9_Riforma Universitaria

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI

KARL MARX – FRIEDRICH ENGELS

istcom@libero.it



 

Lettere dell’Istituto 9

 

 

Riforma Universitaria

 

        L’intera struttura della proposta di legge inerente l’Università, la ricerca e mercato del lavoro poggia sull’idea di legare l’Università alle imprese e così al mercato del lavoro, in quanto formazione specializzata sulla base delle istanze delle imprese. L’altro elemento è la costruzione del rapporto dell’università con la dimensione regionale, si parla infatti di università-imprese-mercato locale.

Il progetto è irreale, se applicato porta alla dequalificazione  totale dei centri universitari. La Sapienza di Roma o la Federico II o la Cà Foscari, ecc. non possono limitarsi a fornire quadri per il Lazio o la Campania o il Veneto. La questione può avere un qualche senso solo se si attua una pianificazione nazionale, quantomeno quinquennale sulla base delle esigenze del Paese.

Per quanto attiene le imprese, l’Università non può dipendere dalle imprese locali primo perché esiste una forte crisi che spazza industrie ed interi settori, riaccorpa e riallinea produzione ed organizzazione di imprese ed interi settori, esistendo in questo campo una alta mobilità, un forte dinamismo e dall’altra per la forte diversificazione e sviluppo tra le varie aree geo-economiche del Paese, esiste cioè uno sviluppo ineguale. La proposta, cioè, potrebbe avere un qualche senso solo nella situazione di forte staticità e di sviluppo omogeneo, che è estranea alla società capitalistica, ma è propria della società feudale e schiavista.

A parte il fatto che non si può inchiodare un soggetto ad un’area geografica: la società capitalistica si caratterizza per la forte mobilità dei soggetti a differenza della feudale che invece aveva alla base l’inchiodatura dei soggetti al contado.

Le Università sorgono in opposizione a tale dipendenza del soggetto dal contado.

La proposta di legge è totalmente confusionaria, giacché confonde due aspetti diversi della ricerca:

la ricerca pura e la ricerca applicata e la molteplicità dei campi del sapere degli uomini, non tutti riconducibili tour court all’impresa: le scienze umanistiche hanno tutto un diverso percorso.

La scienza Medica non dipende affatto dalle imprese, se non per quanto attiene la Medicina del Lavoro ed il cui ambito non può essere quello territoriale, regionale, se non per quanto attiene una qualche branca specifica, ma di entità molto limitata.

La ricerca pura meno che mai può essere ancorata all’impresa e meno che mai al territorio.

Noi quindi ragioniamo qui considerando tale proposta limitata alla ricerca applicata.

    Vi deve essere un rapporto imprese-Università nel senso lato.

Si tratta cioè di seguire tutt’altra strada, ossia l’Università punto di propulsione, fornitrice di assistenza tecnica, scientifica e quindi anche formazione professionale, aggiornamento tecnico e scientifico ad un intero territorio, ad un distretto universitario. Questo comporta consequenzialmente che nel tempo ci saranno sedi universitarie che svilupperanno una particolare specializzazione e competenza in questo o quel ramo, tale da costituire punto di richiamo da altre zone di quanti vorranno seguire quella specializzazione.

In concreto. In zone ad alta concentrazione industriale possiamo avere dipartimenti universitari ad alta specializzazione in processi produttivi, fino a scuole specifiche per tecnici, ricercatori, ecc.; in altre in campo agrario, in altre ancora nel settore del commercio, della pesca, ecc.

Dentro questo quadro vanno inseriti la formazione, il tirocinio formativo sia dei quadri universitari che dei tecnici. Solo dopo, nel tempo, avremo che consequenzialmente l’Università è anche collocamento, ossia disloca sulla base delle esigenze i quadri che forma ed è in grado di programmare quello di cui ha bisogno.

        L’intero impianto teorico della proposta è totalmente errato.

    Non può essere un momento inferiore del processo di astrazione a determinare gli indirizzi dei livelli superiori, vi concorre ma non li determina. Esso può imprimere caratteristiche, peculiarità ma dentro ed assieme a tutte le altre specificità, ma è poi sempre il momento superiore che opera la sintesi ed è in grado di imprimere una direzione generale come momento di equilibrio di tutti i momenti inferiori.

In concreto non può essere “ impresa” punto di sintesi e direzione generale.

“ Impresa” è un momento particolare e costituisce un livello inferiore del processo della conoscenza e quindi dell’astrazione, da dove indubbiamente partono gli impulsi, le istanze, le spinte al cambiamento, alla ricerca e dove si impattano tutti i problemi del processo produttivo, del mercato delle merci e consequenzialmente di quello azionario e quindi finanziario, i problemi della ricerca e dell’innovazione tecnica e scientifica. E’ quindi frontiera e prima linea. E dove infine ritornano le ricerche, le conoscenze acquisite e quindi luogo di verifica sperimentale.

