4_Scissione Sindacale

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx- Friedrich Engels

 

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1902-2002:

 

1° Centenario della

lotta degli Edili di Firenze

 

 

 

 

 

 

 

Sezione Brevi Monografie

1948-1955

LA SCISSIONE SINDACALE

Dalla scissione sindacale

alle elezioni delle Commissioni interne del 1955

 

 

 

Piano delle monografie

Storia del Movimento Sindacale Italiano 1943-1980

 

1. Il Sindacato nella Resistenza: 1943-1945

2. L’Unità Sindacale: 1944-1948

3. 1948-1955: Dalla rottura dell’unità sindacale alle elezioni del 1955 delle

Commissioni Interne,

4. 1956-1963: Dal Convegno “ I lavoratori ed il Progresso Tecnico” al 1963

5. La ripresa operaia: 1963-1968

6. L’Autunno caldo: 1969-1974

7. 1975-1984: dalla ristrutturazione capitalistica al movimento degli autoconvocati.

8. Monografia tematica: La stagione dei Consigli

9. La contrattazione: dalla centralizzazione alla trattazione decentrata.

 

 

Nel luglio 1948 si consuma la scissione sindacale.

Nella precedente monografia – L’Unità sindacale, cui rinviamo – abbiamo analizzato le motivazioni

teoriche” e gli “ alti ideali” che hanno ispirato quella scissione, rinviando un più attento esame della scissione ad una monografia che abbracciasse l’intero periodo 1948-1955.

 

Innanzitutto va ben fermato che la scissione del 1948 in Italia si inquadra nella più generale azione di scissione del Movimento Operaio e Sindacale Mondiale, con la scissione nella Federazione Sindacale Mondiale. In Italia come in Francia ed in molti altri paesi europei emerse una corrente che faceva capo al sindacato statunitense AFL-CIO ed a quello inglese, le Trade Unions, TUC.

Nel marzo del 1948 si riuniscono a Londra i rappresentanti dei sindacati dei paesi aderenti al Piano Marshall e usciti dalla FSM cui vi partecipa la corrente democristiana, ben prima, cioè, della scissione che sarà del luglio 1948!

 

La scissione consumata nel luglio 1948 era stata in realtà a lungo preparata da una serie di atti che rompevano l’unità sindacale da parte della corrente democristiana, che darà poi vita alla Cisl.

Atti gravi che a partire dal 1947 invitavano esplicitamente a boicottare le azioni di lotta che la C.G.I.L. indiceva contro i licenziamenti, il carovita, gli assassini di lavoratori e contadini da parte delle forze di polizia. La scissione era stata preparata da riunioni ed incontri, da accordi e garanzie di coperture più generali.

Tre furono, in ordine di importanza, le forze che spinsero per la scissione.

1. L’imperialismo americano sia in maniera diretta sia attraverso l’organizzazione sindacale AFL-CIO, entrambi si fecero carico degli sforzi finanziari, atti a dare vita a sindacati ostili ai lavoratori e portatori di interessi del grande capitale nel movimento sindacale.

2. La Chiesa, in maniera diretta ed esplicita e per bocca di Pacelli, ossia Pio XII, incitò e lavorò alla scissione sindacale.

3. La borghesia italiana, il blocco agrario-industriale, vedeva un ostacolo nella presenza di un forte movimento sindacale unito.

Ciascuno voleva trasformare il sindacato in cinghia di trasmissione dei suoi interessi e della sua ideologia.

L’incoraggiamento americano fu concreto e costante.

Dagli Stati Uniti giunsero in quei giorni i sindacalisti americani Antonini e Dubinsky, il primo dei quali fu ricevuto da Pio XII. Più tardi nel 1957 J. Palombara nel suo The Italian Labor Movement: Problems and Prospects afferma che in una conferenza stampa tenuta il 20. luglio 1949 Irving Brown a nome dell’AFL ed Elmer Cope a nome della CIO dichiararono che “ le loro confederazioni erano state preparate ad estendere la loro assistenza morale e finanziaria ai sindacati liberi d’Italia.”.

Nel 1961 lo storico americano Norman Kogan, in La politica estera italiana, rifacendosi alla posizione filoamericana della Cisl e della Uil scrive che tale posizione “ è tanto più decisa per il fatto che la Cisl,come del resto la Uil, è stata finanziata dai fondi del Piano Marshall e dal sindacato americano AFL-CIO.”.

Candeloro, Il Movimento sindacale Italiano, scrive:

La verità è che la scissione fu il risultato di una pressione fortissima esercitata sulla corrente democristiana dall’esterno dal Vaticano ed in misura maggiore da parte americana.”.

Nel marzo 1948 il segretario di Stato americano Marshall convoca i leaders del CIO Murray e Carey per avvertirli della oramai imminente scissione sindacale in Italia, affinché possano “ essere di grande aiuto nel sostenere le minoranze della C.G.I.L. a uscirne e nel garantire a questo l’appoggio morale e gli aiuti finanziari.”.

Il 16 giugno l’incaricato Usa in Italia per i problemi sindacali il colonnello Lana, incontra Pastore.

Il colonnello preme perché la scissione venga accelerata. Pastore gli risponde che la rottura non potrà avvenire “ finché la minoranza della C.G.I.L. non sarà meglio organizzata”. Dalle relazioni del dipartimento di Stato appare chiara la linea seguita: isolare la corrente comunista per costituire un sindacato che raggruppa tutte le altre correnti e sia capace di influenzare e attirare anche i socialisti.

