4_Morti per il caldo e black out a New York

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

Karl Marx - Friedrich ENGELS

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Lettere dell’Istituto 4

Morti per il caldo e black out a New York.

 

    Il mese di agosto del 2003 con il suo caldo eccezionale è stato causa di avvenimenti e fatti di cronaca su cui occorre fermare l’attenzione.

Per quanto attiene la Siccità e gli organismi geneticamente modificati, OGM, ne abbiamo discusso nella Lettera dell’Istituto precedente, la numero 3, ma di cui questa va considerata prosecuzione di un ragionamento.

L’eccezionale caldo ha colpito nelle stesse grandi metropoli della civile e progredita Europa occidentale anziani ed ammalati  procurandone la morte: in Italia fonti governative accreditano, occultando i veri dati, circa 70morti, ma dichiarano che sono oltre 10.mila in Francia, mentre di Germania, Inghilterra, Olanda se ne conoscono solo i grandi disagi.

La civile, la tecnologica ed ultra avanzata Europa, la nascente Comunità Europea è messa a terra da un mese di caldo eccezionale; mette in tilt tutta la struttura sanitaria e di protezione civile: ospedali strapieni, ambulanze e personale assolutamente inferiori per numero e presidi sanitari in pesante deficit per farmaci ed assistenza.

Ma la verità è che non è stato tanto il caldo in sé la causa di questa ecatombe agostana, quanto l’avvelenamento dell’aria: il caldo afoso,cioè, si è coniugato con il pesante inquinamento atmosferico, che di per sé rende l’aria respirata dannosa, che diviene con il caldo afoso una micidiale miscela mortale, che puntualmente ha colpito i centri della respirazione più generale, determinando un aggravamento delle condizioni nelle quali avviene tale ricambio, di qui poi le morti.

La civile, progredita, ultratecnologica, ricca Europa occidentale, i magnifici 7, viene stracciata da 20-30giorni giorni di caldo eccezionale.

Questo è un dato.

    L’altro dato è il grave black out elettrico verificato negli Usa per oltre 36ore.

La possente, invincibile, ipertecnologizzata potenza economica e militare statunitense gettata in una gravissima e pericolosissima situazione di isolamento totale: annichiliti i suoi centri vitali.

La causa tecnica è che un guasto di appena otto secondi, non essendo scattato l’allarme non essendo stati attivatati i dispositivi del caso, si è riversato su una vasta area che ha interessato molti stati degli Usa per una popolazione di decine di milioni di persone, provocando così il black out per oltre 36 ore.

La società privata produttrice e distributrice di energia, che aveva in appalto quel territorio, per la privatizzazione della produzione e distribuzione dell’energia elettrica, aveva operato tagli al fine di massimizzare i profitti tra cui il sistema di allarme, di qui i disastri.

Il non sufficiente profitto, la necessità di autovalorizzazione del capitale, ossia il perseguimento del profitto di quella singola azienda, ha comportato la necessità di quei tagli.

Il profitto individuale, ossia dell’impresa, è in evidente contrasto con la vita della collettività, che pur dovrebbe servire. Dal punto di vista di quella singola impresa, e di tutte le altre singole imprese, le scelte di tagli operate sono perfettamente razionali: la massimizzazione del profitto comporta scelte di tagli ai servizi, ai settori ausiliari, di supporto tecnico o amministrativo, ossia a tutto ciò che non sia immediatamente legato alla produzione della merce, oltre che in personale.

Il fatto che non sia una situazione isolata è dato dalle notizie diffuse da tutti gli organi di stampa sulla totale ed assoluta obsolescenza dell’intera rete elettrica statunitense. Il profitto, la necessità di autovalorizzazione massima possibile del capitale, impedisce l’investimento per ammodernamento, che viene scaricato, invece, sull’intervento statale: entrate tributarie; impedisce investimenti e spese per la sicurezza e la qualità del servizio, ecc. Il profitto, ossia il rapporto tra la massa complessiva di capitale investita in un anno e l’utile su base annuale ricavato da tale investimento, non è sufficiente per giustificare tali spese per la sicurezza, ecc.:

di qui i tagli.

