentando e rimandando una ripresa soggettiva di classe.

 

Non è, tuttavia, possibile intelligere correttamente questo complesso processo se prima non rimettiamo al centro della nostra analisi il Lavoro.

 

Il centro dell'attuale crisi capitalistica non è la finanza, o lo Stato o il Mercato, o....ma è esattamente il Lavoro!

E precisamente essa origina dalla crisi della forma salariata del lavoro.

 

L'aumentata produttività del Lavoro, dovuta al costante sviluppo scientifico e tecnologico, determina una contrazione continua delle fonti del plusvalore e, quindi, del profitto capitalistico; queste condizioni oggettive rendono impossibile la ripresa della riproduzione allargata a livelli superiori, inchiodando anche la ricerca e l'innovazione tecnologica da cui strettamente dipende. Anzi, più la ricerca e l'innovazione si sviluppano, più quella contraddizione -dopo un momentaneo beneficio- aumenta a causa del veloce livellamento tecnologico oggi raggiunto dai vari gruppi monopolistici.

Dicevamo allo scorso congresso, “il lavoro se ne va ma la società è più ricca” (D'Antona).

Ovvero la società è oggettivamente più ricca ma il “lavoro” così come lo avevamo conosciuto sembra “sparire” o assumere forme non ancora definite.Nella relazione “Centralità Operaia” abbiamo messo in evidenza il fatto che i processi di distruzione di capitali, merci (sovrapproduzione) e di lavoro (disoccupazione) conseguenti alla “nuova produttività”, vanno più correttamente visti e considerati come momenti distorti del superamento della necessità di obbligare al lavoro l'uomo. La “nuova produttività del lavoro” (che è sempre in ascesa grazie allo sviluppo scientifico e tecnologico), richiede, cioè, un diverso/minore impiego di “lavoro”per il soddisfacimento dei bisogni umani, giacché oggi il lavoro è in grado di produrre una maggiore quantità di ricchezza ed in tempio sempre più ristretti di quanto fosse possibile produrne negli anni passati, al precedente livello di sviluppo e di trasformazione del rapporto Uomo-Natura. Il voler mantenere la forma salariata e la ricerca del profitto come strumenti per la produzione di ricchezza, determina la distorsione degli attuali e futuri sviluppi delle forze produttive ed è questo che genera i fenomeni che descriviamo come disoccupazione, sovrapproduzione, ecc.

L'attuale crisi economico-finanziaria origina dal permanere della forma salariata del lavoro anche oltre la sua fine naturale.

È dunque il lavoro il centro della nostra analisi. È dalle forme che questo assume -secondo i nuovi livelli produttivi o secondo la ricerca del profitto- che si determinano scenari diversi.

Ecco che allora, da questo punto di vista, è possibile chiarire l'esatto ruolo del ricorso alla speculazione finanziaria. Essa è risposta alla contrazione del plusvalore che si determina all'interno del processo produttivo di cui non è antagonista ma momento di riequilibrio e sostegno.

Storicamente (con tutti i limiti delle periodizzazioni), l'avvio della cosiddetta finaziariazziazione dell'economia come strumento sistematico e prevalente della produzione di valore ovvero di capitale, può essere collocata alla metà degli anni settanta. Non inizia oggi e nemmeno con la cosiddetta Globalizzazione degli anni '90 (ammesso che questo termine abbia una qualche validità scientifica). Il salto tecnologico compiuto dalla borghesia in quegli anni, se da un lato le consegna una vittoria sulle forze del proletariato (si rimanda qui ai lavori dell'Istituto su “Sviluppo Scientifico e Tecnologico e Problemi nuovi della Politica”), dall'altro la avvia sulla strada della costante e progressiva contrazione della fonti di plusvalore.

Il grande capitale si accorge in fretta di questo fenomeno. L'enorme massa di capitali accumulata in quegli anni non trova impieghi sicuri ed efficaci nel processo produttivo che richiedeva, già allora, masse crescenti di capitali di rischio con piani di rientro sempre più lunghi e incerti ad un tasso crescente di obsolescenza tecnologica. Quella massa di capitali, non potendo restare inerte, viene orientata verso altri impieghi a breve termine e di più sicuro rendimento. Si avvia qui il ricorso alla speculazione finanziaria -normale fenomeno dello sviluppo capitalistico- in modo sistematico quale forma “surrogata” e “sostitutiva” del capitale produttivo. I processi di deregolamentazione e liberalizzazione dei mercati finanziari dell'era Regan e dell'era Tatcher -comunemente chiamati liberismo- erano funzionali a questa necessità.

Ora di tutto questo processo storico va qui ben fissato che, con lo scoppio delle crisi finanziarie del '96 (tigri asiatiche), gli scandali dei primi del 2000 della Enroon, Parmalat, ecc, fino ad arrivare al crollo dei centri finanziari del 2007-2008, quella strategia di rallentamento della crisi si esaurisce e si chiude questa lunga fase che, noi comunisti, siamo chiamati a raccogliere e a cui dobbiamo dare risposte.

Come si vede, una complessità che viene del tutto nascosta da quella contrapposizione fra momento finanziario e produzione.

La crisi, allora, come momento di unità dialettica presenta un momento di disequilibrio ma ha anche in sé il suo riequilibrio ed è esattamente su questo passaggio di riequilibrio che dobbiamo fermare la nostra massima attenzione. Non farlo comporta conseguenze precise. Il pensiero qui va all'esperienza di lotta delle Acciaierie di Modena o dell'Italsider di Napoli durante il salto tecnologico degli anni settanta; qui, il non aver compreso in tempo le reali modifiche che la borghesia apportava nel campo della produzione ha consegnato alla sconfitta un'intera generazione di quadri operai dopo dei quali è stato fatto il deserto. Vale qui ricordare il grande insegnamento di Antonio Gramsci in Americanismo e Fordismo: qualunque modifica la borghesia intenda apportare nella società essa la introdurrà prima nella produzione. Per questo motivo invece di inseguire i teatrini della politica occorre guardare a come e cosa la borghesia modifica nella produzione, nel lavoro. Ma su questo torneremo più avanti.

 

Il “centro” dunque è il lavoro e a questo livello vanno riportate analisi e proposte.

 

Ma cos'è oggi il Lavoro? Che forme assume?

Noi facciamo effettivamente fatica a dare una risposta su questo piano giacché la fase attuale si presenta come fase di Decomposizione della forma salariata del lavoro che, come abbiamo visto, ha ormai esaurito la sua funzione.

La fase generale che stiamo attraversando è quella di una possente transizione dalla società capitalista ad un'altra società dove le forme di esistenza del vecchio resistono ma in una condizione progressiva di deterioramento e di scomposizione organica. Tutti i punti fondanti la società del capitale crollano e richiedono più alte soluzioni ma manca un'attività cosciente e positiva di ricomposizione di questo processo.

La borghesia non sa rispondere alla sfida della nuova produttività del lavoro e non fa altro che “digerire” la sua forma di lavoro (quella Salariata) scomponendola all'infinito in “sotto-forme” che non ricompone ad un livello superiore. La borghesia, cioè, scompone all'infinito la figura dell'Operaio, che essa creò, senza ricostruirne una identità ed un profilo nuovo. Da questo preciso fatto discende, allora, tutta la catena di fenomeni che comunemente chiamiamo: lavori interinali, precariato, flessibilità, mestieri, e da cui nascono le proiezioni ideologiche che ne nascondono la reale natura, come lo “statuto dei lavori”, nuovo “artigianato professionale”, ecc. Dietro il velo ideologico di “nuovismo” e falsa modernità questi processi mostrano un progressivo impoverimento umano, morale e professionale di quella nuova grande frontiera dello sviluppo dell'uomo! In regime di società capitalistica ogni nuova grande scoperta, ogni avanzamento sulla strada della conoscenza e della scienza si traduce nel suo opposto, come abbiamo indicato nei lavori di Bioetica e Genetica, cui si rimanda.