Non deve meravigliare più di tanto la pesante ingerenza dell’AFL-CIO, giacché essa rientrava nel più complessivo piano egemonico dell’imperialismo americano all’indomani della 2° guerra mondiale ed aveva il compito di controllare i movimenti operai e sindacali europei. Infatti la scissione sindacale italiana avviene dentro la più generale provocazione al Movimento Sindacale Mondiale, organizzato nella Federazione Sindacale Mondiale, FSM .

In tutti i paesi sottoposti all’imperialismo americano, ossia in tutti i paesi aderenti alla Nato, vi furono scissioni e nascite di organizzazione sindacale di ispirazione democristiana e socialista, che andarono a costituire una centrale sindacale mondiale a guida diretta AFL-CIO e Trade Unions inglesi. La presenza del doppio sindacato giallo in Italia, Cisl e Uil, va inscritta dentro la diversa filiazione, la Cisl dall’AFL-CIO la Uil invece dalle Trade Unions.

La cosa diviene scoperta allorquando la Uil chiede di far parte della nuova centrale sindacale mondiale e la Cisl vi si oppone e con essa l’AFL-CIO, ma non le Trade Unions che imposero, invece, la presenza della Uil nella centrale sindacale.

Entrambe si rimbeccavano peggio delle comari: Pastore invia al sindacalista americano Vanni Montana fotocopie di inviti Uil alla C.G.I.L. per sostenere la necessità di respingere la richiesta Uil di entrare nel nuovo Sindacato Internazionale a gestione AFL-CIO.

Per tutta risposta: Italo Viglianesi su Il Lavoro italiano, 24. luglio.1951, scrive che i “ gli americani, per quanto riguarda la Cisl, hanno una particolare tendenza a farsi prendere in giro ed a gettare i quattrini del contribuente americano dalla finestra”, finendo così per scoperchiare una brutta pattumiera, che buon senso avrebbe consigliato di tenere ben sigillata.

I finanziamenti dovevano passare solo attraverso i sindacati statunitensi. A questo proposito è indicativo un dispaccio top secret inviato il 21 settembre 1948, quando cioè la scissione è già avvenuta, dall’ambasciatore in Italia James Dunn al segretario di Stato Marshall dopo un nuovo colloquio con Giulio Pastore. Porta il numero 865. 5043:

Pastore ha sottolineato che l’aspetto finanziario del nuovo sindacato lo preoccupa considerevolmente. Ha ricevuto molte offerte di finanziamento da gruppi di industriali ma è sua ferma intenzione rifiutarle giacché comprometterebbe il futuro della sua organizzazione quando si troverà di fronte agli imprenditori nelle prossime rivendicazioni.”. Pastore consegna all’ambasciatore un resoconto particolareggiato delle necessità finanziarie pari a 900.milioni . L’ambasciatore conclude la nota al Segretario di Stato confidando che “ Il dipartimento di Stato esplorerà tutte le possibilità per ottenere l’assistenza finanziaria del gruppo.”.1

Il 30 novembre 1951 con nove voti contro cinque e due astensioni la Uil entra nella Cisl internazionale, nonostante l’opposizione oltre che della Cisl anche di Gorge Meany dell’AFL.

Il New York Times del 2 febbraio 1952 racconta che Meany chiede di ‘ ricontare i voti’. Al che gli fu risposto dal rappresentante delle Trade Unions inglesi, Tuc, che presiedeva la riunione:

A cosa serve? Volete forse prendere nota di chi noi si è allineato per decurtargli i finanziamenti?”.

 

L’imperialismo britannico ha sempre mantenuto una pesante presenza in Italia attraverso formazioni politiche, associazioni, ecc. e questo a partire dal Seicento, ma poi intensificatasi nell’Ottocento, basti qui pensare che la spedizione dei Mille di Garibaldi giunse al porto di Marsala scortata dalla possente marina da guerra britannica; basta vedere come alcuni come Mazzini trovavano rifugio in Inghilterra altri in Francia e durante il fascismo alcuni in Usa, Salvemini, altri in Inghilterra altri,infine, in Francia.

 

Attraverso le Acli, la Chiesa preme per rompere gli indugi. Il 18 giugno, il Consiglio nazionale dell’Associazione esprime la necessità di un sindacalismo veramente libero e democratico, nel quale tutti i lavoratori possano ritrovarsi per collaborare al comune sforzo di ricostruzione del paese. Pacelli, ossia Pio XII, nel discorso agli aclisti il 29. giugno 1948 sottolinea con forza come il sindacato doveva essere “ un saldo sostegno della società economica dei nostri tempi, “

Ai 60.000 aclisti radunati in san Pietro per la festa di Pietro e Paolo dichiara:

Se la forma presente del sindacato venisse a mettere in pericolo il vero scopo del movimento dei lavoratori, allora le ACLI non verrebbero certamente meno a quel dovere di vigilanza e di azione che la gravità del caso richiedesse.”.

L’occasione, ben vile per la verità, per la rottura viene data dall’attentato a Palmiro Togliatti del 14. luglio. 1948. La risposta operaia e popolare è immediata con scioperi e manifestazioni spontanee a cui fa riscontro l’indizione dello sciopero generale da parte della C.G.I.L.

La corrente democristiana oramai pronta ne approfitta dichiarando che era uno sciopero politico per cui abbandona la C.G.I.L. e dà vita prima alla Lcgil, ossia Libera C.G.I.L., poi dopo contatti con socialisti e repubblicani alla Cisl, anche qui con pressioni esplicite degli Usa: in aprile vi è un viaggio negli Stati Uniti di Pastore, Dc, Canini Psli e Rocchi, Pri ove i tre uomini si convincono e danno la loro adesione alla nuova organizzazione entro giugno 1949.

