7_Perché il Fascismo in Italia

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

KARL MARX – FRIEDRICH ENGELS

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Lettere dell’Istituto 7

IL GIORNO DELLA MEMORIA

 

Perché il Fascismo in Italia?

        Ci è sembrato utile una breve disamina sul perché del Fascismo, in questo secondo appuntamento con il “ giorno della memoria”, perché nel corso di quest’anno si è teso ad accentuare una teoria negazionista circa il Fascismo, tendente a sfumarne i contenuti e le ragioni di quella scelta del capitalismo italiano, proiettando tutto in un mitico ed astratto regno “ storico”, della casualità storica, che poi costituisce l’essenza della teoria negazionista, che tende a far sparire le differenze tra destra e sinistra, tra fascismo ed antifascismo. Non da ultimo lo stesso Pera ha teso a farsi sostenitore di una tale teoria negazionista in una strana linea di fronte che vede forze classiche della destra e forze della stessa sinistra e delle forze borghesi tendenzialmente democratiche e decisamente antiautoritarie, quali il Pera, appunto.

 

        Indubbiamente il Fascismo costituisce la risposta della classe reazionaria della borghesia alla Rivoluzione d’Ottobre ed al possente Movimento dei Consigli ( biennio rosso: 1919-1920 – Occupazione delle Fabbriche ).

In altri Paesi: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Belgio, ecc. vi furono governi reazionari o conservatori, ma non  fascisti, ossia non forme aperte e violente della dittatura della borghesia.
Perché, dunque?

        In Inghilterra ed in Francia vi fu una risposta duttile che alternava forme di governo e politiche socialdemocratiche a governi apertamente conservatori.

In Italia abbiamo, invece, come risposta il Fascismo.

Due sono i punti chiave da fermare:

1. il movimento delle classi in Italia;

2. natura specifica del capitalismo in Italia.

 

        La rivoluzione borghese in Italia si caratterizza per un compromesso tra la classe della borghesia industriale e la classe dei proprietari fondiari, del vasto latifondo agrario, l’assenza della riforma agraria  quindi di una rivoluzione democratico-borghese. Questo determina quello che Lenin chiamerà “ la via prussiana al capitalismo”, ove i rapporti di produzione capitalistici si innestano sul vecchio troncone feudale, a differenza, per esempio, nella Francia ove lo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici si sviluppano sulle ceneri di quelli feudali.

( In Italia come in Germania: di qui “ via prussiana”. ).

Questo comporta la formazione e lo sviluppo di una piccola borghesia sostanzialmente legata a processi produttivi arretrati, a figure produttive arretrate e statiche: negoziante, piccolo e medio imprenditore ed artigiano legati a processi produttivi arretrati, basati più sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro che ad innovazioni tecnologiche e legati più al mercato locale: cittadino e regionale, mai nazionale e meno che mai ai grandi flussi del commercio mondiale; figure prodotte da un processo degenerativo della grande proprietà latifondista, specie nel Mezzogiorno. Questa piccola borghesia fa, infine, tutt’uno con i ceti professionali: insegnante, notaio, avvocato, farmacista, prete, giudice, burocrate della pubblica amministrazione, nel senso che provengono da famiglie di piccoli e medi proprietari e mantengono quote, frazioni, proprietarie quasi sempre immobiliari o agrarie.

        Questo comporta una sostanziale fissità di questa classe, a differenza della forte mobilità che esiste, invece, in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti ove la piccola borghesia tende a caratterizzarsi anche per la presenza in settori avanzati e comunque con una sostanziale dinamicità nel processo produttivo e con un movimento dinamico di proletarizzazione.

Il processo di proletarizzazione in Italia si manifesterà fondamentalmente nel processo migratorio che investirà le campagne: fittavolo, bracciante, colono, ecc.

