14_Sul Referendum Costituzionale

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx - Friedrich ENGELS

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Lettere dell’Istituto 14

Sul Referendum Costituzionale

La Resistenza è la Costituzione!

La Costituzione è la Resistenza!

 

La Costituzione è il prodotto, il risultato della lotta di Resistenza condotta e guidata dalla classe operaia1 in primo luogo, dall’alleanza operai e contadini e popolo italiano contro il fascismo, la monarchia, il nazismo.

La Costituzione fu imposta dai rapporti di forza favorevoli alle forze del progresso, della democrazia e della pace alla borghesia monopolistica italiana ed europea, rapporti di forza che erano stati stabiliti sul piano militare nel corso della Resistenza.

I principi, i valori della Resistenza entrano così dentro la Costituzione, trovano nella Costituzione la loro formulazione giuridico-costituzionale:

solidarietà, uguaglianza, fratellanza, pace, giustizia formale e sostanziale, democrazia economica e sociale.

Esiste allora un rapporto inscindibile tra Resistenza e Costituzione.

L’attacco per la liquidazione della Costituzione è sempre, allora, preceduto dall’attacco alla Resistenza, la sua liquidazione, banalizzazione per configurarla come lotta fratricida del popolo italiano, nel mettere tutto e tutti sullo stesso piano.

La Costituzione italiana approvata nel 1948 in realtà è stata totalmente disattesa fino al 1956.

Approvata la Costituzione, il Parlamento avrebbe dovuto con leggi ordinarie o leggi costituzionali ( richiedenti particolari modalità e maggioranze ) permettere il funzionamento stesso dei nuovi istituti.

Dal 1948 in poi, i successivi Parlamenti avevano pertanto il primario dovere da rispettare: porre in essere, con leggi adeguate, gli organi destinati a tradurre in vivente realtà le norme scritte nella Costituzione. Tale obbligo costituzionale fu disatteso fino al giugno 1956:

dare vita alle regioni a statuto ordinario ( quelle a statuto speciale erano sorse all’indomani della Liberazione ), creare il Consiglio Superiore della Magistratura, abolire vecchie giurisdizioni speciali e riformare quelle militari, cancellare in toto congegni normativi del vecchio regime fascista.

L’esempio più vistoso era offerto dalla legge di Pubblica Sicurezza del 1931, rimasta in vigore nonostante l’avvento della Repubblica e della Costituzione, di cui ne costituisce assoluto contrasto.

L’esistenza ancora in vigore di tale legge agiva da ostacolo all’entrata in vigore di nuove normative e che avrebbero consentito la nascita della Corte Costituzionale.

Caso eclatante sarà costituito dal cosiddetto “ caso Danilo Dolci” del marzo 1956.

Dolci era stato arrestato per aver promosso una manifestazione di protesta dei disoccupati, consistente nell’iniziare lavori di riparazione di una vecchia strada comunale abbandonata, in Sicilia, vicino Tappeto.

Il centro di tutto ruotava attorno al famigerato art. 113 della citata legge di Pubblica Sicurezza che vietava di distribuire o mettere in circolazione, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza licenza della locale autorità di pubblica sicurezza scritti o disegni.

Tale articolo come ben si vede era in totale ed assoluto contrasto con la Carta Costituzionale, eppure a distanza di otto anni continuava ad essere vigente.

E così l’inerzia del Parlamento, dal 1948 al 1956, si configurava come deliberato rifiuto da parte della schiacciante maggioranza parlamentare democristiana di agire e premeditato sabotaggio.

L’ostruzionismo di maggioranza aveva per obiettivo di abbattere la Costituzione e tenterà il colpo di mano con la legge truffa del 1953, dopo l’attentato a Togliatti del 1948; dopo la feroce repressione del periodo scelbiano del 1948, il licenziamento in massa di quadri operai comunisti e sindacalisti che erano stati protagonisti della Resistenza e della ricostruzione del sindacato nelle fabbriche, i “ reparti Siberia”, reparti punitivi ove venivano confinati operai comunisti ed attivisti sindacali entrambi non erano riusciti a scalfire la forza operaia. Il fallimento sostanziale di tutta l’azione di violenta e sanguinaria repressione di movimenti di lotta e l’ascesa del movimento di lotta della classe operaia ed il crescere dell’opposizione di forze democratiche e progressiste, costringeva alla costituzione della Corte Costituzionale il 13. giugno. 1956 che con la sua prima storica seduta cancellava l’articolo 113, ma faceva rimanere in vigore tutto il restante apparato di leggi fasciste e sabaude. La risposta borghese non si farà attendere e con la presidenza Segni vi è il tentativo di un colpo di Stato, tendente ad abbattere la Costituzione, dopo aver tentato lo scontro di piazza con il governo Tambroni del luglio 1960 e dopo i fatti di Piazza Statuto, che segnano la fine della scissione sindacale e l’inizio del cammino per una nuova unità sindacale. Segni sarà costretto alle dimissioni, la motivazione ufficiale “ stato di salute”.