Al Congresso Nazionale delle Acli del 15-18ottobre la corrente democristiana della C.G.I.L. dà vita alla Lcgil, ossia Libera C.G.I.L. Il Congresso si svolse in Laterano alla presenza dei padrini Fanfani, Taviani, Rumor, eletto presidente del Congresso. Donat Cattin sostenne con forza la necessità di un

sindacato confessionale

A quasi un anno di distanza il 4. giugno 1949 socialdemocratici, Psli, e repubblicani danno vita alla Fim, Federazione italiana del Lavoro, che il 5. febbraio 1950 assieme alla Lcgil darà vita alla Cisl.

Una parte dei dissidenti invece nel maggio 1950 dava vita alla Uil.

 

Si tende ad attirare tutta l’attenzione sulla scissione sindacale, finendo, poi, per non coglierne i motivi di fondo, finendo, inoltre per non cogliere quello che più conta: l’importanza centrale, decisiva, del periodo in esame per tutta la futura storia del Movimento Sindacale e per l’intero movimento democratico e progressista italiano.

E’ indubbio che le forze reazionarie dovettero subire l’unità sindacale almeno fino alla metà del 1946. Quando si posero i problemi della riconversione industriale da una economia di guerra ad una di pace e la ristrutturazione dell’intero apparato produttivo del paese, esse vollero avere mano libera, per piegare il paese alla legge del profitto. Questo comportava miseria, licenziamenti in massa, chiusura di fabbriche da una parte ed una maggiore penetrazione del capitalismo nelle campagne che avrebbe comportato una massa di oltre 2milioni di sottoccupati oltre al milione e mezzo di disoccupati; un aumento dei prezzi. In una parola: una feroce e brutale ridistribuzione della ricchezza sociale prodotta a favore dei grandi gruppi monopolistici. Questo comportava la liquidazione delle libertà democratiche nella sostanza ed una feroce e spietata dittatura del capitale.

Questi i motivi di fondo che saldarono l’imperialismo americano, la borghesia monopolistica ed il Vaticano, maggiore esponente della rendita fondiaria e parassitaria.

Essi erano convinti che la scissione sindacale avrebbe indebolito il movimento operaio, imposta la pace sociale e quindi la piena libertà di movimento che garantisse loro l’arricchimento.

Dopo aver portato il paese alla distruzione, dopo essersi arricchiti con i tedeschi e gli americani, dopo aver abbandonato le fabbriche in mano ai tedeschi ed alla loro azione di distruzione, salvate dalla classe operaia, adesso volevano imporre nuove miserie al popolo lavoratore e nuove ricchezze per se stessi.

Illusione.

La scissione sindacale si rivelò una tremenda ed amara illusione.

Questo determinò la ferocia sanguinaria, la spietatezza nella repressione e nella persecuzione dei lavoratori, il dare il più libero ed incontrollato sfogo alla vendetta personale contro singoli dirigenti, militanti, iscritti e sostenitori della C.G.I.L. e dei partiti di sinistra: Pci e Psi.

Il periodo in esame è un periodo di grandi lotte del movimento operaio italiano, che la ferocia sanguinaria della borghesia non riuscì a fermare.

Nel periodo 1948 primi mesi del 1950 si ebbero

62 operai e braccianti assassinati,

3126 feriti

92. 169 arresti , tra i quali 77segretari di Camere di Lavoro

e 375dirigenti di sindacato e leghe

19.306 condannati

8.441 anni di carcere

Il padronato da parte sua:

674 membri di commissioni interne licenziati in tronco per rappresaglia

1.128 attivisti sindacali della C.G.I.L. licenziati.

Il governo da parte sua.

Nel solo pubblico impiego:

3.000 quadri ed attivisti sindacali licenziati

decine di migliaia di trasferimenti-rappresaglia.

La C.G.I.L. passa nel pubblico impiego così da 40.000 iscritti a meno di 5.000 organizzati.

E’ questa la risposta al grande movimento di lotta, la grande stagione di lotta, che si sviluppa e che la borghesia sperava di fermare, di allontanare da sé, con la scissione sindacale.

 

L’azione sindacale, in questa fase è caratterizzata dalle lotte per la difesa del posto di lavoro contro le repressioni padronali all’interno delle fabbriche e da grandi scioperi politici che vedono impegnati sotto la guida della C.G.I.L. milioni di lavoratori di tutti i settori produttivi. In particolare nelle campagne venne attuata una forma di lotta: lo sciopero a rovescio: vedono i lavoratori impegnati nel coltivare la terra abbandonata dai grandi proprietari latifondi, impegnati nelle esecuzione di opere pubbliche non iniziate o abbandonate.

Complessivamente dal 1948 al 1954 si è avuto un vero e proprio blocco salariale; infatti è stato calcolato che in questo periodo il tasso di incremento medio annuo dei salari è del 4% di cui il 3,2% dovuto agli aumenti di scala mobile.

Dopo gli accordi interconfederali del 14. aprile. 1948 – alla vigilia delle elezioni politica del 18 aprile 1948 – e del 5. agosto 1949 che rivalutano le retribuzione per gli impiegati e gli operai, fino al 1954 viene stipulato un solo accordo interconfederale a carattere salariale: il 14. giugno 1954 che non prevede alcun aumento salariale, ma il conglobamento nei minimi contrattuali dell’indennità di contingenza e l’aumento degli assegni familiari.