Se a questo aggiungiamo la grande massa di capitale richiesta ed il tempi medio-lungo per il rientro di tali investimenti, abbiamo un quadro dell’opposizione antagonista tra il profittarello del singolo capitalista e la società nel suo complesso.

    Se adesso introduciamo alcune variabili, che dinamicizzano tale sistema, si ottiene un quadro ben più realistico e quindi assai più grave.

La più generale crisi spinge i singoli Stati, al fine di sostenere le imprese – ossia al fine di sostenere la riproduzione allargata – al taglio della spesa pubblica. Questo comporta che i singoli Stati hanno meno fondi e questo si ripercuote sulle imprese che partecipano alle gare di appalto per le commesse pubbliche, che per le leggi del mercato abbassano le offerte. Questo si ripercuote sui tagli della società che si è aggiudicata la commessa, per stare entro quei costi, a danno della qualità e/o della quantità del servizio offerto/erogato onde mantenere il saggio di profitto, avvitando così l’intero sistema spesa pubblica – imprese in una spirale al ribasso.

L’incedere della crisi spinge a cercare nelle commesse statali rifugio per l’attuazione del processo di autovalorizzazione del capitale ed infine a trovare nella guerra il volano principe in grado di garantire il processo della riproduzione allargata.

La crisi comporta una contrazione del saggio del profitto, per cui una parte del capitale non trova un impiego, nasce da qui l’esigenza per questo capitale in eccedenza di invadere tutte quelle sfere non ancora sottomesse al capitale che siano in grado di garantire un sufficiente saggio di profitto. Nasce da qui l’intero processo della penetrazione capitalistica nella pubblica amministrazione e nei servizi sociali – comunemente chiamato processo di privatizzazione. Questo processo si estende sempre più, fino ad invadere tutte le più recondite strutture e settori e funzioni della pubblica amministrazione: non esiste cioè campo, settore che il capitalismo non cerci di sottomettere. Questo però determina un innalzamento del debito pubblico, ma questo comporta di fatto l’apertura di un nuovo settore di intervento per questo capitale tramite Bot e CCT,. La necessità di garantire il rendimento spinge lo Stato ad innalzare la tassazione; non diversamente per sostenere le imprese.

L’indebitamento dello Stato giunge ad una soglia tale che esso non è più in grado di svolgere il suo ruolo fondamentale a difesa e sostegno del sistema di produzione capitalistico. Nasce da qui allora la messa in vendita di pezzi del patrimonio immobiliare statale, di patrimoni dei Beni Culturali, fino alla messa in vendita delle tasse. Lo Stato cioè concede ad una società di incassare per lui le tasse per l’anno prossimo, la società deve anticipare allo Stato la somma che incasserà  in tasse; ovviamente la somma da anticipare allo Stato è minore di quella che l’impresa deve incassare: siamo così alle gabelle ed ai gabellieri di seicentesca memoria. Questo più recente sviluppo prende il nome in Italia di “ cartolarizzazione”.

Nonostante tutto questo, la situazione oggi è tale che nonostante l’ingente massa di capitale che in vario modo i singoli Stati, o federazioni di Stati, mettono a disposizione dei grandi gruppi monopolistici, la riproduzione allargata oscilla tra l’1 ed il 3%. In maniera indicativa, anche se non rigorosa, possiamo prendere il dato del PIL quale indice della riproduzione allargata.

Ecco che allora in questa spirale al ribasso i tagli coinvolgono la stessa sicurezza vitale del sistema come il black out in Usa.

Il “ profittarello” della singola impresa era ottenibile esclusivamente nella messa a repentaglio dell’intero sistema capitalistico statunitense. [1] 

Non diversamente in Italia, ove il taglio della spesa pubblica ha intaccato seriamente i livelli di guardia essenziali dell’assistenza sanitaria, che un afoso e caldo mese di agosto ha così impietosamente messo alla berlina.