“ Impresa” legge un aspetto particolare, quello relativo al suo settore merceologico e di questo della specifica merce che produce nelle condizioni date della sua composizione organica del capitale, del suo interagire con il mercato  tende ad assolutizzare questa sua lettura parziale. Ma su quello stesso territorio insistono altre imprese dello stesso settore merceologico e della stessa merce prodotta e con diverse composizioni organiche del capitale con diversi gradi di flessibilità tecnica e produttiva e quindi ciascuna legge e riflette i dati, gli input, in maniera diversa, tutti perfettamente reali, ma in quanto dati particolari. Questo si esponenzia man mano che si amplia l’area presa in considerazione.

In quanto tale non può essere l’impresa che finanzia pro domo sua l’Università, giacché vi imprimerà il suo particulare. Se deve essere questo, allora si fa prima a dire che l’Università diviene la dependance, la sezione ricerca e formazione, dei quattro, cinque grandi gruppi monopolistici che insistono nel Paese. Ma questo è tutt’altro da un ragionamento sulla riallocazione, sul riposizionamento dell’Università rispetto agli sviluppi della società e le nuove esigenze che questi determinano.

La struttura esistente è decisamente obsoleta, espressione delle caratteristiche specifiche dell’evoluzione della storia dell’industria in Italia. Essa non ha visto lo sviluppo di una Royal Accademy o di una Accademie Francaise, ma una Accademia dei Lincei, ossia uno sviluppo più umanistico che scientifico. Su questa base insistono le modifiche profonde intervenute a partire dalla seconda metà del XX secolo, ossia una integrazione sempre più stretta tra Scienza e Produzione, con un innalzamento forte dell’applicazione della Scienza ai processi produttivi e nella vita sociale e culturale degli uomini. Questo ha comportato che quella struttura, per certi aspetti a pareti stagno, che in condizioni di più basso sviluppo scientifico e tecnologico era sopportabile, oggi diviene un macigno da rimuovere per costruire una struttura interrelazionale,  a rete, espressione dei tempi.

Se noi ora qui introduciamo l’elemento che il campo delle Scienze attraversa un enorme sommovimento ed una forte accelerazione ci rendiamo ben conto della necessità di attrezzare una nuova e diversa struttura, rispondente ai tempi ed alle sfide future.

Il limite sostanziale dell’intera proposta sta poi proprio qui, ossia nel irreggimentare proprio quei limiti, proprio quella separatezza in opposizione ed in pesante ostacolo a quella struttura  a rete/piramidale.

 

        E’ indubbio che l’Università italiana deve essere guidata in un complesso e delicato processo di transizione, che, conservando la sua alta tradizione, la riallochi sulle nuove frontiere dei tempi.

Ma è questo complesso e delicato processo di transizione, da una base fortemente umanistica ad una a base politecnica – simbiosi tra le Scienze Naturali, quelle Sociali e quelle Umanistiche – che non viene compreso e l’Università da almeno trent’anni è trattata come un cane morto.

Si affastellano progetti ed idee di riforme, di modifiche senza alcun quadro referente generale, per cui il tutto si riduce a proposte di modifiche, quasi sempre alla moda, che puntualmente finiscono per infrangersi contro muri e barriere, in questo caso sostanzialmente giusti, anche se a volte strumentali, giacché tutte si basano come se l’Università italiana nascesse adesso e non affondasse le sue radici nel ben lontano 1100 e tutta la storia dell’Università italiana.

Si tratta, allora, di comprendere bene le fasi ed i passaggi per tale riallineamento ed i nuovi momenti della costruzione “ a rete[1].

 

Ricerca –  Formazione.

        Il dibattito ruota attorno al rapporto ricerca scientifica, sviluppi della scienza e della tecnica e formazione, la questione si pone per la insufficienza della formazione rispetto ai problemi che la ricerca, e quindi gli sviluppi della scienze della tecnica.

La questione è sollevata, in verità, in maniera ideologica. Le si vuole dare l’interpretazione che la disoccupazione in atto deriva da tale gap, da tale insufficienza della formazione.

Questo non è assolutamente vero, la disoccupazione è unicamente un momento della più generale situazione di crisi e pesante stagnazione, della sovrapproduzione, ecc.

Liberato quindi il campo da tale uso ideologico, liberato il campo da una lettura sciatta e superficiale dei processi, quale è poi la lettura della Confindustria e del governo in carica, il problema esiste e presenta una sua specificità ed è questo che occorre qui affrontare.

 

        E’ indubbio che esiste una dimensione temporale, la formazione è sempre un post rispetto alla ricerca, viene dopo che una innovazione tecnica e/o scientifica è stata introdotta.