Scala Mobile.

Con l’accordo del marzo 1951 il meccanismo della scala mobile subisce delle modifiche.

Vengono contratte le voci inerenti l’alimentazione per i capitoli inerenti l’abbigliamento e le spese varie. Le variazioni vengono determinate sulla base di un indice nazionale ed introdotti valori differenziali per i punti di contingenza in base alla qualifica, al sesso, all’età.

Si disse per “ evitare l’appiattimento di stipendi e salari”.

In realtà tale accordo si tradusse in una guadagno netto per la Confindustriale dentro la sua strategia di ulteriore divisione dei lavoratori oltre ad una contrazione reale della scala mobile.

La modifica alimenti-vestiari va letta dentro il quadro reale delle condizioni di vita reali della maggioranza dei lavoratori e quindi questo comportò che quelle voci di spese: olio, pane, carne, burro, pesce se aumentavano non determinavano un aumento del punto di contingenza, ma lo determinavano cose che le masse popolari non acquistavano: abbigliamento e vari.

Qui occorre considerare che in quel periodo i vestiti si passavano di padre in figlio e dal fratello maggiore a quello minore, le scarpe erano più volte risuolate ed i pantaloni e le giacche, e…

Conglobamento.

vertenza per conglobare nella paga base l’assegno di carovita e varie indennità e per ottenere un adeguato aumento salariale delle retribuzioni oramai ferme da alcuni anni.

La C.G.I.L. chiede un aumento del 15%, mentre la Cisl aumento differenziato per ogni settore industriale in rapporto alla loro propria produttività. La Confindustria assunse un atteggiamento di chiusura e solo dopo le elezioni del febbraio 1953 e la costituzione del governo Scelba apre il negoziato, che vide la C.G.I.L. indotta ad abbandonare il tavolo delle trattative.

I Contratti di Categoria.

Anche se i contratti hanno una durata di 2-3anni in realtà i tempi dei rinnovi si dilatano.

I metalmeccanici riescono a rinnovare il loro contratto nazionale di lavoro solo nel 1956 otto anni dalla stipula del precedente.

I Chimici nel 1949 e poi dopo 5anni nel 1954; i tessili nel 1950, gli alimentaristi nel 1952 e nel 1954, gli edili nel 1950 e nel 1952: comunque e sempre con scarsi risultati salariali.

La non collaborazione

In questo periodo viene sperimentata una nuova forma di sciopero: la non collaborazione

Essa iniziò alla Fiat nell’ottobre 1948 e dalla Fiat si estese a tutte le altre fabbriche del nord e nel novembre anche a quelle del centro e del sud ( cantiere navale di Taranto, miniere sarde, ecc. ).

Alla Fiat la produzione calò di colpo del 30% , del 50% nelle miniere sarde.

Essa consisteva nella rigida applicazione, da parte degli operai, delle norme, contrattate, di comportamento nell’azienda. Se si guastava una macchina, l’operaio e l’intero reparto, invece di ripararla al più presto o di aiutare gli addetti alla riparazione, come era avvenuto sino ad allora, si mettevano a braccia conserte. Se un ordine di lavoro o di servizio, un progetto dell’ufficio tecnico contenevano n errore o una lacuna venivano eseguiti lo stesso con il risultato di rendere inutilizzabile intere partire produttive. L’operaio si atteneva scrupolosamente alle sole mansioni affidategli dall’azienda.

Non collaborava insomma.

La direzione Fiat, come tutte le altre direzioni, dovettero cedere

Le lotte operaie contro i licenziamenti e per la difesa dell’industria, se resero più difficili le lotte per le rivalutazioni salariali e rinviarono quelle per un aumento dei salari reali, permisero tuttavia di mantenere una forte unità tra operai occupati e disoccupati. La presenza in Italia di due milioni di sottoccupati, che la trasformazione mercantile dell’agricoltura liberava dalle vecchie condizioni servili e spingeva a cercare una occupazione stabile nell’industria e nei servizi terziari, pesò certamente nel rendere più difficili i movimenti rivendicativi per l’aumento salariale ed anche le lotte per la difesa delle libertà democratiche nelle fabbriche.

 

A fronte di queste si svilupparono in tutto il paese lotte per la difesa dell’occupazione, per il lavoro, per la terra, che segnarono decisamente il periodo in esame.

Esse si svilupparono in opposizione al piano capitalistico statunitense di ristrutturazione dell’economia italiana e interessarono sia l’industria che l’agricoltura, che i settori impiegatizi.

Il Paese intero si sollevò in lotte estese e prolungate, che indebolirono, fiaccarono, spezzarono la tenacia reazionaria della borghesia e dell’imperialismo statunitense, costrinse il Vaticano: preti e cardinali, vescovi e monsignori a smascherarsi, aggravando il solco profondo tra loro ed il popolo lavoratore.

L’intero Paese fu percorso da una possente ondata di lotte, nonostante gli efferati eccidi, le vili persecuzioni e le autentiche mascalzonate padronali con le loro vendette personali contro operai comunisti e sindacalisti della C.G.I.L., contro donne, bambini, anziani, dando sfogo a tutto l’odio accumulato ed a bocconi amari che avevano dovuto inghiottire nel periodo 1943-1948.