Ma la Carta costituzionale continuerà a rimanere disattesa in molti altri punti, come quello inerente il decentramento: le Regioni saranno istituite solo nel 1970, 22 anni dopo l’entrata in vigore formale della Costituzione e sotto il possente movimento di lotta dell’ “ autunno caldo” e poi con le Regioni, la costituzione dei Consigli Circoscrizionali.

 

Dalla metà degli anni Ottanta è iniziata una nuova fase di attacco alla Costituzione, culminata poi nelle modifiche oggetto dell’attuale referendum abrogativo del 25 e 26. giugno. 2006.

E’ iniziata una lunga e ben articolata offensiva sul piano teorico che andava sotto il nome di “ revisionismo storico”, tendente a mistificare, calunniare, negare la Resistenza e mettere sullo stesso piano i partigiani ed i fascisti di Salò. E’ stata un’escalation fino ad arrivare a consentire a formazione dichiaratamente fasciste e con simboli fascisti e nazisti e con teorie apertamente razziste, antiebraiche e negazioniste, ossia negazione dello sterminio di ebrei, negazione dell’olocausto, di ricostituirsi e di essere presenti in campagne elettorali, in totale disprezzo della Carta Costituzionale, sfacciatamente proseguita con il taglio di fondi all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ANPI.: il punto di arrivo di tale escalation è la modifica reazionaria alla Carta Costituzionale avvenuta a colpi di maggioranza ed in disprezzo totale alla coscienza nazionale.

L’obiettivo che allora si voleva conseguire con il “ revisionismo storico” il riciclaggio di formazioni fasciste e l’attacco alla Resistenza era allora la liquidazione, ancora una volta, della Costituzione, come si era perseguito nel periodo 1948-1962.

La battaglia reale in atto è allora attorno alla Resistenza.

La battaglia reale in atto è allora la difesa della Resistenza.

La battaglia reale in atto è allora la Resistenza nelle nuove condizioni storiche.

 

La Resistenza.

Ha perfettamente ragione sul piano scientifico e storico il Presidente della Repubblica, e con lui i due Presidenti della Camera e del Senato della Repubblica, quando indica nella Resistenza la base dell’unità nazionale, la base della coscienza civile della nazione italiana, le radici profonde dell’identità nazionale.

 

La lotta risorgimentale ( 1789 – 1860 ), ossia la lotta della classe borghese italiana per la conquista del potere e lo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici in Italia, è stata sostanzialmente una lotta d’elite . Una lotta ove la direzione moderata cavouriana2 aveva per obiettivo di non attuare la riforma agraria e quindi la ripartizione delle terre e del latifondo nobiliare-feudale e quindi non perseguiva in alcun modo l’obiettivo d coinvolgere il popolo nella lotta risorgimentale ed intendeva, invece, perseguire tale obiettivo tramite alleanze internazionali ed eserciti regolari. Una tale strategia aveva per obiettivo quello di perseguire un’alleanza con la classe nobiliare-feudale. Cavour e la direzione moderata perseguitano quindi i rivoluzionari e lavorano per demoralizzare, abbattere, sconfiggere, neutralizzare le forze patriottiche e popolari che accorrevano nella lotta per l’unità d’Italia e per la cacciata dello straniero dall’Italia.

Un tale programma non poteva costituire momento di unità all’intero de processo, escludeva i contadini che costituivano oltre l’80% della popolazione e non poteva costituire, come non costituì, coscienza nazionale, momento e tradizione storici italiani. Costituì, invece, una nuova, altra, stratificazione ma senza la coscienza nazionale. Sorge quindi in sostanziale ostilità del popolo, che l’accettò come dato di fatto, ma non costituì coscienza, cultura, tradizione né progresso civile, sociale, umano, culturale, democratico.