 

Ora , questo processo di scomposizione della “figura di Operaio” ha anche un significato politico preciso giacché attiene all'organizzazione della cellula fondamentale del lavoro.

La figura dell'operaio di fabbrica non l'ha creata il proletariato -esso la organizzerà facendone la base soggettiva della propria lotta- ma origina dai rapporti di produzione capitalistici di cui soddisfa il bisogno di produzione di plusvalore e ne garantisce il funzionamento. Il fatto che la Borghesia non riesca più a definire una nuova forma di questa sua cellula fondamentale e che, anzi, la deprima e la liquidi, sta ad indicare come questa stessa forma di lavoro, quella salariata, non soddisfi più i criteri naturali per cui è nata; è esattamente il segno di quella crisi del lavoro salariato, fondamento della società capitalistica.

Stanno poi qui le difficoltà della sinistra a rappresentare il lavoro ed i lavoratori all'interno di un programma e ad identificare una strategia vincente. Essi leggono, e non potrebbero fare altrimenti, il tratto subalterno del lavoro, quello della sua decomposizione ma non leggono l'altro aspetto, quello che si muove con un piede già oltre il capitalismo, oltre la ricerca del profitto.

Quella figura singola di operaio va, allora, letta dentro e attraverso l'imponete sviluppo scientifico e tecnologico e da qui ricomposta ad un livello più alto come unità delle tre principali componenti dell'evoluzione della figura di Operaio: opeaio-tecnico-ricercatore.

Va ricomposta, cioè, nuova figura di lavoratore altamente specializzato secondo una formazione politecnica e scientifica, sempre più in contatto con il mondo della ricerca. Un rapporto dialettico tra lavoro e ricerca oggi reso ancor più necessario e istantaneo dall'incedere delle scoperte scientifiche e dalla necessità di far partire un nuovo salto tecnologico.

Era poi questo il centro della proposta della “Alleanza dei Saperi” che come Istituto lanciammo nel 2004 da cui avviare una nuova centralità operaia e ricostruire una nuova e più elevata soggettività del lavoro all'interno di quel processo di discioglimento della vecchia figura di lavoratore salariato.

Tutta la “difesa del lavoro” -cuore dei programmi delle organizzazioni della sinistra- avviene, cioè, ancora ed esclusivamente dal lato di una forma di lavoro che tramonta e con strumenti e categorie non più attuali, quelli maturati nel corso delle lotte degli anni '60 e '70.

 

Innanzitutto il ruolo dello Stato nazionale, non è più quello degli anni '70. Quella forma oggi viene letteralmente svuotata e proiettata in una dimensione internazionale giacché non risponde più al livello mondiale di sviluppo delle forze produttive. La forma che il capitale dà a questo sviluppo della produzione è quella del controllo dei grandi gruppi monopolistici che orientano di fatto le politiche e l'intera vita degli stati appropriandosi delle sue ricchezze materiali ed immateriali. A questo si aggiunge un intenso processo di regionalizzazione avviato dalla borghesia dalla metà degli anni '90, che dà un colpo mortale alla vecchia forma di stato giacché determina cambiamenti di carattere economico, produttivo, culturale e normativo inter-regionale e sovra-nazionale e del tutto svincolate dallo Stato nazionale; cambiamenti che si configurano già come nuove e più complesse forme di entità statuali. Come Istituto trattammo questo fenomeno con l'analisi sul ruolo delle regioni transfrontaliere. Ora, questo processo di regionalizzazione si arresta a causa della crisi e della conseguente caduta del consenso popolare, e getta in una condizione di “stallo” l'intero processo di evoluzione delle forme nuove dello Stato nazionale che resta “sospeso” in una condizione di progressivo decadimento, accentuando esclusivamente i tratti di rapina e sfruttamento della ricchezza sociale. Il rilancio di una nuova forma statuale richiederebbe allora: a) un bilancio delle varie forme nazioni e delle diverse realtà storiche, culturali, produttive, sindacali a livello quanto meno europeo; e questo significa risolvere tutta una complessa massa di temi che attengono alle leggi, usi, costumi, organizzazioni di vita e lavoro delle regioni interessate; b) un progressivo coordinamento di queste aree sui punti della centralità del lavoro secondo la nuova complessità che lo sviluppo mondiale delle forze produttive presentano.

Come si vede Keynes qui non è di nessun conforto.

 

Un altro aspetto della decadenza avanzata dello Stato nazione è rappresentata dalla crisi della politica ovvero dalla crisi dei partiti politici, le cui forme di esistenza sono del tutto superate dallo sviluppo delle forze produttive ed esautorate da forze che valicano i soli confini nazionali. La modifica dello stato, cioè, richiede e determina la modifica dei partiti: loro forme e organizzazione. La crisi di decomposizione che investe attualmente lo stato si trasmette oggi ai partiti.

In Italia questa fenomeno ha assunto prima le vesti del governo Monti e poi, in modo ancora più chiaro, del governo Letta-Bis.

In effetti con il governo Letta-bis avviene un salto di qualità nel processo di svuotamento della funzione e ruolo dei partiti politici esistenti ed un conseguente salto in avanti sulla via di un irrigimentamento della vita politica italiana, aprendo così a vere e proprie forme di cesarismo e bonapartismo. Fino a ieri, infatti, erano i partiti a tenere costantemente in ostaggio o sotto pressione l'azione di governo determinandone l'instabilità. Oggi con il Letta-bis si verifica un fatto nuovo: è il Governo che diventa centro e assume sempre più la forma di governo-partito,l'unico vero partito esistente oggi in Italia. È infatti il governo, per il tramite di Letta, che contratta con “pezzi” in libertà dei vari partiti; per il PD si veda il caso eclatante di Renzi. Lo stesso accade per il PDL: Letta si accorda con Alfano e i suoi spaccando e cancellando di fatto quel partito. Di qui la corsa a iniziative politiche che recuperino questo naufragio. Questo nuovo blocco di potere è sorretto in pieno dal vaticano e dai capitali internazionali che ne garantiscono la “solvibilità”. Occorrerebbe qui approfondire e capire le forme di questo nuovo processo.

È questa una situazione che richiede la massima vigilanza democratica.

La spaccatura delle forme dello Stato, di cui lo svuotamento della funzione dei Partiti è un momento, si accompagna ed è scandita dalle forme tipiche della “rivolta” piccolo borghese: il ribellismo di stampo mazziniano misto a populismo (di cui c'è una ripresa nel paese, ma su questo torneremo in un altro lavoro). Questo “ribellismo” si salda alla rabbia sociale popolare innescando una miscela altamente infiammabile che la borghesia usa per “agitare” in modo irresponsabile la società al fine di riprendere le posizioni di potere perdute. In questo preciso contesto si inseriscono teorie e proposte sull'intervento dello stato in economia, controllo dei flussi finanziari, neo-keynesismo che rischiano di alimentare nelle fila del proletariato false aspettative.

 

Le cose sarebbero già complicate così, ma dobbiamo ancora aggiungere tutta la parte “innovativa” di quel rapporto dialettico che la categoria “crisi “ presenta, ovvero dobbiamo qui aggiungere seppur rapidamente l'aspetto del riequilibrio del sistema capitalistico, capirne forme e contenuti e le reali linee tendenziali.