 

LOTTE CONTADINE:

Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra in Sicilia, il movimento operai era stato fatto segno della prima, sanguinosa aggressione della sua storia più recente. Vennero massacrati decine di lavoratori- Dieci giorni prima, il 20 aprile 1947, era stata eletta la prima assemblea regionale siciliana che aveva visto una forte avanzata del Blocco del Popolo ( Pc, Psi, Pd’a ) ed un arretramento della Dc rispetto alle elezioni generali del 2. giugno. 1946

A Catania bande di mafiosi attaccano le sedi sindacali dei comuni dove i contadini avevano occupato i latifondi di proprietà della Chiesa e dei baroni. In risposta la Camera del Lavoro proclama uno sciopero: la corrente democristiana vota contro ed abbandona la Camera del Lavoro in dichiarato ed aperto sostegno alla mafia siciliana

In sostegno il ministro Scelba dirama una circolare ( 8 luglio 1947 ) con la quale vieta qualsiasi comizio all’interno delle fabbriche e proclama l’intoccabilità del prefetto, vietandone qualsiasi critica. Gli scioperi proclamati contro la circolare Scelba costringono il governo ad annacquarne il significato fino a vanificarlo.

Tra le lotte per la terra, le più possente in tutta la storia dell’Italia unitaria, vi sono quelle dei braccianti e contadini; del meridione con l’occupazione dei latifondi incolti o malcoltivati di cui si chiedeva la divisione con i consequenziali feroci eccidi: Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso, Portella delle Ginestre ove furono uccisi decine di braccianti e contadini, migliaia i feriti, decine di migliaia gli arrestati, inquisiti, fermati.

La mafia che adesso si era legata agli Stati Uniti, tramite le grandi famiglie mafiose americane, i cui uomini erano stati fatti sbarcare con le truppe da sbarco americane nel sud d’Italia e che durante l’occupazione avevano provveduto ad insediare in ruoli di sindaci ecc mafiosi e camorristi locali, non fu in grado di proteggere le sacre proprietà, in maggior parte del Vaticano oltre che dei baroni siciliani, calabresi e napoletani.

La saldatura con la mafia e la camorra per il controllo popolare non avviene solo a livello delle campagne, ma anche al livello delle fabbriche, come vedremo da qui a poco.

Accanto a queste grandiose lotte per la terra, sfociate poi nella legge stralcio del 1953, si svilupparono possenti le lotte dei salariati agricoli e dei braccianti culminate nello sciopero di oltre un mese ( 18 maggio – 23 giugno 1949 ) che fece registrare una significativa vittoria operaia. Iniziato nella Valle Padana,che rimase l’epicentro della lotta, lo sciopero si estese al Lazio, Puglia, Sicilia, Campania, Sardegna, Basilicata, Toscana. Vi presero parte oltre un milioni di braccianti e salariati, mentre non meno di 4milini di operai delle fabbriche delle città si mobilitarono n appoggio agli scioperanti con proteste e lotte durissime. Lo sciopero era rivolto unicamente contro gli agrari, escludendo i mezzadri, i compartecipanti,i coltivatori diretti, come era già avvenuto nel 1947, rappresentò un ulteriore passo in avanti in quella politica delle alleanze nel mondo contadino, avviato durante la resistenza e proseguito con le lotte del 1947.

La lotta dovette rivolgersi anche sul fronte del crumiraggio organizzato dagli agrari, assieme alla mafia al caporalato e la camorra, che poi molte volte si identificavano, con lo spostamento di lavoratori da altre zone e particolarmente contro le pesanti provocazioni poliziesche che accompagnarono tutta la lotta. Lo sciopero costituì, effettivamente, una delle tappe più alte della lotta dei lavoratori per la difesa delle libertà costituzionali e per la democrazia. Il prezzo pagato fu altissimo: 6 assassinati, centinaia di feriti, decine di migliaia di arresti, fermati, denunciati. L’accordo raggiunto costituì un autentico sfondamento in tutta la linea padronale, a nulla erano valsi il correre in soccorso degli agrari del grande padronato dell’industria, del Vaticano: mai si erano visti tanti preti e vescovi e cardinali in giro e dell’imperialismo statunitense, oltre ai Cislini e Cislini che fomentavano la discordia, la disunità, il crumiraggio, la delazione, la corruzione.

L’accordo firmato il 23 giugno 1949 conquistava l’aumento dell’indennità infortuni, l’indennità di caropane, il sussidio e l’indennità di disoccupazione per tutti i braccianti ed i salariati, l’impegno a stipulare i patti salariali in ogni provincia ed un patto nazionale normativo entro il mese di novembre, la revoca delle disdette per tutti i salariati fissi.

Nel Mezzogiorno, nell’Italia centrale, nel Delta padano la lotta investe direttamente la grande proprietà latifondista.Le lotte per l’occupazione delle terre, che si estendono dalla Sicilia alla Valle padana hanno il loro centro nella grande battaglia calabrese e nel sacrificio dei caduti di Melissa.

E’ dopo Melissa che De Gasperi è obbligato ad andare in Calabria e quel viaggio segna l’inizio della svolta nella Dc di toccare le posizioni della grande proprietà fondiaria latifondista per iniziare uno stralcio di riforma agraria. Le lotte per la terra vengono inquadrate in una piattaforma meridionalistica e collegano la classe operaia, le masse contadine e le popolazioni urbane in un movimento unitario di lotta per la rinascita dl Mezzogiorno. Modena, nel febbraio 1950, unisce con il sacrificio di suoi cauti le lotte per la terra a quelle del lavoro e pone il problema della libertà e della Costituzione.

 

Lotte popolari per l’occupazione

A Roma alla fine dell’anno l’episodio più clamoroso che segna la volontà ed il perseguimento freddo dell’obiettivo della scissione sindacale.