E fu proprio il processo democratico il primo ad essere repressione, fu proprio la partecipazione popolare ad essere perseguitata e contro cui la direzione moderata cavouriana si mosse in maniera ferrea e spietata.

Per una disamina più attenta rimandiamo ai lavori dell’Istituto in merito.

Basta qui annotare come nel corso della 1a guerra d’indipendenza, 1848-1849, nella battaglia di Novara, 1849, la cui sconfitta comportò l’abdicazione di Alberto di Savoia, la direzione moderata preferì perdere la battaglia e la guerra anziché far scendere in campo 10mila patrioti, freschi non ancora entrati in battaglia, che avrebbero capovolto le sorti della battaglia, appunto per non mobilitare le forze patriottiche. Sorte peggiore toccò a Cattaneo ed alle forze militari a lui legate, le “ camice verdi”, schernite, derise, a cui vennero fatti venire meno armi, munizioni, vettovagliamento: cibi, divise, collegamenti logistici ed utilizzati in azioni disperate al fine di farli massacrare dal nemico e così liberarsi di una tale presenza decisamente eversiva3.

Non diversamente nel corso della “ Spedizione dei Mille” , quando Garibaldi represse nel sangue i movimenti contadini che chiedevano la terra e lo scioglimento dei latifondi nobiliari-feudali, che pure era stato loro promesso.. Sono noti gli eccidi di Bronte e dell’intera zona da Bixio operati, ma da Garibaldi ordinati.

Colpi di mano e lacerazioni profonde avvennero anche con i patrioti e le popolazioni delle Marche, della Toscana, dell’Emilia, della Romagna come attestano gli atti parlamentari, giacché Cavour e Vittorio Emanuele II vennero subito meno agli accordi stipulati nell’inverno del 1859 a Torino con tutti i patrioti italiani circa il futuro assetto dell’Italia unita.

Un processo nella sostanza, come si vede, ostile al popolo italiano ed ai patrioti, che nella sostanza non si identificarono e ben presto se ne allontanarono. Un processo questo che non costituì coscienza nazionale e non costituì cultura,se non quell’ibrido culturale provinciale gretto e miserrimo della cultura italiana dell’epoca sabauda, 1860-1943. Una cultura che tagliava con le grandi correnti di pensiero europee e statunitensi.

La borghesia italiana stessa non crebbe politicamente e culturalmente e non produsse una teoria politica italiana e quindi non formò suoi quadri, inchiodandosi alla sua natura bottegaia, senza produrre un corpo di quadri della classe in grado di ragionare al di fuori del cassetto della bottega, finendo così per affidarsi ai quadri nobiliari-feudali ed ai quadri della chiesa, perdendo da subito qualsiasi egemonia politica, morale, civile e culturale, disperdendo così il grande patrimonio scientifico4 e letterario italiano dei secoli precedenti.

Lo Statuto Albertino fu così imposto dall’alto al popolo italiano e così estraneo alla sua trazione storica ed alla sua coscienza storica e civile. E sul piano generale ne risultò bloccata la crescita civile, democratica, sociale del popolo italiano, ma una borghesia bottegaia poteva esercitare egemonia solo in tali condizioni e tutta la sua azione futura sarà costantemente segnata dall’obiettivo di restaurare quelle condizioni e quell’Italia.

Ma poi lo stesso sviluppo economico sarà asfittico, accattone, travolto dopo neppure venti anni dall’unità da scandali bancari e truffe in un intreccio perverso con la mafia e la camorra, garanti dell’ordine e della proprietà latifondista dei baroni e della chiesa cattolica.

Questa Italia, queste condizioni sostanziali furono, sono e saranno, l’Italia e le condizioni a cui la borghesia bottegai italiana aspirerà. Ed infatti dinanzi all’offensiva operaia del biennio rosso, 1919-1920 la borghesia tramite il fascismo restaura con la violenza quelle condizioni e quell’Italia.

Federico Engels ha ben fermato questi tratti peculiari italiani, nella sua lettera a Turati del 26. gennaio. 1894 scrive in maniera implacabile:

La situazione italiana, a mio parere è questa.

La borghesia, giunta al potere durante e dopo l’emancipazione nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria. Non ha distrutto i residui di feudalità, né ha riorganizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare il paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalista, essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non contenta di ciò, perdette per sempre in ignobili bindolerie bancarie, quel che le restava di rispettabilità e di credito.