Non diversamente in Italia ove il processo di  “ privatizzazione” delle Ferrovie dello Stato, F.S., ha comportato un innalzamento dei disastri ferroviari, un abbandono dell’assistenza e della manutenzione, uno scadimento dell’intera rete ferroviaria, che necessita di ammodernamento e serie opere di manutenzione ordinaria oltre che straordinaria, a cui i capitalisti non provvedono, ma a cui provvederà lo Stato, che commissionerà i lavori di appalto a società in mano a quegli stessi azionisti FS, che avrebbero il compito di provvedere di propria tasca a quei lavori. Il risultato è lo scadimento quantitativo e qualitativo del servizio in combinata con un innalzamento del costo del biglietto.

    Sarebbe, infine, fin troppo facile qui liquidare l’intera questione riducendola alle imprese di servizio, alla burocrazia, ai maneggi e mangiatoie politiche, per riservare all’industria vera e propria la palma d’oro dell’efficienza e della produttività perché qui agiscono le imprese, regolate dal mercato.

A parte il fatto che le imprese che partecipano alle commesse statali sono imprese private, a parte il fatto che la maggioranza azionaria di dette imprese è nelle mani di quegli stessi azionisti che operano nel campo della produzione delle merci, ma nel campo dell’industria manifatturiera le cose non vanno diversamente, solo che esse si presentano in una forma diversa, ma i cui effetti sono poi i disastri ambientali, la pesante adulterazione dei prodotti, alimentari e non: basti pensare al caso dell’amianto, al recente crollo di scuole per cattivi materiali impiegati, ai gas tossici scaricati nell’aria, agli sversamenti in fiumi e mari di sostanze tossiche fino a giungere agli OGM e tutti i disastri ambientali che ciò comporta. Tutte queste altro non sono che forme nelle quali si presenta il taglio dei costi di produzione, l’appropriazione di valore non pagato, che però viene incorporato nel prezzo della merce – come indicato in Lettere dell’Istituto n. 3, Siccità – al fine di consentire quel processo di autovalorizzazione del capitale, o profitto, che poi consente la riproduzione allargata o semplice, ma a scapito anche qui non solo del consumatore, ma dell’intero sistema di produzione capitalistico, intaccandolo nella fondamenta della riproduzione allargata, proprio per quell’azione di distruzione della natura, che poi costituisce il deposito naturale dei mezzi di produzione e della stessa esistenza della vita sul Pianeta e quindi della stessa esistenza della razza umana.

I danni sono sotto gli occhi di tutti, così come tutti sappiamo benissimo che quello che è a nostra conoscenza costituisce solo una infima parte di quanto realmente succede ed a sua volta quello che realmente succede non è compreso che in minima parte, giacché molti effetti si attuano sul medio e lungo periodo.

E così anche per quanto attiene il versante delle industrie manifatturiere risultano evidenti i danni che il sistema di produzione capitalistico giunto all’attuale stadio di sviluppo comporta ed i danni ed i rischi enormi del suo perdurare.

    La propaganda elettorale circa la centralità dell’impresa e del mercato allora altro non è che fuoco pirotecnico, clamore, chiasso al fine di distrarre l’attenzione dal problema decisivo che compete alle attuali generazioni: vie, tempi, modi e forme per il superamento dell’attuale sistema di produzione, per la transizione ad un nuovo ed altro sistema di produzione  superiore a quello capitalistico e che porti al superamento della proprietà privata per la società dei produttori.

Solo l’intelligenza di tutti gli uomini può essere in grado di costruire un progetto di transizione ed individuare le vie, i modi, le forme ed i tempi  del nuovo modo di produzione basato sulla società dei produttori.

Solo gli uomini, solo l’intelligenza collettiva degli uomini, può essere in grado di portare avanti un tale progetto in una nuova e possente Alleanza dei Saperi, che sappia fare tesoro di tutti i Saperi e tracciare le linee di nuovi e più alti saperi degli uomini; che sappia tracciare un grande Piano per il Lavoro, che veda al centro l’intero mondo dei produttori  ed i suoi sconfinati Saperi.

 


[1]In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono essere presi in considerazione soli i risultati più vicini, più immediati. Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la merce fabbricata o comprata con l’usuale profittarello e non lo preoccupa affatto  quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore. Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura. Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, il più palpabile risultato ( F. Engels, Antidhuring )