La situazione di questa classe – saltando a piè pari ad oggi – si modificherà verso la seconda metà degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta del 1900, che vedrà la nascita di una piccola borghesia tecnologica, legata a processi produttivi avanzati, sostanzialmente l’elettronica e particolari fasi del processo produttivo, che poi vari intellettuali di questa classe tenderanno a ridefinire come “ lavoro autonomo”, “ parasubordinato”, confondendo momenti diversi di processi produttivi e delle fasi produttive e mirando a fare di tutta un’erba un fascio al fine di dare una più consistente base di massa a tali movimenti, ossia la fine di dare un più sostanziale base di consenso ed egemonia, coinvolgendo in tale movimento figure lavorative subordinata, che i processi produttivi nuovi avevano nella forma modificato la collocazione e la configurazione[1].

Questo determina modifiche nella tattica del proletariato, comporta da un lato il superamento della scelta togliattiana de “ i ceti medi” del 1946-1964 e dall’altro un configurarsi diverso, uno sventagliamento composito dello stesso corpus di intellettuali di questa classe e della loro egemonia e direzione sul proletariato.

    Nella società capitalistiche, erroneamente definite, “ avanzate”, a differenza di quelli ove prevale una struttura agrario-nobiliare-feudale: Russia, Cina, Balcani, Polonia, ecc. [2], la piccola borghesia assume un ruolo decisivo, a seconda se riserva della rivoluzione o della controrivoluzione, a seconda di dove si colloca e riposiziona.

        Per quanto attiene l’Italia già nel primo decennio del 1900, le innovazioni tecniche e scientifiche, ossia il fordismo ed il taylorismo, gli sviluppi della Chimica e dell’elettricità e loro applicazione ai processi industriali, attaccavano brutalmente, senza tante cerimonie, insomma, questa rigida ed ossificata, e mummificata struttura della piccola borghesia italiana.

La prima guerra mondiale imbalsama, irrigidisce, sclerotizza la situazione, ma all’indomani del 1918 le innovazioni e la ristrutturazione capitalistica consequenziale non sono più rinviabili: si impone una scelta per consentire una competitività delle merci italiani sul mercato mondiale.

La struttura fordista con la massiccia meccanizzazione ed automazione dei processi produttivi consentiva uno sfruttamento maggiore della cooperazione capitalista, ossia uno sfruttamento maggiore dell’economia di scala[3], determinando n forte abbattimento dei costi di produzione e quindi del prezzo delle merci. Sul piano più generale comportava una nuova stratificazione delle classi, il decadimento di settori e fazioni di classi legati ai vecchi sistemi produttivi, ai precedenti modi di produzione di qui il carattere di brutale assalto a quella struttura fissa, irreggimentata, della classe della piccola borghesia, immettendovi all’opposto un forte dinamismo.

Questo comporta un’opposizione forte di questa classe, che si riflette sul piano ideologico, ossia sul piano della coscienza mistificata, con il movimento del dannunzianesimo, che incorpora sia il movimento degli ufficiali che dei sottufficiali reduci dalla guerra che il mussolininismo.

        Il mussolininismo è un movimento, e quindi un processo, molto composito assai sottovalutato ed ancor meno studiato ed indagato. Costituisce una forma molto particolare del trasformismo, che è un particolare processo, tutto italiano, per cui quadri passano da una parte all’altra il cui momento storico felice si è avuto nel periodo 1870-1880 quando la Sinistra borghese sostituisce la destra cavouriana.

E’, invece, un punto di snodo centrale, decisivo, per intendere correttamente il fascismo e la costruzione del consenso, egemonia, della classe borghese.

Il mussolininismo è quel processo per cui quadri centrali e periferici del sindacato e del PSI, ed in maniera più corposa del sindacalismo cattolico passano al fascismo nel periodo 1919-1924 – il processo successivo 1930-1938 è tutt’altro: e lo strusciarsi al potere tout court – costituendone, poi, l’intelaiatura forte, solida del PNF[4] e di tutta la struttura capillare e pervasiva, che avvolgerà la società civile del Paese e quella economico-sindacale negli anni Trenta con il Corporativismo e poi l’intero movimento culturale di Bottai. Costituiscono i quadri intermedi ed apicali del PNF e dello stato fascista. Sono, cioè, essi che garantiscono un rapporto ed una presenza ed una organizzazione con il movimento operaio e popolare; sono essi che costituiscono la base sostanziale del consenso di massa che il PNF ed il fascismo avranno nel periodo 1924-1936[5].