Il popolo lavoratore – contadini, artigiani, operai: agricoltori e industriali – si trova dunque schiacciato, da una parte da antichi abusi, retaggio non solo dei tempi feudali, ma benanche dell’antichità

( mezzadri, latifundia del mezzodì, ove il bestiame surroga l’uomo ): dall’altra parte, dalla più vorace fiscalità che mai sistema borghese abbia mai inventato.”.

 

La Resistenza

La Resistenza vede, invece, la partecipazione diretta di tutto il popolo italiano: operai, contadini, artigiani, impiegati, intellettuali a tutti i livelli. La Resistenza non fu solamente i partigiani, fu invece l’intero popolo italiano che a vari gradi e livelli partecipava alla lotta armata contro il nazifascismo e che costituiva, al tempo stesso, la riserva da cui venivano nuovi sempre più numerosi partigiani; non fu solo la Resistenza nelle campagne e sui monti, ma anche nelle città, nei luoghi di lavoro5. Il periodo 1943-1946 vide un dibattito alto sui problemi del Paese ed il futuro assetto dell’Italia ed una partecipazione democratica ai processi decisionali vasta e multiforme. Costituì una sintesi tra le tre grandi componenti storiche della cultura e della coscienza italiane: la comunista, la repubblicana-socialista-liberale e la cattolica.

Questa lotta forma una nuova generazione, dal suo seno scaturisce una nuova cultura, una nuova concezione della vita, del rapporto tra gli uomini, della società, una nuova concezione di diritto, uguaglianza, pace, fratellanza, giustizia, democrazia che andava oltre la lettura giuridico-formale per approdare ad una concezione unitaria che investiva i campi dell’economia, della politica, della società e quindi approda ad una concezione della democrazia economica, politica, sociale e così ad una concezione dell’uguaglianza economica, politica, sociale e così una giustizia economica, politica, sociale, ecc. L’articolo 11 costituisce una sintesi magistrale di questo nuovo approdo: “ L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzioni delle controversie internazionali; [ ..].” Vi è qui la liquidazione, e senza appello, di tutta la retorica patriottarda, di tutta la teoria, la concezione e la pratica del nazionalismo, dello “ spazio vitale”, e l’affermazione del principio supremo dell’uguaglianza di tutti i popoli e della fratellanza tra tutti i popoli.

Rompe con gli schemi gretti del provincialismo della cultura italiana, giungono così a maturazione processi ed istanze che fino ad allora erano stati repressi dal compromesso della direzione moderata e dal regime sabaudo, 1860-1943, e che ora prorompe.

Basta pensare a tutta la stagione culturale post 1945, la rivista “ Il Politecnico”, il neorealismo, ecc.

Questo costituirà coscienza e memoria storica e civile del popolo italiano.
La Resistenza è veramente il primo momento unitario nell’intera storia plurisecolare del popolo italiano, diviso per secoli in staterelli regionali.

E’ l’unità d’Italia raggiunta, che è unità nelle e delle coscienze.

 

La borghesia italiana, nel periodo della Resistenza, è intenta a fare quattrini con gli anglo americani nel sud del Paese e con i nazisti al centro-nord. Salò e Mussolini a Salò altro non sono che la

rappresentanza commerciale della borghesia italiana presso il comando tedesco a garanzia delle commesse tedesche, e soprattutto il pagamento di queste, alla borghesia italiana; squadre di vigilantes personali della borghesia italiana contro i lavoratori atte a garantire l’ordine e la disciplina del capitale italiano nelle fabbriche di quella zona. La partecipazione fascista alla repressione del movimento partigiano era funzionale a quest’ordine del capitale nelle fabbriche.

Sarà, la Resistenza, un processo che non la toccherà, la vivrà estraneo da essa, altro da essa:

la bottegaia guardava al suo “ particulare” quotidiano.

Non la guiderà e non ne sarà in qualche modo punto di riferimento, orientamento.

La Resistenza non costituisce, nemmeno questa volta, momento di crescita e di formazione civile e culturale, resterà la bottegaia di sempre.

Non cresce politicamente e culturalmente, autoinchiodandosi ancora una volta ai quadri vaticani ed a quelli della tradizione nobiliare-feudale, confluiti ora nel crocianesimo.