 

Avevamo già identificato la centralità di alcuni campi dello sviluppo scientifico e della produzione: Genetica, Astrofisica, Neuroscienze ai quali si aggiunge oggi il capitolo delle Green o Clean Technology. Non è compito di questa relazione approfondire il tema che sarà invece oggetto di un successivo studio. Rapidamente qui possiamo però fare alcuni rilievi.

La Green technology o economia verde attiene a tutto il variegato campo delle Energie rinnovabili ivi inclusi i processi di produzione di materiali innovativi oltre che dell'Agroindustria. Questo settore risulta poi essere direttamente collegato a quello dell'informazione e di Internet, da cui riceve una ulteriore spinta. Esso assume in questa fase una precisa centralità all'interno della produzione. I dati sugli investimenti confermano questa ipotesi così come la costruzione di cartelli e di accordi strategici fra i principali gruppi monopolistici energetici (per esempio la Germania E.on), dell'auto (GM, ecc) e quelli informatici, come Google, per gestire e dirigere questo settore. In particolare dal 2006 e fino al 2012, cioè in piena crisi economica, le grandi multinazionali e gruppi monopolistici avviano lo sviluppo su larga scala di queste tecnologie.

Questo intenso movimento sul fronte dei grandi gruppi monopolistici si accompagna ad una ancor più intensa attività istituzionale di appoggio e di investimenti pubblici che coinvolge in modo trasversale tutti gli schieramenti politici a livello europeo e mondiale, i quali sostengono, in modo più o meno aperto, questo processo e ne vogliono assumere la direzione. A conferma si possono verificare gli atti e documenti prodotti su questo settore da parte di organismi internazionali e governi: dal Congresso Usa alla CE, al governo Cinese, Brasiliano ecc che orientano le proprie direttive, leggi, regolamenti nazionali a sostegno e sviluppo di questi settori vincolando risorse ingenti. Si veda per l'Italia: conto energia e il caso dei rincari sulle bollette.

Ed è poi la guerra che si scatena per il controllo di questi finanziamenti pubblici l'ottica da cui occorre leggere lo scontro fra piccola borghesia tecnologizzata e grande capitale monopolistico che caratterizza l'attuale fase, come per esempio avviene in Italia con il fenomeno dei 5Stelle. Si rimanda qui a “Riflessioni comuni”.

 

La portata delle green technology non va valutata solo in termini di istallazione di pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Nei programmi dei grandi gruppi monopolistici e nelle decisioni e negli atti ufficiali dei diversi governi e organismi mondiali, dalla Ue agli Usa, si chiarisce l'obiettivo “massimo” di attuare la riconversione dell'intera infrastruttura industriale attuale, che per lo più è composta da Reti e Impianti venuti fuori negli anni '70 e che, seppur ammodernati nel tempo, rispondono ancora ai principi di produzione degli anni 50-70. Si pensi ad esempio alle centrali elettriche a carbone.

La borghesia o meglio una parte di essa punta con le green alla riconversione industriale su larga scala.

Va fatta chiarezza all'interno di questo settore, discernendo fra aspetti reali e annunci ideologici; tuttavia riteniamo sia da seguire e lo portiamo pertanto all'attenzione dei quadri per le ricadute che potrà avere sul lavoro e la produzione.

Inoltre esso assume particolare importanza perché si configura come capitolo della più generale “Scienza della vita” che, come Istituto, abbiamo individuato quale settore chiave giacché ad ogni nuova scoperta prodotta in questo campo segue un generale scompaginamento di tutte le vecchie teorie, di tutto il vetusto portato teorico borghese, di quello che definimmo passato pensiero. In particolare è di grande interesse l'aspetto teorico dei concetti di RICICLO e di RINNOVABILE che richiedono e rimandano ad una più approfondita analisi sui temi della Termodinamica e della trasformazione della materia. Il fatto stesso che si abbandoni una visone unidirezionale dei processi di trasformazione, quali quelli fino ad oggi applicati dalla borghesia, e che poi sono la causa di forme di dispersione incontrollata di energia nell'ambiente che diventa inquinamento, segna un ulteriore passo verso la logica dialettica e il superamento di quella aristoteliana che ancora oggi costituisce l'impianto teorico essenziale, categoriale della ricerca e del pensiero più in generale; è un passo in avanti per la fondazione di una nuova scienza che accompagni questo processo epocale di transizione e segna una ulteriore affermazione della concezione materialistica e della Logica Dialettica.

 Possiamo adesso provare a guardare i processi reali e l'attuale fase storica in altro modo.

 Il loro tratto comune è l'emergere del carattere sociale del lavoro e della produzione su quello dell'appropriazione privata da parte del capitalista o del singolo gruppo. Il nuovo livello di socialità della produzione, intesa come unità dialettica di lavoro-conoscenza-ricerca, è conseguente all'innalzamento scientifico e tecnologico ed anzi, questo innalzamento costante, richiede livelli sempre più sociali e globali di gestione e direzione dei processi e della ricerca.

 

Esistono, cioè, già oggi le condizioni per il superamento del vincolo privato dell'appropriazione del profitto e risiedono nel sempre più alto carattere sociale della produzione, ciò che viene erroneamente chiamato in modo confuso e indistinto Globalizzazione.

In effetti, l'avvenuta socializzazione dei rapporti produttivi (ovvero la produzione mondiale) richiede che si giunga alla definizione di nuovi rapporti economici e sociali a quel livello; cosa che il profitto capitalistico e la visione privata e ristretta del profitto individuale non consentono.

Lo sviluppo delle forze produttive richiede di attuare questo passaggio; richiede già oggi una gestione sociale mondiale dei rapporti economici.

Una nuova forma di proprietà sociale e del lavoro si fa già strada; è già nello sviluppo dei processi in atto, nei livelli dello sviluppo delle forze produttive (produzione mondiale, connessione mondiale e in tempo reale, ecc, ecc) ed è su questi processi che i quadri operai devono tornare ad agire ed a sviluppare un ragionamento.

 

L'alleanza dei saperi coniugata con un nuovo piano del lavoro risponde allora a questa esigenza e si configura quale base minima e necessaria per avviare quel processo di nuova rivoluzione industriale che la Borghesia non ha saputo e non sa compiere. Essa ha avviato questa fase ma l'ha sviluppata in modo caotico e settoriale e sempre guidata dall'asfissiante logica del profitto di singolo gruppo. Manca, cioè, a questa classe la possibilità di leggere l'intera complessità dei processi che essa stessa ha messo in atto ma che non può gestire!

Da questo punto di vista è di interesse il tema della “Programmazione Economica” e beni comuni.

Sono questi due temi che vanno sotto il capitolo de Le nuove forme di proprietà e quindi di società.

Sia la grande borghesia che le sue componenti piccola e media di estrazione nazionale sviluppano azioni, teorie e idee attorno a questi concetti. La crisi della forma salariata del lavoro costringe,cioè, questa classe a scendere sul terreno della direzione organica dei processi produttivi; la costringe, cioè, a scendere sul nostro terreno.

Questo fenomeno si presenta in modi e forme diverse a seconda di quale frazione di borghesia esaminiamo.

La grande borghesia ci prova con i vari G20, 21, 11, 8, ecc, cercando di definire un nuovo ordine mondiale ed una gestione più organica dell'economia su scala mondiale che, però, non è in grado di sviluppare giacché si muove ancora sul terreno delle leggi economiche classiche ed interamente fondate sull'uso della forma salariata di lavoro le quali hanno pienamente dimostrato di non essere in grado di guidare lo sviluppo delle forze produttive innescando processi di crescente devastazione sociale e ambientale.