Il mussolininismo esprime quel movimento della classe della piccola borghese nel suo riflesso nella classe operaia e nella direzione sulla classe operaia e nel movimento operaio italiano.

Per comprendere questo passaggio occorre dire.

        La piccola borghesia, in generale, a differenza della grande borghesia, mantiene un rapporto vivo, costante, quotidiano, fecondo con la classe operaia, ne vive in contatto sullo stesso pianerottolo e dal suo seno escono molti quadri operai.

Federico Engels nella sua lettera del gennaio 1894 a Turati ferma bene questi passaggi centrali, che saldano il proletariato alla piccola borghesia e tracciano alcune coordinate della stessa avanzata del proletariato. Questi quadri operai che provengono dalle fila della piccola borghesia tengono sempre un piede e sempre l’anima nella classe della piccola borghesia. Questo movimento complesso e contraddittorio, diciamo, “ delle due classi” è orientato dallo sviluppo della lotta di classe: nelle fasi di ascesa essi tendono ad identificarsi tout court con il proletariato, producendo anche eccellenti capi; ma nelle fasi di riflusso essi tendono a ripescare la loro anima, coniugando la loro anima con i compiti presenti, prospettandone le soluzioni entro tali àmbiti, ossia dentro gli àmbiti della loro anima ripescata, soluzioni ibride, sfuggenti, delle “ due classi”: di qui poi il carattere sfuggente della teoria e della politica che essi tendono a prospettare e sostengono. E la loro anima, ossia il loro cordone ombelicale con la classe d’origine della piccola borghesia, è data esattamente da quel corpus di professori, accademici e non, da quel corpus di intellettuali di questa classe, che sa parlare alla loro anima, che li influenza ed egemonizza e che loro ascoltano, perché quel linguaggio, quel metodo, quel sentire e pensare è loro più consono del marxismo ed è poi attraverso quel linguaggio, quel metodo, quei passaggi logici, che è loro più consono che essi intendono ed assimilano ed elaborano ed applicano il marxismo.

In assenza di una direzione bolscevica nel movimento operaio e sindacale sono questi quadri e capi operai che costituiscono il referente da seguire ed imitare, il punto di riferimento, per i giovani quadri operai che sorgono spontaneamente dal seno della lotta di classe e che spontaneamente – l’autodattismo di cui parla Gramsci, in Lorianesimo ed altri “ rubriche” e “ tematiche” dei “ Quaderni” – si formano ed acculturano.

Nelle fasi di inizio dell’ascesa del movimento di classe del proletariato, invece, essi tendono prima a resistere cercando in un primo momento di cavalcare la tigre, è la fase del massimalismo in auge, successivamente sono prima sfuggenti, per prorompere poi in una aperta opposizione di una parte di essi. Il movimento esprime, cioè, un processo di separazione al loro interno che vede all’inizio una resistenza comune e successivamente una differenziazione fino alla separazione ed il passaggio di una parte di essa in maniera prima “ mascherata” poi aperta con la borghesia.

Si viene così a cementare un blocco autentico e possente e capillare, una lunga e flessuosa linea entro il movimento operaio che l’orienta, lo forma, determinando la coscienza, l’organizzazione, la teoria e la pratica, e quindi la coscienza.