Da mesi il sindacato premeva perché il governo attuasse interventi straordinari contro la disoccupazione , mail democristiano Tupini, ministro dei lavori pubblici, si rifiuta di ricevere una delegazione. Manifestazioni spontanee nei quartieri popolari vengono repressi dalla polizia con la morte di un giovane disoccupato: Giuseppe Tanas. L’assemblea delle commissioni interne della città, convocata nella notte. aveva approvato all’unanimità la richiesta di 10 miliardi e la punizione dei responsabili della morte del giovane Tanas.

Lo sciopero dell’11. dicembre è imponente e la violenza sanguinaria della repressione non lo ferma.

Il 12 dicembre avvengono violente cariche della polizia in piazza Montecitorio ove vengono aggrediti e picchiati deputati comunisti. La corrente democristiana invita pubblicamente al boicottaggio della lotta. La polizia da parte sua effettua indiscriminati ed illegali arresti e perquisizioni in cerca di armi, che ovviamente non trova. La Camera del Lavoro risponde estendendo lo sciopero ai ferrovieri, fino ad allora rimasti fuori dallo sciopero e minaccia di estenderlo agli elettrici. In serata il governo convoca il sindacato e recepisce tutte le richieste.

Il 15 novembre a Cerignola era stati assassinati 2 braccianti, il 18 novembre due lavoratori, un uomo ed una donna, a Corano, ed altri due a Campi Salentina, Lecce. Il 20 a Gravina, Bari, un bracciante viene ucciso durante un corteo.

 

Modena.

Il 9 gennaio 1950 la polizia spara sulla folla raccolta per una manifestazione a sostegno della lotta degli operai delle Fonderie Riunite di Modena, condannate alla smobilitazione, Sei operai vengono uccisi ed altri 50feriti più o meno gravemente.

I fatti di Modena segnano il punto più tragico della repressione antioperaia dei governi democristiani e sottolineò la funzione di supporto militare assegnata all’apparato poliziesco dello Stato per imporre la riconversione capitalistica selvaggia e mantenere inalterati i vecchi assetti di potere.

Alle “ Officine Reggiane” di Reggio Emilia, occupate dal giugno 1950 all’ottobre 1951 e dove si costruirono diversi esemplari del tiratore R60, sostenuti da una vasta solidarietà operaia e popolare.

Ove vi furono numerose vittime fra uccisi, feriti ed imprigionati. Qui la polizia assedia gli operai dentro la fabbrica , esprimendo così in forma militare, di piazza, quella stessa logica che si aveva a livello politico, quella di far marcire le lotte, isolare gli operai delle fabbriche da smobilitare e da battere una ad una. La polizia interviene,invece, quando questi escono, quando nelle famose “ colonne mute” si recano nel centro cittadino o nelle campagne a propagandare la loro lotta, secondo una prassi che risaliva al periodo della Resistenza. L’intervento di disturbo della polizia è puntuale, incessante, Raramente si producono scontri in quanto l’obiettivo operaio, quasi sempre felicemente raggiunto, è di evitare l’impatto per poter liberamene comunicare.

La classe operaia nonostante il pesante prezzo che pagava non si piegò mai. Dinanzi ad una durezza impari dello scontro contro il padronato, il Vaticano, gli Usa e la Cisl e la Cisl. i quadri della C.G.I.L. seppero resistere e contrattaccare, mantenendo e rafforzando salda la forza della C.G.I.L., il suo legame con le masse. Seppero non solo mantenere un’opposizione antagonista e di classe del sindacato, ma soprattutto le condizioni e le premessa per la riconquista negli anni successivi dell’unità perduta, difendere in ogni momento le istituzioni democratiche e repubblicane, mantenere viva la prospettiva di una trasformazione profonda delle strutture della società.

Senza questa tenuta della C.G.I.L. e dei suoi militanti la ripresa del processo unitario sul finire degli anni Sessanta sarebbe stata impossibile. Le lotte che a partire dalla metà degli anni Sessanta e fino al 1975-80 trovano le premesse e le condizioni nella tenuta della C.G.I.L. e della classe operaia tutta negli anni Cinquanta e dove la corrente socialista della C.G.I.L. dimostrerà una lealtà unitaria, che contribuì enormemente alla tenuta ed allo sviluppo ed alla costruzione di quelle premesse per le future lotte.

Va infine annotato, messo bene in risalto, come dinanzi alla brutalità sanguinarie di una borghesia, dinanzi allo scatenamento di una vera e propria caccia al comunista ed al militante C.G.I.L. ad una rivincita e vendetta personale dei singoli padroni e dell’intera classe dei padroni e suoi accoliti fatte di licenziamenti, persecuzioni, intimidazioni, ricatti che coinvolgevano il lavoratore, la sua famiglia, parenti ed amici, la classe operaia e la C.G.I.L. seppero sempre mantenere il terreno della democrazia e della difesa quale terreno esclusivo. Ai reparti di confino, ai licenziamenti, al fuoco della polizia e dei carabinieri e dell’esercito, al carcere risposero sempre con la mobilitazione democratica e di massa: al terrorismo dei padroni, del Vaticano e degli Usa opposero la forza della legalità democratica. infliggendo loro su questo terreno pesanti sconfitte.

 

 

 

 

 

 

 

La Legge truffa

Il 19. gennaio. 1953 la C.G.I.L. proclama lo sciopero generale che ha un notevole successo, contro il progetto di legge elettorale maggioritaria, che attribuiva la maggioranza assoluta ai partiti apparentati che avessero superato il 50% dei suffragi.