Sul fronte della piccola borghesia il processo è più articolato. La sua ala destra recupera il ruolo dello Stato come momento di difesa contro l'aggressione del grande capitale finanziario al fine di mantenere privilegi e quote di potere consolidate e fino a riesumare proposte di ritorno all'autarchia. La sua ala sinistra, invece, a volte si spinge su temi di confine come i beni comuni, altre volte vagheggia di ritorni a visoni “feudali”, riesumando un filone medievalista che prova a leggere lo sviluppo tumultuoso delle forze produttive dentro un ambito per lei gestibile. Si pensi per esempio alle teorie sul “localismo” o della Decrescita, anch'essa nata sul terreno della lotta ai grandi monopoli.

Ma i temi della programmazione e dello sviluppo organico della produzione possono essere affrontati solo rimettendo al centro il lavoro. Ecco perché su questi temi siamo noi ad avere risposte, a poter indicare soluzioni. La borghesia scende sul nostro terreno. A noi la capacità di approntare risposte all'altezza delle sfide.

Come dicevamo in apertura di questa relazione, quanto si richiede ai quadri è di favorire una nuova rivoluzione scientifica, culturale, politica e si richiede, quindi, una nuova teoria unificante del sapere partendo dal lavoro.

 Il lavoro dunque quale terreno per fondare una nuova società.

Non la visone "debole" di soggetto in difficoltà, tartassato dal capitale, sfruttato, ecc, e che quindi si limita a chiedere più Giustizia e più Equità ma soggetto a partire dal quale si può avviare una rilettura dello sviluppo dell'uomo e della società.

In questo senso riteniamo utile riprendere il tema e l'esperienza delle Conferenze Operaie -alla luce dello sviluppo scientifico e tecnologico- quali strumento di analisi e momento di discussione comune fra i comunisti riguardo ai principali problemi inerenti la produzione, la ricerca, lo sviluppo sociale e ambientali; per delineare e organizzare quella centralità del lavoro e dello sviluppo scientifico e tecnologico che i processi produttivi stessi indicano ormai da tempo.

 Si vuole qui chiudere questa relazione con un passo della relazione al II Congresso, giacché riteniamo che essa fornisca ancora i compiti attuali di fase ai quali dobbiamo rispondere.

Nelle attuali condizioni il proletariato non è in grado di assolvere a questo suo ruolo di avanguardia per lo stato in cui si trova il marxismo, ridotto a filosofia, scisso nel suo rapporto con le scienze naturali ha accumulato in grave ritardo di oltre 35anni.

Il problema di recuperare questo grave ritardo, tra i responsabili della sconfitta momentanea che il proletariato e la lotta per il socialismo hanno subito, è decisivo.

Questa sconfitta si inquadra come momentanea battuta d’arresto, una nuova accumulazione quantitativa di fase per una nuova rottura rivoluzionaria – rimandiamo qui a Processi della Transizione – nella più complessiva fase di avanzamento della società socialista, dell’affermazione delle moderne forze produttive, per l’affermazione dei nuovi rapporti di produzione socialisti.

Dentro il processo di restituire al marxismo la sua funzione di avanguardia, e consentire così al proletariato di assolvere il suo ruolo di classe d’avanguardia si colloca il problema di rendere leggibile la teoria scientifica marxista all’intero mondo della ricerca, affinché vengano superate qui diffidenze ed ostilità, prodotte dalla lettura del marxismo in quanto filosofia e di superare la scissione operatasi con il movimento operaio e comunista e con la cultura e la tradizione scientifica statunitensi.

Il vecchio mondo se ne va, resiste disperatamente.

Conduce una battaglia disperata legale ed illegale, pacifica ed armata, dispiega la resistenza su tutti i campi: economico, politico, sociale, istituzionale, scientifico, culturale, ideologico.

Getta in campo tutta la sua consumata esperienza millenaria di inganno, di dissimulazione, nulla lascia di intentato e tutto richiama dalle sue più profonde e recondite viscere.

L’assalto poderoso che subisce spinge tutte le classi e figure e singoli, che trovano nella proprietà privata la loro esistenza, trasversalizzando uomini, cose e idee, ad unirsi in un solo fascio, coniugando a questo una duttile e trasformistica tattica in grado di insinuarsi in ogni più piccola piega per sfruttare ogni più piccola difficoltà, battuta d’arresto delle forze del cambiamento.

La caratteristica dei prossimi anni sarà allora quella dell’intensificazione della confusione ideologica e teorica, dell’avvelenamento  delle coscienze con teorie mistiche, religiose, con false contrapposizioni, la costruzione ad arte di falsi obiettivi e false contrapposizioni ideologiche, religiose, razziali, nazionali tutto al fine di dividere, disperdere le forze in lotta per il nuovo mondo.

In questa furibonda resistenza straccerà vesti e maschere sotto le quali sino ad ora si era camaleontizzato, dando fondo a tutti i suoi libri paga: si apre, cioè, una fase di grande chiarezza.

Lo scontro conoscerà forti impennate ove forze e classi intermedie saranno spazzate via: in piedi resteranno solo i giganti. Perché si apre la fase dei giganti ed il proletariato mondiale è il più grande gigante di tutti i tempi.

Ciascuno è dinanzi alle sue responsabilità.

E’ tempo delle scelte e dello schierarsi netto ed in chiaro, mezze scelte e mezze figure non avranno un’alba di vita.

L’Istituto è tutto sul terreno del proletariato mondiale e della transizione e, per quanto starà in lui, farà fino in fondo la sua parte.

Gli altri facciano la loro” (Antonio Calabria).

 

 

 

 

 

Coruzzolo Giovanni – Intervento

Devo in primo luogo, con estremo piacere e soddisfazione, ringraziare i compagni che si sono prodigati in questi anni che ci separano dall’ultimo congresso e che non hanno mai perso l’entusiasmo, la convinzione e la determinazione nel portare avanti il progetto dell’Istituto. Non era facile e non lo è men che meno oggi e pur tuttavia essi non hanno mai smarrito l’orientamento fondamentale indicato nel proclama.

Vorrei portare questo mio contributo al dibattito congressuale focalizzando l’attenzione su alcuni punti e aspetti che a me sembrano essere importanti nella più generale analisi dei processi di transizione dalla società capitalistica al socialismo, poiché è questo inequivocabilmente il tratto centrale che ci disegna lo sviluppo attuale delle forze produttive. In tal senso, vi sono allora da sintetizzare gli elementi fondamentali che descrivono il quadro di modifica dei processi produttivi che trasversalizza tutti settori economici, dal manifatturiero ai servizi, all’edilizia, all’editoria, alle comunicazioni per estendere le sue propaggini anche all’interno di nuovi campi o settori come quello della green economy, con le conseguenti generali ricadute sul mondo del lavoro che pur sono state caratterizzate da una progressiva intensificazione rispetto a quelle che furono le linee di evoluzione già individuate dall’Istituto nel suo 2° Congresso e più in avanti.

I punti che sottopongo alla vostra attenzione e che descrivono alcune delle principali caratteristiche dell'evoluzione del Lavoro sono: disoccupazione tecnologica, concetto di flessibilità basato proprio sulle nuove implementazioni scientifiche e tecnologiche; una sempre più approfondita specializzazione come effetto di una sempre più intensa divisione del lavoro; individualizzazione delle forme contrattuali.

Questi tratti non maturano in astratto ma dentro i rapporti di proprietà capitalistici che li deformano consegnandoci un uomo schiacciato dal Lavoro e non liberato dal Lavoro come lo sviluppo scientifico e tecnologico già indicherebbe.