 

La Resistenza acuisce, così, il distacco già abissale tra il popolo e la borghesia, fissandone in maniera incontrovertibile le rispettive ostilità e diffidenze. La borghesia si opporrà allora alla Resistenza ed alla Costituzione, alla cui elaborazione e stesura non parteciperà e che dovrà subire, non solo perché esprimono momenti centrali di opposizione al suo dominio, ma soprattutto perché estranei ad essa, altro da essa, perché delineavano un’Italia e delle condizioni diverse da quelle entro le quali essa riesce ad esprimersi.

La cartina al tornasole di questa povertà della borghesia, della sua natura bottegaia, estranea alla società civile, istituzionale, culturale e morale è proprio ed esattamente Berlusconi ed il Berlusconismo di questo ventennio, 1986-2006, che il risultato elettorale dell’aprile 2006 ne sancisce la fine. Berlusconi, ed il suo progetto: il berlusconismo, nascono dentro la Confindustria.

Nel 1984 Berlusconi è del direttivo della Confindustria e quando ne uscirà, ne uscirà per dare vita al progetto politico denominato “ Forza Italia” e per l’intero ventennio troverà nella Confindustria sostegno aperto e senza appello a tutti i livelli. Quando nel marzo 2006 viene scaricato è già finito da un pezzo, ma dopo aver tentato, da parte della Confindustria, tutte le strade per salvarlo e rimetterlo in piedi.

Al di là del giudizio politico, è evidente tutta la povertà culturale di questa forza politica e dei suoi quadri, una totale assenza di una qualsiasi concezione dello Stato, della società civile, intesa, e compresa, unicamente come “ azienda”, i cui valori sono l’individualismo esasperato, una concezione corrotta della politica intesa come affarismo e lo Stato come strumento personale di arricchimento e di protezione: vedi le leggi ad personam, il rientro dei capitali dall’estero, il falso in bilancio, ecc. Mediaset con i suoi programmi televisivi e la massa di quotidiani e riviste di cui è proprietà è manifesto evidente di tutta la povertà culturale, la piccineria intellettuale, incapace di produrre cultura, di fare cultura, di formare una coscienza tutta schiacciata sulla notizia show, la cultura spettacolo, l’uomo, la sua vita, le sue vicissitudini come spettacolo, come “ audience”. La produzione culturale italiana è precipitata al pettegolezzo ed all’inciucio, non vi è stato in questo periodo una produzione culturale editoriale di un qualche rilievo eppure le maggiori case editrici erano, e sono nelle mani di Berlusconi: Mondatori, Einaudi, ed altre; non diversamente la produzione cinematografica ed artistica: un ventennio buio, un ventennio della miseria e della piccineria culturale e soprattutto della volgarità ed oscenità culturale; il sonno della ragione.

E’ la borghesia che ha voluto fare da sé e facendo da sé si è impietosamente messa alla berlina, evidenziando tutti i suoi limiti, tutta la sua natura bottegaia, volgare e miserrima.

Essa, allora, condurrà sempre in tutte le condizioni, e nelle forme diverse che le condizioni le impongono, una lotta accanita, spietata, violenta, sanguinaria, legale ed illegale contro la Costituzione per il suo abbattimento e per la restaurazione di quelle condizioni e di quella Italia, in uno dello Statuto albertino, la cui piccineria e grettezza l’esprime appieno ed in cui si riconosce e si realizza e realizza la sua egemonia.

 

La Costituzione, la sua difesa sono affidate unicamente nelle mani del popolo lavoratore, che trae da essa la fonte della sua piena identità nazionale, base e fonte di tutti i suoi sviluppi futuri.

 

La Costituzione

La Costituzione Italiana costituisce una innovazione profonda nel campo costituzionale.

Essa è diversa nella forma e nel contenuto da tutte le altre costituzioni, costituendone un punto avanzato in dottrina e sul piano sociale e culturale. L’innovazione forte è determinata dal fatto che mentre tutte le altre costituzioni leggono e legiferano attorno al cittadino in sé, il civis, la Costituzione Italiana legge la complessità e multilateralità del cittadino, del civis. Le altre costituzioni si limitano, così, ad indicare e garantire i diritti individuali del civis, ma senza preoccuparsi poi di garantirne le possibilità reali, materiali, della attuazione ed usufruizione di tali diritti a tutti i cittadini.