Qualche mese dopo, al momento dell’approvazione definitiva della legge contro la “ legge truffa” la C.G.I.L. indice un nuovo sciopero generale. Allo sciopero del 30. marzo prende parte oltre il 60% dei lavoratori italiani,nonostante l’azione contraria svolta dai quadri della Cisl e della Cisl e le minacce della Confindustria, contenute in una circolare alle aziende associate, in cui si indicavano come ‘ illegali’ gli scioperi attuati per motivi non economici. Le aziende in occasione dello sciopero di gennaio e di marzo comunicarono minacciosamente ai lavoratori che la partecipazione alle azioni sindacali della C.G.I.L. equivaleva ad incorrere in gravi sanzioni compreso il licenziamento.

Ed i licenziamenti giunsero puntuali a conclusione di ciascun sciopero.

Alle elezioni politiche del 7. giugno. 1953 il meccanismo maggioritario non scatta per 57.000 voti e così la legge truffa si trasforma in legge beffa per i proponenti.

Questa battaglia della classe operaia in difesa della legalità democratica e della libertà costituisce un autentico spartiacque, segna l’arresto definitivo dell’offensiva capitalistica, giacché apre contraddizioni nel blocco sociale sorto non più di 5anni prima.

Il primo segnale sono due scioperi generali indetti nel dicembre del 1953, proclamati per lo stesso giorno, separatamente dalla C.G.I.L. e dalla Cisl-Uil.

Il blocco sociale si inizia a sgretolare, le alleanze e gli alleati cominciano a vacillare, la grande borghesia monopolistica il Vaticano e gli Usa vedono miseramente naufragare i loro sogni.

Scatena quindi una repressione violenta, sanguinaria, attuando gravi misure liberticide nel disperato tentativo di far arrestare lo sfaldamento del blocco sociale costituitosi non più di 5anni prima ed in subordine con l’intento di indebolire la C.G.I.L. per averne una meno forte ad un futuro tavolo di trattative,che da lì a qualche anno avrebbe dovuto aprire, visto che il movimento non si spezzava.

Una possente offensiva repressiva venne scatenata nelle fabbriche avente per obiettivo unicamente ed esclusivamente la C.G.I.L. i suoi quadri ed i suoi militanti. I reparti confino della Fiat conobbero una nuova stagione: licenziamenti e repressione si combinarono contro la C.G.I.L. i comunisti ed i quadri sindacali, gli iscritti e quanti mostrano simpatia per la C.G.I.L.

Nel disperato tentativo di frenare l’emorragia la Cisl e la Cisl vengono richiamate all’ordine ed in ossequia risposta vengono stabilite regole ferree sui rapporti con la C.G.I.L. Firmare congiuntamene con la C.G.I.L. una lettera alle controparti equivaleva al deferimento agli organi statutari per l’adozione di misure disciplinari. Ancor peggio volantini, manifesti, proclamazione di azioni di lotta. Queste regole ferree non trovarono l’accordo della base dei lavoratori della Cisl che nel 1959 diede vita ad un complesso caso con strascichi notevoli e decisamente mortificanti per il gruppo dirigente cislino e la Confindustria tutta.

Suscitò scalpore la firma di un volantino siglato dalla Fim-Cisl e Fiom-C.G.I.L. alla OM-Fiat di Brescia nel 1959. La locale Associazione degli industriali si rivolse formalmente alla Cisl confederale, deplorando in una lettera che la Fim avesse rotto con quell’atto quelle tradizioni di ‘ sincera collaborazione’ cui si ispirava la Cisl e si fosse accostata con quel volantino “ ad una posizione classista dei rapporti sindacali”. Il centro confederale ossequioso degli ordini ricevuti scrisse immediatamente una lettera alla Cisl di Brescia ed alla Fim nazionale, chiedendo di riportare la locale sezione della Fim al rigido rispetto delle norme sull’unità d’azione. L’intervento fu respinto solo dopo una vera sollevazione della base operaia della Fim.

 

L’elezione della Commissione Interna del 1955.

Nelle elezioni alla Fiat per la Commissione Interna del marzo 1955 la Cisl diviene il primo sindacato con il 46% dei voti, la C.G.I.L. con il 36% e la Cisl con il 23%.

La C.G.I.L. che aveva mantenuto sin dalla Liberazione la maggioranza assoluta, veniva ridimensionata in queste elezioni. Indubbiamente avevano pesato, si è detto, pressioni, intimidazioni, vere e proprie persecuzioni verso i militanti della Fiom. Il padronato era intervenuto direttamene e pesantemente scendendo in campo aperto, ricorrendo ad ogni sorta di espediente, compreso ad esempio quello dell’aumento dei seggi elettorali al fine di consentire un controllo capillare, reparto per reparto, del voto.

Ma la sconfitta indicava un deficit e la C.G.I.L. aprì subito una profonda riflessione al suo interno, individuandone i limiti della sua azione, che avevano comportato la sconfitta, ponendovi rimedio, che costituì le condizioni della ripresa forte poi già sul finire degli anni Cinquanta e poi per tutti gli anni Sessanta-Settanta.

La questione merita tutta una particolare attenzione e noi vi dedicheremo parte sostanziale della 4° monografia. Qui ci interessa fermare questo problema.

Ma a quanto è stato detto occorre aggiungere il pesante intervento dell’imperialismo americano e dell’ambasciatore Usa in Italia, la signora Luce e la questione non è limitata alla Fiat, questo fu il risultato più eclatante, ma l’elezione coinvolgeva tutte le fabbriche italiane.