In effetti avevamo già visto in passato come fosse cambiato il quadro referente generale del lavoro, ovvero della ricchezza sociale prodotta, passata attraverso il superamento del sistema fordista e taylorista, grazie alla possibile modifica del rapporto spazio-tempo della produzione che rendeva maggiormente redditiva la scissione dei grandi agglomerati produttivi, nonché di come sia aumentata la capacità di produttività a seguito dello sviluppo scientifico e tecnologico che è a monte di tutto il processo descritto. Avevamo poi visto come l’implementazione tecnologica riducesse le fonti di generazione del plusvalore e come questo intervenisse a bloccare in definitiva la riproduzione allargata1. Oggi assistiamo al consolidamento degli effetti di tali nuove dinamiche che generano quel complesso di fenomeni indicato in apertura e che produce quella tipologia di disoccupazione, la ”tecnologica”, e nel contempo chiede il superamento della forma tradizionale di assetto produttivo aziendale, che attualmente si presenta basata in generale, come un complesso minimo centrale costituito da un corpo di lavoro stabile, che va tendenzialmente riducendosi, e da cerchi concentrici esterni basati sul lavoro flessibile in misura sempre più maggioritario che via via, va assorbendo il nucleo centrale stabilizzato2. Il lavoro cioè, nella sua forma tradizionale tende a “marginalizzarsi” sempre di più creando come risultato sempre più disoccupazione e nel migliore dei casi, sempre più flessibilità che nella forma capitalistica significa ulteriore sfruttamento e impoverimento a fronte di una conoscenza scientifica più alta e di unapotenzialità produttiva maggiore.Ovvero la forma salariata di lavoro si assottiglia progressivamente, dimostrando di non poter essere garanzia di sopravvivenza per milioni di uomini e donne in quanto non più utile alla valorizzazione del capitale e alla creazione di profitto. Essa perde la sua funzione di creazione di plusvalore a causa di quel suo contenuto di produttività crescente ed è questo che fa si che si assottigli. Al suo posto la borghesia non identifica nuove e compiute forme di organizzazione della forza lavoro ma attua una scomposizione all'infinito di quella sola che conosce, quella salariata. Questa scomposizione, questo voler permanere all'interno della forma di lavoro salariato in quanto creatrice di plusvalore, comporta dunque il quadro attuale di distruzione materiale e immateriale della società: precarietà, disoccupazione, abbassamento salari e diritti, ecc, ecc.

Il nostro compito è allora quello di comprendere e recepire quelle potenzialità che vanno sviluppandosi all’interno del sistema per esaltarne i contenuti in modo da spostare gli assi portanti dello stesso, verso una produttività basata sulla necessità sociale attraverso il controllo delle fonti e delle dinamiche produttive. Si tratta allora, di utilizzare le rinnovate capacità produttive superando la produzione per la rigenerazione del capitale, di liberare gli uomini dai tempi di lavoro, di liberare la società dalla contraddizione data dalla grande socializzazione del lavoro a fronte dell’accumulazione privata di ricchezza prodotta.

Su questa strada però incontriamo diversi ostacoli, innanzitutto l'insistere di teorie e idee confuse, spesso nel franco tentativo di creare disorientamento nel proletariato e a volte nella buona fede dei quadri che tardano a liberarsi da una visione idealistica dei processi. In esse infatti, sebbene con grande chiarezza, solo implicitamente vengono dichiarate la necessità di superamento dell’economia di mercato e la possibilità di gestione dei processi direttamente ad opera dei prestatori di lavoro a fronte delle loro accresciute conoscenze tecnico-scientifiche e delle forme nuove che il lavoro va tendenzialmente assumendo.

Sono allora i concetti di flessibilità e produttività a costituire il nodo centrale della questione teorica attraverso cui incidere in modo determinante sulle coscienze dei quadri e delle organizzazioni del proletariato.

Flessibilità.

Il livello dato di sviluppo scientifico e tecnologico, consente di gestire i processi attraverso una più estesa socializzazione delle dinamiche decisionali all’interno degli assetti produttivi e più all’esterno di essi nella società, ma ciò non può avvenire senza una totale messa in discussione dei principi produttivi e delle categorie che fino ad oggi hanno caratterizzato il sistema. In tal senso è assolutamente fuorviante la teoria secondo la quale la flessibilità serve a coprire le “inevitabili turbolenze” di mercato. Tali turbolenze infatti non sono frutto di leggi inevitabili ma dell'incapacità della borghesia di gestire l'aumentata produttività del lavoro che, invece di liberare l'uomo e le forze produttive ad un più alto livello di sviluppo, determinano un quadro di generale instabilità accentuando i caratteri di crisi e distruzione della ricchezza sociale. In più, la risposta modulare del sistema non produce effetti dirimenti sulle sue crisi, in quanto basata comunque sull’immanente carattere anarchico della produzione, a causa del quale il sistema viene a comporsi di agenti in perenne conflitto fra loro a livelli diversi e in misura sempre più alta.Il dato da fermare, invece, è che il costante rivoluzionamento della base produttiva genera una forma di lavoro conseguente sempre più fluida e sempre meno costretta a forme fisse e rigide di impiego quali la costrizione ad orari continuativi e fissi, forme e luoghi di svolgimento del lavoro, ecc..Ne discende un quadro estremamente dinamico in cui l’elemento di forza è costituito dall’utilizzo di tecnologia avanzata in misura sempre maggiore, per la quale cambiano le stesse caratteristiche del lavoro, più intellettualizzato con funzioni di controllo dei processi che tendono a prevalere sulle funzioni operative. Lo stesso lavoro non è più però richiesto in forma strutturalmente stabile e lo stesso ricorso alla forza-lavoro, oltre a seguire gli andamenti sempre più altalenanti dei processi produttivi, tende a ridursi progressivamente. Pertanto, la flessibilità del lavoro nel contesto capitalistico può diventare, il momento centrale di analisi critica della forma del lavoro che esprime la ineluttabilità del superamento della rigidità del lavoro subordinato salariato. Quella stessa flessibilità che il capitale in risposta alle mutate condizioni produttive, utilizza anche come strumento di recupero dei margini di caduta del saggio medio di profitto, e che in questo modo ritarda l’ulteriore sviluppo delle forze produttive e condiziona la vita degli uomini gettandola nell’alveo dell’incertezza e della precarietà anche attraverso l’individualizzazione del rapporto di lavoro, quella stessa flessibilità può e deve divenire in realtà, liberazione dal lavoro e apertura a forme nuove nelle quali lo sviluppo delle forze produttive riassume concretamente prospettive future. Forme nuove di lavoro, legate a obiettivi di utilità sociale predefiniti da un piano generale “determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso considerati in rapporto fra loro e in rapporto alla quantità di lavoro necessaria alla loro produzione”3; forme nuove, nelle quali il lavoro, che nella società capitalistica è espressione di un rapporto sociale di produzione a carattere privato puramente finalizzato alla conservazione e all’accrescimento del valore di scambio4, diventi impegno sociale “che esprime cioè il rapporto fra la società nel suo insieme e il singolo lavoratore che lavora per sé e per la propria società”5 ovvero che produce ciò di cui la società necessita e di cui ha bisogno per la sua esistenza, la sua crescita e il suo sviluppo; forme nuove di lavoro, organizzate in strutture libere dalla sussunzione al capitale, nelle quali la gestione dei processi avvenga attraverso il concorso di tutte le intelligenze, di tutti i saperi.