La Costituzione Italiana raccoglie cioè il poderoso dibattito apertosi già sul finire del 1700, con la rivoluzione francese e la costituzione del 1793, circa le intenzioni proclamate e le reali possibilità di usufrutto. Il dibattito teorico approdava, così, alla teoria della fictio juris che poneva al centro esattamente tale disparità tra la proclamazione dei Diritti Universali e la concreta possibilità di usufrutto da parte di tutti i cittadini.

Il dibattito costituì, così, una critica alle teorie politiche e giuridiche a cui la Dottrina Politica era pur giunta, attraverso un lungo e tormentato processo di critica alla teoria politica feudale del suddito a cui contrapponeva, appunto, il civis; dell’uomo che in quanto civis è portatore di diritto e di doveri inalienabili, parte del più complessivo processo rivoluzionario protrattosi per circa 3secoli ( 1550- 1793 ). La Costituzione Italiana, spostandone in avanti gli orizzonti, fermava l’attenzione sulla complessità dell’uomo, non riconducibile unicamente allo status del civis; ne sottolineava il sostanziale impoverimento dell’uomo, del civis e spingeva per un’altra concezione dell’uomo, un nuovo ed altro umanesimo. Il dibattito si configurava, così, come continuità dell’intera tematica, facendola transitare dall’umanesimo del civis, all’umanesimo sociale.

Giunge, così, la Costituzione Italiana alla formulazione degli articoli 1 e 2.

Articolo 1: “ L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

L’aver posto al centro “ lavoro”, la Costituzione Italiana ha voluto porre al centro l’uomo nel suo divenire uomo, il lavoro inteso come emancipazione e progresso, artefice principe di tutti i progressi materiali e spiirituali, civili, sociali, culturali, istituzionali.

Ovviamente la piccineria italiota vi ha letto “ il lavoro quindi operaio, quindi ….!!

Ma non solo “ lavoro” è posto al centro ma viene introdotta un’importante distinzione, che raccoglie il poderoso dibattito svoltosi già partire dalla fine del Settecento tra monarchia e repubblica, distinguendo le varie forme della monarchia: costituzionale, assoluta, ma lasciando il termine “ Repubblica” nell’indifferenza e non coniugando l’opposizione Monarchia – Repubblica con Democrazia, con la partecipazione democratica del popolo al processo decisionale e le forme e le strutture e le istituzioni. Sono esse che consentono poi tale partecipazione democratica del popolo al processo decisionale, che costituiscono la forma reale, concreta, materiale, del popolo di esercitare il potere, di esercitare la sua sovranità, quasi come se fosse indifferente la forma dalla sostanza, come se, cioè, fosse indifferente la forma rispetto alla forma ed alla sostanza della democrazia; come se fosse indifferente la forma: Repubblica o Monarchia nella definizione ed estrinsecazione del civis, che anche nella monarchia costituzionale continuava ad essere suddito e non civis.

Approda così la Costituzione Italiana alla definizione di “ Repubblica democratica” e con tale distinzione afferma il principio teorico centrale che la forma “Repubblica” non è di per sé garante di democrazia e che essa è involucro che va poi riempito di ben precisi, esatti, contenuti che la identifichino come forma superiore della Monarchia nella partecipazione, forma reale in grado di consentire l’esercizio della sovranità al popolo e quindi la possibilità che la “ repubblica” possa essere oltre che democratica, anche autoritaria, elitaria, ecc.

Articolo 2: “ La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo

sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento

dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”.

L’articolo 2 recepisce appieno l’articolo 1 e lo esplicita, definendo l’uomo nella sua multilateralità. Estende, allora, i diritti dell’uomo sia come singolo – recependo ed inglobando le precedenti acquisizioni teoriche e politiche frutto del processo rivoluzionario di circa 3 secoli – e sia come “ societas”, recependo lo sviluppo ulteriore del dibattito circa la fictio juris.

sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità

richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Giunge qui a conclusione, sul piano della teoria politica tutto l’elaborato teorico che si era sviluppato a partire dal Aristotele, filosofo del IV secolo prima dell’era volgare, e che ha costituito, poi, la base di tutta la teoria politica successiva. Aristotele definiva l’uomo “ animale sociale”: “ l’uomo per sua natura è un’animale sociale”, ossia che vive in società. Tutta la produzione teorica si era fermata sull’uomo, ma solo con la Carta Costituzionale Italiana si arriva alla piena e totale soddisfazione dell’elaborato aristotelico, configurandosi, così, la Costituzione Italiana come momento più avanzato del dibattito teorico, momento più alto a cui la Dottrina Politica viene portata, fondandola saldamente sull’impianto aristoteliano dell’uomo nel suo rapporto con la società, dell’uomo in quanto socialità; tratto che, invece, era stato, sino ad allora, o sottaciuto o posto in ombra e che qui adesso nella Costituzione Italiana acquisisce tutta la sua centralità e vis, potenza, dirompente.