        Il mussolininismo si salda con le tare del capitalismo italiano che si caratterizza tout court con l’assenza del marxismo e per la contrapposizione sterile: riformismo-massimalismo, di cui il labriolismo ne costituiva l’intima ed unica essenza, il collante che li teneva avvinghiati l’uno all’altro e la cui ultima evoluzione sarà costituita dal bordighismo ed a cui Gramsci provvederà ad interrompere questa spirale mortale ed ammiccante allo stesso tempo. Riformismo e massimalismo costituiscono espressione esatta di quel processo di rivoluzionario italiano che si caratterizza appunto come “ rivoluzione passiva”: alla mobilitazione delle massa e l’ascesa di un forte movimento rivoluzionario viene contrapposta la via “ diplomatica” e degli eserciti ufficiali ( Novara 1849, Cavour- Napoleone III, accordi di Plombiers, ecc. ). Questo comporta che l’avanguardia del proletariato esce dal mazzinianesimo e dal cavourismo di sinistra, anziché come in Francia dai giacobini ( Costituzione del 1793 ).

Il mussolininismo, così, si salda in un composito processo con il più generale movimento delle classe della piccola borghesia nella sua resistenza all’innovazione tecnica e scientifica e di ammodernamento della società politica, civile, istituzionale oltre che  economica.

 

        L’altro elemento, che si coniuga e salda con questo, è quello specifico della classe della borghesia industriale, agraria e finanziaria italiana.

     La borghesia italiana giunge in ritardo al processo di formazione del mercato unico nazionale ( Risorgimento ) con una struttura industriale arretrata, debole il cui dato è aggravato proprio dalla “ via prussiana” in una sostanziale subordinazione ai grandi centri del capitalismo mondiale: Londra e Parigi e dopo il 1880 Berlino. Giunge, infine, quando il proletariato è già classe minacciosa, che ha già dato buona prova di sé: 1848-1849, e poi nel 1871 e nelle lotte del movimento operaio inglese nella lotta per le 10 ore ( 1844 – 1848 ) e poi per la lotta per le 8ore ad opera del movimento operaio statunitense, Baltimora 1866. Questo “ spettro che si aggira” per il mondo condiziona decisamente le scelte e la formazione successiva  stessa della borghesia italiana.

Questo dato si aggrava per quella scelta della “ via prussiana” che determina un non ammodernamento della società, non produce nuova cultura industriale: Cattaneo ed il movimento delle camice verdi verrà prima ferocemente discriminato, mortificato, perseguitato ed infine liquidato tout court – per essere poi ripescato nei salotti alla moda milanesi e torinesi, ma non andando mai al di là di tali insipidi salotti e salottieri – che avrebbe consentito la costruzione di una egemonia e dato una base di massa al consenso capitalistico e consentito la formazione di un gruppo dirigente borghese ed intellettuali borghesi formatesi su basi tecniche e scientifiche, proprie della produzione capitalistica, anziché l’insulsa formazione e tradizione retorico-umanistica, ed in grado di produrre egemonia.

Giunge così sul piano economico debole e con un sistema finanzio debole, basato sulla truffa, l’imbroglio bottegaio, le speculazioni idiote: Banca di Sconto ( 1880 ), che si coniuga con la più feroce politica bancaria usuraia. Questo determina che essa teme qualsiasi introduzione di innovazioni che possano determinare lo sviluppo di un proletariato industriale. [6] Da qui il carattere della produzione capitalistica italiana:

essa si basa più sullo sfruttamento intensivo della manodopera che sull’innovazione e quindi tende a condurre una guerra particolare al salario ed allo sfruttamento feroce e brutale della manodopera, della forza-lavoro, tramite le quali intende surrogare le innovazioni e competere così sui mercati, perseguendo, cioè, la contrazione del costo di produzione contraendo tout court il salario ed intensificando lo sfruttamento ed una feroce politica di disoccupazione ed immiserimento. Ottiene così i bassi prezzi , ma se ottiene i bassi prezzi non ne ottiene la qualità, per cui perde sempre sui mercati internazionali, consolidandosi sui mercati più poveri, ove il minor prezzo a scapito della qualità è compensazione sufficiente per preferire la merce italica.

Il processo della riproduzione allargata italiana è così asfittico, incapace di produrre una massa di profitto in grado di avviare una riproduzione allargata di ampio respiro per innovazione e per i tempi medio-lunghi.