Partecipazione-condivisione-merito

Su questo ultimo aspetto, il concorso di tutte le intelligenze, di tutti i saperi, va fatta chiarezza. Si è fatto strada, anche fra molti quadri, il principio secondo cui si è aperta un’era di riequilibrio del rapporto di potere fra capitale e lavoro, dovuta alla creazione di un’intelligenza diffusa che consentirebbe di gestire i processi lavorativi basandosi sul meritoe non sul controllo del capitale. È questa una componente importante dell'ideologia proprietaria che lega a sé la parte migliore e più specializzata della forza lavoro. Assieme alla questione di una maggiore retribuzione (legata appunto a maggior merito), sono le categorie che legano una parte importante del mondo del lavoro alle logiche della borghesia. Saper criticare cosa significa Merito, nella società capitalistica e scardinare questo “feticcio” proprio per i motivi sopra chiariti: più sviluppo tecnologico, più produttività del lavoro, più merito del singolo lavoratore o del gruppo di lavoro si traducono in costanza di società capitalistica in maggiore miseria e distruzione delle forze del lavoro e dei prodotti del lavoro. La categoria “merito” non ha quindi una valenza “tecnica” ma ideologica e fuorviante in queste condizioni.Essa può essere recuperata solo nella misura in cui quel riequilibrio significa superamento del sistema capitalistico, poiché ci si dimentica troppo facilmente che i processi del lavoro vengono messi in opera “non in un vuoto sociale e istituzionale, ma nel pieno di rapporti di potere, di lotte economiche sociali e di conflitti di autorità e giurisdizione”6, che sono espressione di ben determinati rapporti sociali di produzione.Ciò presuppone una diversa organizzazione del lavoro ma introduce anche ad una nuova forma di direzione dei processi produttivi sui luoghi della produzione; con “Programma” l’Istituto ha già posto in evidenza la necessità di una forma nuova di partecipazione dei lavoratori agli accordi aziendali attraverso il loro pronunciamento diretto sulla validità e sui contenuti degli stessi. Si tratta cioè di spingere i processi verso l’estensione della democrazia sui luoghi della produzione che abbia la finalità di integrare la carta costituzionale e lo statuto dei lavoratori, ancorché attraverso la costruzione di una democrazia dei Consigli collegata a vari livelli anche alla realtà territoriale, avente validità legislativa rispetto ai suoi deliberati per i temi e gli ambiti di competenza. In tale impianto si inserisce quella che abbiamo definito l’ “Alleanza dei saperi”, ovvero una struttura autonoma costituita da tutte le figure produttive esistenti su un luogo di lavoro, finalizzata all’elaborazione, all’esecuzione e al controllo del Piano per il Lavoro e articolata anch’essa a vari livelli, in grado di esprimere “l’angolazione di lettura dei processi reali dal lato del lavoro” per le finalità aziendali e interaziendali relativamente agli ambiti e ai temi di competenza.

Produttività e salari.

Il tema della produttività così come lo consociamo è poggiato su basi ideologiche e pertanto non consente di leggere i processi in atto nella produzione; è una categoria vecchia che poteva valere fino a 20 anni fa ma che oggi non dà più alcuna risposta. Nelle attuali condizioni Produttività è identificata con redditività d'impresa e quindi con creazione di profitto. La produttività del Lavoro diventa misurata e misurabile solo dall'angolazione del profitto, nel momento e nella misura in cui crea profitto. Da questo punto di vista la subalternità alla centralità d'impresa è fatto conseguente e inevitabile. Ma il problema sta altrove. L'aumento della produttività del Lavoro, agli attuali livelli scientifici e tecnologici, contraddice quell'assioma ed anzi dimostra che al crescere dell'una, cala l'altra; ovvero lo sviluppo tecnologico fa sì che l'aumento della produttività del lavoro agisca da pesante contrazione del profitto e quindi della redditività d'impresa. Pertanto è esattamente quell'aumentata produttività del lavoro che spinge il capitale alla “guerra ai salari” (Marx). Da questo punto di vista, allora, quel concetto di produttività diventa, di fatto, inservibile. L’alta tecnologizzazione dei processi produttivi ha ormai talmente eroso le fonti di plusvalore che anche la guerra ai salari ha totalmente esaurito tutte le sue potenzialità per il sistema capitalistico che cerca di compensare le sue perdite attraverso l’immissione massiccia di lavoro flessibile nei confronti del quale però, ripropone le stesse dinamiche di attacco.

Orbene, occorre allora sottolineare due passaggi:

1. sappiamo che il salario è il prezzo della merce forza-lavoro, che come tale è soggetta a tutte le leggi del sistema mercantile, oscillazioni, variazioni, concorrenza; il prezzo di questa merce è determinato, come per tutte le altre merci, dal costo di produzione della stessa, ovvero dal tempo necessario a produrla, cosi che il valore di una merce è dato dal tempo medio socialmente necessario atto a produrla nelle condizioni tecniche e scientifiche date. L’aumento della produttività del lavoro, riduce inesorabilmente il tempo medio necessario a produrre la merce e quindi ne riduce il valore di scambio; la società mercantile basata sulla produzione e lo scambio di merci ne riceve un colpo mortale e la forza-lavoro in quanto merce non subisce minor sorte. Il lavoro intanto, per effetto dell’implementazione tecnologica viene liberato e con esso viene liberato anche il tempo di lavoro: “Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di esserne la misura”7. La legge del valore-lavoro conclude il suo ciclo di esistenza proprio per effetto dello sviluppo delle forze produttive; in questo quadro del salario non resta più nulla poiché viene invalidata la legge del valore della forza-lavoro che ne è alla base. Entra in gioco nello stato delle cose, un nuovo concetto basato sul riconoscimento del lavoro prestato come impegno sociale, ovvero del ritorno al lavoratore di quella parte equivalente del prodotto sociale creato da lui stesso;

2. la rigenerazione della forza-lavoro avviene attraverso il soddisfacimento delle esigenze fisiche e spirituali dell’uomo; queste esigenze non sono immutate nel tempo e variano in relazione allo sviluppo della ricchezza sociale prodotta. I bisogni cambiano in funzione della crescita economica della società e della complessità che questo sviluppo produce nei rapporti sociali: “i nostri bisogni e i nostri godimenti sorgono dalla società, noi li misuriamo quindi sulla base della società e non li misuriamo sulla base dei mezzi materiali per la loro soddisfazione. Poiché sono di natura sociale, essi sono di natura relativa”8.

Questi punti orientano verso la necessità di rivedere corposamente tutto il sistema retributivo attuale recependo quelli che sono gli sviluppi ormai raggiunti del progresso tecnico-scientifico e delle linee tendenziali verso cui tale sviluppo vuole progredire.Non vi è più spazio per le ambiguità, i tentennamenti, le riproposizioni del passato poiché le condizioni tecniche e scientifiche della produzione chiedono altri spazi, altre dinamiche, altri scenari. È su questi temi che allora il confronto con le organizzazioni del proletariato a tutti i livelli, politico e sindacale, deve intensificarsi e arricchirsi di contenuti analitici e proposte programmatiche, ma ciò deve avvenire da un’angolazione totalmente scevra da condizionamenti ideologici e metafisici che finiscono col recepire valori e proiezioni della classe borghese e che hanno il solo effetto di distorcere la lettura della realtà, allontanando i tempi della trasformazione.

In sintesi

Insistere sullo sviluppo scientifico e tecnologico come leva per una migliore occupazione e migliori salari vuol dire, quindi, porsi il problema di gestire quel livello tecnologico in un contesto diverso da quello della società capitalistica, giacché restando al suo interno è esattamente quell'aumento di produttività su base tecnologica che induce la borghesia ad erodere salari, a ridurre l'occupazione precarizzando o immiserendo fasce crescenti di uomini e donne. Qui si ripresenta allora, con evidente peso anche tutta la questione legata al superamento della categoria profitto come conseguenza dello sviluppo delle forze produttive, ovvero di come il blocco del sistema capitalista non consenta più strategie efficaci di azione sui salari in favore dell’occupazione9, del tipo e del livello di occupazione e del welfare, e perciò stesso di come sia totalmente superato il vecchio quadro concettuale che legittimamente si muoveva in passato entro contesti di produttività assolutamente diversi e tecnologicamente limitati rispetto al presente.