Questi due articoli costituiscono i pilastri, le pietre miliari attorno ai quali si costruisce l’intera intelaiatura della Costituzione. I restanti 137 articoli si dipanano esattamente da qui. Essi esplicitano, regolamentano i modi, le forme le istituzioni in cui, e tramite cui, questi due articoli, i due pilastri, devono trovare, e trovano, affermazione, attuazione, sviluppo e legittimità sostanziale.

E quindi l’intera intelaiatura, gli equilibri tra i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, tra le varie parti dello Stato: centro-periferia, Parlamento: Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, Regioni, Province, Comuni sono configurati dentro le coordinate dettate dagli articoli 1 e 2.

Le modifiche costituzionali introdotte attaccano violentemente proprio ed esattamente questo equilibrio dell’intero sistema, riproponendo l’antica concezione settecentesca, decisamente superata dai tempi.

La “ devolution” per esempio è in aperto contrasto con l’articolo 2. Essa ripropone la vecchia concezione del singolo civis, corpo estraneo allo Stato ed alla comunità, verso cui ha solo obblighi e nessuno la comunitas verso di lui, ecc. ecc. ecc.

Le modifiche inerenti il Capo dello Stato ed il Presidente del Consiglio alterano il rapporto tra le istituzioni e costituiscono un assurdo teorico e giuridico, giacché delineano nella sostanza una repubblica presidenziale, ma qui il riferimento presidenziale è al Presidente del Consiglio e non al Presidente della Repubblica, come invece va inteso il termine di “ Repubblica presidenziale”, e quanto proposto non è l’ordinamento costituzionale statunitense e nemmeno quello francese e di questi non ne introduce i correttivi, che invece, in quelle costituzioni sono introdotti per il riequilibrio dei poteri.

Mostrano così i proponenti la più totale, assoluta, incapacità di intendere cosa sia lo Stato, la società civile ed il rapporto Stato-società civile, finendo in sostanza per raccattare la peggiore propaganda demagogico-populista sul burocratismo.

 

La Costituzione Italiana presenta una terza e fondamentale innovazione, rispetto a tutte le altre Costituzioni fin qui avutesi.

La Costituzione Italiana, a differenza di tutte le altre, che sono chiuse, definiscono cioè qui ed ora e per sempre uno status costituzionalistico, quella italiana invece si configura in maniera netta ed inequivocabile come

Costituzione di Programma, o Costituzione-Programma.

Essa presenta una struttura ed una articolazione tale che prospetta, indica, traccia, le vie da seguire nell’evoluzione dei tempi. Prevede, infatti, una serie di istituti e rapporti tali da consentire alla legislazione ordinaria di adeguarsi con dinamicità ai tempi che cambiano, pur restando saldamente nel solco della carta costituzionale. Ed in realtà, più ci si muove nell’alveo costituzionale e più si è in grado di adeguare le leggi dello Stato alle innovazioni. Delinea gli scenari futuri possibili e gli strumenti per tali scenari dell’evoluzione della società italiana.

Essa è la prima Costituzione nel suo genere.

Il tema sarà occasione di particolare attenzione dell’Istituto allorquando si discuterà di nuove ed eventuali modifiche costituzionali. Qui interessa fermare questo dato che costituisce un contributo importante all’intera Dottrina Politica e sposta in avanti l’intera teorica costituzionalistica.

 

1 Rimandiamo qui al lavoro dell’Istituto: “ Il Sindacato nella resistenza”.

2 Rimandiamo qui al lavoro dell’Istituto. “ La Rivoluzione Passiva”.

3 Per una disamina più attenta e puntuale rimandiamo a Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, ed. Einaudi

4 Spallanzani, Malpighi, Galilei, Torricelli, Leonardo da Vinci, Cavalieri, Galiani, Volta, Bruno ……. .

5 Rimandiamo qui al lavoro dell’Istituto, “ Il Sindacato nella Resistenza”.