La guerra, le commesse statali e gli aiuti statunitensi per duemila miliardi di dollari[7] consentono di rinviare le innovazioni nei processi produttivi, ma anche il potenziamento della produzione di energia elettrica, superando la produzione obsoleta fin lì dominante, ed anche lo sviluppo della Chimica e delle sue applicazione ai processi produttivi, ma all’indomani del 1918 essi sono improcrastinabili.

Il fascismo è la scelta della borghesia italiana.

E’, cioè, la scelta del rinvio sine die delle innovazioni per il controllo totale, assoluto, della forza-lavoro. Il fascismo è, cioè, la libertà assoluta del capitale sul lavoro. E’ così la dittatura del capitale sul lavoro. E’ la libertà dello sfruttamento.

Questi costituiscono i punti programmatici che consentono alla borghesia di unire attorno a sé la piccola borghesia, la cui parola d’ordine era appunto l’opposizione alle innovazioni tecnologica e la libertà di sfruttamento della forza-lavoro.

La scelta in verità, per la borghesia, a parte la esplosiva situazione di classe era obbligata. Un processo di rinnovamento tecnologico di quella portata richiedeva un ben più solida struttura, non solo dell’apparato industriale, ma principalmente del sistema finanziario. Richiedeva una cospicua massa finanziaria da immettere nel processo di ammodernamento con rientri a medio e lunghi termine, che la borghesia italiana non aveva. Quello che aveva era una struttura sostanzialmente speculativa ed usuraia, che non consentiva affatto quella strategia e quella tattica che l’innovazione richiedeva, una tattica estremamente flessibile in grado di muoversi sulla scena internazionale dei mercati, combinando ricerca-innovazione-marketing per nuovi mercati, che poteva avere una qualche speranza solo se sostanziata da una massa monetaria da gettare sul mercato in sostegno della tattica.

Il fascismo è allora la risposta organica della classe della borghesia italiana a tali problematiche, perseguita con organica lucidità e di cui il PNF ne sarà l’esecutore attento, sagace e scrupoloso, in quanto intellettuale collettivo della classe della borghesia italiana.

Nasce, poi, da qui quell’amore mai sopito della borghesia italiana, e non solo, per tale entourage, giacché ne costituiva l’intellettuale organico e che si esprime poi nell’attuale “ offensiva” circa il fascismo, fascismo-antifascismo, destra-sinistra, il negazionismo coniugato con il buonismo nella forma del dolore per la guerra tra fratelli, dimenticandosi, poi, chi ha armato il fratello contro il fratello[8] 

 


[1] Il movimento di idee che si produce su tale questione, sostanzialmente rappresentati da Biagi e D’Antona, esprime il diverso orientamento presente in questa classe rispetto al proletariato.

[2] Il riferimento storico è qui, ovviamente, al periodo 1800- 1950.

[3] Karl Marx, Il Capitale, vol. 1, cap. 11

[4] PNF: Partito Nazional Fascista

[5] Il processo di rottura e bene esposto e caratterizzato in un eccellente romanzo di Giulio Preti, Giovinezza, Giovinezza,

   ediz. Oscar Mondatori.

[6] A riguardo illuminante è l’articolo della contessa Maria Pasolini, grande proprietaria di tenute in Romagna sul Giornale degli Economisti, settembre 1890.

 “ I proprietari furono costretti ( dalla crisi agraria ) a sospendere i lavori di sistemazione dei poderi non ancora riordinati , di diminuire la coltivazione della canapa,e molti trovarono più vantaggioso di sopprimere affatto la mezzadria … In altri termini, dopo il 1882, con il ribasso dei prezzi … si peggiora la condizione dei braccianti e se ne aumenta la classe con la riduzione della mezzadria.”

[7] Per una più attenta disamina si rinvia alla Conferenza dell’istituto sulla Rivoluzione d’Ottobre tenuta a Teramo il 7. novembre. 2001

[8] Esitono indubbiamente anche altri elementi, primo quello internazionale e del più complessivo movimento Londra-New York,  che qui abbiamo tralasciato, ma