Lo stato dei quadri.

Ma qual’è lo stato della situazione che riguarda propriole organizzazioni che rappresentano il Lavoro? la spaccatura e la frammentazione nella quale si trovano le organizzazioni politiche del proletariato è il riflesso di uno stato generale di sbandamento della classe operaia e lavoratrice, che non gestisce alcun processo ma anzi viene condizionata costantemente dalle teorie e da posizioni proprie di frazioni e fazioni della piccola e media borghesia proletarizzata per effetto della crisi capitalistica ed in lotta contro il grande capitale. Abbiamo già visto con l’Istituto come il movimento operaio quale soggetto della trasformazione, finisce col muoversi dentro un quadro teorico che non è suo, che è importato dalla stratificazione delle classi di natura borghese. Le parole d’ordine sono Keynes, “decrescita felice”, “sviluppo sostenibile”, “commercio equo e solidale”, anticapitalismo in quanto antimonopolismo, dunque sempre e convintamente dentro l’impianto capitalista. Tutto ciò non portando risposte concrete e non potendolo fare benché meno in prospettiva, produce poi una estrema conflittualità tra le organizzazioni politiche e sindacali che sono più o meno a sinistra di questo quadro centrale di riferimento e che finisce col travolgere i quadri in uno sterile scontro. Il punto di maggiore debolezza teorica che trasversalizza tutti gli schieramenti è la mancanza di identificazione di quegli elementi chiave, siano essi di processo produttivo e/o di trasformazione delle istanze sociali, che costituiscono i germi della nuova società, e quindi dell’assenza di una consapevolezza del più generale attraversamento o transizione ad un’altra dimensione economica e sociale nella quale venga a superamento la contraddizione fra le forze produttive e i rapporti di produzione attuali. In questo quadro diventa allora fondamentale costruire una ricomposizione unitaria delle forze del proletariato attorno ai temi

  • dal punto di vista teorico, dello sviluppo scientifico e tecnologico quale agente inesorabile di compromissione del sistema di generazione del plusvalore, di superamento del profitto, di superamento del lavoro salariato;

  • dal punto di vista programmatico, sulla base della costruzione di nuove forme di proprietà, di nuove forme del lavoro, di nuove forme di redistribuzione della ricchezza sociale prodotta o se si preferisce di retribuzione del lavoro individuale e collettivo.

Particolare attenzione va posta sicuramente al piano programmatico che deve rappresentare uno dei momenti più strategicamente rilevanti di costruzione dell’unità delle forze della trasformazione attorno anche a pochi punti, ma caratterizzati dal loro essere elementi chiave per l’indispensabile e corretta declinazione della centralità del lavoro, pur attraverso la promozione e la diffusione di quelle che possono essere considerate le componenti embrionali della società dei produttori. La definizione di un programma politico altisonante che punti anche al completo rivoluzionamento totale dei rapporti sociali ed economici, ma che però non passi per l’identificazione di momenti e movimenti che se pur contraddittori, rappresentano istanze ed elementi concreti di passaggio ad un’altra forma di proprietà e ad un’altra forma di gestione dei processi, la mancanza di tale comprensione rende sterile qualsiasi ambizione di cambiamento e condanna tali programmi a restare al margine della realtà politica. Certo, sulla definizione di un programma che sappia sperimentare concretamente le strade per la fuoriuscita al capitalismo, pesano tante questioni prima fra tutte quella del recupero del marxismo non filtrato dalle lenti ideologizzate del pensiero borghese,

La questione del Programma è complessa e delicata. Essa va lasciata all'azione ed al contributo collettivo dei quadri operai e ne vanno compresi gli aspetti strategici da quelli tattici.

L’Istituto10 ha già da tempo lavorato sui punti unitari di qualificazione di un’azione programmatica inseriti nel più generale contesto della definizione di un piano generale del lavoro in grado di recepire le questioni sopra analizzate, anche e soprattutto attraverso il concorso di “tutte le sensibilità, correnti di pensiero, esperienze e saperi di cui ogni luogo di lavoro è ricco”. Si rinvia per intero alla relazione “Programma”. Quel contributo va aggiornato. Pongo qui all'attenzione dei compagni e delle compagne, quindi, un tema in particolare e precisamente quello relativo alla:

  • sperimentazione di forme nuove di proprietà (non privata e non pubblica) e di gestione sociale dei “beni comuni” da sottrarre alle logiche di mercato.

Nei settori dell’energia e nei casi di monopoli, tale percorso (basato su strutture integrate ovvero di comunità di lavoratori e utenti) costituirebbe una nuova forma di proprietà, ivi compreso il campo della produzione e della distribuzione, che peraltro come l’Istituto ha esplicitamente richiamato già in “Programma”, sono concretamente possibili a norma di Costituzione11; ma ciò che cambia e che rende ancor maggiormente percorribile una simile prospettiva sebbene suscettibile di ulteriore verifica e approfondimento, è la possibilità data dallo sviluppo scientifico e tecnologico di costruire reti interlocali di produzione energetica basata sulle fonti rinnovabili, unitamente al progresso della CTI (tecnologia dell’informazione e comunicazione), in grado di spingere verso la creazione di quelle “strutture integrate a forma cooperativa, senza fini di speculazione privata”.

Idem dicasi nei settori dei servizi pubblici essenziali.

Ciò ripropone il tema di una diversa organizzazione del lavoro e di una nuova forma di direzione dei processi produttivi sui luoghi della produzione, come abbiamo già esposto a riguardo della categoria Merito e Partecipazione dei lavoratori.

Proposta. Analisi Sanità

Abbiamo la necessità di provare a leggere i più significativi dati tendenziali all'interno delle realtà di lavoro esistenti. Occorre fermare l’attenzione su quelle che dagli anni ’70 sono le rivisitazioni delle strutture organizzative all’interno dei posti di lavoro a seguito dello sviluppo scientifico e tecnologico nonché della più approfondita divisione del lavoro; il riferimento va qui a tutte le elaborazioni rispetto ai cosiddetti modelli orizzontali, a matrice, funzionali, di processo, ecc. che vengono presentati come forme di partecipazione dei lavoratori ai processi produttivi e di liberazione dal comando sul lavoro. Sebbene proprio queste forme organizzative esplicitino la necessità di un coinvolgimento reale dei lavoratori alle dinamiche produttive, tali impianti restano strutture meramente esecutive e nulla hanno a che vedere con l’elaborazione di strategie, programmi e quant’altro presupponga la fase decisionale aziendale. Occorre dunque intervenire a tale livello, per permettere alle forze produttive di poter esprimere tutto il loro potenziale odierno, ponendo le condizioni per l’ulteriore loro sviluppo. Quanto detto non necessita di particolari alchimie. Bisogna comprendere che il come, il quanto e il perché della produzione debbano essere oggetto di elaborazione da parte di strutture partecipate da tutte le figure lavorative caratterizzanti l’unità produttivae che queste abbiano carattere permanente, consultivo e deliberativo. Iniziali forme di questo genere pur con tutte le loro contraddizioni e limiti, sono del resto già tendenzialmente in essere in alcune, sporadiche realtà locali del settore della sanità, dove forte è stata l’implementazione tecnologica degli ultimi 20 anni che ha portato ad una profonda modificazione degli assetti organizzativi dovuti alla maggiore divisione del lavoro, ma che proprio per i loro enormi limiti e forti resistenze, testimoniano l’esistenza di un’embrionalità degli elementi caratteristici di una socializzazione della direzione delle dinamiche produttive, che chiedono e vogliono svilupparsi e crescere. Sono esperienze ancora incompiute, forti nelle intenzioni ma deboli per realizzazione, che vanno ricondotte ad un ridisegno organizzativo delle professioni sanitarie e non, in funzione dell’applicazione delle nuove procedure del lavoro, dell’uso razionale dei nuovi e più potenti mezzi produttivi e della ottimizzazione dei processi organizzativi in questo settore; in questo le professioni sanitarie tentano di diventare sempre più parte attiva nella definizione degli obiettivi produttivi e delle modalità di processo, attraverso la revisione dei modelli organizzativi per coniugare con coerenza esigenze professionali, rapporti costi-benefici, efficacia ed efficienza delle prestazioni. Esperienze che vogliono recepire altresì, il carattere nuovo e diverso del rapporto diretto-dirigente totalmente avulso dalla natura prettamente gerarchica delle ormai superate necessità della produzione e basato sulle nuove responsabilità, sui nuovi ambiti di autonomia, sulle nuove competenze e conoscenze dei lavoratori.