Il ricatto consisteva nel fatto che la Direzione ed i quadri Cisl e Uil andavano dicendo che se in quella fabbrica vinceva la C.G.I.L. si sarebbero interrotte le commissioni dall’America, ma che se invece la Cisl ci sarebbero state le conferme delle commissioni e nuove commissioni.

Gli operai nel periodo elettorale ricevevano a firma del Direttore/Direzione una lettera, inviata presso il domicilio dell’operaio ed indirizzata alla moglie:

Il lavoro può essere assicurato o mancare; dipende anche da te; convinci il tuo uomo a votare

per la CISL.”.

I capi giravano per i reparti dicendo che miliardi di commesse erano sospese al ministero: si aspettava l’esito delle elezioni. Aggiungevano: “ Il governo è DC e le commesse vengono date solo se abbiamo una commissione interna aderente ai sindacati democristiani: vota perciò Cisl.!”

Cislini e Uillini giravano riportando quanto l’ambasciatrice Usa in Italia, la signora Luce, aveva dichiarato: che non ci sarebbero state commesse per le fabbriche ove vinceva la C.G.I.L.

Un altro elemento da tenere ben fermo è il pesantissimo dissanguamento che i quadri e gli iscritti della C.G.I.L. avevano subito dal 1949 tra licenziamenti, persecuzioni, reparti confino, chiusura di fabbriche, assassini, oltre il naturale ricambio generazionale di quei quadri che erano stati in Fiat negli anni Trenta.

Un altro elemento infine da tenere in seria considerazione, che anche questo viene sottaciuto, è l’intervento pesante della camorra e della mafia nel voto e nell’iscrizione ai sindacati gialli padronali, ossia alla Cisl ed alla Uil, oltre quello diretto della parrocchia e del prete, tramite il quale avveniva la raccomandazione e l’assunzione, che comportava l’iscrizione alla Cisl e la fedeltà alla Cisl

A partire dalla fine degli anni Quaranta e per tutta la prima metà degli ani Cinquanta vi fu una forte emigrazione di contadini e braccianti dal sud d’Italia, dal Veneto, dal Lazio verso i grandi centri industriali e primo fra tutti la Fiat. Si ha per tutti gli anni Cinquanta un ricambio generazionale, di giovani provenienti dalle campagne, con una scarsa coscienza di classe, che se la formeranno in assai breve tempo: testimonianza ne saranno i fatti di Piazza Statuto del luglio 1962 a Torino, che vide per protagonisti in modo particolare proprio questa giovane classe operaia, che aveva avuto il primo grande battesimo nelle giornate del luglio ’60.

La mafia e la camorra si diceva.

Nei paesi del sud d’Italia l’emigrazione verso i centri industriali avveniva tramite la gestione e l’organizzazione della mafia e della camorra locale, che poi garantiva la manodopera a basso costo, riperpetuando le forme del caporalato esistenti nelle campagne. Queste masse di giovani operai entravano in fabbrica proprio tramite la camorra e la mafia, che ne costituiva garanzia di fedeltà e strumento feroce di repressione per quanti ‘sgarravano’.

Questo è un tratto assai poco indagato che mostra il legame di sangue che salda la Fiat alla camorra ed alla mafia e di come il suo potere si salda con la mafia e la camorra.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il PIANO DI LAVORO

Al Congresso di Genova del 1949 e poi lanciato nel 1950, la C.G.I.L. propone il Piano del Lavoro. Punti centrali della proposta erano la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la costituzione di un ente per lo sviluppo agricolo e di un ente nazionale per l’edilizia popolare e sociale, la realizzazione di un piano di opere pubbliche essenziali. Il Piano intendeva perseguire l’obiettivo di condizionare con alcune scelte essenziali dello Stato il disegno di rilancio economico e di ricostruzione che governo e forze economiche intendevano lasciare alla assoluta discrezionalità dell’iniziativa.

Il Piano era un tentativo di aggregare attorno ad una proposta di politica economica, finalizzata ala ricostruzione ed allo sviluppo dell’occupazione, le masse lavoratrici e, più in generale, l’insieme della nazione.

Costituiva il primo tentativo del sindacato di avanzare una proposta organica, dettata certo dall’emergenza, di risanamento dell’economia e di sviluppo del paese. Puntava sul ruolo nazionale e dirigente della classe operaia e sulla funzione condizionatrice dello Stato verso i monopoli, nel tentativo di sottrarre ad essi la possibilità di concentrare gli investimenti nelle direzioni propizie ai loro profitti.

Il fatto democratico principale è l’irruzione delle masse lavoratrici nella vita nazionale. La classe operaia si afferma come classe dirigente nazionale, la sola capace di interpretare nel momento stesso in cui si difende i propri interessi, le esigenze generali della nazione.

Sotto la spinta e la guida della classe operaia avviene un risveglio delle masse contadine, una riscossa politica e sociale delle popolazioni meridionali, un’attivazione sociale dei ceti medi.

Attraverso il Piano del Lavoro si afferma la centralità operaia: la classe prospetta la possibilità di un altro sviluppo ed un altro indirizzo di politica economica, costruisce attorno a sé una fitta rete di alleanze. Il Piano del Lavoro, cioè, si presenta come parte del Programma della classe operaia, momento centrale dell’egemonia gramsciana.

 

 

 

 

1 Faeza-Fini, Gli Americani in Italia, Feltrinelli