La questione, se si va a studiarla da un punto scientifico, è tutta attorno a quell’essere “ post”, ruota esattamente su quella natura di “ post” ed proprio quel “ post” che deve essere sciolto.

A prima vista può sembrare un assurdo e da un punto di vista formale lo è, e lo è anche nella più piena e consolidata tradizione di pensiero ed esperienza.

Procediamo con calma.

La formazione è un post all’invenzione o scoperta e alla costruzione di una nuova macchina o di un nuovo processo produttivo. Il problema diviene di avere una forza-lavoro con un certo grado di acculturazione che consenta di acquisire le nuove tecniche dei nuovi macchinari. E’ questa poi la molla che porta alla scuola dell’obbligo ed alla sua estensione: dalle elementari, alle medie, poi al biennio superiore ed ora al diploma o maturità[2]. E porta, poi, alle varie riforme degli studi e dei programmi. Porta infine agli aggiornamenti professionali, più o meno programmati e che costituisce un punto nuovo negli stessi contratti nazionali di categoria.

La questione viene ad esasperarsi, ossia quel gap che fino ad un certo momento era gestibile, diviene adesso insopportabile, costituisce serio ostacolo.

Il tipo di sviluppo scientifico e tecnologico odierno ed il livello che esso ha raggiunge e le sue tendenze comportano una modifica dell’impostazione sin qui seguita, comporta una radicale rottura.

Richiede, cioè, una integrazione tra i livelli tendenziali di sviluppo e la formazione, quasi un posizionarsi su una linea precedente di quel “ post”, ossia un contrarsi del tempo che separa l’invenzione dalla formazione.

Il tipo ed il carattere dello sviluppo scientifico e tecnologico determina una contrazione importante del tempo di utilizzo di un macchinario, di una scoperta e di una invenzione, per cui si ha quello che suole definirsi “ obsolescenza tecnologica”. Il nuovo macchinario, la scoperta o l’invenzione hanno ancora capacità tecniche di funzionare, ma sono rese obsolete da nuovi macchinari, nuove scoperte e nuove invenzioni, per cui tale contrazione dei tempi comporta difficoltà per il reintegro degli investimenti operati e nuovi e più sostanziosi investimenti per il nuovo macchinario, la nuova scoperta, la nuova invenzione.

Tutto il dibattito odierno su formazione-impresa-Università, a ben vedere, nasce esattamene da questa problematica, che nelle proposizioni che vengono avanzate coglie l’aspetto più marginale e fenomenologico, dettato dall’angolazione ideologica di “ impresa” e “ centralità dell’impresa”, “mercato” e “ centralità del mercato”, che da strumento dell’egemonia e del consenso si trasforma, qui, in “ autoinganno” della stessa classe capitalistica. Ed è poi questa possente distorsione ideologica che la porta, poi, a quella formulazione: impresa-formazione-mercato regionale, credendo che il problema sia quello di avvicinare l’impresa alla formazione, o se si vuole la formazione all’impresa, il che è già l’assurdo per il carattere limitato in sé di impresa, come si è detto, ma diviene autoinganno allorquando si ritiene di poter contrarre l’area di azione alla dimensione regionale. Legge, cioè, l’ultimo momento, l’utilizzo da parte dell’impresa della nuova forza-lavoro. Legge l’ultimo ma non tutti i precedente e meno che mai quello che immediatamente precede l’ultimo: dimentica, così, che  l’impresa ha il nuovo macchinario post festum, ossia quando esso è stato già inventato, ma di cui non ne conosce essa stessa il contenuto, caratteristiche, problematica, giacché la ricerca e l’invenzione, il prototipo e la messa in vendita avvengono in settore diversi dal suo e sono strategie estranee all’impresa, che l’impresa subisce, che l’impresa si vede scendere dall’alto.

La cosa si pone in maniera diversa per le grandi holdings che incorporano sia la produzione che la ricerca e la sperimentazione ed il prototipo, ma questo pone l’impresa in generale alle totali dipendenze di tali holdings e non a caso sono poi queste che vengono spazzate via proprio ed esattamente per questo, diciamo così, “dumping di ricerca” che le grandi holdings attuano sul mercato.

E’, cioè, solo da questo momento, ossia dal momento che il macchinario nuovo si presenta sul mercato, che esso pone il problema della nuova formazione, dell’aggiornamento, ma è sempre comunque un post festum.

E’ per il livello di sviluppo e per i ritmi di tale sviluppo che tale nuovo macchinario subisce l’obsolescenza tecnologica, per cui quella stessa formazione e/o aggiornamento sono resi obsolescenti, avviandosi così un processo a spirale, per cui i tempi dell’obsolescenza tecnologica si contraggono, mentre quelli della formazione e/o aggiornamento si estendono o, al limite, restano costanti.