Occorre provare a intervenire e sviluppare queste esperienze embrionali, farne oggetto di analisi e di proposta su tutti i luoghi di lavoro e in tutti i settori, coinvolgere quadri e lavoratori di tutte le categorie su questo argomento al fine di rivitalizzare le coscienze, dare prospettive e spostare dal livello dato dal rapporto lavoro salariato-capitale, il solo ad oggi vissuto dalla classe lavoratrice, al livello dato dal contesto forze produttive-rapporti di produzione, il solo a poter traghettare verso la trasformazione. Riportare la centralità del lavoro alla sua massima espressione significa passare anche per queste vie, ponendo dei veri e propri cunei strategici all’interno dell’organizzazione sistema produttivo, e incominciando attraverso questi a scardinare le fondamenta del sistema democratico borghese, nel quale non vi è spazio per la direzione dei processi da parte delle classi subalterne. In quest’ottica possiamo dunque inserire un ulteriore punto programmatico rispetto al precedente sopra descritto, ovvero:

  • Sperimentazione di forme concrete di alleanze dei saperi sui luoghi di lavoro, funzionali alla direzione dei processi produttivi e collegate territorialmente alle forme di proprietà sociale riferite in precedenza.

Si tratta cioè di strumenti organizzativi e direttivi posti a “superamento di quella parcellizzazione e frammentazione dei saperi da una parte, nonché di quella situazione costituita da livelli diversi e stratificazioni diverse all’interno degli stessi livelli; strumenti quindi, di costruzione di una unità superiore dei lavoratori, ove lo sviluppo avutosi ne aveva determinato e ne determina, come momento spontaneo e immediato, la frammentazione e separatezza. È tutta qui poi la sfida dei tempi, nella capacità di attrezzare risposte a questo nuovo livello dei problemi determinati dallo sviluppo scientifico e tecnologico che sappia coniugare efficienza e costi, o se si vuole interpretare ed esprimere a nuovi livelli la coppia costi-benefici, congiuntamente a livelli di organizzazione-partecipazione-democrazia. È tutto qui il senso di ricerca e sperimentazione della proposta che viene qui avanzata e proprio per questo richiede il concorso di tutti, di tutte le sensibilità e i vissuti”12.

L’Istituto.

L'Istituto attraverso una costante disamina delle linee tendenziali dei processi produttivi e della ferma e puntuale critica alle concezioni e teorie piccolo-borghesi, che si presentano ben radicate e che distorcendo la lettura delle cose paralizzano letteralmente lo sviluppo delle classi lavoratrici nell’azione cosciente e organizzata della trasformazione, aiuta i quadri a liberarsi dalla confusione e da dispersivi circoli viziosi, in una fase di già rilevante debolezza soggettiva della ripresa del proletariato. Ci poniamo l'obiettivo di stimolare i quadri a trovare autonomamente le vie concrete -nelle concrete condizioni che essi vivono- le forme del gestire e dirigere questa lunga fase di transizione da una società ad un'altra. Come Istitutopossiamo scegliere di fermare alcuni e diversi punti come fatto in passato, ma per la organicità dell’elaborato complessivo dell’Istituto, possiamo anche fermare un solo punto intorno al quale promuovere il confronto con le organizzazioni dei lavoratori e sulla base del quale costruire un percorso di lettura organica dei processi. Ciò però inerisce alla necessità di uscire con iniziative pubbliche molto più frequentemente di quanto è stato possibile fare negli ultimi difficili anni, sempre restando ancorati alla nostra funzione sostanziale, quella di fornire elementi di analisi, valutazione e metodo. Intensificare gli sforzi in questo senso, non è del resto facile e proprio per tale motivo diviene fondamentale il contributo di tutti i compagni soci dell’Istituto, in forme, modi e tempi certamente compatibili con le proprie possibilità, ma che restino comunque sempre ancorati ad una tensione positiva e di grande coinvolgimento per un progetto utile e necessario alla transizione e al progresso dei lavoratori, ovvero di tutti noi, ricordando come ebbe a scrivere Marx che quando abbiamo scelto la professione nella quale possiamo maggiormente operare per l'umanità, allora gli oneri non possono schiacciarci, perché essi sono soltanto un sacrificio per il bene di tutti; allora non gustiamo una gioia povera, limitata ed egoistica, ma la nostra felicità appartiene a milioni, le nostre imprese vivono silenziosamente, ma eternamente operanti…13.

Proprio in virtù di questa riflessione, consentitemi allora prima di lasciare spazio al dibattito di ricordare esplicitamente i compagni che ci hanno lasciato e assenti solo fisicamente, poiché gli effetti e i risultati del loro lavoro, delle loro fatiche e del loro esempio, resteranno nel tempo avvenire indelebilmente e come pesante macigno sulle coscienze di chi, impaurito dalla realtà e incapace di leggerne la natura, ha preferito ripiegare su posizioni ben più comode di parassitismo teorico borghese e piccolo borghese.

A loro, ai nostri compagni, dedichiamo costantemente tutti i nostri sforzi e tutto il nostro lavoro.

 

1 Istituto di Studi Comunisti: “Il programma”, 2004

2 F. Garibaldo: “Il lavoro che cambia”, 2011

3 F. Engels: “Anti-Dühring”, Ed. Riuniti pag.299

4 K. Marx: “Lavoro salariato e capitale”, pag 12. Si legga valore di scambio nell’accezione di lavoro accumulato, ovvero di capitale.

5 Accademia delle Scienze dell’URSS: “Manuale di economia politica”, 2° Vol., Ed. POMEL, 1997

6 idem

7 K. Marx: Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), in Opere complete vol. 30 Editori Riuniti 1986, pag. 91-92.

8 K. Marx: “Lavoro salariato e capitale”, pag 14

9 Svolta dell’EUR 1978

10 Istituto di Studi Comunisti “ K.Marx-F.Engels”: Programma, 2004

11 Artt. 43, 45 e 46 della Costituzione della Repubblica Italiana.

12 Il Consiglio delle professioni sanitarie e del comparto”, documento della FP CGIL di Latina, 2004.

13 Marx, "Considerazioni di un giovane sulla scelta di una professione" (tema di licenza liceale), 12 agosto 1835 - Opere complete, V. 1, p. 7