E’ esattamente in queste nuove coordinate temporali che occorre ragionare per cui quel “ prima” non deve essere fatto arretrare e l’ “impresa” agganciare il “ prima”, ma è quel prima che deve invece essere proiettato in avanti, ossia posizionarsi sulle linee tendenziali.

In queste nuove coordinate “ impresa” è proprio l’ultimo elemento che può entrare in gioco  per quelle limitatezza di cui si è discusso. Le nuove coordinate richiedono, invece, una stretta integrazione tra ricerca e formazione, ove “ ricerca” indica i punti di sviluppo tendenziali di medio periodo e formazione si adegua. Ma questo presuppone e rimanda ad una profonda Riforma degli Studi, che nelle condizioni dati si configura più come “ rivoluzione negli studi”, che superi l’attuale impianto per uno politecnico.

 

        L’impianto teorico di fondo della proposta legislativa è la disarticolazione, ossia l’esatto opposto di quanto invece occorre; di quanto,invece, richiedono gli sviluppi raggiunti ora, qui ed ora, dalla Scienza e quelli poderosi che sin da ora si riesce a intravedere.

Nella proposta di riordino del corpo docente, l’asse centrale, il centro, è dato dall’Università, dalla singola Università che gestisce fondi, gestisce convenzioni per la ricerca, gestisce ricercatori e docenti. Questa significa dispersione di forze e fondi, quando invece gli attuali sviluppi richiedono la concentrazione di forze e fondi. Il punto è, invece, articolate forme di coordinamento e di unificazione tra le varie università in grado di centralizzare gli sforzi su un punto comune di ricerca, secondo un vigoroso ed ampio piano di ricerca, contro, invece, la “ spontaneità” delle singole ricerche ed è poi solo tramite una tale ampia pianificazione che è possibile stabilire le priorità di sostegno e pianificazione e di coordinamento di intelligenze.

La nuova realtà determinata dallo sviluppo della Scienza richiede quindi il superamento dell’attuale status ed impianto per un più ampio e complesso coordinamento ed unificazione con forme intermedie di coordinamento. Dentro questo la stessa modifica radicale dello stesso Dicastero.

Il punto è allora un ruolo del Dicastero che non sia burocratico, ma autentico centro propulsore di ricerca, di avanzamento di quadri. Nelle attuali condizioni non è più pensabile un dicastero della ricerca retto “ politicamente”, occorre invece pensare ad un Dicastero affidato a noti scienziati ed un gabinetto che raccoglie intelligenze e sia il risultato di una rete con tutti i centri di ricerca.

Ricordiamo qui che la nostra Costituzione vuole una formazione governativa, che rispettosa della volontà di voto del popolo italiano, sia costituita da eminenti personaggi, anche non legati a partiti di maggioranza ed anche se non deputati.

La condizione secondo la quale ciascuna singola Università stipula una convenzione determina la costituzione di fatto di pareti stagno tra i vari dipartimenti similari delle singole università italiane.

In queste condizioni la ricerca non può che essere di quarta-quinta derivata e mai di punta meno che mai d’avanguardia. Le grandi holdings hanno loro possenti centri di ricerca, che a differenza dell’organizzazione che l’attuale legge vuole dare, di decentralizzare, accentra al massimo, sfrutta al meglio la multidisciplinarietà e le intelligenze a livello planetario, per cui esse non commissioneranno mai ricerche di punte, anzi tenderanno a bloccare tali vie, per avocarle a se stesse.

La legge che il Parlamento vorrebbe licenziare va cioè in esatta opposizione alle più tranquille e consolidate indicazioni e scelte che gli sviluppi della scienza indicano almeno da cinquant’anni.

 

        La legge, che la maggioranza si appresta a votare, ossia ad imporre la sua ignoranza alla società civile e politica italiane,  ha un senso unicamente nel periodo iniziale delle Università, ossia nel periodo 1300-1600, prima della nascita delle Accademie Nazionali, quando esistevano singole Università: Padova, Tubingia, Parigi, Bologna, Napoli, Londra ed il problema era quello di potenziare le singole università, ma già con la formazione della Royal Accademy, dell’Accademie Francaise, ecc. non ne ha più alcuna, il problema, infatti, diveniva quello di coordinare le varie sedi universitarie ed unificare gli sforzi della ricerca e della formazione dei quadri sia a livello di docenti che di ricercatori e scienziati.

Sic transeat mundi!

 

 


[1] Fissiamo, per ora, qui il problema. Il tema è estremamente complesso e ricco e sarà occasione di un successivo ragionamento, giacché si intreccia la necessità di un’altra struttura con la Riforma degli Studi e degli indirizzi.

[2] Una disamina sulla recente legge governativa circa la scuola dell’obbligo, sarà oggetto della prossima Lettere dell’Istituto